[Kaos Live Report] Boris & Amenra @Monk Club 01/03/2018

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Dopo una settimana di freddo e neve, l’accoppiata extralusso formata dai Boris e dagli Amenra riscalda gli animi dei presenti al Monk Club grazie al loro stile unico, quasi avvolgente nella loro strabordante potenza.

A iniziare la serata ci pensa il trio giapponese, che a 26 anni dalla nascita non smette di sfornare intensi capolavori: l’ultimo in ordine di tempo è “Dear”, uscito nel 2017, e ancora espressione di un genere musicale difficile da inquadrare e impossibile da etichettare. I Boris spaziano dal drone, al post-metal, al noise, con una naturalezza ipnotica, soprattutto per chi ha la fortuna di godersi un loro live. Il gong alle spalle del magnetico Atsuo Mizuno, batterista tanto coinvolto nello sviluppo della sua musica da sembrare perennemente in uno stato di trance, è il fulcro della scena. Takeshi Ohtani (basso) e la gracile Wata (chitarra e tastiere) completano l’opera seguendo con gli occhi il tempo che Mizuno dà loro con tutta la teatralità del caso. Lo scoccare del gong fa sobbalzare il cuore in gola alle prime file del pubblico, un’apoteosi di emozioni che all’apparenza trova fine solo nel momento in cui il gruppo saluta nel mezzo di un’ovazione generale.

Ma è, appunto, solo apparenza. Bastano infatti 15 minuti per risistemare la scena e lasciare spazio a un’altra esibizione non adatta ai cuori deboli. Colin H. van Eeckhout prepara un tappeto al centro del palco, si volta verso il batterista Bjorn J. Lebon, piegato in ginocchio, capo chino, come fosse in preghiera. Nelle sue mani due tubi di metallo che comincia a sbattere uno contro l’altro, seguendo un ritmo lento ma inesorabile. Pian piano gli altri componenti del gruppo (Vandekerckhove e Bossu alle chitarre, oltre al possente Seynaeve al basso) subentrano, in un crescendo emozionante, quasi mistico. Gli Amenra spaziano da momenti contemplativi ad altri in cui la base metal della loro musica prende il sopravvento, in un pot-pourri di generi che ricorda da vicino l’evoluzione dei Boris. Ma a differenza dei nipponici, il quintetto belga ha continuato a seguire il filo della loro opera omnia con l’ultimo album, “Mass VI”: l’alternanza di momenti catartici e esplosioni sonore rappresenta la struttura base dei loro lavori, dal primo “Mass I” datato 2003, a quest’ultimo del 2017. Sul palco poi, van Eeckhout scaglia le sue urla verso il batterista, rivolgendo le spalle al pubblico, in una disposizione scenica che da sempre lo caratterizza. L’effetto è tanto spiazzante quanto travolgente.

Inutile dire che un uno-due del genere non si vede tutti i giorni; il consiglio, per chi non è potuto esserci, è di munirsi di tappi per le orecchie e recuperare il prima possibile.

Testo: Paolo Sinacore

Foto: Alessio Belli