[Kaos Live Report] Siren Fest 2018: la magia continua

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L’estate corre in fretta e con essa ogni evento sembra iniziare e finire in un vortice di emozioni che spesso non si fa in tempo ad assaporare. Solo dopo qualche giorno con la razionalità e il distacco si riesce a fare un’analisi complessiva. Il Siren Festival rientra nell’elenco delle cose belle da vivere per gli appassionati di musica nella nostra penisola.

Quinta edizione per una realtà che ogni anno muta la propria pelle in un crescita esponenziale per proposta musicale e profilo internazionale in un Paese in cui la vera vittoria spesso è la continuità dei progetti. Credo proprio sia questa la più grande virtù di questo festival che in 5 anni ha creato, aiutato anche dalla bellezza di Vasto, un’oasi felice a cui tornare con cadenza fissa. Dal punto di vista quantitativo questa edizione è stata probabilmente la più ricca e descrivere dettagliatamente gli oltre 30 live è impresa ardua in poche righe. Non è mancata ovviamente la qualità, ma proviamo ora a dare cronaca di quanto visto in questo piacevole week-end.

DAY 1

Arrivo a Vasto nel primo pomeriggio e il mio primo contatto con il festival è la performance dei The Rainband sul palchetto del Siren Beach. Il sole scotta e il live è un po’ ristretto nella sua durata, tuttavia il brit-style di questa band è piacevole e scanzonato. Buona la prima. Si avvicina il tramonto e mi dirigo nel centro storico della cittadina. Verso le 19:30 nella bella cornice dei Giardini di Palazzo d’Avalois aspettiamo sul prato verde l’esibizione di Neil Halstead, cantautore inglese noto come fondatore di Slowdive e Mojave 3. Accanto all’attività in gruppo intraprende una carriera da solista che lo porta ad incidere 3 album da solista. Nella sua esibizione al Siren propone quasi interamente il suo ultimo lavoro ormai datato 2012. Voce limpida e chitarra acustica rimandano alla bellezza del folk inglese degli anni d’oro e a tratti viene da pensare a Nick Drake. Pausa sigaretta ed è la volta di Ryley Walker. Dico subito che per me questo era uno dei live più attesi in programma, ma con rammarico devo ammettere la mia delusione. Il cantautore di Chicago sale sul palco con un trascurabile outfit, ma questo ovviamente non è indicativo. Walker ha all’attivo due dischi meravigliosi, a prima impressione mi pare ubriaco e farnetica cose senza molto senso, capisco poi che più che alticcio sembra svogliato quasi snob. Suona da dio, per carità, ma nel suo live manca quell’intensità che davo per scontata. Insomma delusione ma riconosco che le mie aspettative in lui erano davvero molto alte.

Ore 21: la meraviglia. Main stage in Piazza del Popolo…..Slowdive.

Palco minimalista senza la scenografia che ha caratterizzato il tour, al centro una tastiera con un cigno nero in gomma. Fumo, tanto fumo e sul nero che domina scena e abiti della band appare in rosso Rachel Goswell come una dea del lago. La forma fisica non è più quella di una volta ma la voce è quella ammaliante di sempre, una voce che per troppi anni è mancata. 21 anni infatti erano passati prima di “Slowdive”, lavoro discografico con cui sono ritornati nel 2017. Si parte con “Slomo”, brano evocativo ed etereo che dà solennità perfino all’eclissi lunare in corso in questo venerdì sera. Un’ora e mezza che rapisce e si chiude con la meravigliosa Golden Hair (cover di Syd Barret). La mia conclusione in poche parole è che puoi apprezzare gli Slowdive quanto vuoi ma sarà sempre poco fino a quando non vedrai un loro live. Dopo un breve ritorno alla realtà, giusto il tempo di raggiungere il cortile del Palazzo d’Avalos, i Lali Puna accendono le loro macchine. Il duo tedesco fonde bene beat avvolgenti e un vocale delicato e malinconico. Atmosfera di sicuro impatto. All’appello sotto la voce Italia risponde la presenza di Cosmo. Che il Cosmotronic tour stia sbancando in ogni sua data, che i suoi concerti siano coinvolgenti e anche visivamente accattivanti sono dati incontestabili, ma per quanto mi riguarda non sono annoverabile tra i suoi fans e dopo gli Slowdive la mia serata va avanti sulla scia delle emozioni lasciatemi dalla band inglese. A chiudere la serata i live set di Mouse On Mars, che picchiano davvero forte con la loro techno farcita di kraurock, e quello più danzerccio dei 2manydjs che si spingono quasi fino all’alba.

