[Kaos Live Report] Nic Cester and the Milano Elettrica @Monk Club 15/02/2017

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In una fredda serata di metà febbraio, la voce avvolgente di Nic Cester (magnificamente supportato dalla Milano Elettrica) è quanto di meglio avessimo potuto sperare per riscaldare l’ambiente.


Il frontman dei Jet, band australiana che a inizio secolo si prese la scena mondiale con un rock tanto vintage nello stile quanto selvaggio nei ritmi, ha speso gli ultimi anni fra Germania e Italia alla ricerca di nuove idee e nuovi stimoli. L’obiettivo era quello di tornare a dare sfogo alla sua vena artistica dopo gli ultimi deludenti lavori con i già citati Jet. Il cantante sembra aver trovato la sua America proprio qui in Italia, paese che ha dato i natali ai suoi nonni, e al quale è quindi naturalmente (e culturalmente) legato.
La tournee per promuovere Sugar Rush, primo lavoro solista dell’artista, parte infatti proprio nella cornice del Monk Club; l’affiatamento con la Milano Elettrica, invece, è già stato comprovato dall’anno passato, quando aprendo i live italiani dei Kasabian hanno riscosso i primi pareri positivi tra gli addetti ai lavori. D’altronde la band è composta da musicisti del calibro di Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) e Sergio Carnevale (Bluvertigo), e su un tappeto musicale composito come quello della Milano Elettrica, Nic può dar libero sfogo alla sua verve canora.

Concentrandoci sui pezzi in scaletta, è evidente come l’anima soul dell’australiano abbia preso il sopravvento su quella rockeggiante d’inizio carriera. E, pur non rinnegando il mio apprezzamento giovanile verso i Jet, non posso che accogliere con favore questa evoluzione musicale: in un turbinio di emozioni, tra pezzi che sfiorano atmosfere funk col basso di Roberto Dragonetti a farla da padrone, e altri momenti più blues con Viterbini a maltrattare (in senso positivo) le corde della sua chitarra elettrica, il live funziona alla perfezione. In tutto questo, la voce magnetica, d’altri tempi di Cester, è la ciliegina sulla torta.

“Eyes On The Orizon” è una carezza che ci fa entrare nel giusto mood assieme alla splendida “Psichebello”, che esalta la pulizia dell’impeccabile Milano Elettrica. Il pubblico si lascia andare sulle note di “Strange Dreams” e della title track “Sugar Rush”, ma è l’ipnotizzante “God Knows” che esalta al massimo la bellezza della voce di Cester. La consegna di una maglietta celebrativa della data capitolina (con su scritto “Adriano Viterbini and the Roma Elettrica”) all’unico romano presente sul palco, strappa un sorriso ai presenti. Nic decide poi di abbandonarsi definitivamente alle sue più intime emozioni, dedicando alla memoria del padre, scomparso 13 anni fa, la toccante “Shine On” dei Jet: momenti da brivido, difficili da dimenticare.

In definitiva Nic Cester, qui in Italia, non può soltanto comunicare i suoi pensieri attraverso la lingua (che ha imparato in questi anni), ma ha dimostrato che può anche comunicare le sue emozioni attraverso la musica, a livelli qualitativi che prima non aveva mai raggiunto. E a noi piace così.

Di Paolo Sinacore

 

 

[Kaos Live Report] Management del Dolore Post Operatorio @MONK 16/12/2017

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Un live esplosivo quello del Management del Dolore Post Operatorio al MONK di Roma: ecco gli scatti del nostro Alessandro Campisi

 

Apertura:

– Malmö [foto 1 – 4]

Setlist:

– Il mio corpo
– La pasticca blu
– Vieni all’inferno con me
– Amore borghese
– Oggi chi sono
– Nei palazzi
– Le storie che finiscono male
– Incubo stupendo
– Norman
– Il mio giovane e libero amore
– Visto che te ne vai
– Esagerare sempre
– Irreversibile
– Naufragando
– Pornobisogno
– Auff!!
– Lasciateci divertire
Special Guest: Ivo Bucci (Voina) in “Esagerare sempre”

Foto di Alessandro Campisi

 

[Kaos Live Report] Ghemon @Monk 09/12/2017

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Nonostante il freddo glaciale, un nutrito gruppo di persone ha lasciato le proprie abitazioni per recarsi al Monk. Il motivo? La data romana di Ghemon.

Inutile girarci intorno: Mezzanotte di Ghemon è uno dei dischi italiani dell’anno. A prescindere dal genere, dai gusti, dalle aspettative, l’ultimo lavoro di Gianluca Picariello si è imposto fin da subito come un lavoro clamoroso, segno di una evoluzione e un cambiamento importante e musicalmente riuscito. E’ interessante infatti notare come di recente molti dei nomi più illustri del rap “alto” italiano abbiamo sperimentato – con pregevoli riscontri – vie diverse: Willie Peyote nell’ultimo Sindrome di Toret ha aperto il suo sound ad un gusto più pop e cantato, idem – ed in maniera ancora più accentuata – ha fatto Coez con Faccio un Casino , mentre il nostro Ghemon con Mezzanotte – seguito dell’altrettanto magnifico ORCHIdee – ha dato vita ad un disco dall’anima soul davvero pregevole che ha stregato subito critica, i fan e generato nuovi adepti.

E’ bello constatare fin da subito come il pubblico presente sia estremamente variegato: giovanissimi (in alcuni casi adolescenti) premuti sulla prima fila, circondati da altri fan di poco più grandi e adulti. Tutti pronti e trepidanti nel cantare insieme al loro beniamino i suoi brani oramai imparati a memoria. Così – appena finito il sacro rituale calcistico di Juventus-Inter – Ghemon segue di pochi istanti la sua band sul palco del gremito Monk Roma. Il calore è tanto e serve per scaldarci subito a ritmo di musica e rime. Ghemon – vocalmente ineccepibile – esegue senza fronzoli un brano dopo l’altro, creando un set avvolgente e coinvolgente, in cui viene esaltata la potenza e l’impatto delle sue canzoni, merito anche dei musicisti impeccabili che lo accompagnano.

Non c’è brano che non venga accolto da boati e applausi. Ghemon, in tenuta sportiva, si muove canta, spesso coinvolgendo nelle sue strofe la splendida voce femminile al suo fianco. Arrivano tutti i brani più attesi e senza neanche rendercene conto, si arriva ai bis e alla conclusione di un live bellissimo che conferma – qualora ce ne fosse ancora bisogno – il nome di Ghemon con uno dei più importanti e talentuosi nel contesto del mondo rap. E non solo… Detto ciò: unico modo per rivivere questa fantastica serata di musica live? Scorrendo le nostre foto!

Testo: Michael Previtera

Foto. Alessio Belli

 

[Kaos Live Report] Giancane @Monk 07/12/2017

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Al Monk sono le 11:00 quando tutto inizia ad essere avvolto da un’atmosfera anni ’80 che prepara l’entrata di Giancane, accolto da nuvole di sfumature di viola e dal calore del pubblico…

Il locale è sold out. Con “2 volte 6”, una delle sue poche canzoni romantiche (se non l’unica) dedicata alla Peroni, apre il concerto e la presentazione del nuovo album “Ansia e  Disagio”, uscito per Woodworm Label  il 24 Novembre. Segue un classico, ovvero “Ciao, sono Giancane”. Sale sul palco Alessandro Martinelli, fisarmonicista de Il Muro del Canto, intento ad accompagnare  “Hogan blue”. L’entusiasmo è alle stelle e il locale sembra inadatto per contenerlo tutto. Arrivano momenti di respiro; il cantautore interagisce ironicamente con il pubblico e poi lo fa ancora ballare con i pezzi ‘’Una vita di merda” e ” Una Vita al top”’. On stage arriva anche Michele Amoroso e con il dissacrante brano “Limone ” e il concerto raggiunge il top.

Il live continua con pezzi tratti da Ansia e Disagio, tra i quali la cover dell’ “Amour Tojours”, a conferma di quanto dice Giancane stesso in una intervista rilasciata a G. Zanichelli per Repubblica del 6 dicembre 2017 “…. noi durante il live facciamo un momento che si chiama Momento Lucchesi, come il cognome del nostro chitarrista. Facciamo scegliere tramite l’applausometro cinque o sei pezzi di grande musica italiana, così per cazzeggiare un po’. E, dalla Sicilia alla Valle D’Aosta, vince sempre Gigi D’Agostino, sempre, in ogni data. Quindi ormai è entrata in scaletta, è due anni che la suoniamo, era giusto metterla su disco definitivamente…”

Seguono altri ospiti tra i quali Lucio Leoni con il quale si da vita all’ironico brano “Adotta un fascista” e il rapper Rancore per il brano ‘’Ipocondria’. Con quest’ultimo i due artisti ripercorrono storie di curiosi e inspiegabili stati d’animo. Per il rapper ci sarà spazio anche un pezzo da solista. Il finale è qualcosa di magico: rendendo tangibili sensazioni e pensieri intrusivi, Giancane spinge i presenti nuovamente a ballare sulle note del bis del brano “Ipocondria”. Conclusione all’insegna dell’affettività sincera con fiumi di saluti, ringraziamenti e gioia condivisa per la magnifica avventura vissuta.

Testo: Rocco Foggia

Foto: Dario Argenziano

 

[Kaos Live Report] Diodato @Angelo Mai 02/12/2017

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Il nostro Dario Argenziano di Indie/panchine è andato a vedere il bellissimo – e affollatissimo –  unplugged di Diodato all’Angelo Mai: ecco i suoi scatti!  

 

[Kaos Live Report] Bastard Sons Of Dioniso @Largo Venue 02/12/2017

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Dal Trentino Alto Adige a Roma, passando per la Cambogia: il viaggio dei The Bastard Sons of Dioniso

All’urlo “Rock’n’roll”, alle ore 22:55 di sabato 2 dicembre, i Super Dog Party hanno aperto le danze per quella che si rivelerà essere davvero una gran serata a ritmo di sano e puro rock.
La band romana scalda a dovere l’atmosfera susseguendosi con un brano dietro l’altro e alle 23.30 circa lascia spazio ai veri protagonisti della serata, i The Bastard Sons of Dioniso.

Il power trio non perde molto tempo e va dritto al dunque, senza troppi convenevoli né fronzoli esplodendo sul palco con Non farsi domande, Ti sei fatto un’idea di me e Io odio Milano.
Del resto, chi in questi anni ha seguito la loro carriera musicale sa che il gruppo è sempre stato di poche parole, che ha sempre lasciato parlare la musica al loro posto. E i fan sanno anche benissimo che i Bastard non amano perdere troppo tempo, tant’è che la serata a Largo Venue è la seconda tappa del Cambogia Live Tour 2017 partito il giorno prima per il rilascio del singolo omonimo.

I Bastard Sons Of Dioniso ospiti di Alt! il giorno seguente al live

Michele (chitarra e voce), Jacopo (basso e voce) e Federico (batteria, chitarra e voce), dopo anni di esperienze musicali separate, decidono di unire le forze e formare i The Bastard Sons of Dioniso nel lontano 2003. Da allora, passando anche per la partecipazione ad un famoso talent show, non si sono mai fermati tanto da avere ben sei dischi all’attivo (oltre all’ultima fatica musicale) e la bellezza di circa 600 live in lungo e in largo per l’Italia.

Tutta la loro padronanza del palco e la loro affinità musicale si può assaporare in 90 minuti di concerto che sono un susseguirsi di brani sia in elettrico come Sei solo tu e Denti che in acustico come Sulla cresta dell’ombra e l’omaggio a Tenacious D con Jesus Ranch + History, brani in inglese (Nothing to talk about) e brani in italiano (La seconda Neve, Bestia tra il bestiame, Rumore Nero) e anche nell’alternanza tra i brani del nuovo album come Coast to Coast, Lasciamo stare i convenevoli, Venti Tornanti, il Falegname e gli indimenticabili e immancabili grandi successi come L’amor Carnale e Io non compro più speranza.

Tra un brano e l’altro c’è stato anche spazio per momenti in cui la band ha interagito col pubblico creando dei siparietti divertenti come la “dedica” prima di cantare Fuck her Gently (altra cover di Tenacious D). Ciliegina sulla torta, il concerto si è concluso con Cambogia, Typical Pinè Night e Benvenuti nel mio modo.

E’ stata davvero una serata incredibile, Cambogia è davvero un album incredibile ed è inutile aggiungere che anche i The Bastard Sons of Dioniso sono una band incredibile, una delle poche rimaste in Italia che continua a comporre e suonare la musica che gli piace (senza mai tradire le aspettative dei fan) senza lasciarsi corrompere da quello che è il mercato musicale e le tendenze del momento.

Linh Vu Thuy

 

[Kaos Live Report] The Rumjacks @Traffic Live 02/12/2017

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Rumjacks + Dalton = Mentalità”

Entro quando gli Airin stanno terminando la loro esibizione e troviamo il locale pieno: musica irlandese nell’aria, delle leggiadre ragazze in veste rossa danzano nella sala del locale, circondate da un pubblico variegato: punk, skinhead in bretelle e capelloni in gilet e toppe. Questa è vera“Mentalità” signori.

Le danzatrici della scuola di danza ROIS lasciano il pit e i Dalton si piazzano sul palco: la band punk romana ormai gode di un nutrito pubblico e sono certamente il principale vessillo della scena skinhead della capitale.

“Niente paura” getta la svolta “Punk Oi!” della serata e noto con piacere che non sono l’unico che dal pubblico ripete i cori assieme a tutto il gruppo: un inizio davvero caloroso. Gianlorenzo, con la sua maglietta a righe bianche e rosse spicca tra tutta la folla, è un frontman che coinvolge e dà empatia. I testi ti arrivano dritti al cuore. Procedono intervallando i pezzi del nuovo album “Deimalati”, come “La dose fa il veleno” e “La vigna della morte” a vecchi classici come “Caffè” e “Sì che si può”, il pubblico canta, balla sulle linee rock ‘n roll del basso e poga animatamente.

L’intenzione è quella di concludere con “Bambini”, che scatena il panico nel pit: Gianlorenzo salta dal palco e si concede un breve (ma intenso) crowdsurfing continuando a cantare nel microfono, mentre impazza il finale della canzone. Non del tutto contenti ci deliziano con “Gaia”, un bis di puro punk ‘n roll e abbandonano il palco senza lasciare scontento nessuno. La scuola Rois procede con l’ultimo intermezzo di danza, che fa da apertura agli headliner della serata. Ho bisogno di riposo e di un amaro per recuperare un po’ la voce.

The Rumjacks attesissimi, toccano subito le corde della platea che ha solo voglia di trasudare molecole di alcol pogando e ballando. La band di Sidney è esperta nel tenere un palco e non si concedono break, perché l’eccitazione non deve fermarsi. Un punk sempre ballabile sulle note del bouzuki e del tin whistle: la musica celtica, in ogni sua forma, crea fraternità, gioia e condivisione. Il numero di ubriachi è ingente, quindi non ci sentiamo affatto soli: alcuni credono di essere a Montelago e iniziano a urlare: “Valerio!”

Ci godiamo capolavori come “Patron Saint O’Thieves” e pezzi famosi su larga scala come “Uncle Tommy”. Frankie e Johnny (rispettivamente cantante e bassista) cercano sempre il contatto con i nostri animi e si esprimono con i pochi termini italiani che conoscono per ringraziare la folla, con il grezzissimo accento australiano. Il pogo è pieno di uomini senza maglia, sudati fradici e diventa impossibile non scivolare da un lato all’altro della sala. Anche i muri sudano visibilmente.

Gli stage diving partono di continuo, ma il pubblico variegato ne fa fallire numerosi: la parte skinhead si è diluita e molte persone cadono inesorabilmente o non riescono nemmeno ad essere lanciate. I più fortunati salgono sul palco e si prendono anche troppa confidenza col gruppo. La serata continua con un dj-set, ma siamo presi a trovare una soluzione per affrontare il freddo zuppi di sudore e pregni d’alcol. Sopravviveremo, forse.

Testo: Andrea Remoli

 

[Kaos Live Report] Galeffi @MONK Roma 30/11/2017

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Concerto di presentazione e primo sold out al Monk Roma per Galeffi e il suo Scudetto.

A scaldare il numeroso pubblico ci pensano gli AM-OK, duo composto da Chiara Gianesini e Federico Pellegrini, i quali – pur essendo ancora in fase di lavorazione per l’album – ottengono un ottimo riscontro del pubblico, preparandolo come si deve per la serata.

Finita la loro esibizione parte il singolo che ha portato la fama a Galeffi, ovvero “Occhiaie”, con il pubblico pronto fin da subito a cantarla. Sul palco insieme a lui la sua band, con la quale dimostra di avere grande armonia ed empatia: Luigi Winkler alla chitarra, i synth e le sequenze sono nelle mani di Marco Proietti, alla batteria Andrea Palmieri ed infine al basso Walter Pandolfi. Sul volto del giovane si legge chiaramente l’intensità degli impegni che l’hanno tenuto impegnato nelle scorse settimane prima della serata ufficiale, dalle varie interviste fino alla presentazione del secondo singolo “Polistirolo” presentato al Marmo domenica scorsa durante la serata di “Spaghetti Unplugged”. Prosegue il concerto con un il “vecchio” singolo “Camilla”, uscito nell’estate del 2016, e forse il primo pezzo che ha portato il nome di Galeffi a farsi conoscere (soprattutto tra le ragazze). Segue “Puzzle” e poi il primo ospite: Gazzelle. Cocktail alla mano, il cantante sale sul palco facendo partire il duetto di “Pensione” , ricordando al pubblico il suo concerto di marzo all’Atlantico con un: ” Arrivederci a Marzo”.

Non finiscono certo le sorprese, infatti, il secondo ospite è Roberto Angelini , insieme al quale il nostro timido artista canta “Pedalò”. Qualche minuto di pausa e le luci si riaccendono con una cover di “Pop Porno” de Il Genio e una rivisitazione di “The House of the Rising Sun” degli Animals .  A  concludere lo show il bis di “Occhiaie” in acustico accompagnato dalla chitarra del fratello, Livata, prima di scendere dal palco tra i canti e applausi della folla che già lo ama. La voce e lo stile di Galeffi sono qualcosa di originale nel panorama italiano e ha dimostrato piene capacità di sapersi distinguere. Un grande esordio, per un grande live. Alla prossima.

Foto: Dario Argenziano

Report: Rocco Foggia

 

[Kaos Live Report] Selton live @MONK Roma 01/12/2017

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Altra serata al Monk Roma, altro sold out: la nostra Francesca Romana Abbonato ci racconta con le sue foto la bellissima festa di ieri sera… il concerto dei Selton!

Foto di Francesca Romana Abbonato

 

[Kaos Live Report] Ex Otago @MONK Roma 25/11/2017

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Volete sapere come è andato uno dei concerti più attesi della stagione? Bene: ecco le foto di Francesca Romana Abbonato a raccontarvi del clamoroso live degli Ex Otago al Monk Roma. Buona visione!

 

Setlist:

1)Cinghiali incazzati

2) Non molto lontano

3) Amico bianco

4) Stai tranquillo

5) La nostra pelle

6) Foglie al vento (con Margherita Vicario)

7) Indiano

8) Coraggio

9) Figli degli hamburger

10) Ritmo

11) Costa Rica

12) Mare

13) Quando sono con te

14) Gli occhi della luna

15) I giovani d’oggi

 

[Kaos Live Report] UFOMAMMUT @TRAFFIC 25/11/2017

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Il Traffic, ormai si sa, è il baluardo romano dello Stoner Doom e stavolta ospita una quaterna sul genere, ricchissima per varietà e qualità: headliner della serata gli Ufomammut, che con il nuovo album “8” stanno spopolando nelle poche, ma memorabili, date.

