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[Il CantaSerie ] La serialità è donna

[Il CantaSerie ] La serialità è donna

«Where you lead, I will follow. Anywhere that you tell me to. If you need, you need me to be with you. I will follow where you lead» Queste parole vi ricordano qualcosa? Per il sottoscritto sono sinonimo di sabato pomeriggio, dopo scuola, pigiama chiuso a riccio e calduccio sotto le lenzuola. Per altri forse il momento e la situazione sono diversi, tuttavia l’oggetto è sempre il medesimo: la sigla d’apertura di Una mamma per amica.
Perché parlarne? Perché adesso quando tutto è successo? Per chi non mi conoscesse Petra il Giullare, mi chiamo e tutto fuorché la puntualità io amo. La mia dieta è molto… filosofica. Mi piace tanto masticar senza alcuna logica. Non sono uno di quelli che brama la novità, la divora, la spolpa e poi la sputa. Mi piace assaggiar di tutto un po’ e solo dopo un po’, ingoiar. Non son schiavo della cupidigia, poiché se tutto mangio con ingordigia, in bagno già devo andar. E poi, che male c’è a navigare indietro? Lo fa anche Netflix!

Ebbene sì: il 25 novembre 2016, la più prestigiosa azienda di noleggio ora anche produttrice di film e serie tv, distribuì i quattro episodi di uno dei serial più atteso: Una mamma per amica, o meglio: Una mamma per amica – Di nuovo insieme. «Congratulazioni Bardo, sempre sul pezzo!» «Poco da scherzare, sapete che per flashback mi piace zampettare!» Dunque salite con me sulla Waverider e come delle Leggende del domani torniamo a ieri. Che sia lo scorso novembre, o lo scorso settembre, oppure gli anni ’60 per poi giungere a nove anni fa, si accendano i motori e si voli verso l’assurdo.
Non si può parlare delle Gilmore Girls senza tornare a Stars Hollow, la nostra vecchia e amata cittadina alla quale eravamo abituati: una mappa geografica di odori e suggestioni. L’odore di caffè del locale di Luke, il profumo fragrante della cucina di Sookie al Dragonfly Inn, l’austerità e sobrietà di villa Gilmore; le voci, i dialoghi veloci, incalzanti, serrati ma mai banali che caratterizzano nel dettaglio i cittadini di questa straordinaria realtà. Netflix ci ha fatto tornare indietro fisicamente…

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… ma nel futuro. Il revival è un sequel che si propone di dare un degno finale a una settima stagione difficile. Alla fine della sesta infatti, i due creatori Daniel Palladino e Amy Sherman-Palladino, abbandonarono lo show rinunciando a una bozza di finale. Rimediando all’insuccesso della settima, il revival ci riporta in quei luoghi pregni ancora di carica emotiva, nonostante si respiri distacco e nostalgia. La lunghezza delle “stagioni” (i quattro episodi portano come titolo il nome delle quattro stagioni dell’anno) rende disfunzionale quell’alchimia perfetta tra dialoghi, personaggi e contesto. In breve Una mamma per amica – Di nuovo insieme risulta pesante e i circa 90 minuti di ciascuno episodio sprecano le battute brillanti scritte dall’ideatrice Amy Sherman-Palladino.

Il problema è giustificato dalla difficoltà di lavorare su un diverso tipo di piattaforma. Netflix non è Tv e si basa appunto sul cosiddetto binge watching (guardare un episodio dopo l’altro senza attendere la cadenza settimanale). Il che può essere un vantaggio oppure no! Per esempio, la serie Crisis in Six Scenes creata, diretta ed interpretata da Woody Allen e distribuita da Amazon, presenta l’incapacità di definirsi come prodotto. Le difficoltà del regista newyorkese (pentitosi subito dopo aver accettato) di abituarsi a un medium differente da quello abituale, si manifesta nella fiction. L’ipotetica sit-com ambientata nei turbolenti anni ’60 risulta poco decisa e scarsamente pungente. Si presenta più che altro come un film spezzettato che fatica a funzionare in un linguaggio che non gli è proprio.
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Ma ci si concentri sulla critica più indignata fatta alle Gilmore. C’è chi accusa Rory, di essere malamente maturata, di eccessiva stro…aggine, di aver fatto tutto l’opposto di ciò che le ha insegnato la madre… Posso fare spoiler sì? Oppure basta così! Perché no: tacciamo per rispetto di chi ancora non ha visto. La critica degli appassionati si accanisce contro quelle due fatidiche parole pronunciate dalla protagonista più giovane alla madre dopo il matrimonio (Doh, ho fatto spoiler). Alcuni possono ritenere tale scelta incoerente con lo spirito delle stagioni televisive, tuttavia se si considera il processo di maturazione di Lorelai e Rory, si potrebbe pensare che proprio quelle due o tre parole, unite al comportamento che la figlia assume in questo “anno” conclusivo, diano una giusta conclusione al racconto. In breve: non poteva che finire così!
La sigla d’apertura classica «Where you lead» cantata da Carole King e la figlia Louise Griffin, è assente nella versione di Netflix se non alla fine del terzo episodio. Tuttavia la canzone gioca un ruolo fondamentale anche nella sua assenza: le due interpreti, mamma e figlia, appaiono entrambe in un cammeo. Louise Griffin è la chitarrista che scaccia il fratello (il chitarrista di strada ricorrente) e ne prende il posto al termine del primo episodio. In questa scena viene riassunta musicalmente la vicenda delle intere stagioni, un inserimento musicale femminile che alla fine induce gli uomini ad abbandonare la sinfonia. Una mamma per amica è la storia di una madre che cresce una figlia da sola, sì grazie a patti e compromessi, ma rimanendo fedele a sé stessa. Lorelai è la prova vivente di una donna indipendente, libera da ogni intrappolamento di genere, costretta a colmare l’assenza di Christopher (il padre biologico di Rory).

