Il 2 novembre 1975 moriva Pier Paolo Pasolini.
A 51 anni dalla sua scomparsa, il suo pensiero continua a interrogare il nostro presente.
Ci sono artisti che raccontano il mondo e altri che scelgono di metterlo in discussione. Pasolini apparteneva alla seconda categoria.
Poeta, scrittore, regista, sceneggiatore e giornalista, è stato una delle figure più complesse della cultura italiana del Novecento.
Con film come Accattone e Mamma Roma, romanzi come Ragazzi di vita e i suoi articoli, ha raccontato le periferie, le disuguaglianze e le contraddizioni di un Paese che spesso preferiva non guardarsi allo specchio.
La sua indipendenza intellettuale ebbe un prezzo.
Fu coinvolto in processi, scandali e attacchi pubblici. La sua omosessualità, in un’Italia profondamente conservatrice, lo espose a pregiudizi e discriminazioni.
Nel 1949 lo scandalo che lo coinvolse contribuì alla sua espulsione dall’insegnamento e dal Partito Comunista Italiano.
Eppure non smise di parlare. Criticò il potere, il consumismo, l’omologazione culturale e l’ipocrisia della società italiana, senza risparmiare neppure gli ambienti politici a lui più vicini.
Per Pasolini, essere intellettualmente libero significava non appartenere completamente a nessuno schieramento.
Nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975 venne assassinato all’Idroscalo di Ostia.
La sua morte, ancora oggi al centro di interrogativi e dibattiti, segnò profondamente la cultura italiana.
A 51 anni dalla sua scomparsa, resta una domanda: quanto siamo disposti a pagare per esprimere liberamente le nostre idee, quando queste disturbano il potere?
Pasolini non è stato soltanto un grande regista o uno scrittore straordinario.
È stato una voce scomoda, capace di mettere in discussione il proprio tempo.
Perché alcune voci, anche dopo la morte, continuano a farsi sentire.
Articolo di Rocco Foggia