I Gorilla Pulp sono già sul palco al nostro arrivo. Il pubblico è già numeroso e i viterbesi del Tufo Rock risvegliano subito in me l’orgoglio della Tuscia laziale. Hanno subito un problema tecnico con il basso che li costringe a suonare un brano senza, ma fortunatamente il Rickenbacker ritorna presto e ridare il fondo fondamentale all’esibizione.Il frontman Maurice Flee gestisce in contemporanea chitarra, microfono e smanettate di pedali, senza perdere la grinta animalesca per dominare il palco.

Il loro Stoner ha radici nei sound anni ’70, che nel nuovissimo lavoro “Heavy Lips” sono più evidenti che mai, nonché nell’hard rock, del cui panorama fanno numerose citazioni. Il palco viene ceduto agli Othei, Stoner Rock romano con diramazioni rock alternativo. Il basso fa da comanda per tutta l’esibizione, tiene letteralmente in mano tutto, mentre chitarra e voci aleggiano come vapore sul palcoscenico. Urla riverberate, quasi New Metal, esplodono sui riff più heavy. Il batterista è totalmente sul pezzo, si rimane ipnotizzati dai suoi battere catatonici sul ride.

Un trio da tenere assolutamente sott’occhio.

Al Traffic si “Stoneggia” all’interno, sottopalco, e fuori per vie classiche. L’aria è così profumata da risultare verde alla vista. E attenzione, che certe componenti sono FONDAMENTALI: danno il giusto tono all’ambiente. Un ambiente che si carica di frequenze incredibili con gli Otus. Un’esibizione che ruota intorno ai Mantra che fanno spesso da sottofondo, con l’imposizione di uno Stoner che strizza cento occhi al Doom e al Post Metal. Una formazione di 5 componenti, non comunissima da vedere nel genere, giustificata dall’evidente volontà di mantenere una ritmica e lasciare più spazio di manovra al basso e alla chitarra solista, mentre il cantante è libero di concentrarsi sul growl e la gestione degli effetti.

L’ora è prossima alla mezzanotte e il pubblico intasa la sala, quando iniziano gli attesissimi headliner. Gli Ufomammut sono un trio piemontese, che unisce lo stoner doom alla psichedelìa, attivo da ormai quasi 20 anni e, cari signori e care signore, loro sono IL SUONO. Una strumentazione da far paurosamente invidia è sicuramente uno degli ingredienti per ottenere certi risultati, ma quando te li ritrovi così, immensi, sul palco, capisci che c’è dell’altro. L’esordio di “8” è equivalente alla sua presentazione live, che ne ricalca la scaletta, a partire da Babel, che spezza subito la concezione di onda sonora. Segue Warsheep, con le sue voci disumane e consunte dai gain altissimi e Zodiac che impera con i suoi accordi sintetizzati. Lunghi momenti di viaggi onirici, che ritornano su riff pesantissimi. La resa sonora è magnifica e si percepiscono così nitidi i toni bassi che stento a credere. Con Fatum ci si smarrisce nello spazio profondo e si rientra in contatto con la materia dura al tatto solo con le seguenti Prismaze e Core, in cui si avvertono nitidamente forme di vita aliena, tra un lambda e l’altro. I volumi sono altissimi, ma persi in questo viaggio cosmico, risulta essere il normale ordine naturale. Il Fuzz sembra una lingua comune che ordina al pit di vorticare violentemente.

Wombdemonium fa da intro a Psyrcle, che conclude l’esibizione. Negli occhi degli Ufomammut si scorge un’enorme gratificazione, perché tutto è stato perfetto e il pubblico ha assorbito tutto l’umanamente possibile. Il viaggio continua, nella vita reale, con l’ascolto eterno di questo disco.

di Andrea Remoli

 

[Kaos Live Report] Ulver@Quirinetta 23/11/2017

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“Gli Ulver sono dei demoni onniscienti, oppure sono degli inguaribili studiosi, attenti a qualsiasi particolare”.


Questo mi sono detto entrando al Quirinetta, nel cuore del rione Monti, tra le immense architetture e il marmo lucido.
Dal gruppo norvegese più mutevole della storia della musica ci si aspetta di tutto, ma addirittura una coerenza così ponderata, nella scelta della location è incredibile.
Perché qui non parliamo di un concerto qualsiasi nell’ex teatro dietro Fontana di Trevi, ma di “Assassination of Julius Caesar” che corona il suo concept in una cornice su misura.

Della serie: “Labirinto della Masone levati, che Roma ha il Ratto di Proserpina!”

Ad aprire le danze è Stian Westerhus, chitarrista sperimentatore che affianca il tour degli Ulver come opener solista, nonché nel loro stesso spettacolo. Definirlo “chitarrista” è un eufemismo: lo strumento che imbraccia è una mera sinapsi che materializza il suo genio in suoni distorti, riverberati fino allo sfinimento. Un crogiolo in cui fondono influenze come King Crimson, Beatles, Hendrix e Goblin, con rimandi classici.
Quello che ne esce è una “free form” che alterna un acido noise ad una voce limpida e a dei tetri accordi suonati con l’archetto.
La presentazione del suo ultimo lavoro “Amputation” accompagna l’ingresso dei lupi norvegesi e diviene un intro perfetto per Nemoralia.

L’atmosfera acquista improvvisamente calore, complici i giochi di luci laser che perforano i fumi delle macchine e le retine dei presenti. Gli effetti visivi completano quei rimandi musicali degli anni ’80. La opening track del disco fornisce il primo metro di valutazione su quello che sarà il concerto: in primis Kristoffer Rygg, il frontman e unico fondatore rimasto del gruppo, che non eccelle per intonazione.
Un punto a sfavore? Direi più un contributo a rendere umana un’esibizione fedelissima alle registrazioni.

Segue Southern Gothic, un brano che non avrei mai immaginato di poter sentire collegato a Nemoralia. Ci si ricrede. 1969 fa sicuramente scattare qualche pomiciata tra il pubblico, ma sono rapito dai pentacoli sparati dai laser, non posso testimoniarlo con certezza. I microsilenzi dei bordoni mozzano il fiato.

L’apice del concerto si raggiunge quando “Garm” Rygg concede due parole alla presentazione di So Falls the World: ovviamente riguardo il fatto di suonare questa canzone proprio a Roma. Che questo fosse, già da prima, il mio pezzo preferito non lo nego, ma qui siamo davanti a momenti altissimi di esibizione, i norvegesi mettono tutta l’anima in questo pezzo magnifico. Le proiezioni laser manifestano ogni riferimento voluto al classicismo, che è il cardine di “Assassination”.

Si ritorna a un mood più ballabile sulle percussioni di Rolling Stone, si sostituiscono ovviamente le voci femminili, con un’interpretazione inaspettatamente cupa e vari arricchimenti sul finale. Ecco che inaugurano l’EP appena partorito, con Echo Chamber (Room of Tears). Anche i giochi di luce cambiano e cedono alle sole forme poliedriche, che sono il marchio di “Sic Transit Gloria Mundi”.
Tornano i synth anni ’80, con la doppietta Transverberation /Angelus Novus e rimpallano ancora con un’altra esclusiva Bring Out Your Dead.
La conclusione sembra decisiva dalle prime note di Coming Home, un pezzo prepotentemente dark, nato per essere un outro. La pacatezza con cui lasciano il palco fa sperare in un encore, che puntualmente si manifesta con la cover del gruppo Synth Pop Frankie Goes to Hollywood (estratta dall’ultimissimo lavoro): The Power of Love.

Il messaggio dei lupi è chiarissimo: “Il concerto è finito, annate a scopà!” Stavolta testimonio: le pomiciate in sala ci sono scappate e sicuramente qualcuno ha seguito anche il consiglio.

Testo: Andrea Remoli

Foto: Alessio Belli

 

[Kaos Live Report] Unmask @Teatro Lo Spazio – 18/11/2017

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Sabato 18 novembre abbiamo seguito in diretta gli Unmask, band post-progressive romana, al Teatro Lo Spazio, per la presentazione del loro nuovo album One Day Closer.

Tra i vari inediti la band si è esibita con Memento, un brano dal sound imprevedibile e con Flowing, primo singolo estratto da One Day Closer, in cui i protagonisti assumono un nuovo significato in una relazione causa-effetto e che si differenzia totalmente per intenti e sonorità da Memento.

L’esibizione è stato resa ancora più di impatto grazie alla presenza dei Killing A Cloud, band post rock e dalla collaborazione con la loro violoncellista Ludovica, che ha seguito gli Unmask nell’esecuzione di due dei loro brani, Voice of Hush e Maybe Tomorrow.

Lo spettacolo è qui descritto e riportato nelle nostre foto.

Laura Aurizzi

 

[Kaos Live Report] Chrysta Bell @Lucerna Music Bar, PRAGA, 21/11/2017

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“She is Chrysta Bell, and she has the voice of a songbird”.

Poche parole del maestro David Lynch sarebbero abbastanza per descrivere tutto. Molti fan del regista l’avranno probabilmente conosciuta grazie alla terza stagione di Twin Peaks, in cui ci ha deliziato interpretando l’agente Tamara Preston, sempre ed immancabilmente al fianco del caro Gordon Cole. Tanti altri appassionati l’avevano sicuramente già ammirata per le sue doti canore.

La “musa” di Lynch ha lavorato a stretto contatto con lui per lunghissimi anni, da quelli iniziali più travagliati a quelli del successo vero e proprio. Nel 2017 Chrysta si è lanciata in una nuova fase della sua carriera, salutando Lynch per abbracciare John Parish, storico produttore di PJ Harvey, per la pubblicazione dell’album We Dissolve.

Il lungo tour per pubblicizzare la sua ultima fatica discografica (che passerà a breve anche per l’Italia) si è fermato in tutta Europa, ed il 21 novembre è toccato a Praga. Il Lucerna Music Bar si chiude attorno ad un palco piuttosto minimalista, in una sala già gremita con largo anticipo, che sembra quasi pronto per abbracciare l’artista al momento della sua entrata in scena.

Quando l’attesa finisce, si susseguono le sensazioni più disparate. L’immagine di uno scuro sipario sul maxi-schermo scompare, le “interferenze” si fanno più frequenti, il buio cala sulla sala. La band è pronta, Chrysta Bell sale sul palco. Con passo lento e sensuale, senza dire niente, fermandosi al centro del palco e dando le spalle al pubblico. Lynch si palesa sullo schermo per presentarci la sua musa, quella splendida donna di spalle che “canta come un usignolo”.

Chrysta Bell sul palco è molto più di una cantante. In ogni sua movenza c’è una carica di sensualità impossibile da ignorare, in ogni nota c’è tutta l’intensità di un’artista che non si limita a portare la sua voce sul palco. Le sue interpretazioni sono passionali, ricche di sofferenza quando necessario, e talmente profonde che la stessa cantante dopo i primi minuti si lascia andare ad un ‘fuck’ sussurrato dal microfono mentre riprende fiato. Dopo alcuni suoi successi come “Friday Night Fly”, alcune novità come la bellissima “Undertow” o la provocante interpretazione di “Devil Inside Me”, Chrysta si lascia la fatica alle spalle per abbracciare il consenso del pubblico. I lunghissimi applausi dopo ogni singolo sono impossibili da ignorare anche per la cantante statunitense, che accenna dei sorrisi quasi impacciati, come non si aspettasse di ricevere una simile risposta, e ringrazia timidamente la folla presente.

Poi, come se fosse necessario, ricambia tutto l’affetto del pubblico emozionando tutti i presenti con “Polish Poem”. Chitarra e basso si defilano gentilmente per lasciarle tutto lo spazio e la luce del palco. Ma in quei cinque minuti Chrysta Bell brilla di luce propria, e ci regala qualcosa difficilmente descrivibile a parole. E sarebbe ingiusto dilungarsi oltre cercando inutilmente di spiegare le sensazioni vissute durante quell’interpretazione.

La misura del tempo si perde terribilmente, Chrysta incanta tutto il pubblico e la serata si conclude fin troppo velocemente per i desideri degli spettatori presenti. L’ultimo applauso è infinito, arriva diretto fino alla cantante che si lascia andare ad un’emozionatissima ed inaspettata risata, ringraziando tutti con la stessa innocenza di una bambina che scarta il suo regalo preferito sotto l’albero di Natale. Per fortuna c’è sempre il tempo per un bis, in cui la cantante da fondo a tutta la sua energia per toccare note ancora più sorprendenti rispetto al resto del concerto. Per il grande finale si rivolge al pubblico con la famosa cover del successo di Nick Cave, “Do You Love Me?”.

Se è una domanda, la risposta è assolutamente si, Chrysta.

Testo: Mirko Braia

 

[Kaos Live Report] Zu @Monk Club 21/11/2017

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Negli ultimi mesi/anni più di una volta mi è stato caldamente consigliato di vivere l’esperienza di un live degli Zu, e a posteriori non posso che rammaricarmi di aver aspettato tutto questo tempo.

La band romana, che prende il nome dall’album Die Tür ist Zu degli Swans, tra le tante analogie con la band di Michael Gira ne ha una che mi incuriosisce immediatamente: i tappi per le orecchie. Sì, perchè anche stavolta (come in occasione di un concerto degli Swans), mi viene suggerito di premunirmi dei suddetti tappi, soprattutto nel caso avessi avuto intenzione (come poi effettivamente sarà) di godermi lo spettacolo da pochi passi.

E dire che la serata inizia con tutt’altro mood, condizionata dalla rilassante e sorprendente esibizione di ØKAPI (al secolo Filippo Paolini), la cui musica si mescola alla perfezione con le immagini preparate da Simone Memè che passano sul proiettore. Una sorta di documentario naturalistico prende vita tra suoni spiazzanti che riprendono versi di uccelli e voli di stormi, il tutto basato sulle sperimentazioni di Olivier Messiaen (da cui il titolo dell’album Pardonne-moi, Olivier!), compositore francese e ornitologo di metà XX secolo.

A fare da contraltare all’esibizione del duo ci pensa Luca Mai, che si presenta sul palco con tutta la potenza del suo sax baritono. Per restare sul tema naturalistico intrapreso da ØKAPI, l’introduzione di “Obsidian”, una delle tante perle di Carboniferous (2009), potrebbe essere paragonata ai passi pesanti e prepotenti di un elefante. Un approccio che coinvolge subito il pubblico subito immerso nelle trame musicali insolite di questo inusuale trio. Infatti, oltre al già citato Mai, troviamo Massimo Pupillo al basso (altro membro originale della band), e Tomas Järmyr, batterista norvegese in forza agli Zu dal 2015. I tre funamboli sembrano spesso andare ognuno per conto proprio, per poi ritrovarsi nei momenti di massima esaltazione che la loro musica elargisce senza soluzione di continuità. La batteria di Jarmyr è lo splendido metronomo su cui si sfogano i deliri di Mai e Pupillo, che scovano note sempre più basse e profonde per poi esplodere in assoli trascinanti.

Momenti di apparente quiete (come l’inizio di The Unseen War”) sono solo il preludio di cavalcate prepotenti che ci entrano nelle ossa e ci investono nella loro cupa bellezza. Beata Viscera” è un altro pezzo che ti toglie il fiato, tra i cambi di ritmo e le evoluzioni di tutti gli strumenti, che diventano a turno protagonisti. Il concerto si sviluppa soprattutto sui pezzi di Carboniferous (oltre a qualche traccia di Cortar Todo), e si conclude con la magnifica doppietta “Chtonian” – “Ostia”, quando Pupillo si lascia definitivamente andare mordendo in senso letterale (oltre che in senso figurato) le corde del suo basso.

Gli Zu ci salutano dopo un’ora intensa fatta di pochissime pause e di continui saliscendi; un tappeto musicale poco omogeneo, frastagliato, che proprio per questo regala emozioni forti e non stanca mai.

Testo: Paolo SInacore

Foto: Alessio Belli

 

[Kaos Live Report] Father John Misty @Fabrique Milano 16/11/2017

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Giovedì scorso siamo andati a Milano per un evento molto importante: il live di  Father John Misty al Fabrique. Un concerto incredibile raccontato dagli scatti e le parole del nostro Alessio Belli.

Cosa rende Father John Misty il mio artista preferito? Tanti motivi, così preferisco iniziare dalla prima volta che l’ho ascoltato. Tre ottobre 2014, al Late Show di Dave Letterman il Nostro esegue questo brano ed è subito colpo di fulmine. Di seguito l’ascolto del magnifico I Love You, Honeybear e del precedente lavoro, l’esordio Fear Fun. Che personaggio Josh Tillman: lascia la “sicura” batteria dei Fleet Foxes – passati al Fabrique qualche giorno prima della sua data – e dopo alcuni ardui e minimali lavori da solista, plasma l’alter-ego barbuto e sempre capellone Father John Misty: un profeta-sciamano d’amore, libertà, pace e indipendenza. Fa molto hippy, ma c’è molto altro e parecchia sostanza artistica. Un talento cristallino, canzoni superbe, una voce davvero difficile da descrivere, un’indole fuori dagli schemi, acuta, ironica e spietata.

Reputo Pure Comedy –  terza e ultima fatica discografica – il suo capolavoro e uno dei dischi più importanti del 2017. Con passione e attenzione, cinismo e dolcezza, Tillman analizza i drammi dell’uomo contemporaneo (quindi anche i suoi) in un contesto fatto di Trump, social e smarrimento. Ed è proprio il brano che da il titolo all’album ad aprire la serata live al Fabrique di Milano. Prima del musicista di Rockville, sul palco si è esibita Nathalie Mering alias Weyes Blood: angelo americano sempre vicino al synth, la cui voce arriva impetuosa, misto di emotività e forza, direttamente nel petto. L’ultimo album Front Row Seat To Earth la conferma come una delle voce più preziose dell’indie-folk e anche dal vivo la resa della musica è notevole. Dopo i primi brani, confessa ai presenti che l’Italia è il suo paese preferito e io le ho creduto ciecamente fin da subito. Un opening magnifico, di cui non possiamo non citare l’esecuzione di una delle canzone più belle degli ultimi anni (a mio umile e modesto avviso):

Ecco poi apparire dal fumo e il buio Father John Misty. Dopo l’errore di rasatura condiviso sui social (cosa molto rara che il Nostro si confidi tramite questi mezzi), la barba gli è già ricresciuta e con lento incedere e mani nell’abituale cappotto lungo si avvicina al microfono. Il Fabrique è pieno eppure ora regna il massimo silenzio: si percepiscono soltanto gli otturatori delle macchinette di noi fotografi sotto palco. Si sentono così forte che Misty ci riprende, invitandoci a scattare più piano durante l’esecuzione del brano. La più bella cazziata della mia vita. La band è impeccabile ed il brano è l’esecuzione ideale per scaldare l’atmosfera. Il cantante prende subito la chitarra acustica in mano ed esegue Total Entertainer Forever. Tutti cantano gli ormai celebri versi iniziali (e di seguito, ovviamente, tutto il brano):

Bedding Taylor Swift
Every night inside the Oculus Rift

Grandi applausi e urla, mentre si prosegue con i brani di Pure Comedy. Tillman è molto concentrato: me lo aspettavo più istrione e tendente ai sermoni, invece è molto concentrato sui brani, accompagnati dalla consueta gestualità attoriale. Concentrato, ma rilassato. Dalle prime file urlano: “How are you?”  e lui risponde :”Good, thanks!” Sarà così per tutta la prima parte del live, sciogliendosi poco a poco, arrivando a ballare sulle note di “True Affection” con tanto di synth arroganti e luci viola che più Anni ’80 non si può. Simpatico aneddoto, a conferma del mood della serata: la canzone viene eseguita su richiesta. Dal pubblico urlano il titolo del brano e Father John Misty acconsente sul momento, posando la chitarra e dando il la all’esecuzione estemporanea del brano. Estasi generale.

