[Kaos Live Report] Giorgio Poi @Monk 03/11/2017

0

Varrebbe la pena di andare a vedere Giorgio Poi anche solo per sentire come iniziano i suoi concerti.

Il live dei Gastone (che ci perdiamo in pieno a causa di cena-trucco-birre-passo lento), e quello degli halfalib, un trio di tastiera e voce, sax e chitarra e batteria, anticipa l’ingresso di questo giovanotto con una felpa troppo grande e l’orecchino che manda bagliori di luce ogni qualvolta il fumo erogato da qualche bocchettone segreto si dirada un po’.

Gli halpalib ci incuriosiscono subito, perché il cantante parla con voce sommessa e nel pezzo di apertura ci canta un “riposa la testa, riposa le ossa” che veramente ci rimescola un po’ dentro. Non siamo sicuri di essere in grado di inquadrarli in un genere di riferimento, e in comunque poco ci importa, rimaniamo lì ad ascoltarli da cima a fondo, pensiamo per tutto il tempo che i loro pezzi in inglese (cioè tutti gli altri, tranne il primo) siano belli, ma meno belli del primo, la sala si popola rapidamente.

Giorgio Poi entra sempre da solo sul palco, è una specie di ometto da fiaba, però è anche uno che potrebbe essere il fratello del tuo migliore amico, attacca con Paracadute, il quinto pezzo del suo disco Fa Niente, canta solo accompagnato dalla chitarra con la voce dritta, anche se effettata, che ti racconta tutte le parole con precisione, che forse in bocca ad un altro, non avrebbero avuto significato.

Paracadute, cantata con l’accompagnamento della chitarra soltanto, è una canzone malinconica e distante, come un’eco di qualcosa che ti manca, senza che tu sappia esattamente cosa sia. Ma è quando Giorgio Poi canta “i sogni degli altri, che noia mortale” e cioè il momento in cui il batterista ed il bassista (Matteo Domenichelli e Francesco Aprili) salgono sul palco e cominciano a suonare anche loro, che tutta diventa come il mare di novembre, brumoso e confortante.

Giorgio Poi ha dei musicisti incredibili al seguito, e ne è cosciente, lo dice sempre, ogni volta che gli si fa un complimento dopo un live, e anche se non esiste più, con uno come lui, il concetto del musicista che è anche una rockstar inavvicinabile, un semidio, un mito, il pubblico lo chiama a voce altissima, improvvisa coretti, sa a memoria i nuovi singoli usciti poco fa, Semmai e Il Tuo Vestito Bianco, che poi viene anche ripetuta per l’encore.

Non è un caso che ci sia stato un riferimento al mare, poco fa, perché nella scrittura di Giorgio Poi il mare è un dato importantissimo, che ricorre quasi in ogni canzone, come la distrazione, i cinema e la difficoltà di comunicare, e allo stesso modo ritorna nella cover che viene riproposta in tutti i live, Il Mare D’Inverno, raccontata direttamente a noi come se fosse una storia che conosciamo bene, ma che ci va di riascoltare tutte le volte, soprattutto se viene fuori in modo così spontaneo e disarmante.

È così per l’altra cover, Ancora di Malgioglio, che sostituisce il pezzo de I Cani, Aurora (altra cover bellissima ce Giorgio Poi regala durante le sue date) sorprendendoci, dandoci un bel colpo di grazia.

Il concerto (ufficialmente, senza il bis), finisce con Niente Di Strano, forse il più famoso singolo, cantato a squarciagola da tutto il mare di persone che riempie la sala, Giorgio Poi ci ringrazia e brinda a noi, dice che da tempo voleva suonare al Monk perché è come casa sua, e lo crediamo bene, nel pubblico occhieggia metà della scena musicale indipendente romana, l’altra metà non la vediamo, forse, perché c’è ancora troppo fumo.