Il revival ci mostra appunto una giovane Gilmore in difficoltà lavorative, che non riesce a trovare una sua vocazione o identità. Gli uomini che l’accompagnano sono fantasmi del passato oppure caricature inesistenti di cui o si scorda presto il nome, oppure si ribattezzano come Wookiee. Gli ex di Rory sono presenze maschili di passaggio che lasciano un saluto più ai fan della serie che all’interessata. Tuttavia un’unica persona riesce a infonderle quella fiducia in sé stessa per iniziare a scrivere qualcosa di nuovo, una storia così incisiva da ripetersi in quelle ultime due parole dette alla madre. Le parole più commuoventi di tutte le otto stagioni…. Dopo aver salutato tra i singhiozzi i personaggi che hanno popolato questo fantastico universo, le Gilmore hanno finalmente trovato un loro adeguato finale che introduce il ciclico, come il ripetersi delle stagioni. Avere “una mamma per amica” significa seguire ovunque un bagliore più luminoso, quando le ombre diffidano e le presenze maschili ingombrano.

Gilmore Girls riesce a trovare una struttura compiuta (che ad alcuni può far storcere il naso) in un messaggio delicato e toccante che dietro il velo del rimpianto e dello sbalordimento, richiama un’esperienza condivisibile e condivisa. Cosa succederà a Lorelai e Rory? Chissà! Forse però il nostro viaggio a Stars Hollow lo può far immaginare. E forse è proprio questo lo scopo delle serie tv: trovare un finale degno che dia loro un’identità, lontana sia dai canoni imposti da cinema e televisione. Non tutti vi riescono: il trasparente e poco incisivo Sydney Musinger interpretato da Woody Allen in Crisis in Six Scenes si adegua agli agi e alle comunità della borghesia, sopprimendo la sua indole passionale e combattiva. Sarà appunto la giovane ribelle Lennie Dale, interpretata da un’azzeccata Miley Cyrus che, con la sua grinta rabbiosa, sconvolgerà l’uomo dal suo torpore.

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Nell’ultimo episodio della serie di Amazon, Sydney riconosce di non essere in grado di scrivere una sit-com. Ed è appunto in questa sua autocritica biografica e metanarrativa che il regista newyorkese impregna una serie insignificante come Crisis in Six Scenes di un’identità: un prodotto che dimostra i talenti ma anche le incapacità di un grandioso regista di cinema. Con le sue difficoltà, la serialità (televisiva e non) è un linguaggio che non solo accompagna le nostre esperienze visuali, ma consente a questi prodotti audiovisivi di comunicare la loro appartenenza, il loro vissuto, traguardi ed insuccessi e soprattutto intenzioni e scopi.

Una mamma per amica e Crisis in Six Scenes hanno guadagnato la loro identità. La prima riattualizzando una narrazione pensata per un altro tipo di fruizione, in una nuova piattaforma; la seconda mostrandosi appunto come un prodotto difficile da comprendere e da identificare appunto per la sua complessità realizzativa. Che vi siano piaciuti o meno questi serial, poco importa, l’opinione niente di grave vi comporta! Tuttavia è lecito parlar di degni finali che si confondono con degni inizi che fanno altrettanto con degni finali. Siamo all’inizio della fine di qualcosa? Chissà! In ogni caso se le Gilmore volessero ritornare a Stars Hollow per raccontarci un nuovo inizio, noi ci saremo: «If you’re out of road, feelin’ lonely and so cold. All you have to do is call my name and I’ll be there, on the next train»

Petra il Giullare

 

aprile 15th, 2017

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