Intanto si va a tessere una scaletta composta dai grandi classici degli album precedenti, intervallati, adesso si, da simpatici intermezzi. Tillman racconto quanto abbia amato la  vacanza italiana a Sorrento con la moglie e di come il suo outfit della serata sia fin troppo “sciallo” (perdonate l’uso della parola tratta dal dialetto romanesco, ma rende bene l’idea), quasi più adatto ad un pigiama party! Ma il cuore del concerto non è qui: è nella sua voce, nell’intensità con cui si concede ad ogni verso, nel modo in cui afferra il microfono e accompagnato solo da pianoforte e faro bianco canta Bored in USA, in uno dei momenti più alti della serata. Eppure il meglio devo ancora arrivare: la doppietta tratta da Fear Fun I’m Writing a Novel Hollywood Forever Cemetery Sings e l’amatissima I Love You, Honeybear ci consegnano un Misty scatenato e trascinante abbracciato da una band irrefrenabile e una folla al settimo cielo.

La pausa prima dei bis è breve – grazie ai calorosi cori di apprezzamento – e appena torna sul palco, Father John Misty non solo esegue la canzone più intensa, complessa e superba di Pure Comedy, ovvero So I’m Growing Old on Magic Mountain, ma regala anche quello che reputo a tutt’oggi il brano che meglio “qualifica” l’artista americano come una delle realtà più preziose in circolazione: Holy Shit. La degna conclusione di un concerto a dir poco indimenticabile. Capito perché è il mio preferito?

Foto e Testo di Alessio Belli

Setlist: 

Pure Comedy
Total Entertainment Forever
Things It Would Have Been Helpful to Know Before the Revolution

Ballad of the Dying Man

Nancy From Now On

Chateau Lobby #4 (in C for Two Virgins)

Strange Encounter

 Only Son of the Ladiesman

When the God of Love Returns There’ll Be Hell to Pay

A Bigger Paper Bag

When You’re Smiling and Astride Me

This is Sally Hatchet

The Night Josh Tillman Came to Our Apt.

Bored in the USA

True Affection (by request)

I’m Writing a Novel

Hollywood Forever Cemetery Sings

I Love You, Honeybear

Encore:

Real Love Baby

So I’m Growing Old on Magic Mountain

Holy Shit

The Ideal Husband
 

[Kaos Live Report] Arto Lindsay @MONK Roma 15/11/2017

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Un chitarrista leggendario è passato al MONK Roma: Arto Lindsay! Ecco le foto imperdibile del nostro Marco Loretucci.

Rome Psych Fest ci ha regalato una gustosa anteprima… l’incredibile performance di Mr. Arto Lindsay. Il chitarrista ha recentemente pubblicato il suo ultimo album di inediti battezzato Cuidado Madame: un ottimo pretesto per riammirare dal vivo il talento dello storico musicista!

 

[Kaos Live Report] Zola Jesus @MONK Roma 14/11/2017

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È martedì sera, fa molto freddo, la settimana è piena di concerti ed eventi, e al Monk c’è una tale Nicole Hummel (o Nika Roza Danilova) che suona, completamente sola senza opening, dalle 22.00.

Il Monk è insolitamente poco popoloso, ma non ci aspettavamo un’affluenza esagerata per questa artista, sappiamo bene che non è per tutti la sua musica, anzi.

Alle 22.15, inaspettato, sale sul palco un giovanotto con una maglia attillata nera, scalzo, pensiamo sia un tecnico che controlla i microfoni, invece si presenta come Devon Marsh (il nome, mezzo sbiascicato, lo abbiamo chiesto all’ingresso) dice che canterà qualche canzone, timidamente come se fosse la prima volta, e mette su 5 o 6 basi dal suo portatile.

Ha una voce molto potente e colorata, con la mano destra solfeggia, ma al terzo pezzo si sente l’assenza di uno scheletro sonoro più consistente, e quindi attendiamo ai lati del palco, mentre la sala si popola piano piano. La violinista e il bassista salgono sul palco da soli, alle spalle uno sfondo nero puntinato di bianco, che dà l’idea di poter vedere da vicino il segnale assente del televisore, trasforma l’ambiente in un enorme set in bianco e nero, magari quello della famosa puntata 8 della terza stagione di Twin Peaks, dove tutto diventa come in un film dell’orrore anni ’50, ed è indicativo visto il legame di Zola Jesus con il regista David Lynch.

E proprio Zola Jesus entra sul palco strisciando per terra, con i lunghi capelli neri che le danzano sulla fronte nascondendo il viso, e le braccia color avorio che sbucano dal nero del vestito di ciniglia drappeggiata. Sembra di vedere un ragno che punti una preda ghiottissima, o una banshee, oppure ancora, per riprendere un po’ l’idea data dalla copertina dell’album, della vernice nera che scivoli su una superficie idrorepellente.

Zola Jesus è molto minuta, ma ha una potenza nella voce che è, a volte, il suo limite più grande su disco, perché appiattisce i suoni e tiene tutto fermo lungo una linea dritta che però, lascia che i pezzi rimangano un po’ freddi e distante.

Al contrario, dal vivo, diventa tutto più sfumato, i contrasti netti di bianco e nero rimangono ma solo nell’aspetto estetico superficiale. Le canzoni del nuovo album (l’artista apre con Veka e Soak) sono potenti ma vibranti di passaggi sussurrati, anche perché Zola Jesus è costretta a controllare con attenzione uno strumento che potrebbe davvero sopraffarla: basti pensare che le volte in cui si ritrova a cantare distante dal microfono, perché impegnata in salti, balli meccanici, headbanging, la sua voce si alza comunque chiara al di sopra dell’entusiasmo della folla.

Ad un momento di imbarazzo e poco coinvolgimento del pubblico, per via dell’eccessiva carica pop del brano Dangerous Days (tratto infatti dal disco peggio riuscito, Taiga), ne seguono alcuni molto significativi, sospesi, come quando l’artista, dopo aver spiegato di conoscere solo bestemmie in italiano, e averne lanciata una così, gratis, dice con semplicità che seguirà una canzone, dedicata a sua zia, che si è suicidata lo scorso anno.

Dopo svariati pezzi tratti da Okovi, Conatus e Stridulum, e abbracci al pubblico, Zola Jesus attacca con l’ultimo pezzo, Exhumed, una Cavalcata delle Valchirie di archi, tratta dall’ultimo disco, che però suona subito strana, non si sa se per colpa di un errore della violinista o dello sfarfallio delle basi registrate, ma un pizzico di delusione c’è, anche da parte dei musicisti.

Nicole, però, canta e si dimena senza curarsene. L’encore è intima e brevissima, si chiude questo concerto irreale e strisciante come una pianta rampicante, Zola Jesus con la sua pelle di marmo esce dalle cortine chiuse del palco del Monk, lo fa come se sparisse, tornando fumo, e polvere.

Report: Giorgia Melillo
Foto: Alessio Belli

 

Setlist

Veka

Soak

Dangerous Days

Hikikomori

Witness

Siphon

Clay Bodies

Wiseblood

Remains

Night

Vessel

Exhumed

Encore:

Skin

 

 

 

[Kaos Live Report] Micah P. Hinson @MONK Roma 12/11/2017

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Dopo averlo visto qualche mese fa – sempre al MONK Roma –  per il decennale di Micah P. Hinson and The Opera Circuit, Micah P. Hinson torna nella Capitale per presentare il suo ultimo bellissimo album: Micah P. Hinson Presents The Holy Strangers.

“Una moderna opera folk”: così il cantautore americano ha definito questo concept sfiorato per tanti anni e finalmente afferrato e registrato in maniera analogica. Un lavoro importante e sentito, fruibile in questo concerto nella sua totalità. Aperto dall’intenso Old Fashioned Lover Boy (aka Alessandro Panzeri) il folksinger americano ha eseguito The Holy Strangers accompagnato “solamente” dalla sua voce e fidata chitarra piena di adesivi e scritte. E così, dopo un introduzione fatta da simpatiche confessione familiari, Hinson inizia a raccontarci questa lunga vicenda  fatta di rapporti familiari, guerra, amore e morte.  Un viaggio musicale capace di ipnotizzare la gremita sala dal MONK Roma. Una serata da brividi – come avrete intuito –  raccontata dalle nostre foto!

Foto di Alessio Belli 

 

[Kaos Live Report] Public Service Broadcasting @ Monk ROMA 10/11/2017

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Pur sapendo che questo ex duo (e adesso scintillante trio) londinese è oramai un habitué dei piani alti delle classifiche inglesi, non ho certo la presunzione di immaginare un Monk Club pieno in occasione del loro concerto. Ma basta guardarsi un attimo attorno per capire che mi sbagliavo di grosso.

Evidentemente le precedenti visite capitoline (e più in generale, italiane) che i Public Service Broadcasting si sono concessi negli ultimi 4 anni, hanno creato una sostanziosa e fedele fan base di J. Willgoose Esq. e soci. E poi la musica dei PSB è un’esperienza troppo particolare da poter circoscrivere all’ascolto di un album, tanto che per manifestarsi appieno nella sua genialità ha bisogno di librarsi nella dimensione live.
Le peripezie del già citato Willgoose, affaccendato fra campionatori, tastiere, due laptop e un vasto assortimento di chitarre che immancabilmente cambia all’inizio di ogni canzone (onore all’addetto costretto a prendere e portare dal backstage strumenti a corda – fra cui un banjo – per tutto il concerto), sono accompagnate dall’esuberanza di JF Abraham, altro meraviglioso polistrumentista che si prodiga fra tastiere, basso e strumenti a fiato con facilità disarmante, unita a un approccio trascinante che lo rende per molti versi il vero frontman del gruppo. A sostegno di questa miscela esplosiva, l’incessante martellamento di Wrigglesworth alla batteria costituisce la base su cui si sviluppano i piccoli capolavori di questo gruppo sui generis.
Seguendo il filo del discorso che caratterizza il loro ultimo lavoro Every Valley, il concerto inizia con due pezzi dell’album (“The Pit “e “People Will Always Need Coal”) contenenti registrazioni di messaggi propagandistici che esaltavano il lavoro in miniera – descritto come certezza per il presente e per un lontano futuro – a metà del XX secolo nel Sud del Galles. Dopo qualche entusiasmante viaggio fra le perle di Inform – Educate – Entertain e The Race for Space (vi segnalo “Theme From PSB”, “Signal 30”, “E.V.A.” e l’attesissima “Spitfire”), il train of thought di Every Valley si conclude con l’amarezza e la rabbia di “They Gave Me a Lamp” e “All Out”, in cui si affrontano argomenti spinosi come la problematica emancipazione femminile in un mondo prettamente maschile, o come gli scioperi fra i minatori britannici che in Galles, nel 1984, degenerarono in violenti scontri con la polizia. Le atmosfere create dalle musiche dei Public Service Broadcasting e dai video che scorrono alle loro spalle mandano in estasi un pubblico sempre più coinvolto, capace sia di lasciarsi andare (come in occasione di “Go!”) che di restare in silente adorazione (ad ascoltare la catartica “The Other Side”).
Il breve encore si chiude con “Gagarin” e il solito gran finale rappresentato da “Everest”, cavallo di battaglia che si staglia nella fitta nebbia artificiale e ci avvolge nella sua morbidezza, permettendo ai Public Service Broadcasting di congedarsi con stile.
Willgoose annuncia più volte durante la serata che li rivedremo presto, e mi vien da pensare una sola cosa: spero tanto abbia ragione.

Testo di Paolo SInacore

Foto di Alessio Belli 

Setlist:

1. The Pit
2. People Will Always Need Coal
3. Theme From PSB
4. Signal 30
5. Korolev
6. E.V.A.
7. Progress
8. Go to the Road
9. Night Mail
10. Spitfire
11. They Gave Me a Lamp
12. All Out
13. The Other Side
14. Go!
15. Lit Up

Encore
16. Gagarin
17. Everest

 

[Kaos Live Report] Giorgio Poi @Monk 03/11/2017

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Varrebbe la pena di andare a vedere Giorgio Poi anche solo per sentire come iniziano i suoi concerti.

Il live dei Gastone (che ci perdiamo in pieno a causa di cena-trucco-birre-passo lento), e quello degli halfalib, un trio di tastiera e voce, sax e chitarra e batteria, anticipa l’ingresso di questo giovanotto con una felpa troppo grande e l’orecchino che manda bagliori di luce ogni qualvolta il fumo erogato da qualche bocchettone segreto si dirada un po’.

Gli halpalib ci incuriosiscono subito, perché il cantante parla con voce sommessa e nel pezzo di apertura ci canta un “riposa la testa, riposa le ossa” che veramente ci rimescola un po’ dentro. Non siamo sicuri di essere in grado di inquadrarli in un genere di riferimento, e in comunque poco ci importa, rimaniamo lì ad ascoltarli da cima a fondo, pensiamo per tutto il tempo che i loro pezzi in inglese (cioè tutti gli altri, tranne il primo) siano belli, ma meno belli del primo, la sala si popola rapidamente.

Giorgio Poi entra sempre da solo sul palco, è una specie di ometto da fiaba, però è anche uno che potrebbe essere il fratello del tuo migliore amico, attacca con Paracadute, il quinto pezzo del suo disco Fa Niente, canta solo accompagnato dalla chitarra con la voce dritta, anche se effettata, che ti racconta tutte le parole con precisione, che forse in bocca ad un altro, non avrebbero avuto significato.

Paracadute, cantata con l’accompagnamento della chitarra soltanto, è una canzone malinconica e distante, come un’eco di qualcosa che ti manca, senza che tu sappia esattamente cosa sia. Ma è quando Giorgio Poi canta “i sogni degli altri, che noia mortale” e cioè il momento in cui il batterista ed il bassista (Matteo Domenichelli e Francesco Aprili) salgono sul palco e cominciano a suonare anche loro, che tutta diventa come il mare di novembre, brumoso e confortante.

Giorgio Poi ha dei musicisti incredibili al seguito, e ne è cosciente, lo dice sempre, ogni volta che gli si fa un complimento dopo un live, e anche se non esiste più, con uno come lui, il concetto del musicista che è anche una rockstar inavvicinabile, un semidio, un mito, il pubblico lo chiama a voce altissima, improvvisa coretti, sa a memoria i nuovi singoli usciti poco fa, Semmai e Il Tuo Vestito Bianco, che poi viene anche ripetuta per l’encore.

Non è un caso che ci sia stato un riferimento al mare, poco fa, perché nella scrittura di Giorgio Poi il mare è un dato importantissimo, che ricorre quasi in ogni canzone, come la distrazione, i cinema e la difficoltà di comunicare, e allo stesso modo ritorna nella cover che viene riproposta in tutti i live, Il Mare D’Inverno, raccontata direttamente a noi come se fosse una storia che conosciamo bene, ma che ci va di riascoltare tutte le volte, soprattutto se viene fuori in modo così spontaneo e disarmante.

È così per l’altra cover, Ancora di Malgioglio, che sostituisce il pezzo de I Cani, Aurora (altra cover bellissima ce Giorgio Poi regala durante le sue date) sorprendendoci, dandoci un bel colpo di grazia.

Il concerto (ufficialmente, senza il bis), finisce con Niente Di Strano, forse il più famoso singolo, cantato a squarciagola da tutto il mare di persone che riempie la sala, Giorgio Poi ci ringrazia e brinda a noi, dice che da tempo voleva suonare al Monk perché è come casa sua, e lo crediamo bene, nel pubblico occhieggia metà della scena musicale indipendente romana, l’altra metà non la vediamo, forse, perché c’è ancora troppo fumo.

 

 

[Kaos Live Report] Fink @Quirinetta 02/11/2017

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L’amatissimo cantautore britannico ha regalato al pubblico romano un live bellissimo: ecco le foto della nostra Marta Bandino.

Fink – ovvero Fin Greenall – dopo l’annuncio del nuovo Resurgam  si conferma come uno dei musicisti  più apprezzati e seguiti nel circuito indie. Un talento messo ancora in mostra ieri sera durante il bel live al Quirinetta: godetevi i nostri scatti per riviverlo!

 

[Kaos Live Report] Willie Peyote @MONK Roma 28/10/17

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Anche nella Capitale si riscontrano sempre più casi di persone affette da questa strana malattia: si chiama Sindrome di Turet. Il colpevole? Un certo Willie Peyote…

Willie Peyote – La Base live @MONK ROMA

Inutile girarci intorno: dopo averlo ascoltato a dovere in queste settimane antecedenti il live, possiamo affermare con tranquillità – ed un minimo di prevedibilità – che  La Sindrome di Turet di Willie Peyote è uno dischi italiani dell’anno. Ispirato e spietato, cinico ma romantico, attuale ed esistenziale, il disco conferma il rapper-cantautore torinese come una delle voce più autentiche del panorama musicale italiano. Un lavoro più aperto alla melodia e molto amplio a livello strumentale, con all’interno una serie di brani capaci di imprimersi subito nei timpani e nel cuore degli ascoltatori. Ergo, non c’è da stupirsi se questo sabato il Monk Roma era gremito di persone tutte pronte a cantare ed acclamare il proprio beniamino.

Opening act della serata: La Base, interessantissima miscela esplosiva di hip hop funk e soul.

Ora, se non avete presente – mi dispiace per voi – chi sia Willie Peyote, il primo impatto vi spiazzerà, visto che siamo così abituati in Italia – tranne rare e preziose eccezioni – a quest’immagine rapper proto-gangster dalle patetiche e false ostentazioni spavaldo-criminali. Niente di più lontano da Guglielmo Bruno, il quale si presenta sul palco con giacchetta e camicia e dal modo in cui tiene il microfono appare più come un giovane scrittore che uno del giro hip-hop tutto tatuaggi e sguardi truci. Lui – fortunatamente – è diverso e usa il rap e le sue produzioni per parlare di amore, sesso, qualche bicchiere di troppo e le tante cose che non vanno nel mondo che ci circonda, senza trascurare mai la sua potentissima verve compositiva.

Il live è stato incredibile: con momenti riflessivi e altri euforici, brani dell’ultimo disco e classici cantati a squarciagola. Una festa a suon di rime e musica, pubblico euforico e già la voglia di rivedere Willie Peyote (senza cappello solo Guglielmo) dal vivo ancora una volta, il prima possibile! Nell’attesa, riviviamo il tutto con gli scatti di Alessio Belli.

 

Foto: Alessio Belli

 

[Kaos Live Report] Behind The Shadow Drops Live @MONK Roma 12/10/17

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Una magica serata al Monk Roma sulle note del progetto solista del fondatore dei leggendari MONO: ovvero Behind The Shadow Drops di  Takaakira ‘Taka’ Goto

Dal 2016 Behind The Shadow Drops è il progetto di Takaakira ‘Taka’ Goto chitarrista, compositore e fondatore dei Mono, band giapponese che non ha minimamente bisogno di introduzioni. Il 22 settembre è stato pubblicato l’album di debutto Harmonic, registrato, mixato e prodotto da John McEntire e abbiamo avuto modo di ascoltare live, presso il Monk Roma, ciò di cui è composto questo primo lavoro. In apertura di serata un duo molto caratteristico, Holy Pieces, composto da violino (con vari effetti) e consolle, duo che unisce il Drone e l’Elettronica al violino, che seppure colmo di effetti, non perde mai quelle sue caratteristiche acustiche.