DAY 2

Breve capatina in spiaggia, facce stanche e poca forza nelle bracciate, capisci subito chi la notte prima ha tirato fino a tardi. Ci si rigenera tra mare e drink analcolici e ci si proietta al pomeriggio.

Dalle 13:00 alle 18:30 live al Siren Beach. Al tramonto invece nel centro storico simpatico live dei Vanarin, progetto bergamasco dai caratteri funk e melodie pop che introducono la seconda serata del Siren. Si comincia a fare sul serio quando sul main stage arriva Colapesce, che della scena indie italiana è sicuramente un dei massimi esponenti. La setlist un po’ ridimensionata pesca soprattutto nell’ultimo album “Infedele”, il live è curato in ogni suo dettaglio sia nella scenografia che nell’abbigliamento. L’apice di questa serata e probabilmente dell’intero festival è stata secondo me l esibizione dei dEUS. Non li vedevo dal vivo dal secolo scorso e devo dire che l’energia è sempre la stessa. Tom Barman sul palco è davvero a suo agio e la qualità della band è davvero sublime sia su disco che nei live. Impatto sonoro preciso e potente. Anche la setlist è perfetta, cosa non scontata quando alle spalle hai una carriera lunghissima. Pezzi datati intervallati da pezzi più recenti ma sulle note di “Constant Now” io tocco il cielo.

Questa seconda serata è decisamente rock, più fisica, è più istintiva della precedente, dopo i dEUS tocca ai Bud Spencer Blues Explosion. Adriano Viterbini è uno dei migliori chitarristi italiani e per poco più di un’ora si scatena sul palco facendo urlare e stridere le sei corde con un energia invidiabile e virtuosismi vorticosi. Una decisa e convinta conferma per una delle band italiane più interessanti.

Ore 00:15 tutti in Piazza del Popolo. Sul palco c’è la storia. Ci sono i P.I.L. C’è soprattutto Jhonny, il marcio bad boy, giovane chierichetto dei Sex Pistols che nel ’78 è diventato uno dei sacerdoti della new wave. Ragazzi miei ho visto molti concerti ma la potenza del muro di suono creato dai P.I.L. è stato qualcosa di sconvolgente. Il basso tirava pugni forti in petto e vibravano anche le cartilagini di orecchie e naso. Impressionante. Certo Johnny celebra la sua liturgia new wave acconciato con panciotto e camicia nera ma non si scappa dalle proprie origini e il punk ritorna a ogni fine brano quando, dando le spalle al pubblico, sorseggia whisky, fa gargarismi e sputa tutto sul palco. Johnny il marcio è sempre lui anche con panciotto e occhiali da signore di mezza età. Ti chiedi come possa un uomo così e con quel curriculum essere ancora vivo, lui invece vivo lo è davvero e la sua voce è imponente, certo si lamenta del caldo italiano ma sudando all’inverosimile canta da dio. Il pubblico è impressionato, gli urla contro. Verso la fine mitragliata di energia con This Is Not A Love Song e Rise in sequenza e lì percepisci l’incombenza della storia. Anche questa seconda giornata si chiude con le danze. Ivreatronic, collettivo fondato da Cosmo di cui lui stesso fa parte, accompagna tutti fino all’alba in un clubbing all’aria aperta. Unica nota dolente è stato il forfait dei Toy, band britannica vittima dello sciopero dei voli Ryanair.

DAY 3

Finiscono tutte le cose, finisce anche questa quinta edizione del Siren Festival. La chiusura, con tradizione consolidata, è affidata al concerto della domenica nella suggestiva location della Cattedrale di San Giuseppe. La fila per l’ingresso comincia alle 12:30 e va bel oltre l’orario programmato visto il ritardo con cui si spalancano le porte della chiesa al pubblico che come pellegrini attende sotto il sole. Finalmente si entra e come nelle migliori celebrazioni religiose Nic Cester e la sua band entrano percorrendo la navata della cattedrale. “Sono felice di essere qui perché mia madre mi diceva spesso che assomigliavo a Gesù Cristo” . Esordisce cosi il buon Nic con un italiano impeccabile e parte con i brani di “Sugar Rush”, suo meraviglioso primo album da solista, datato 2017.Il concerto è intenso. Soul e blues mixati egregiamente e profilo vintage autentico.A far da contorno certo c’è anche una band di musicisti superlativi tra cui Adriano Viterbini e Sergio Carnevale dei Bluvertigo.

Finisce così, nel migliore dei modi e con un bilancio decisamente positivo anche questo 5 anno.

Si ritorna tutti a casa aspettando il prossimo luglio.

Di Antonio Cammisa