Prima degli influencer, dei trend di TikTok e dei profili costruiti per diventare virali, c’erano loro: emo, truzzi, tamarri e appassionati di tecktonik.
Tra il 2006 e il 2010, una generazione di adolescenti trasformò i primi social network in luoghi di espressione, appartenenza e riconoscimento.
Il 2008 fu uno degli anni simbolo di questa esplosione. MySpace, Netlog e i primi anni di Facebook si intrecciavano con YouTube, dove videoclip e filmati amatoriali iniziavano a circolare rapidamente.
Le fotografie scattate allo specchio, le frange sugli occhi, l’eyeliner, le cinture vistose e le creste diventavano segni distintivi di identità collettive. Intanto, la tecktonik conquistava le piste da ballo con movimenti frenetici, abbigliamento fluorescente e video di coreografie condivisi online.
Netlog, in particolare, rappresentò un punto di riferimento per la scena emo italiana.
Profili personalizzati, nickname, autoscatti e diari online permettevano di conoscere ragazzi con gli stessi gusti musicali anche a centinaia di chilometri di distanza. My Chemical Romance, Linkin Park, Tokio Hotel, Simple Plan e Bullet for My Valentine erano tra i riferimenti musicali di quell’immaginario.
A Roma, Piazza del Popolo diventò uno dei luoghi simbolo di questa cultura, dove le community virtuali potevano incontrarsi nella vita reale. Nel luglio 2008, anche un servizio di la Repubblica dedicato al mondo emo raccontava il fenomeno delle nuove tribù giovanili.
Non erano le prime subculture della storia, ma rappresentarono una delle espressioni più visibili del passaggio dalla strada alla rete.
Prima degli algoritmi e dei contenuti progettati per raggiungere milioni di persone, erano i profili, le amicizie, le fotografie e i video a far circolare queste identità.
Oggi quelle community sono quasi scomparse, ma molte dinamiche sono rimaste: mostrarsi, trovare i propri simili e trasformare un gusto personale in un fenomeno collettivo.
Articolo di Rocco Foggia