Quando arriva il momento di “Taka” Goto l’intimismo del live si fa sempre più forte, con le luci soffuse e lui seduto sul palco con due Mac, tastiera e chitarra, accompagnato da delle immagini rigorosamente in bianco e nero sullo screen, sembra come di entrare nella sua mente, nei posti più oscuri e pieni d’ombre; i brani di “Harmonic” creano un lungo filo diretto tra l’ascoltatore e Taka stesso, la ripetizione dei temi nei brani e la contrapposizione tra beat duri, effetti spaziali di tastiera, pianoforte e chitarra ci porta in un viaggio monocromatico alla vista, ma ricco nei suoni e nelle emozioni. Quando qualcuno per la prima volta ascolta live i Mono viene irrimediabilmente colpito dalla carica emotiva suscitata dai loro brani e il progetto Behind The Shadow Drops di Taka Goto, seppure in solitaria, è capace di suscitare quasi le stesse emozioni incredibili all’ascoltatore; per riassumere non ci resta che affermare che questo live è stato sinceramente incredibile.

Foto a cura di Alessio Belli.

 

[Kaos Live Report] Massimo Volume – La caduta della casa Usher@MONK Roma 06/11/17

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Basta scorrere nei precedenti articoli del sottoscritto e tra gli scatti di Marco Loretucci in questo sito per capire quanto entrambi abbiamo a cuore ogni singola attività di quel personaggio raro e speciale chiamato Emidio Clementi. Che sia con i Sorge, o accompagnato dal caro Corrado Nuccini per decantare la bellezza dei Quattro Quartetti di T.S. Eliot non c’è uscita del buon Mimì che non desti interesse e attenzione: figuratevi il nostro entusiasmo nell’apprendere dell’ evento in cui i Massimo Volume tornano sul palco insieme (unico assente Stefano Pilia) per sonorizzare La caduta della casa Usher, capolavoro del cinema muto francese del  1928 diretto da Jean Epstein – sceneggiato insieme a Luis Bunuel – tratto dal celebre e sempre inquietante racconto di Edgar Allan Poe.

Alle 23 in punto, mentre campeggia sul palco il fondale nero con la scritta Un film de Jean Epstein i Massimo Volume si posizionano: Clementi sulla sinistra davanti al suo piano abbracciando il basso, Egle Sommacal di poco distante, e sulla destra Vittoria Burattini circondata dalle sue percussioni. Le immagini partono e con loro i primi battiti e sussurri sonori della band. Il viaggio è iniziato.

In realtà in questa pellicola troviamo non una, ma bensì due storie del Maestro dell’Orrore: la prima è quella del titolo, la seconda è tratta dell’altettanto celebre Il ritratto ovale. Così ecco nelle prime scene il passo affaticato del povero amico di Roderick Usher mentre si dirige verso la dimora diroccata e sinistra di quest’ultimo e della moglie Madeline. Qui subentra la vicenda de Il Ritratto Ovale: le disperate condizioni di salute della povera Madeline sembrano peggiorare ogni volta che il marito prosegue il suo ritratto. Appena il ritratto è concluso, la poverina decede. Le narrazione entra nel suo tratto più spaventoso e coinvolgente, merito anche dei riff e del crescendo con cui i Massimo Volume accompagnano il terrificante percorso della bara della donna nella cripta fino alla successiva rovina della dimora.

In un periodo in cui i nomi più illustri del post-rock ampliano la loro resa live con proiezioni e video (lavorando spesso nel campo delle colonne sonore), i padri del post-rock – e non solo – italiano alzano ancora una volta l’asticella della qualità  musicando direttamente un film muto, dando così nuova linfa ad un’opera del passato, ma sopratttutto producendo qualcosa che è puro Massimo Volume. E non possiamo non gioirne!

Plauso quindi al Monk, che in questo venerdì’ sera romano ha vinto una scommessa proponendo una serata molto ricercata e di livello, e plauso ad una band che ogni volta che si muove non esce mai dal giro della bellezza. Rivederli sul palco insieme dati tempi del tour di Aspettando i Barbari mi ha fatto si molto piacere, ma anche voglio di rivederli tutti insieme il prima possibile!

 

Testo: Alessio Belli

Foto: Marco Loretucci

 

[Kaos Live Report] Sud Sound System@ Viteculture Festival – 14/09/2017

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Dopo il live di Levante eccoci di nuovo al Viteculture Festival all’Ex-Dogana di Roma per un altro grande live: quello dei sempre scatenati Sud Sound System! Ecco i magnifici scatti di questa serata ad opera della nostra Marta Bandino!

 

[Kaos Live Report] Beach Fossils @MONK Roma 12/09/2017

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Finalmente torniamo in una delle nostre “case” extra-radiofoniche, ovvero il Monk Roma. L’occasione non poteva essere delle migliori: un live clamoroso dei Beach Fossils. Ecco le foto di Alessio Belli scattate durante questa fantastica serata: non potevamo davvero chiedere ritorno migliore!

Setlist:

Generational Synthetic

Shallow

Youth

This Year

Down the Line

Saint Ivy

Moments-What a Pleasure

Sugar

Be Nothing

Careless

Sleep Apnea

Calyer

Closer Everywhere

Encore:

Crashed Out

Smells Like Teen Spirit (Nirvana cover)

Daydream

 

[Kaos Live Report] Levante @ Viteculture Festival – 09/09/2017

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Il penultimo appuntamento musicale del Viteculture Festival si apre con la meravigliosa performance degli Stag, band pop rock romana, che hanno scaldato il pubblico con alcuni brani tratti dalla loro ultima fatica musicale Verso le meraviglie, alternando brani in inglese e in italiano e dal perfetto mix di suoni classici del pop rock e del jazz.

Subito dopo gli Stag si spengono le luci e parte il preludio:

Nella notte più buia. Perse le orme dorate e i cieli d’argento. Voltando le spalle al silenzio. Segui il frastuono. Troverai le porte che non temerai di aprire. Ci saranno capriole nel vuoto. Salti mortali. Forze da perdere. Ti sporcherai le mani di lacrime e sprofonderai nella gioia incontenibile. Zoppicherai mentre il mondo starà correndo a perdifiato. Perché sarai caduto un milione di volte e più di un milione ti sarai rialzato. Così ti sarai ribellato alla noia, allo stare come molti, lì dove gli è stato chiesto di giacere. Nel nulla. Davanti al tuo riflesso sarai rivestito di errori e solo allora, indossate tutte le tue cicatrici, potrai dire di esserci stato. Nel caos di stanze stupefacenti.

Ed è così che Levante, pseudonimo di Claudia Lagona, classe 1987, oggi indiscussa protagonista femminile del panorama pop italiano esplode sul palco e trascina il pubblico con tutta la sua grinta, la sua energia e i brani Le mie mille me, “Non me ne frega niente” (primo singolo estratto dall’album Nel caos di stanze stupefacenti ndr.) e le lacrime non macchiano.

“Sono felice di tornata qui, qui dove il caos è cominciato”. Ringrazia così i presenti alla serata che si è tenuta all’Ex Dogana e che sono letteralmente raddoppiati rispetto al concerto del 4 maggio all’Atlantico che era stato proprio il palcoscenico della prima tappa del fortunato “Nel caos tour 17” conclusosi il 16 maggio all’Alcatraz di Milano e proseguito con “Estate nel caos” che ha portato e porterà l’artista a girare tutto lo stivale.

I brani si susseguono senza sosta uno dietro l’altro alternando pezzi del nuovo album come 1996 – “La Stagione del Rumore”, “Sentivo le Ali” e “Diamante”, alle cosidette colonne portanti dei suoi precedenti album come “Cuori d’Artificio” e “Sbadiglio”, (dove ha dato sfoggio della sua bravura con la chitarra elettrica) oltre a piccole chicche del suo repertorio quali “Contare Fino a Dieci”, “Mi Amo” e “Lasciami Andare”. Immancabile anche l’hit di quest’estate “Tu sei un pezzo di me – Sei un pezzo di me – Sei un pezzo di me – Ah ah ah” che però non ha visto la presenza di Max Gazzè come nella versione radiofonica.

Proprio al centro della serata, arriva finalmente il momento che tutti i fan di Levante aspettano trepidanti durante i suoi concerti: la cantante si “spoglia” della band e rimane da sola con la sua chitarra acustica e canta “La Scatola Blu” e “Ciao Per Sempre”, ma l’apice dell’intimità con il pubblico viene raggiunta quando accompagnata dal suo chitarrista Eugenio Odasso insieme al pubblico esegue “Abbi Cura di Te”, uno dei pezzi più belli e più toccanti dell’artista; un inno all’amore per se stessi, ma in queste modalità sembra quasi una dedica dell’artista al suo pubblico.

Brividi. Applausi. Azzardiamo anche lacrime.
Il tempo di riprendersi un attimo da questo momento così intimo tra l’artista e il pubblico e riesplode la bomba Levante con “Santa Rosalia”, “Duri Come Me”, “Memo” e “Di Tua Bontà”.
Durante la presentazione dell’album, Levante aveva dichiarato che le piaceva molto il fatto che l’album cominciasse in punta di piedi e poi terminasse con il ritmo caotico di “Di tua bontà”.
Invece stavolta, dopo averla eseguita e aver ripreso fiato, torna sul palco con “Alfonso” e l’allegro ritornello che nel 2013 ha dato iniziato alla sua fortunata carriera, seguita da “Io Ti Maledico” e per finire uno tra i brani più chiacchierati di quest’ultimo album, “Gesù Cristo Sono Io”.

Si conclude così il penultimo appuntamento musicale di Viteculture Festival, un evento che ha avuto come motto #illatopositivo e che con la serata appena conclusasi e le formidabili performance di Stag e Levante si è confermato essere uno degli eventi più amati dal pubblico romano e di aver tenuto alto il livello di qualità musicale che aveva tenuto per l’intera estate.

Di Linh Vu Thuy
Foto: Alessandro Campisi

 

[Kaos Live Report] Il Muro del Canto @ Viteculture Festival – 10/08/2017

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Nel giorno di San Lorenzo, mentre la processione e la banda attraversavano il quartiere di Roma e si avvicinavano al Verano, proprio lì c’era un piccolo palco che poco dopo avrebbe ospitato una delle band simbolo della città: Il Muro Del Canto.

Circa 5000 persone erano lì per l’ultimo concerto prima della clausura in sala di registrazione. Ovviamente noi c’eravamo ed ecco i meravigliosi scatti di Marta Bandino.

 

[Kaos Live Report]The Offspring + Pennywise + Millencolin @ Rock in Roma – 02/08/2017

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Serata conclusiva della rassegna Rock In Roma, che si chiude con un mega-revival delle vecchie glorie del punk californiano anni 90, Offspring, Pennywise e Millencolin, un trittico che attrae nostalgici e puristi del genere, ma anche la fetta di pubblico incline al rock più pop e radiofonica.

Sembra quasi di stare sul set di una fantomatica versione italiana dell’ultimo American Pie quello della rimpatriata in cui i protagonisti erano diventati tutti adulti. Del resto anche l’immaginario della musica di queste band era proprio quello dei licei e dei college americani (eccezion fatta per i Millencolin, che sono svedesi, ma erano parte integrante di quella scena).

Insomma, a parte le sparute eccezioni rappresentate da qualche ventenne e quelli che invece sono venuti proprio coi figli, l’età media viaggia attorno alla trentina abbondante, segno abbastanza intangibile del fatto che nessuna di queste band, arrivata ad un certo punto, si sia riuscita davvero a rinnovare, rendendo così un po’ agrodolce la situazione.

I Millencolin iniziano e finiscono di suonare troppo presto, oppure io sono arrivato troppo tardi, fatto sta che non sono riuscito a vederli, motivo per cui non sono in grado di raccontare la loro esibizione, l’unica cosa che posso dire è che proprio dopo che avevano finito ho incrociato un amico, che li ascoltava 15 anni fa e mi ha detto che non gli sono piaciuti. Non so se il suo giudizio sia stato o meno troppo severo, però non ho altri feedback.

I Pennywise invece vanno alla grande, sono quelli che probabilmente hanno smosso quella fetta di pubblico in più, quella degli indecisi che magari solo per gli Offspring non sarebbe andata, facendo toccare le 4000 adesioni all’evento. La punk-hardcore band californiana, nonostante una forma fisica non proprio eccellente (le dimensioni del bassoventre iniziano ad essere considerevoli) ripaga l’entusiasmo con un set tirato e generoso, che comprende (oltre ai classici della propria discografia) anche tre cover-chicca come “Blitzkrieg Bop” dei Ramones, “Territorial Pissings” dei Nirvana ed infine Stand By Me di Ben E. King.

Soddisfatti i puristi, quelli che “gli Offspring si sono sputtanati con Mtv, però in alto i cuori per i Pennywise” ecco che arrivano i protagonisti, la portata principale. La band capitanata da Dexter Holland è purtroppo priva del suo chitarrista storico, Noodles (il leggendario bidello della scuola degli allora adolescenti Holland e Greg K, il bassista, che entrò a far parte del gruppo perché essendo più grande di età poteva acquistare gli alcolici per tutti) richiamato a casa per urgenti motivi familiari.

La scaletta è praticamente un greatest hits che raccoglie tutto il meglio della produzione degli Offspring, c’è molto Smash e molto Americana gli album più importanti, più un mix ben assortito tra singoli trainanti (anche dai lavori più recenti) e chicche del passato per i fan della prima ora, che tengono il mood sempre molto alto e frizzantino, per il gradimento di tutti i presenti.

Ci scappa anche una cover di “7 Nation Army” dei White Stripes, che in Italia (grazie ai festeggiamenti per i Mondiali del 2006) è ormai quasi un inno nazionale alternativo, ma i veri boati arriveranno, come era logico aspettarsi, con “Pretty Fly (For a White Guy)” e “The Kids Aren’t Alright”. La voce, da sempre contraddistinta da una tonalità piuttosto alta, di Dexter Holland sembra essere in ottime condizioni, pure troppo, dal momento in cui qualcuno ha addirittura malignato che potesse trattarsi di playback, ma personalmente non mi è parso, sebbene anche io sia rimasto piacevolmente sorpreso dalla sua performance.

In definitiva quella che temevo potesse rivelarsi una rimpatriata per giovani vecchi di fronte ad una band bollita, si rivela una godibilissima festa di metà estate al ritmo di quel punk rock melodico che tra fine anni 90 e primi 2000 spopolava tra la Mtv generation e che poi avrebbe visto decimarsi i suoi rappresentanti, ma che è comunque riuscito a lasciare un segno tangibile nei cuori di molti.

 

[Kaos Live Report] Siren Festival 2017: il nostro report con gallery

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Tempo di bilanci per quella che è stata la quarta edizione del Siren Festival sul quale è calato il sipario domenica.

Quattro giorni roventi di sole e musica nella bella cornice di Vasto in cui, tra un bagno al mare e oltre 30 live, si è avuta la conferma che quelli di DNA concerti hanno creato una bella realtà che ogni anno si attesta come uno degli appuntamenti più interessanti per gli appassionati di musica in Italia, un Paese in cui spesso le manifestazioni musicali nascono e muoiono nel giro di un paio di anni.

Tutto più o meno positivo quindi, anche se intendo partire da qualche nota stonata rappresentata in primis dalla difficoltà di accedere ad alcuni live per problemi di capienza, vedi su tutti quello di Apparat nel cortile del Palazzo d’Avalos e la forse un po’ criticabile scelta di destinare proprio questo palco secondario ad un artista di sicuro impatto come il producer tedesco che ormai rappresenta il main stream dell’elettronica europea.

Il Siren resta comunque una manifestazione piacevole, con una giusta affluenza di pubblico che lo rende un festival molto fruibile. Una rassegna rock che quest’anno ha visto nella sua line-up una vasta proposta di elettronica, più ampia delle edizioni precedenti.

Ok lo ammetto, a molti live di artisti in cartellone, spesso ho preferito bere dei vodka tonic in qualche baratto dei vicoli nel centro storico, ma sono gusti personali e non mi convincerò mai del fatto che la scena indie italiana sia così interessante come dicono. Ho quindi snobbato alcuni concerti specialmente quelli di artisti come Ghali, Gomma e roba del genere. Mi stupisce però l’impatto che queste band hanno pero su un pubblico più giovane, ma qui mi pongo il dubbio che oltre ai miei gusti musicali conti anche l’età.

Arrivo a Vasto il venerdì pomeriggio e per colpa del traffico mi perdo i live al Siren Beach (palco pomeridiano quasi in riva al mare).
Il mio primo approccio musicale al Siren 2017 è stato di tipo intellettuale con il reading di Emidio Clementi che, sotto il nome di Quattro Quartetti insieme a Corrado Nuccini (ex Giardini di Mirò), ha reinterpretato Eliot. Versi ossessivi stagliati su un tappeto sonoro egregiamente proposti nei giardini d’Avalos per la serie “poesia al tramonto”.

Piacevole il live degli Allah-Las, band californiana che ha suonato un apprezzabile e colorato psych-rock con venature pop.

Come detto Ghali non rientra nelle mie corde ma rimango stupito dell’affluenza che ha calamitato al main stage, un sacco di teenager e un po’ troppi genitori così, come detto gli preferisco i vodka tonic in attesa dei Cabaret Voltaire.

Da appassionato di new-wave 80’s ovviamente non posso perdermeli e alle 22:30 mi dirigo a Palazzo d’Avalos. Li avevo persi da un po’ di tempo lo ammetto e mi ritrovo un unico membro superstite che, un pò anzianotto si cimenta in un live-set ruvido e spigoloso che però ammalia con sonorità industrial di altri tempi. Breve ma intenso.

Sono circa le 23:30 ed è tempo di headliners.
Qui mi è doverosa un’ampia premessa. Sono un fan della prima ora dei Baustelle e li ritengo uno dei gruppi italici più interessanti, ma a mio avviso proporli come punta in un festival è una scelta che non avrei fatto sia per le numerose possibilità di vederli in tour un po’ ovunque sia, soprattutto per la loro risaputa insufficienza live. Ovviamente non me li perdo e mi dico che questa volta no, non sarà come le altre volte, questa volta sarà un bel live e poi vuoi mettere la produzione e post-produzione dell’ultimo album… Macchè!

Perfetta la scenografia, perfetti gli abiti di scena e lo stile dandy e volutamente decadente dei nostri, perfetta anche la cornice di synth e macchine analogiche disseminate sul palco, migliorata la voce di lui e di lei che stonano meno, ma siamo alle solite. La personalità che mettono nei dischi ti aspetti poi di ritrovarla dal vivo e invece molto stile e poca sostanza.
La set-list è stata più che apprezzabile e ha unito quasi in toto l’ultimo album alle hit del passato, ma scimmiottano un po’ troppo i Pulp e Bianconi un po’ troppo Jarvis Cocker.

Mi ha colpito molto una cosa: finisce il concerto e nessuno si affanna a chiedere il bis o fischiare per il rientro, anche io penso sia tutto finito e vedo la gente andare via, passa qualche minuto e loro rientrano sul palco in una piazza dimezzata. Ora va bene che c’era Apparat dopo qualche minuto su un altro palco ma se un live ti rapisce, non giri i tacchi e vai via subito dopo l’ultima nota.

