[Kaos Live Report] Zu @Monk Club 21/11/2017

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Negli ultimi mesi/anni più di una volta mi è stato caldamente consigliato di vivere l’esperienza di un live degli Zu, e a posteriori non posso che rammaricarmi di aver aspettato tutto questo tempo.

La band romana, che prende il nome dall’album Die Tür ist Zu degli Swans, tra le tante analogie con la band di Michael Gira ne ha una che mi incuriosisce immediatamente: i tappi per le orecchie. Sì, perchè anche stavolta (come in occasione di un concerto degli Swans), mi viene suggerito di premunirmi dei suddetti tappi, soprattutto nel caso avessi avuto intenzione (come poi effettivamente sarà) di godermi lo spettacolo da pochi passi.

E dire che la serata inizia con tutt’altro mood, condizionata dalla rilassante e sorprendente esibizione di ØKAPI (al secolo Filippo Paolini), la cui musica si mescola alla perfezione con le immagini preparate da Simone Memè che passano sul proiettore. Una sorta di documentario naturalistico prende vita tra suoni spiazzanti che riprendono versi di uccelli e voli di stormi, il tutto basato sulle sperimentazioni di Olivier Messiaen (da cui il titolo dell’album Pardonne-moi, Olivier!), compositore francese e ornitologo di metà XX secolo.

A fare da contraltare all’esibizione del duo ci pensa Luca Mai, che si presenta sul palco con tutta la potenza del suo sax baritono. Per restare sul tema naturalistico intrapreso da ØKAPI, l’introduzione di “Obsidian”, una delle tante perle di Carboniferous (2009), potrebbe essere paragonata ai passi pesanti e prepotenti di un elefante. Un approccio che coinvolge subito il pubblico subito immerso nelle trame musicali insolite di questo inusuale trio. Infatti, oltre al già citato Mai, troviamo Massimo Pupillo al basso (altro membro originale della band), e Tomas Järmyr, batterista norvegese in forza agli Zu dal 2015. I tre funamboli sembrano spesso andare ognuno per conto proprio, per poi ritrovarsi nei momenti di massima esaltazione che la loro musica elargisce senza soluzione di continuità. La batteria di Jarmyr è lo splendido metronomo su cui si sfogano i deliri di Mai e Pupillo, che scovano note sempre più basse e profonde per poi esplodere in assoli trascinanti.

Momenti di apparente quiete (come l’inizio di The Unseen War”) sono solo il preludio di cavalcate prepotenti che ci entrano nelle ossa e ci investono nella loro cupa bellezza. Beata Viscera” è un altro pezzo che ti toglie il fiato, tra i cambi di ritmo e le evoluzioni di tutti gli strumenti, che diventano a turno protagonisti. Il concerto si sviluppa soprattutto sui pezzi di Carboniferous (oltre a qualche traccia di Cortar Todo), e si conclude con la magnifica doppietta “Chtonian” – “Ostia”, quando Pupillo si lascia definitivamente andare mordendo in senso letterale (oltre che in senso figurato) le corde del suo basso.

Gli Zu ci salutano dopo un’ora intensa fatta di pochissime pause e di continui saliscendi; un tappeto musicale poco omogeneo, frastagliato, che proprio per questo regala emozioni forti e non stanca mai.

Testo: Paolo SInacore

Foto: Alessio Belli