Dopo questa scena arrivo alla conclusione che forse non era un mio pregiudizio o una mia mancanza di fiducia nei confronti di Bianconi e soci, manca forse qualcosa ai Baustelle dal vivo e credo, con una dura sentenza, che possono fare dischi deliziosi ma non concerti memorabili.

La mia prima giornata si conclude con il dj set di Apparat. Sicuramente in questo primo giorno è di gran lunga la performance più acclamata, c’è davvero un sacco di gente e il cortile d’Avalos si dimostra incapace a contenere l’affluenza al punto tale che viene chiuso l’accesso suscitando molte proteste da parte di chi, pur avendo pagato il biglietto rimane fuori.

Siamo cosi al secondo giorno (per me secondo, ma terzo giorno del festival), è sabato fa caldissimo e tra un po’ di mare e qualche live pomeridiano aumenta l’attesa per quello che è la performance che a me interessa di più.

Degno di nota in questa seconda serata è stato il concerto di Ghostpoet, un live che definirei elegante. Luci basse, abito nero e una voce davvero intensa. Atmosfera cupa, molto intima e con un’ottima presenza scenica il 34enne inglese mi ha rapito, la sua è una voce davvero imponente.

Ammetto di non aver assistito fino in fondo al concerto perché, per me era troppa l’attesa degli Arab Strap così, visto la difficoltà di accesso al Cortile d’Avalos per Apparat, mi dirigo lì con ampio anticipo. Mi spalmo sulla transenna e dopo circa mezz’ora fa il suo ingresso in scena questo pacioccone scozzese un po’ burbero che risponde al nome di Aidan Moffat e che resta il principale imputato per la creazione del post-rock anni 90.
Ovviamente sono di parte, ma credetemi è stato un live perfetto nonostante il rapporto birre in lattina/canzoni per Aidan sia stato quasi 1:1.

La set-list non è stata molto generosa come quantità a dire il vero ma è stato un collage perfetto di Philophobia, The Week Never Starts Round Here e soprattutto The Last Romance.
La caratteristica principale degli Arab Strap è la precisione del suono che rimane sempre maniacale nonostante le incursioni violente della cassa dritta. I bassi ti prendono allo stomaco e le chitarre ti tramortiscono ma quando entra il cantato, la voce di Moffat ti coccola pur con testi graffianti.
Di sicuro è stato questo il picco di questa edizione del Siren.
Dopo circa un’ora e un quarto gli Arab Strap salutano e tra il pubblico ci si guardava intorno compiaciuti e tutti, ma proprio tutti avevano parole di elogio per il barbone scozzese che più di una volta si era lamentato del “fuckin’ hot in Vasto”.
Il mio festival si chiude con Trentmoeller sul main stage di Piazza Del Popolo.
Un live scenicamente imponente e spettacolare nell’accezione più classica del temine, premiato con un’affluenza di pubblico maestosa.
Colore predominante sul palco era ovviamente il nero dei tanti elementi della band in cui Trentemoeller era un perfetto direttore d’orchestra post moderno.
La sua produzione musicale come risaputo è molto dinamica e la proposta dal vivo è fedele alla versatilità stilistica del danese. Ha saputo far ballare davvero tutti incessantemente con una mescolanza di generi impressionante: rock, ambient, house, iper-melodie, il tutto sempre condito di matrice techno.
Se non ci fossero stati gli Arab Strap sarebbe stato il protagonista indiscusso.

Finisce cosi anche quest’anno questo il Siren che nonostante qualche critica che ho argomentato rimane una bella realtà che merita il plauso di tutti. In Italia è già da eroi la continuità dei progetti figuriamoci quando questi sanno regalare anche sorrisi e spensieratezza.

 

[Kaos Live Report] Elio e Le Storie Tese @ Viteculture Festival – 28/07/2017

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Sono le 21:45 quando, sotto le vie sopraelevate della tangenziale est, ha inizio l’ultimo live romano di Elio e le Storie Tese.

Sì, perché questo sembra essere l’ultimo tour della band milanese, che ha comunicato con un video su facebook l’imminente scioglimento dopo il live al Forum di Assago di Milano il prossimo 19 dicembre. Altre volte avevano annunciato la separazione, sempre prontamente smentita, ma questa volta parlano di “insanabili frizioni e discussioni esplose tra i membri del gruppo”.

Intanto sul palco dell’Ex Dogana, è andato in scena un bellissimo show, anche se è sembrata mancare quella scintilla in più a cui gli EELST ci avevano abituato, proprio per questo potremmo pensare che effettivamente lo scioglimento questa volta sarà definitivo. Nonostante tutto, il gruppo salito sul palco la sera del 28 luglio a Roma farebbe impallidire molti tra artisti vecchi e nuovi, perché Elio e la sua compagnia sanno stare sul palco come non molti al mondo e pochissimi in Italia.

La scaletta ha toccato i brani più famosi sparsi nella lunga carriera della band, chiudendo in bellezza con “Servi della Gleba” e poi “La Terra dei Cachi”, primo dei due brani del bis. Il pubblico ha apprezzato ogni singola scelta musicale, tranne, ovviamente, quella che li porterà a non poter più vedere gli EELST insieme dal vivo.

Chi ha assistito per la prima volta ad un loro concerto, ha potuto ammirare sei musicisti nel vero senso della parola, un’abilità tecnica eccezionale prestata ad un’ironia senza pari, questi sono gli Elio e le Storie Tese, senza dimenticare ovviamente l’outsider Mangoni, che ha accompagnato il live con i suoi multiformi costumi ed interventi, non sarebbe stato assolutamente lo stesso senza di lui.

Uno show molto bello, accompagnato però dal retrogusto amaro della consapevolezza che forse questa volta non ci troviamo di nuovo di fronte all’ennesimo scherzo dell’allegra combriccola degli Elio, e probabilmente non potremo più ammirarli dal vivo.

Report: Edoardo Frazzitta
Foto: Martina Sperduti

 

[Kaos Live Report] Motta + Paolo Bevegnù @ Villa Ada Roma Incontra Il Mondo

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Quando ad aprire il concerto di un giovane artista nel pieno del suo successo è un mostro sacro del cantautorato, il concetto di “apertura concerto” lascia il tempo che trova.

Paolo Benvegnù e la sua band hanno riempito – ahimè per poco tempo – il palco del calore della sua voce, dei suoi testi e della sua musica, per un concerto di qualità di chi da anni scrive pagine importanti della musica d’autore in Italia.

E poi Francesco Motta sale sullo stage, scende, salta da una parte all’altra come un bambino nel giorno del suo compleanno. Il regalo è stato un pubblico eterogeneo e felice di essere presente all’ultimo appuntamento live (almeno per poco, lo ha promesso!) in attesa del nuovo album in lavorazione.

Noi ci siamo divertiti, lui pure e si vedeva.
Gran bella festa.

Qui la gallery:

Martina Sperduti

 

[Kaos Live Report] Primal Scream @Viteculture Festival – Ex Dogana 16/07/2017

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Continua la nostra estate di musica live al Viteculture Festival e questa volta è il turno dei Primal Scream

In una domenica romana segnata dalle doppie date degli U2 dedicate al loro capolavoro The Joshua Tree allo Stadio Olimpico di Roma, c’è spazio anche per un’altra band a dir poco leggendaria, quella di Mr. Bobby Gillespie e Co.

Non nascondo l’emozione nel trovarmi di fronte per la prima volta – avrei colmato volentieri la lacuna l’anno scorso, ma la schiena di Gillespie era di parare diverso – ad un gruppo che da decenni segna la storia della musica con album capitali e opere altrettanto degne del più vivo interesse. Dal 1991, annata dell’epico Screamadelica ai fasti degli Anni ’00 con Beautiful Future e More Light, fino al luccicante synth-pop di Chaosmosis della scorsa annata, i Primal Scream continuano con scavata maestria ad intrattenere la loro legione di fan e i nuovo adepti figli della Brittaniamania.

Prima di parlare dei loro live, soffermiamoci sui due opening – tutti italiani – della serata: Lilian More e /handlogic. Energico trio rock tuttochitarre il primo, rarefatto ed elettrico il secondo, di marcata matrice radioheadiana. Finite le proprie esibizione tra gli applausi, le due band lasciano il palco ai Primal Scream.

Se appaia prima Bob Gillespie o la sua camicia questo non riusciamo a dirlo: sappiamo solo che nemmeno il tempo di accompagnare il loro ingresso con il giusto boato che la band inizia a suonare “Movin up“: un vero e proprio inno. L’accoglienza è calda e le varie macchine fotografiche e gli smartphone oltre al frontman del gruppo si concentrano anche sulla bassista Simone Marie Butler. Direi più che giustamente. I volumi non sono altissimi (cause delle recenti lamentele del vicinato?) ma la resa è buona. Gillespie, dopo un inizio un pò meccanico, in cui ripete dei gesti più perchè “di ruolo” e obbligati (tipo l’invitare il pubblico a battere le mani), inizia a sgranchirsi e prenderci gusto. Dopo “Dolls” e “It’s all right, It’s Ok” una fantastica esecuzione di “(Feeling like a) Demon Again” sancise l’esplosione definitiva del concerto in una grande festa, in cui gli hooligans della band di Glasgow possono letteralmente scatenarsi ad ogni brano, fino ai cori finali di “Come Together”.

Un bel live, una band storica, una festa che ancora rimbomba nel cielo romano. Cosa chiedere di più a questa domenica di metà luglio?

 

[Kaos Live Report] James Senese @Viteculture Fest -Ex Dogana 17/07/2017

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Ecco le foto della nostra Marta Bandino scattate durante il magnifico live del leggendario James Senese (aperto da Tommaso Pino) all’interno del Viteculture Fest presso l’Ex Dogana: buona visione!

 

[Kaos Live Report] Le Luci Della Centrale Elettrica @ Ex Dogana – 15/07/2017

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C’era la tangenziale a fare da cornice al concerto romano de Le Luci Della Centrale Elettrica. E forse proprio questa, fatta di sopraelevate e intermittenza ha resto tutto più terreno e reale.

Viteculture Festival organizza l’evento all’Ex Dogana di Roma che probabilmente rende parecchio il concetto che sta alla base della produzione di Vasco Brondi.
Un’antica periferia, il recupero di un vecchio abbandono, lo sfascio di una città-santuario dove finalmente è possibile trovare ancora qualcosa che possieda valore e bellezza.

Siamo alla settima delle venti date dell’estivo Terra Tour e l’energia non manca. Il coinvolgimento di Brondi nei confronti di questa città è ben visibile e lo si può notare dai suoi discorsi sugli inizi, circa dieci anni fa, quando dopo l’uscita del primo disco, i primi concerti a cui accorreva davvero qualcuno furono quelli di Roma.
Da quei tempi che vedevano un ragazzo poco più che ventenne protagonista di questo progetto, sono cambiate un po’ di cose.

Il nuovo album, come questo concerto, è una sperimentazione musicale più conscia e meno improvvisata. Ad accompagnare Brondi sul palco ci sono Marco Ulcigrai alla chitarra, Giusto Correnti alla batteria e alle percussioni, Matteo Bennici al basso e al violoncello e Angelo Trabace al pianoforte, tastiera e sintetizzatore.

Il tutto ha inizio sulle note dei coinvolgenti nuovi brani con la terzina “Coprifuoco”, “Qui” e “Stelle Marine”. Il cantautorato di Brondi è ricco di citazioni che non manca di raccontare nei vari intermezzi, sì perché oggi Le Luci si presentano meno timide e introspettive.

I ritmi di pezzi come “Ti Vendi Bene” e “Questo Scontro Tranquillo” fanno muovere e ballare “felici da fare schifo” proprio tutti i presenti. Il pianoforte regala una intensa interpretazione di “I Sonic Youth” e successivamente, chitarra alla mano con “Una Cosa Sprituale”.

Infondo Terra è un album che ha tutto, non ha perso nulla del passato, ma la nostalgia, per la semplicità, sembra cogliere tutti quando lasciato solo dalla band Brondi regala una perla grezza come “Piromani”, proveniente dal primo disco, Canzoni Da Spiagga Deturpata.

Tornano tutti sul palco per le esecuzioni di “Un Bar Sulla Via Lattea”, “I Destini Generali”, “A Forma Di Fulmine” e l’inno celebrativo di questo album, “Nel Profondo Veneto”.

Un live perfetto sotto tanti punti di vista, emozionante e da ricordare. Sicuramente meritate soddisfazioni per queste Luci che regalano momenti stupefacenti anche oggi, dove quasi dieci anni dopo, la spiaggia deturpata è diventata Terra.

In collaborazione con Il Terzo Lato Del Vinile: www.ilterzolatodelvinile.com

Articolo e foto: Alessandra Ruberto

 

[Kaos Live Report] Moderat @Ex Dogana 14/07/2017

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Spesso mi chiedo: “Quanto volte avrò sentito questa canzone?” Non perchè voglia effettivamente documentare o fare statistiche numeriche su quelli che sono i miei ascolti musicali, ma poichè dopo anni mi rendo conto di come l’infatuazione per determinati brani non sembra – fortunatamente – calare e il bisogno di ascoltarli ripetutamente rimane immutato. L’interrogativo salta spesso fuori durante l’ascolto di “A New Error” dei Moderat e qualora iniziassi davvero a quantificare gli ascolti dovrei ragionare su cifre stratosferiche.

Si, perchè da quel lontano 2009 “A New Error” rappresenta uno dei momenti chiave della mio personale incontro con il mondo musicale elettronico “alto” ed è bellissimo vedere come le emozioni che ancora oggi mi provoca non siano minimanente in declino. Capirete allora la mia felicità quando il brano è stato eseguito quasi all’inizio del live tenuto dai Moderat venerdì scorso 14 luglio all’Ex Dogana.

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Passate le 22:00 Sascha Ring (per gli amici conosciuto anche con il nome di Apparat) e il duo Modeselektor formato da Gernot Bronsert e Sebastian Szarzy si avvicina alle console e fa partire il primo brano della serata, tratto del loro ultimo bellissimo album III, “Ghostmother”. L’abbraccio del pubblico romano è caloroso ed euforico come al solito e il trio apprezza tanto affetto, dimostrato anche nella passata data romana dello Spazio 900.
La resa live è ottima e i brani nella loro veste live mantengono inalterate i loro pregi: la basi si sentono nitide, i suoni e la voce di Sasha idem.
Davvero notevole anche l’accompagnamento visivo del concerto con le proiezioni ipnotiche alle spalle dei Moderat durante la performance. Da segnalare “il gioco di braccia” che segue la già citata “A New Error” o la carrellata quasi fumettistica alla Marvel in cui appaiono le iconiche copertine dei dischi sul finale.

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La selezione dei brani è composta principalmente della canzoni di III, intervallati da ottimi momenti di pura trance techno. Non sono mancati i “classici” come “Bad Kingom” e “Rusty Nails” – superfluo dire come abbia reagito il pubblico – anche se personalmente dal vivo credo che niente superi “Milk”: uno dei miei pezzi preferiti dei Moderat e forse uno dei più rappresentativi della loro produzione, eseguito dal vivo prima in solo da Gernot Bronserte poi con il supporto del resto del trio.

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Il pubblico che ha colmato l’Ex Dogana è in quella sorta di magica sospensione che solo la musica di quest’unica e fantastica fusione artistica riesce a generare: passare dalla delicatezza ed emotività del cantato e la melodia, alla possente scarica dei battiti, dall’euforia e il movimento alla sentita partecipazione. I Moderat percepiscono questo stato, queste sensazione da parte del pubblico e ringraziano per il coinvolgimento. Magnifico.

Brano dopo brano “Les Grandes Marches” si chiude in maniera trionfale anche questa volta, lasciando spazio ad un altro culto della scena come Ellen Allien, regalando al pubblico dell’Ex Dogana una serata davvero indimenticabile.

di Alessio Belli

Tracklist:

Ghostmother

A New Error

Running (Remix)

Eating Hooks (Siriusmo Remix)

Rusty Nails

Animal Trails

Reminder

Les Grandes Marches

Nr. 22

Milk

Bad Kingdom

Intruder

 

Nel Nome Del Rock 2017: il ritorno in grande stile del festival di Palestrina

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Per chi abita a Roma è la norma partecipare a eventi musicali che ospitano artisti italiani e internazionali. Ma la provincia è diversa: nonostante ci siano centri più o meno grandi che si differenziano da altri per fermento culturale, è sempre difficile avere la possibilità di assistere a qualcosa che mobiliti masse di persone provenienti dalla capitale e dalle zone vicine.

A Palestrina è successo: Nel Nome del Rock, dopo anni di pausa, è tornato. Uno dei più importanti festival della provincia di Roma ha innestato tra gli alberi di Parco Barberini nove band sul palco principale e numerosi artisti emergenti sul Mentelocale stage, per tre giorni “nel nome del rock”, di gente investita da un muro di suono alto e fatto di atmosfere diverse ma energiche allo stesso modo.

Noi abbiamo seguito tutto il festival trasmettendolo in diretta e intervistando le band mentre ci godevamo lo spettacolo. Qui qualche scatto sparpagliato di THE DEVILS, The Morlocks, Sonic Jesus, Misery Loves Co., The KVB mentre aspettiamo il podcast e le interviste video. Seguiteci su Facebook nei prossimi giorni!

 

[Kaos Live Report] The Warlocks live @ Monk, Roma 12-07-2017

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Serata torrida nella capitale, di quelle umide che ti appiccicano la maglietta addosso, quelle che verso le otto e mezza / nove pensi “Ma chi me lo fa fare di uscire? Me ne resto a casa attaccato al condizionatore”. Io però il condizionatore non ce l’ho e il ventilatore francamente può aspettare, se poi tornano i Warlocks, pure se siamo in mezzo alla settimana, un salto ce lo faccio.
Così mi avvio verso il Monk e quando imbocco via Mirri lo scenario che ho davanti mi sembra a dir poco surreale. E’ pieno di macchine posteggiate e devo fare diversi giri per cercare un buco, che non trovo, così alla fine la risolvo con un parcheggio che sfiora gli estremi del codice penale, ma ci sta.

E’ pieno di gente, mi sembra incredibile che a nemmeno un anno di distanza dalla loro ultima esibizione a Roma (10 mesi fa sempre al Monk, in occasione del Rome Psych Fest – Warm up) la psych-band di Los Angeles abbia richiamato così tanto seguito. Infatti non è così, perché tutta quella gente è sì al Monk, ma per il concerto degli Anathema, che si stanno esibendo in acustico e gratuitamente nella parte open air della venue romana.
La vedo male, oltretutto il concerto dei Warlocks è pure al chiuso: ok, che c’è l’aria condizionata e si sta meglio dentro la sala che fuori, ma il romano “appanzato” e sudato non lo schiodi facilmente, è proprio una questione di chimica, con la pelle che si attacca al divano o alla poltrona, servirebbe un solvente apposito e a quest’ora ormai è tutto chiuso.

Paradossalmente la band di Bobby Hecksher apre il concerto con ‘Isolation’, tratta da ‘Phoenix’ il loro primo album datato 2003, in uno scenario ai limiti della desolazione che, mentre mi appoggio alla transenna non ho il coraggio di girarmi a guardare. Sempre dal disco di esordio arriva anche la hit ‘Shake The Dope Out’ bella solare e 60’s, allora provo a voltarmi per vedere la situazione, conto una cinquantina di persone e penso che almeno è andata meglio di quando sono venute le L.A. Witch, che qualche mese fa ebbero invece la sfortuna di capitare in concomitanza con la partita di Coppa della Roma. E’ bello sentire come alla fine di ogni pezzo i presenti facciano di tutto, tra urla e applausi, per rincuorare la band sul palco, un po’ come a dire:
“Scusate, questa è una città di pupazzi che vanno solo dove va il resto del gregge, per loro avete troppo poco hype, però noi ci siamo. Daje!”

Sembrano giovarne i Warlocks, che comunque sul palco si mantengono sempre composti e compatti, ma comunque calati nel mood giusto, come confermano le espressioni concentrate nei loro visi.
Dal palco arriva il solito muro di suono, un blocco massiccio che ingloba qualsiasi cosa incontri, del resto con 3 chitarre ed un’esperienza ormai di quasi 15 anni i ragazzi hanno ben capito come portare a casa il risultato. Le diramazioni del loro sound si potrebbero descrivere come “la summa” di tutto quello che orbita nella scena neo-psichedelica degli ultimi 20 anni, l’ascoltatore dall’orecchio più fino infatti non potrà non cogliere l’ispirazione ai Brian Jonestown Massacre, o le assonanze con i Black Angles, ma anche tutto il classico background della San Francisco di fine anni 60, spinto fino ad addentrarsi in atmosfere più fosche e noise, con derivazioni vicine alla matrice Black Rebel Motorcycle Club.

Un peccato per la scarsa adesione da parte del pubblico, ma personalmente trovo che sia sempre un piacere ascoltare dal vivo questa band, che probabilmente con l’ultimo disco, ‘Songs From The Pale Eclipse’ poco ha aggiunto a quanto già detto (o che già si diceva) nella scena psych, ma che ha dalla sua un repertorio ed un’attitudine di indiscutibile caratura e che porta una performance di tutto rispetto, decisamente meglio dal vivo che su disco.

Report: Nick Matteucci
Foto: Manuel Aprile

 

[Kaos Live Report] Gazzelle- Canova @Viteculture Festival, Ex-Dogana 11/07/2017

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Un mare di folla l’altra sera all’Ex Dogana per assistere al doppio live di Gazzelle e Canova! Un’infuocata – in tutti i sensi – serata di musica romana che ha visto sul palco due nomi del momento ma anche Galeffi e Cinemaboy, in questo indiemnticabile appuntamento del Viteculture Festival. Ma ora basta parlare: ecco le foto della nostra Marta Bandino!

 

[Kaos Live Report] Mark Lanegan @Parco Rosati 11/07/2017

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Gargoyle: così si chiama l’ultimo disco di Mark Lanegan e devo dire che il nostro ha fatto centro anche questa volta. Gargoyle: un nome che evoca notte, mistero, intrigante oscurità. Direi che non siamo lontani dal personaggio Lanegan, a come ce lo immaginiamo. Merito della sua voce, della musica, della sua storia e di tutte le perle musicali prodotte.

Gargoyle è un gran bel disco e dopo il primo felice ascolto non riesco – tanto per cambiare – più a farne a meno. Leggermente sotto Blues Funeral ma sicuramente il lavoro migliore degli ultimi anni. Grinta rock, voce sempre rauca e vissuta che ci fa innamorare come la prima volta, riuscendo a passare dai momenti più energici – “Death’s Head Tattoo”, “Nocturne”, “Emperor” – agli scorci emozionanti, lenti e dolenti di “Goodbye to Beauty”. Insomma, passano gli anni ma i motivi per vedere il caro Mark non mancano: eccoci qui allora pronti ad ammirarlo nella data romana a Parco Rosati.

Dopo averlo fotografato per la Radio Kaos Italy qualche mese in un live molto bello e intimo al Monk Roma, eccoci ancora una volta a narrare le gesta di Duke Garwood, eccelso chitarrista ormai fidato braccio destro di Lanegan, con cui incide dischi e si accompagna nei tour. La formula è la stessa del Monk: voce, chitarra e batterista al fianco. Intenso come sempre, Mr. Garwood è l’opening perfetto per questa serata live e lo ritroveremo anche dopo nella performance di Lanegan. Il pubblico apprezza e mentre scende dal palco oltre ad un autografo riesco a strappargli anche la promessa di tornare nella Capitale il prima possibile.

Poi il palco si svuota e si attende solo il nostro Gargoyle. Ah, quasi dimenticavo: un’altra caratteristica di questa figura è la sua staticità. L’immmobile fissità e fierezza con cui scorge l’orizzonte e il mondo che lo circonda. Esattamente come Mark Lanegan sul palco. Una possente sagoma piantata al centro del palco, la quale oltre al braccio verso il microfono non offre molti altri movimenti. E’ uno dei suoi tratti caratteristici e per quanto ami ammirare le gesta di molti animali da palco – vedi report Depeche Mode di due settimane fa – mi piace l’idea di questo cantautore superstite del Grunge e di scontri con svariati demoni che non ha nulla da offire se non “solamente” le sue canzoni. E’ uno dei pochi che può permetterselo.

L’inizio è fragoroso: le tracce d’apertura dei sopracitati album, “Death’s Head Tattoo” e “Gravedigger’s Song”. Il suono è corposo, energico, ottima resa e grande apporto della band. La potenza è nella selezione dei brani e nell’annessa magnetica performance dell’autore. Il pubblico è caldo – non solo per la temperatura – e apprezza sia delle chicche ripescate dell’Ep (prezioso) Here Comes The Weird Chill come “Wish You Well”, sia la amate scariche rock di “Hit The City”: purtroppo per questa canzone non c’era PJ Harvej a duettare con il nostro, ma ce ne faremo una ragione.

Di momenti indimenticabili ce ne sono stati tanti anche questa volta, il mio? La magia, il silenzio e quall’atmosfera sognante che si creata quando Lanegan, con la sua rude dolcezza ha cantato questi versi qui:

“On the marble street
A procession spills in
At the White Sea wall
Waves crash and crash again
Darkness shining
Then disappearing
Day follows night, night follows day
Comes like a stranger then it drifts away
Day follows night, night follows day

Goodbye
Goodbye to beauty
Goodbye to beauty

In a mansion above
The ceremony begins
On a bandstand below
The conductor laments
The dogs are whining
Something’s changing
Day follows night, night follows day
Makes like a friend before it slips away
Day follows night, night follows day

Goodbye
Goodbye to beauty
Goodbye to beauty”

Si, credo che “Goodbye to Beauty” sia stato il momento più intenso del live, senza nulla togliere alla gioia con cui ho assistito a “Ode to Sad Disco” e “Methamphetamine Blues”. La scelta è caduta sulla produzione recente del nostro Gargoyle: molti momenti dall’ultimo disco ovviamente, più Phantom Radio e Blues Funeral fino a Bubblegum, con qualche – graditissima – eccezione che ha coinvolto “Deepest Shade” dal disco di cover Imitations in cui omaggia il suo “fratello” e compagno di battaglia Greg Dulli eseguendo questo brano dei Twilight Singers.

Tra gli applausi e le urla che accompagnano l’uscita di scena dopo “Head”, ecco tornare Mark Lanegan per i bis. Il primo è “Killing Season” , il secondo è un’altra cover riconosciuta subito. La chiusura perfetta: “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division. Brano seminale della più importante band degli ultimi trent’anni ascoltato in tantissime versioni ma che fatto “alla Lanegan” appare in una veste nuova,molto personale. Concluso questo inno eterno, tutti in piedi al cospetto del Gargoyle, il quale, come consuetudine, congeda tutti con lieve accenno dalla mano. E a noi va benissimo così. Goodbye to beauty, goodbye Gargoyle.

Report di Alessio Belli
Foto di Francesca Romana Abbonato

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[Kaos Live Report] Fatboy Slim @Ex Dogana 09/07/2017

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Are we having fun yet?

Se passiamo molte delle nostre serate all’Ex Dogana (e ci va benissimo) è anche colpa del Just Music Fest. Giunto alla sua terza edizione, l’evento continua a trasformare Roma in un gigantesco dancefloor, grazie anche ad un line-up di altissimo livello. Dopo aver visto il nostro amato Jarr eccoci questa domenica nove luglio alla corte di un certo Fatboy Slim.

Che dire, difficile per il sottoscritto essere di parte e rimanere indifferente davanti a questo nome: sono effettivamente cresciuto con i suoi cavalli di battaglia e la sua produzione – insieme a quella dei Chemical Brothers e Daft Punk – è stata il mio primo, e poi sempre più viscerale e approfondito – approccio con la musica elettronica. Passati gli anni di grandi inni – “The Rockfeller Skank”, “Praise You”, “Right Here, Right Now”, “The Weapon of Choice” – Mr. Norman Cook continua ad essere un nome amatissimo e molto richiesto in tutto il mondo, continuando a far scatenare milioni di fan euforici in tutto il mondo. Che anche quella di questa sera sarà la sua ennesima data indimenticabile?

La risposta arriva in un lampo. Mr. Norman Cook poco dopo le nove sale sul palco acclamato calorosamente dalla folla che ha colmato l’Ex Dogana. Magro e con camicia colorata, il nostro Fatboy Slim appare come un adulto rimasto sempre un pò ragazzo, con una irrefrenabile voglia di divertirsi e di far divertire. L’inizio è clamoroso: basta un attimo appena per riconoscere le note di “Praise You” e vedere il Nostro accompagnare con le mani, come un direttore d’orchestra, il coro della folla. Il tempo di scaldarci e il singolo di You’ve Come a Long Way, Baby sfuma nel fragore di altro amatissimo brano: “Eat, Sleep, Rave, Repeat”.

Una doppietta da k.o. che prosegue in un intenso e soprattutto divertente set in cui il dj inglese non si risparmia e mostra tutta la sua carica, assecondando e incitando l’irrefrenabile pubblico romano. Così, tra un rifacimento di “Psycho Killer” e movimenti molto brasiliani, tutta l’Ex Dogana si è goduta l’ennesima festa targata Fatboy Slim.

Dopo di lui, un altro nome di primo piano in questa serata estiva elettronica romana: niente meno che Daddy G dei Massive Attack in console!
A lui la missione, perfettamente riuscita, di proseguire la serata tenendo alta la carica del pubblico.

Sotto una splendida luna piena, si chiude così un’altro bellissimo appuntamento con il Just Music Fest. Alla prossima: noi ci saremo.

PS

Potete ammirare la scritta Are we having fun yet? sul computer che Fatboy Slim usa durante il live. La risposta la sapete.

di Alessio Belli

 

[Kaos Live Report] Zen Circus @Ex Dogana 01/07/2017

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Iniziamo la nostra estate all’Ex Dogana con il report del live degli Zen Circus. Una serata infuocata documentata dalle foto del nostro Manuel Aprile!

Foto di Manuel Aprile

 

[Kaos Live Report] 2CELLOS @ Il Centrale Live – Foro Italico – 26/07/2017

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L’amore, sì. Intendo metterlo in chiaro subito: ciò che conta è l’amore. Sempre e comunque. Anche questa volta, anche parlando di musica. Tutto il resto non conta. Eh, sì… Bisogna fare molta attenzione perché loro non mancano mai; ci sono, ovunque, in ogni campo. Gli integralisti, i puristi. Che, poi, altro non sono che fondamentalisti convinti di avere in mano le (proprie) verità e convinzioni assolute da imporre a chiunque seminando zizzania e divisione e quindi non-amore.

Così anche il mondo della musica classica, è fatto di etichette prima ancora che di amore e di condivisione. Un mondo, questo, ormai arcaico, cristallizzato, fossilizzatosi in sé stesso, autoreferenziale, che pare in via di estinzione. Ma la musica classica – in ogni sua forma – in sé, invece, è più viva che mai. Questo grazie anche a quelle felici eccezioni che, mai, confermano la regola.

Ecco. Luka Šulić e Stjepan Hauser, alias i 2CELLOS rappresentano una delle più felici di queste eccezioni del mondo musicale contemporaneo. Sono loro, i 2CELLOS che hanno avuto il merito di far “scoprire” la bellezza e l’attualità della musica classica alle nuove generazioni. Loro, talenti straordinari, che hanno da sempre unito e alternato pezzi classici a quelli hard-rock con cui hanno conquistato un pubblico estremamente variegato fatto anche e soprattutto di giovani; un pubblico sempre numerosissimo che riempie stadi e arene per ascoltarli in tutto il mondo.

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Al Centrale Live del Foro Italico di Roma, il 26 giugno si è tenuto il concerto dei 2CELLOS. I due violoncellisti, ormai vere star internazionali, sono in Tour mondiale per presentare il loro ultimo album, il quarto: Score un progetto realizzato con la London Simphony Orchestra in cui i due artisti rivisitano grandi temi di colonne sonore cinematografiche.
Sul palco, in tour, insieme a loro la Strings Orchestra di Zagabria e il batterista Duŝan Kranjc un concentrato di energia e bravura.

Il concerto si apre con un apprezzatissimo Remo Anzovino, pianista di grande sensibilità. E con qualche minuto di anticipo sulle ventidue entrano in scena Luka e Stjepan ed è subito ovazione. Per un ora e mezza, senza mai una sola interruzione, i 2CELLOS inebriano il pubblico romano alternando i pezzi in scaletta con brevi battute al microfono. E’ Stjepan a condurre li ruolo di mattatore, mentre Luka lo introduce solo all’inizio. L’equilibrio tra i due è perfezione assoluta. Si intendo, si capiscono, si sostengono in scena, giocano insieme agli orchestrali che, pure, si divertono.

Le sfumature delle emozioni che suscitano non si contano più. Loro non danno tregua. Incalzano passando da un iniziale “Chariots of Fire” (Momenti di Gloria) per arrivare a “Moon River”, “My Heart Will Go On”. Sul mega schermo immagini di grafica essenziale ma di grande impatto accompagnano i vari pezzi. Le “gigantografie” dei due artisti trasmesse permettono di apprezzare ancor di più le loro performance. Progressivamente la scaletta si completa, senza avere un solo attimo di respiro. Il pubblico è stregato ed è entusiasta ma non sa ancora quello che gli spetta dopo aver ascoltato Games of Thrones.

Inizia, dunque, una “seconda” parte del concerto dove Luka Šulić e Stjepan Hauser si scatenano con i pezzi rock e hard rock che li hanno resi celebri ma solo dopo aver invitato gli spettatori a raggiungerli sotto il palco. Ed è puro delirio! Stjepan domina il palcoscenico interagisce con gli orchestrali, salta, ripropone il duck walk continuando a suonare come fosse posseduto dal demone della Musica. Luka si alza in piedi più volte, non demorde anche lui. I loro archetti volano sulle corde dei loro violoncelli elettronici, grondano sudore, sprigionano una tale carica che il pubblico esplode insieme a loro, li segue senza fiato. Si balla e ci si scatena sotto il palco, inebriati, contagiati e trascinati da quel vortice di energia straordinaria.

Il concerto finisce e l’entusiasmo non si tiene più. Iniziano i bis e alla fine con una splendida interpretazione di Nuovo Cinema Paradiso I 2CELLOS salutano Roma ed escono di scena. Quello che resta visibile e tangibile è la contentezza del pubblico, un senso di felicità e di appagamento indescrivibile.

Questi sono i 2CELLOS. Due ragazzi che amano il loro lavoro e la musica. Condividono questa passione, trasmettono il proprio amore senza mai risparmiarsi. Al di là di ogni sterile polemica purista. Ed è sufficiente vederli mentre suonano: si fondono con la musica stessa, diventano un tutt’uno con i propri strumenti, come persi in un’altra dimensione. Questo, allora, come annunciato in apertura dell’articolo, è amore inteso come condivisione, come emozione positiva, come espansione. Forse è anche per questo che i 2CELLOS sono così vincenti, perché hanno abbattuto ogni forma di ipocrisia, di barriera e confine imposto nel mondo musicale. Il Pubblico lo ha capito e li segue.

Luka e Stjepan sono semplicemente due artisti di sconfinato talento e bravura, due musicisti veri. Loro fanno Musica. Tutta. E il resto non conta.

Scaletta

Titles from Chariots of Fire
Love Theme from The Godfather
For the Love of a Princess
Moon River
Rain Man Theme
Love Story
My Heart Will Go On (Titanic)
Now We are Free (Gladiator)
Mombasa (Hans Zimmer -Inception)
Game of the Thrones Medley
“Seconda parte Rock”
Smooth Criminal
Thunderstruck
Smells Like Teen Spirit
You Shook Me All Night Long
Highway to Hell
(I Can’t Get No) Satisfaction
Back in Black
“I bis”
The Trooper
Wake Me Up
Nuovo Cinema Paradiso

http://www.2cellos.com/

Di Marcello Albanesi

 

[Kaos Live Report] Michael Kiwanuka @Auditorium Parco della Musica di Roma 22/06/2017

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Il 22 giugno, nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma per il Luglio Suona Bene, si è fermato il tempo. Per un’ora e mezza il pubblico si è ritrovato a viaggiare in uno spazio cosmico, guidati dalla voce unica e pura di Michael Kiwanuka.

Il chitarrista inglese, tournista di Adele, ha portato nella capitale la sua magia sonora. Il lungo intro di “Cold Little Heart” accompagna i presenti ad allacciarsi le cinture e a preparasi per il decollo.

La voce graffiante e sincera del capitano Kiwanuka tranquillizza sin dalla prima nota gli ospiti della sua navicella. Non è un caso che, da quando è uscito l’album Love & Hate, il chitarrista di Londra stia acquisendo sempre più importanza nel mondo musicale di oggi. Perché il un momento storico in cui si dà sempre più spazio agli effetti e all’autotune, ascoltare e perdersi nelle frequenze vocali di questo ragazzo inglese è qualcosa di meraviglioso.

La prima parte del viaggio si apre con brani tratti dall’ultimo lavoro (“Cold Little Heart”, “One More Night”, “Falling” e “Black Man In A White World”, “Place I Belong”). Decollo perfetto: un misto tra atmosfere sognanti, ritmi incalzanti e calma apparente. Calma che si raggiunge quando si fa un salto indietro, al 2012, quando vengono eseguite, dall’album Home Again, “I’m Getting Ready” (canzone tradotta ed interpretata anche da Ron (“Mi Sto Preparando”), presente tra il pubblico romano, e “Rest”, suonata con il solo aiuto del basso.

Le sonorità psichedeliche riaccendono i motori verso l’ultima visita al pianeta Kiwanuka. “Rule The World”, “The Final Frame” e “Father’s Chile” accompagnano i turisti a viaggiare con la mente, attraverso i ricordi e le speranze insite in ognuno dei presenti. I musicisti si prendono i meritati applausi congedandosi per la sosta prima del ritorno a casa. Con “Run Like The Breeze” e “Home Again”, la navicella fa il suo atterraggio sulla terra.

Il capitano Kiwanuka lascia il pubblico estasiato con un messaggio di speranza, “Love & Hate”.

“I need something, give me something wonderful”

La standing-ovation finale è tutta meritata. Abbiamo assistito a qualcosa di magico, puro e sincero. Il presente e il futuro della musica avrà come protagonista indiscusso il capitano Michael Kiwanuka: voce perfetta e arrangiatore di brani che si fanno ascoltare ed amare.

Di Luigi Giannetti

 

[Kaos Live Report] Depeche Mode @Stadio Olimpico 25/06/2017

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Una band leggendaria, uno Stadio e una Capitale ad accoglierla, una folla in adorazione pronta ad abbracciarla. Uno dei live più attesi dell’estate romana. Si, stiamo parlando del concerto dei Depeche Mode allo Stadio Olimpico di Roma. Noi c’eravamo ed ecco il nostro report.

Estate 2001: ho 15 anni e MTV passa a ripetizione “i miei tormentoni estivi”: i R.E.M. con “Imitation of Life”, “Elevation” degli U2 e “Freelove” dei Depeche Mode.Un’estate fantastica. Parto da qui non per dirvi i fatti i miei, ma perché i Depeche Mode fanno parte di quell’Olimpo con cui sono cresciuto e che sento ancora molto vicino. E’ un discorso che si muove su due livelli, due binari: amo e seguo con viva passione le realtà più indipendenti ed emergenti e allo stesso tempo ancora mi emoziono con la musica dei Padri precedentemente citati. Per continuare il duplice discorso vi dico che ho vissuto -e vivo – due “storie” dei Depeche Mode: quelli mitici di Black Celebration e Violator e gli attuali degli anni ’00, in bilico tra alterne fortune artistiche e dischi in vetta alle classifiche e sold-out negli stadi di tutto il mondo.

Exciter, l’album con cui li conobbi, è un lavoro sufficiente con ottimi singoli; Play The Angel è senza dubbio il lavoro più bello dai tempi di Ultra; Sounds of the Universe e Delta Machine sono piuttosto mediocri, mentre Spirit è ben fatto.

Detto ciò, iniziamo la cronaca della giornata. Alle sedici in punto i cancelli si aprono e la corsa per stare più vicini al palco è uno sforzo che nonostante il caldo vale la pena fare. Alle 20:00 il palco si anima: l’opening act è pronto. Gli Algiers sono schierati. Scoprire il loro nome come gruppo di apertura è stata una grandissima notizia. Dopo due lavori come l’omonimo esordio e The Underside of Power dell’anno scorso, la band si è imposta come una delle realtà più originali e avvincenti del panorama indie mondiale. Agli Algiers è toccata la sorte che spesso capita a molti nomi giovani – e spesso misconosciuti al grande pubblico – chiamati ad aprire i pesi massimo della musica mondiale: una bella performance davanti un folto pubblico per lo più disinteressato. Peggio per loro. Franklin James Fisher ha tenuto alla grande il palco offrendo la solita ottima performance vocale ed uno scatenato Ryan Mahan si è concesso non pochi balli tra un passaggio e l’altro tra basso e sintetizzatori. Vi rivogliamo a Roma il prima possibile. Davanti un pubblico tutto per voi.

Il set degli Algiers dura una quarantina di minuti, ergo: se i Depeche Mode sono puntuali, manca davvero poco…
E come risposta, alle 21:00 l’aria esplode. Dalle casse esce “Revolution” dei Beatles e di seguito una versione remixata di “Cover Me”. Poi i monitor si illuminano con variopinti colori e uno alla volta i Depeche Mode entrano sul palco accompagnati dall’ovazione dello Stadio. Martin Gore sulla sinistra, Christian Eigner alla batteria al centro, Andrew Fletcher con gli occhiali da sole si schiera dietro le macchine sulla destra e accanto il fidato Peter Gordeno. Parte “Going Backwards”. Ma dov’è Dave Gahan?

Lo sentiamo cantare ed ecco apparire in alto la sua silhouette, nella parte sovrelevata del palco dietro i tastieristi. L’Olimpico è un unico boato di accoglienza e amore per la band inglese. L’euforia è alle stelle e abbiamo appena iniziato. Senza colpo ferire ecco un’altro brano trascinante (dal vivo ancora di più) tratto da Spirit: “So Much Love”. Per questi due brani la performance è supportata da animazioni e filmanti by Anton Corbijn: ora però le telecamere puntano sui nostri eroi e i maxischermi sono tutti per loro.

La successione è un perfetto mix tra classici del passato e brani dell’ultimo lavoro. Sarà scontato da dire, ma i Depeche Mode dal vivo sono il solito spettacolo unico ed emozionante. Lasciate stare le solite critiche sterili riguardo il baraccone che continua ad andare avanti solo per soldi (cosa che in parte è vera, ci mancherebbe): i DM continuano ancora a far ballare e tenere con il fiato sospeso migliaia e migliaia di spettatori di tutte le generazioni. La resa live è ottima e brani come “Wrong” e “A Pain That I’m Used To” risultano ancora più avvincenti e aggressivi in queste vesti. Un bel video accompagna la splendida “In Your Room”. Dave Gahan è in forma strepitosa e si conferma ancora il più grande perfomer in circolazione. Il pubblico è ai suoi piedi e non può che assecondare tutti i gesti ed incitazioni. E che dire di Martin Gore? Come se niente fosse ci regala una doppietta del calibro di “A Question of Lust” – “Home” eseguita accompagnato solo al pianoforte? Forse il momento più emozionante del live.

Intanto lo show va avanti, con il pubblico che canta con uguale intensità la giovane “Where’s the Revolution” come le vecchie Everything Counts, capace di riportarci fino al 1983, anno di Construction Time Again e farci ballare come se gli anni ’80 non fossero mai finiti. Poi un momento che difficilmente dimenticherò. Quel rumore di vecchio treno, quell’ingranaggio persistente. E’ l’intro di “Stripped”. E come se non bastasse poco dopo il suolo dello stadio trema letteralmente poichè nessuno dei presenti può esimersi dallo scatenarsi sotto le notte di “Enjoy the Silence” e “Never Let Me Down Again”. La felicità totale. Ma non siamo ancora giunti alla fine.

Gruppi sparsi di “ultrà” del gruppo intonano Just Can’t Get Enough ma è ancora uno struggente Gore con “Somebody” ad emozionarci aprendo la strada ad una cover molto attesa: quella di “Heroes” di David Bowie. Esecuzione magistrale, un grande omaggio alla nostra Stella Nera. Poi un riff che tutti conosciamo, ipnotico e avvincente come sempre: quello di “I Feel You”. Infine un sospiro, un sussulto: è il gran finale e lo Stadio trema ancora. E’ Personal Jesus. Concluso il brano la band si abbraccia e si inchina davanti ai suoi fedelissima fan romani. Un concerto che aggiunge ancora più aurea e leggenda ad una nome che ha fatto la storia della musica e continua ancora a farci felici con le sue canzoni. Scusate se è poco. Da fan il mio sogno di sentire dal vivo la mia cara vecchia “Freelove” non è stato esaudito. Ma il cuore è lo stesso di quella estate del 2001.

Setlist:

Revolution
(The Beatles song)

Cover Me (remix)

Going Backwards

So Much Love

Barrel of a Gun

A Pain That I’m Used To

Corrupt

In Your Room

World in My Eyes

Cover Me

A Question of Lust

Home

Poison Heart

Where’s the Revolution

Wrong

Everything Counts

Stripped

Enjoy the Silence

Never Let Me Down Again

Encore:

Somebody

Walking in My Shoes

“Heroes”
(David Bowie cover)

I Feel You

Personal Jesus

Di Alessio Belli

 

[Kaos Live Report] Nicolas Jaar Live all’Ex Dogana: il resoconto della serata

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Potrei raccontare di come si è svolto il concerto di Nicolas Jaar il 21 giugno, restando assolutamente neutrale, o facendovi una cronaca dettagliata e piena di critiche, potrei tentare una via di mezzo e cercare di accontentare tutti. Oppure potrei fare come in certe puntate speciali di Topolino in cui scegli tu il finale e i personaggi dal cui punto di vista ti va di vedere la storia. Immaginiamo, quindi, quattro ideali spettatori, e un solo inizio, un incipit guida: lo Spring Attitude è finito da quasi un mese, a salutarci con un sacco di energia c’era stata la live band di Clap!Clap! (alias Cristiano Crisci, l’uomo con le molle sotto i muscoli) e noi ve lo avevamo raccontato. Tornando all’alba dalle Ex Caserme Guido Reni si poteva già vedere il faccione di Jaar campeggiare tra gli alberi dei viali, con l’annuncio di una bella coda per il festival primaverile romano.

Esaltazione e felicità, trepidazione perché dopo averlo annoverato tra i migliori lavori del 2016, averlo citato e passato più volte in varie trasmissioni, avergli dedicato una intera puntata monografica, restava solo di vederlo dal vivo questo giovanotto statunitense di origini cilene.
L’Ex Dogana, teatro delle manifestazioni più svariate, sia d’inverno che d’estate, apre le porte agli spettatori alle 20.00 circa, si prevede che il concerto inizi solo due ore e mezza dopo. Il palco è quello del Molo Nuovo, la serata è caldissima e si spera che quel lasso di tempo concesso prima dell’inizio della performance, serva a sistemarsi con comodo, senza intoppi e senza file.

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Spettatore 1: Sono un fruitore medio che ha il biglietto da tempo, l’ho comprato in anticipo perché Jaar mi piace, ho voglia di ballare e ho sentito che al Sònar ha pompato come un matto, arrivo lì per le 21.30, ho già il biglietto che vuoi che succeda. Daje.

Spettatore 2: Sono un fruitore medio che non sa chi sia Jaar, ho voglia di andare all’Ex Dogana perché ho finito gli esami/sono in ferie/ho voglia di divertirmi in mezzo alla settimana senza preoccuparmi del lavoro, probabilmente strillerò in tutte le pause o i silenzi, ho sentito che ci sta tipo un dj-set o qualcosa del genere, dicono che inizia alle 22.30, leggo biglietti disponibili. Mi dico che forse sarà meglio arrivare un’ora prima. Daje.

Spettatore 3: Ho comprato il biglietto in prevendita sei mesi fa, amo Jaar e quello che produce, sono curioso di sentirlo suonare dal vivo, voglio mettermi sotto palco, sotto cassa così mi arriva meglio la botta sonora di The Governor, il mio pezzo preferito. Devo solo ritirare il mio biglietto, mi avvio un’ora prima, alle 21.30, perché così mi sistemo, surfo sulla gente e arrivo a contare i peli del naso di Jaar. Daje.

Spettatore 4: Ho un omaggio o un accredito, ci vado non troppo presto sennò mi annoio e fa caldo. Tipo le 21.30. Daje

Immaginate come se queste quattro categorie di spettatore standard si decuplicassero all’infinito occupando tutto lo spazio esterno all’Ex Dogana, gonfiandosi come quegli asciugamani compressi che diventano enormi solo bagnandoli, nello stesso orario esatto, manco si fossero dati tutti appuntamento per un flash mob. Nella confusione fatta di sudore dietro le ginocchia, palate di accendini confiscati, americani visibilmente spiazzati dalla divisione promiscua delle code, comincia quello sfilacciamento di vetri rotti, note al piano, rumori spezzati che ti fanno pensare alle cose lontane, non tue, che forse possedevi una volta ma che adesso a stento ricordi, che è poi la musica (soprattutto) dell’ultimissimo Jaar.

Un live di questo tipo è come una sonata di musica classica, ha dei movimenti e un crescendo che progressivamente ti portano altrove, ma deve essere un percorso a due, durante il quale è vietato distrarsi così come è vietato perdere anche solo qualche minuto, e quindi capirete bene che anche lo spettatore numero 2, nonostante la sua evidentemente scarsa preparazione, sente un leggero velo di rabbia nel momento in cui è costretto ad ascoltare l’intro del concerto tra i vari “Giacomo mi ha lasciato stavolta non lo perdono” e i “per favore tirate fuori tutte le bottiglie e gli accendini dagli zaini”.

dkjdtubi di luce che fanno cose molto belle mentre in sottofondo passano quelli che sembrano i preliminari per un live incentrato su Sirens, l’ultimo lavoro, e che invece sul più bello sterza sempre, e prende un sentiero inesplorato, uno stradone immenso, una pista tra le montagne. Basta fidarsi di quel che si sta ascoltando, con la certezza di non essere delusi, e infatti è tutto equilibrato, è un’altalena di intimismo quasi estremo, che ti fa sentire un voyeur, e coinvolgimento da mano a paletta. Dopo Three Sides Of Nazareth e The Governor Jaar ci regala una perfomance di No, singolo estratto dall’ultimo disco ed unico pezzo abbastanza radiofonico, tutta a favore dei nostri occhi, proteso verso il pubblico a raccontare questa storia che intreccia le radici delle sue personali origini, con quella del paese da cui è emigrata la sua famiglia, il Cile.

Nel mezzo dei brani ci sono interi quarti d’ora di flusso di coscienza, e risulta facile immaginare Nicolas Jaar colto da pensieri improvvisi, guizzi di ispirazione e intelligenza da riversare in musica, per concludere con una rarefattissima Space Is Only Noise If You Can See, così diversa dalla versione su disco che ti dà l’impressione che ti fanno quelle persone che non vedi da tanto tempo e di cui ricordi vagamente i tratti somatici ma manco troppo bene.

Poco prima dell’una ci avviamo verso l’uscita, qualcuno diretto all’aftershow, gli altri chissà dove, e per l’ultima volta ci troviamo in fila tutti insieme, mescolati come al principio, i fan, quelli con la prevendita, quelli col bracciale che ti faceva accedere all’area vip. Abbiamo dimenticato la rabbia e la frustrazione di quando eravamo all’ingresso, ma rimane la sensazione di aver perso qualcosa, di aver mancato quel dettaglio piccolo che ti avrebbe aiutato a risolvere tutto, e a fare chiarezza. Rimane il senso di qualcosa di bellissimo ma inafferrabile, come quelle figure di sogno, che la mattina non sai più nemmeno se eri tu a sognarle veramente.

 

[Kaos Live Report] Sleaford Mods @ MONK – 31/05/2017

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Lo scorso mercoledì 31 maggio finalmente è finita l’attesa per poter vedere dal vivo il duo di Nottingham Sleaford Mods che ormai da più di un anno ha invaso le nostre webfrequenze conquistando le chart delle trasmissioni dedicate alle sonorità scure e dall’attitudine punk.

Andrew Fearn alle basi e Jason Williamson ai testi e voce ci hanno tenuto compagnia per circa un’ora a raccontarci dell’austerità inglese e la vita della classe operaia dei nostri tempi con una carica di energia ed entusiasmo senza limiti, tanto che a fine concerto Williamson è sceso dal palco a dare la mano a tutti gli spettatori attaccati alla transenna, affermando che non si aspettava tutta questa partecipazione.

Il concerto si è tenuto al Monk Club di Roma, ormai un punto di riferimento per la scena live alternativa della capitale, ed è stata una delle date del tour europeo degli Sleaford Mods per promuovere il loro ultimo lavoro discografico English Tapas, uscito lo scorso 3 marzo 2017 per la Rough Trade.

Ecco a voi la nostra gallery!

 

[Kaos Live Report] Shores Of Null – No More Fear – Invernoir @Traffic Live Club 27/05/17

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Sabato 27 Maggio presso il Traffic Live Club è avvenuto il tanto atteso release party di Black Drapes For Tomorrow, secondo attesissimo album degli Shores Of Null. La prima band ad esibirsi sono gli “Invernoir” che debuttano in formazione completa e ci regalano un’anteprima del loro primo EP, colmo di oscurità e tristezza, canoni importanti se si fa doom metal, il set è energico seppure rappresentato da un alone cupo che pervade i loro brani. Chicca finale è la cover di “Brave” che chiude il loro ottimo live.

Seconda band e via con i No More Fear che da sempre mixano la tradizione italiana al death metal, il risultato è ovviamente di grande fattura e questo ci dimostra quanto, ancora una volta, unire la tradizione al Metal moderno sia una scelta vincente.

Arriva il momento degli Shores Of Null e l’atmosfera ritorna ad essere cupa, avvolta da quell’alone che era già presente con gli Invernoir. La band esegue per intero il loro nuovo album Black Drapes For Tomorrow, regalandoci nel finale anche dei classici dal loro primo lavoro e da subito si nota come i brani siano un’evoluzione di Quiescence, articolati e forse meno assorbibili al primo ascolto, ma che poi vengono vissuti come un’esperienza carica di emozioni.

I brani che principalmente hanno colpito sono “Tide Against Us”, “A Thousand Storms”, “House Of Cries”, “Black Drapes For Tomorrow” e il singolo “Donau”. Questo ultimo album è da avere assolutamente, un cambio di rotta rispetto al precedente lavoro, ma le band quando hanno qualcosa da dire (e gli Shores sono in prima linea) tendono a sperimentare sempre e Black Drapes For Tomorrow è la prova che i risultati arrivano, se si è pronti a mettere se stessi nella propria musica.

 

[Kaos Live Report] Saint Louis “Rock’n Blues Guitar Nightmare” @Teatro Eliseo 15/05/17

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Lunedì 15 maggio, per il Saint Louis College of Music, il Teatro Eliseo è stato il luogo prescelto per ospitare quattro dei migliori chitarristi presenti in Italia, che si sono succeduti sul palco.

Lello Panico, William Stravato, Giacomo Anselmi e, come special guest Marco Sfogli, hanno infuocato il teatro con le loro chitarre davanti ad un gremito pubblico.

I primi a salire sul palco sono i Chirality, giovane band progressive metal al debutto che ci ha accolti con due brani inediti ed una fantastica cover degli Opeth, “Cusp of Eternity” tratta dall’album Pale Communion.

L’elettronica di Thomas Rocca alle tastiere si mischia bene al metal proposto dalla band che capitanata da Francesco Sacchini alla voce (che rivedremo più avanti anche con William Stravato e Giacomo Anselmi) ci regala melodie accattivanti e degne di memoria, il tutto supportato da una sezione ritmica invidiabile composta da Daniele Bertuzzi alla batteria, Michelangelo Buccolini alla chitarra e Pietro Lorenzotti al basso.

Primo big della serata e via con l’hard rock di Giacomo Anselmi che, accompagnato da Daniele Pomo (RaneStrane), Pietro Lorenzotti e Dario Zeno ci porta nelle sonorità oscure dei Goblin Rebirth, poi Neil Young, per poi passare ad un classico, tributo ad Allan Holdsworth e John Wetton con “In the Dead Of Night” degli UK, eseguita insieme a William Stravato che poi lo succederà sul palco.

Il suo set inizia con il brano “Lenny” tratto dal suo ultimo album Uranus, “We Ended As Lovers” (sempre diverse e fresche le sue interpretazioni di questo brano, che riprende il brano di Jeff Beck scritto da Stevie Wonder, ma che poi esplodono sempre di originalità) e “Living For The City” (sempre di Wonder, ma con un’attitude sempre più rock).

Terzo big e si passa ad uno dei migliori bluesman italiani, Lello Panico, che con Michele Papadia al Hammond, Alessandro Gwis al piano, Daniele Chiantese alla batteria (già presente con William Stravato), Francesco Luzzio al basso e Noora Salmi alla voce su “Butterfly” di Herbie Hancock, ci riporta un pò alle origini del rock, quel blues che man man poi ha inglobato la tradizione ed è diventato qualcosa di più.

Quarto ed ultimo artista, special guest, Marco Sfogli (PFM, James Labrie, Icefish, Virgil Donati ecc) che ci porta tre suoi brani tratti dal suo primo lavoro, Still Hurts, con “Spread the Disease” e “Never Forgive Me” per poi passare al suo ultimo lavoro, Remarcoble con “The Reaction”; il tutto accompagnato al basso e batteria da Cristian Capasso e Davide Savarese.

Ultima chicca finale è una stupenda versione di “Purple Rain” di Prince, eseguita da tutti gli strumentisti e cantanti presenti sul palco, momento carico di emozioni e ricco di assoli da parte di questi chitarristi che ci hanno lasciato letteralmente spettinati per l’intera serata.

 

[Kaos Live Report] XIU XIU @Monk 11/05/2017

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Gli XIU XIU al MONK hanno regalato al pubblico romano una performance live davvero indimenticabile: ecco il nostro report!

Pochi ascolti musicali possono definirsi un'”esperienza” e i lavori degli XIU XIU fanno parte di queste preziose rarità. I dischi partoriti da Jamie Stewart sono dei viaggi – spesso da incubo – in cui l’ascoltatore è completamente catturato dal vortice musicale ed emotivo. Non sono ascolti facili, ma vale la pena affrontarli. Stewart negli anni – alternando spesso la line-up del gruppo, il cui nome prende spunto dal film giapponese Xiu Xiu: The Sent Down Girl – ha coniato un sound unico, tra melodie new-wave e industrial, permettendosi anche di rifare – in maniera eccellente – la colonna sonora di Twin Peaks.

Che la forza e l’impatto suscitata dall’ascolto dei lavori in sala di registrazione sia altrettanto forte anche dal vivo? La risposta l’abbiamo avuta l’altra sera al Monk Roma, per la data romana del tour che accompagna il nuovo lavoro della band Forget.

Voglio dirvi subito come la penso: gli Xiu Xiu sono una delle poche band che prediligo live che in studio. Senza nulla togliere alla bellezza di lavori come Knife Play, A Promise o Fabolous Muscles, eppure credo che live la band riesca a sfogare al meglio le sue anime. Se i “lamenti” presenti su disco spesso fanno concludere l’ascolto integrale di un loro album a fatica, nella loro forma live Stewart riesce ad essere isterico ma coinvolgente, lento e sofferto ma altrettanto trascinante. Lo ha dimostrato anche durante il live romano. Fermo immmobile davanti al microfono o scattando da un lato all’altro del palco, in cui è passato senza colpo ferire dalle lente e dolenti ballate accompagnate dalla chitarra elettrica, ai sincopati clangori delle percussioni seguito mirabilmente da Shayna Dunkelman.

Alternando pezzi dell’ultimo lavoro a classici del repertorio, per la gioia del numeroso pubblico, gli XIU XIU hanno regalato una intensa e sentita performance in cui è esplosa in tutta la sua dirompenete carica emotiva la forza ma anche la fragilità di questo bellissimo e unico personaggio del panorama musicale chiamato Jamie Stewart.

SetList:

Petite

Don Diasco

Wondering

I Luv Abortion

Forget

Fabulous Muscles

Jenny GoGo

Hay Choco Bananas

Sharp Dressed Man
(ZZ Top cover)

Get Up

Stupid in the Dark

Sad Pony Guerrilla Girl

Crank Heart

Encore:

I Broke Up (SJ)

 

SELEZIONI AREZZO WAVE LAZIO: La quarta serata al Trenta Formiche

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Quarta e ultima semifinale regionale dell’Arezzo Wave (Lazio) con il contest Arezzo Wave Band 2017. Radio Kaos Italy in qualità di mediapartner vi porta il report di ciò che accaduto lo scorso giovedì 4 maggio al Trenta Formiche di Roma.

Et//Al., TreesTakeLife e Shijo X sono le tre band semifinaliste che hanno tentato di conquistare la giuria in una serata piena di atmosfere sognanti e da viaggio ma sempre eleganti tra post-rock, musica classica, d’autore e trip-hop.

La giuria, composta da CERVONI CRISTIANO(Resp. Regionale AWL), MIRABELLA VALERIO (The Roost http://www.theroost.it/), POLVERARI GIANLUCA (Radio Città Aperta www.radiocittaperta.it e Romasuona http://www.romasuona.it/ ), TAMAGNINI EMANUELE (Nerds Attack http://www.nerdsattack.it/ ) e ROSSI “Pippo” MATTEO (Responsabile Regionale 2017 – AUSGANG PRODUZIONI), ha comunicato i 4 vincitori alla fine delle esibizioni live, quindi, a salire sul palco del Monk per la finale il prossimo 17 maggio: Plastik, Random Clockwork, Black Snake Moan e Shijo X.

I nostri inviati hanno avuto modo di chiacchierare con gli artisti e hanno preparato una pillola audio che potrete ascoltare qui sotto o in rotazione sulle nostre webfrequenze.

  • ET//AL.
  • TREESTAKELIFE
  • SHIJO X
 

[Kaos Live Report] Twelve Foot Ninja – Uneven Structure – Omega @ Traffic Live – 04/05/17

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Giovedì 4 Maggio c’è stato, finalmente, il debutto dei Twelve Foot Ninja in suolo italiano e romano, al Traffic Live Club davanti ad un gremito pubblico, supportati dagli Uneven Structure (touring band) e Omega.

Il pubblico già ben presente ad inizio serata supporta la band romana Omega, alla prima apertura importante e non delude assolutamente, assicurandosi certamente nuovi fans; la band esegue brani dal loro primo album Ocean’s Paradox Chapter 1 che presto sarà disponibile al pubblico.

Seconda band sul palco e via con i francesi Uneven Structure che presenta il loro nuovo album La Partition uscito il 21 aprile. Un set vario che colpisce il pubblico, molti dei quali già a conoscenza della band. Le differenze tra il precedente album Februus e quest’ultimo lavoro sono facilmente notabili e rendono interessante il loro concerto; infatti si passa da momenti più ambient e larghi a breakdown djent che portano i fans a scatenarsi nel pit.

Quando arriva il momento dei Twelve Foot Ninja l’aria è già carica di risate e voglia di spaccare tutto, risate portate dalla scelta della band di mandare brani di Lionel Richie e classici del funk anni 80′ per rilassarsi prima dell’ora metal. La setlist è a dir poco perfetta e contiene brani da i due album Outlier e Silent Machine oltre a Manufacture of Consent presente nell’EP Smoke Bomb.

Un concerto semplicemente fantastico e che, grazie alla presenza dei fans, fa capire alla band che l’Italia è la loro seconda casa, senza alcuna ombra di dubbio.

1) Collateral
2) Vanguard
3) Mother Sky
4) Kingdom
5) Post Mortem
6) Point of You
7) Deluge
8) Manufacture of Consent
9) Shuriken
10) Coming For You
11) Invincible
12) Sick
13) Adios
14) One Hand Killing

 

[Kaos Live Report] Ozaena – Skulljack – Lady Reaper @ Wishlist – 29/04/17

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Sabato 29 Aprile è avvenuto il release party del nuovo album degli Ozaena, per Time To Kill Records, intitolato “Necronaut”, presso il Wishlist club. La serata ha avuto inizio con i Lady Reaper, band che presto aprirà i concerti dei Grave Digger per le date italiane, presentando i brani del loro solido primo lavoro, registrato presso il The Lab studio.

Secondi a salire sul palco sono il power trio Skulljack, heavy metal colmo di attitudini hardcore, pur enfatizzando quelle origini che chiaramente riportano ai mitici Motörhead.

Arriva il momento degli headliner Ozaena che ci presentano subito con prepotenza i brani del loro nuovo album Necronaut, un lavoro estremamente solido, venuto fuori grazie all’esperienza sui palchi e alla maturità musicale che, sapientemente, ha aiutato i giovani ragazzi nella scrittura di questo album.

Presenti anche brani dal loro precedente lavoro Beneath The Ocean ed una cover con dedica dei Pantera, I’m Broken. Locale colmo di fans carichi e pronti a supportare la scena metal underground che cresce sempre di più e nel caso degli Ozaena, permette di effettuare tour europei; il Wishlist è pian piano diventato un locale che supporta la scena metal e su cui ci si può fare sempre affidamento.

 

[Kaos Live Report] Quattro Quartetti – Clementi & Nuccini @MONK 28/04/2017

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Nel segno della poesia di Eliot, ecco il report della magnifica serata live a firma Clementi-Nuccini al Monk Roma.

Le senti, Corrado, a Cassino le voci dei morti?

O è solo l’impianto che distorce le voci?

Più o meno un anno fa ero sempre al Monk Roma per ammirare il nuovo progetto di Emidio Clementi fuori dai Massimo Volume: i Sorge. Il disco era La Guerra di Domani: un grandissimo lavoro dove Clementi raccontava con la solita e poetica intensità le sue storie, supportato dalle basi di Marco Caldera, produttore e tecnico del suono di Aspettando i Barbari. Se vi ricordate bene, la seconda traccia dell’album si chiamava Nuccini

E’ proprio questo il nome che adesso accompagna Clementi nel nuovo progetto lontano dalla band madre. Adesso – senza dimenticare Notturno Americano del 2015 – è il turno dei Quattro Quartetti di T.S. Eliot con al fianco proprio Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò. Un’esperienza discografica e letteraria in cui si recita ed esalta il capolavoro poetico di T. S. Eliot. Quattro Quartetti (per 42Records) è un equilibrato ed appassionante lavoro in cui i versi di Eliot emergono sui tessuti musicali di Nuccini, creando un vero e proprio viaggio dell’anima da ammirare anche dal vivo.

La serata è aperta da Pieralberto Valli e dal suo “Atlas”: tanti applausi meritati alla fine del set. Una breve attesa e i nostri Clementi & Nuccini appaiono on stage. Il primo impeccabile in quell’eleganza fuori dal tempo e con il volume con tutte le opere di Eliot stretto in mano, il secondo pronto ad appostarsi davanti le sue macchine chitarra al collo. La scenografia è dominata dalle proiezioni sullo sfondo ed alcune luci disseminate sul palco. Ed infine ecco i protagonisti dello spettacolo:

Burnt Norton
East Coker
I Dry Salvages
Little Gidding

Declamati magistralmente in un unico e irrefrenabile flusso di bellezza in cui la forza filosofica dei testi s’incide profondamente nella mente e nel cuore di chi ascolta.

Il quartetto preferito di Clementi? I Dry Salvages. Il Nostro ritorna sul palco per raccontarci un aneddoto personale legato alla sua infanzia a San Benedetto ed un tragico naufragio in mare collegato a questo passaggio lirico. Gli ultimi versi e si chiude una serata magnifica, unica che solo la profondità e la delicatezza di Clementi e Nuccini ci potevano regalare. L’ennesima. Ma non ci basta mai.

Testo: Alessio Belli
Foto: Marco Loretucci

 

[Kaos Live Report] Giovanni Truppi “Solopiano” @Auditorium Parco della Musica 29/04/2017

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Una serata live davvero magica all’Auditorium Parco della Musica sabato scorso: Giovanni Truppi accompagnato “solo” da un pianoforte e le sue canzoni… Ecco le bellissime foto di Alessandro Zompanti!

 

[Kaos Live Report] Zu – Juggernaut – Lento @ Monk 25/04/17

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Martedì 25 Aprile presso il Monk Roma è stato presentato il nuovo lavoro degli Zu, Jhator, concerto aperto da due grandissime band, Lento e Juggernaut. La serata è stata all’insegna dell’oscuro, pesante, violento e strumentale, il tutto davanti ad un club strapieno, tutti volenterosi di ascoltare tre band uniche.

I primi sul palco sono i Juggernaut che, felici di esibirsi durante la Festa della Liberazione, ci regalano ben quarantacinque minuti di pura potenza evocativa e oscura, deliziandoci anche con brani nuovi che speriamo finiscano presto in un nuovo lavoro, idee che strizzano sempre più l’occhio al cinema, non vediamo l’ora. Nota positiva riguarda il numero di fans accorsi già ad inizio serata.

Nel silenzio più totale i Lento colpiscono la gente accorsa, alternando fasi lente in pieno stile shoegaze a delle esplosioni di velocità e cattiveria tra il post-hardcore e metal, decisamente accattivanti e perfetti per aprire le danze al concerto degli Zu.

Arriva il momento dei tanto attesi Zu e nulla viene lasciato al caso, un set poderoso e vario, con brani presi dai passati lavori e anche dal nuovo lavoro Jhator, due brani che contengono il tipico stile della band, ma che comunque prendono qualche caratteristica più moderna e la uniscono a quel fantastico marasma oscuro che li contraddistingue. Tutta la serata è stata un successo senza ombra di dubbio, un pubblico sempre più pronto a questo tipo di serate e la cornice del Monk risulta perfetta per questi tipi di concerti, strumentali, oscuri e cattivi, pieni di gente unica e band uniche, insomma se vi siete persi Juggernaut, Lento e Zu, ritrovare qualcosa di simile sarà decisamente complicato.

 

[Kaos Live Report] Rancore @Atlantico Live 22/04/2017

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Dopo un trionfale giro per l’Italia, il The Super GusBumps Show di Rancore si è concluso con una indimenticabile data romana all’Atlantico Live. Ecco come è andata…

Non so voi che età abbiate, ma io ricordo molto bene i Piccoli Brividi. Sia i libri che la successiva serie, anzi: ho sempre ammesso con onestà quanto abbiano influito sul mio percorso giornalistico e letterario, nonchè sulla fantasia di un “semplice” appassionato dell’horror. Potete capire quindi l’entusiasmo quando – dopo l’ottimo opening di DJ Setta – sul palco dell’Atlantico Live sono apparse le immagini della sigla dei Piccoli Brividi, ovvero Goosebumps.

Che lo spettacolo si prospettasse inedito e carico di sorprese ce lo potevamo anche aspettare da alcuni indiizi. Il titolo stesso dello show, l’opening “inquietante”, la presenza di un’altrettanto incappucciata band battezzata GusBumps Orqestra con ogni rispettivo membro dal nome a tema Piccoli Brividi, ma soprattutto dal fatto che dietro tutto ciò ci sia Rancore.

Un’artista capace sempre di mettersi in gioco, di presentare ogni volta qualcosa di originale e mai banale al pubblico, andando oltre quelle che sono le attuali – e spesso banali – regole che dominano il mondo del rap. Il suo limpido talento non di discute, anzi, poco a poco i plausi e consensi si sono fatti sempre più ampli andando oltre il “giro” rap underground. E’ per questo che non sono stato minimamente sopreso di vedere tutta quella lunghissima fila lungo l’ingresso dell’Atlantico Live sabato scorso. Roma non vedeva l’ora di abbracciare il suo Rancore.

Dopo l’arrivo degli “Incappucciati”, il The Super GusBumps Show è esploso in una irrefrenabile sequenza di musica e spettacolo, con Rancore irrefrenabile e scatenato tra le sue rime e i dialoghi con la GusBumps Orqestra e gli interessanti racconti con cui ha anticipato molti dei brani in scaletta, con tanto di gradite incursioni di Danno dei Colle der Fomento e Murubutu (il primo on stage, il secondo purtroppo no)!

Una scaletta in cui non sono mancati i grandi classici – “S.U.N.S.H.I.N.E.” e “D.A.R.K.N.E.S.S.”. “Capolinea” solo per fare qualche nome – ed alcune graditissime riscoperte del passato, creando così una serata che – con buona pace dell’Ente – è stata davvero spettacolare. Con tanto di demoni imbottigliati. Non male. Ecco allora i nostri scatti…

Foto e Testo di Alessio Belli

 

Selezioni Arezzo Wave Lazio: La seconda serata al Trenta Formiche

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Proseguono le semifinali regionali dell’Arezzo Wave con il contest Arezzo Wave Band 2017. Radio Kaos Italy in qualità di mediapartner vi porta il report di ciò che accaduto durante la seconda serata tenutasi lo scorso giovedì 20 aprile al Trenta Formiche di Roma.

Random Clockwork, Black Snake Moan e La Base, sono i tre semifinalisti che hanno tentato di conquistare la giuria dando il meglio di se in trenta minuti di performance tra rock, elettronica, psichedelia, funky e hip hop.

A decidere chi salirà sul palco del Monk Club per la finale il 17 maggio, una giuria di qualità composta da CERVONI CRISTIANO (Resp.Regionale AWL), MIRABELLA VALERIO ( The Roost http://www.theroost.it/), POLVERARI GIANLUCA ( Radio Città Aperta www.radiocittaperta.it e Romasuona http://www.romasuona.it/ ), TAMAGNINI EMANUELE (Nerds Attack http://www.nerdsattack.it/ ) e ROSSI “Pippo” MATTEO ( Responsabile Regionale 2017 – AUSGANG PRODUZIONI). I vincitori saranno comunicati durante la terza serata il prossimo lunedì 24 aprile sempre al Trenta Formiche.

I nostri inviati hanno avuto modo di chiacchierare con gli artisti e hanno preparato una pillola audio che potrete ascoltare qua sotto o in rotazione sulle nostre webfrequenze.

  • BLACK SNAKE MOAN
  • LA BASE
  • RANDOM CLOCKWORK
 

[Kaos Live Report] Romics 2017: gli scatti dell’ultima giornata!

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Come promesso, ecco la seconda parte del nostro reportage al Romics di Roma; qui trovate le imperdibili foto della nostra Laura Aurizzi scattate durante la giornata conclusiva di domenica! Buona visione e al prossimo Romics!

 

[Kaos Live Report] Romics 2017: i primi scatti!

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La Fiera di Roma ha ospitato dal 6 al 9 aprile uno degli eventi più attesi dell’anno: ovvero la XXI edizione del Romics!

Consapevoli del rischio, abbiamo mandato la nostra scatenata Laura Aurizzi, e queste sono le sue foto! Se non vi trovate, tranquilli: ce ne saranno delle altre…

ROMICS

 

[Kaos Live Report] Textures – Soulline – Subliminal Fear @ Planet Live Club – 09/04/17

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Domenica 9 aprile, presso il Planet Live Club, sono approdati finalmente nel suolo romano i Textures; la band attualmente in giro per l’Europa con il “Within the Horizon” tour.

Oltre alla band olandese, sul palco si sono esibite due band che hanno riscaldato la situazione in maniera perfetta e stiamo parlando dei Subliminal Fear e Soulline. La band pugliese ci delizia con i brani dal loro album “Escape From Leviathan” e il dualismo di genere crea un’atmosfera davvero carica di elettricità. La contrapposizione tra la voce clean di Carmine Cristallo e il growl di Savino Dicanosa crea un susseguirsi di scariche di adrenalina, il tutto sorretto dall’eccellente sound della sezione ritmica dei Subliminal Fear.

Seconda band sul palco e via con i svizzeri Soulline che con il loro metal preparano per bene l’ingresso degli olandesi; la band ha davvero groove da vendere e lo dimostra alla grande sul palco.

Arriva il momento dei Textures che sul palco dimostrano perché sono una delle migliori metal band Olandesi, ma anche internazionali; la tracklist è colma di ricordi per i fans accorsi, prendendo brani da “Dualism”, “Drawing Circles”, “Silhouttes” e ovviamente, anche dall’ultimo lavoro “Phenotype”. La band è carica sul palco e, seppure (purtroppo) i fans fossero davvero pochi, dimostrano come la loro professionalità sia impareggiabile e buttano fuori tutta la potenza che portano con loro regalando uno show davvero perfetto di quasi due ore.

Setlist:
Drive
Regenesis
Storm Warning
New Horizons
Shaping a Single Grain of Sand
Reaching Home
Illuminate the Trail
Awake
Transgression
Singularity

Encore:
Zman
(suonata con solo Uri Dijk on the stage )
Timeless
Stream of Consciousness
Laments of an Icarus

Giuseppe Negri

 

[Kaos Live Report] Notwist @Monk 06/04/2017

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Un concerto attesissimo, una band che amiamo particolarmente, una serata live che si prospettava indimenticabile. E così è stato: ecco le foto di Marco Loretucci del magnifico concerto di ieri sera dei Notwist al Monk Club di Roma. Emozionatevi.

Setlist:

Signals

Come In

Kong

Boneless

Into Another Tune

Trashing Days

This Room

Puzzle

The Devil, You + Me

Run Run Run

One With the Freaks

Pilot

Encore:

Pick Up the Phone

Gravity

Consequence

Gone Gone Gone