Dopo una densa programmazione negli ultimi mesi, con ospiti internazionali come Circle Jerks e Digitalism, Invincible Fest presenta mercoledì 11 novembre ad Hacienda Roma i The Molotovs, l’energico progetto tra i più interessanti della nuova scena britannica.
L’appuntamento di mercoledì 11 novembre ad Hacienda Roma segna una data importante con il live dei The Molotovs , una delle giovani band che sta facendo impazzire il Regno Unito.
Anthems taglienti e potenti, un’attitudine live esplosiva e un’energia che non lascia nulla sul palco, conquistando un pubblico eterogeneo ma sempre attento alle nuove realtà.
Ancora adolescenti, sono stati scelti da artisti come The Libertines, The Sex Pistols, Adam Ant e Blondie per condividere il palco, mentre i Green Day li hanno sostenuti sia dal vivo che sulla stampa.
Abbiamo avuto il piacere di intervistarli, vi lasciamo qui la nostra chiacchierata!
1. Siete stati descritti come una delle giovani band più interessanti del Regno Unito, capaci di registrare il tutto esaurito nei locali e di condividere il palco con artisti leggendari come The Libertines, The Sex Pistols e Blondie. Come gestite le aspettative e l’attenzione che derivano da questo tipo di riconoscimento, soprattutto in così giovane età?
Matt: A dire il vero, non mi dà particolarmente fastidio. È bello ricevere questo tipo di riconoscimento, ma ci sarà sempre qualcuno scettico riguardo al modo in cui siamo arrivati fin qui, anche se questo scetticismo deriva semplicemente dalla loro ignoranza.
Con la reputazione che ci siamo costruiti come grande band dal vivo, è normale che ci sia anche chi vuole dire: «Non sono poi così bravi». Va bene, ognuno è libero di avere la propria opinione, ma credo che molte persone si facciano un’idea di noi troppo in fretta, soprattutto perché non facciamo parte di nessuna scena musicale. Siamo per conto nostro, con pochi alleati.
Alla fine, però, penso che questo si rivelerà un vantaggio: le scene musicali finiscono, e spesso con loro finiscono anche le band che ne fanno parte. Noi eviteremo di essere solo una meteora, destinata a sparire insieme a un clamore mediatico costruito artificialmente.
2. Il vostro sound è ruvido, energico e senza compromessi. Quali artisti o movimenti musicali hanno influenzato maggiormente la vostra identità e come fate a mantenere un suono autentico e personale?
Matt: Le influenze sono piuttosto varie, più di quanto si possa pensare. Tutta la scena new wave della fine degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta ha avuto un grande impatto sul nostro sound. Ma anche molta musica degli anni Sessanta: The Kinks, Small Faces, Faces (Rod Stewart), The Beatles, The Zombies e tanti altri artisti di quell’epoca.
Sono anche un grande appassionato di soul music, che influenza le melodie che scrivo e le progressioni armoniche. I ritornelli delle canzoni soul hanno sempre qualcosa di incredibilmente corale, raggiungono un climax perfetto. Lo adoro.
Mi piace molto anche tutto il movimento Madchester, soprattutto gli Happy Mondays più che gli Stone Roses. Preferisco il loro sound e i loro riff, li trovo più innovativi. È proprio quella componente psichedelica che ha influenzato il nostro ultimo singolo, Urbia.
3. Avete ricevuto il supporto di nomi iconici appartenenti a generazioni diverse, da Adam Ant ai Green Day. Cosa significa per voi essere sostenuti da artisti che ammirate? C’è qualche consiglio o esperienza vissuta durante questi incontri che vi è rimasto particolarmente impresso?
Issey: Il gusto è ciò con cui noi, come qualsiasi altro artista, abbiamo a che fare. Quando gli artisti che ci hanno ispirato – Blondie, The Libertines, Iggy Pop, The Sex Pistols e molti altri con cui abbiamo avuto la fortuna di condividere il palco – sono così gentili da condividere con noi il loro palco e il loro pubblico, ci sentiamo dei re per un giorno. È la più grande conferma del valore del proprio lavoro.
I consigli ricevuti si possono riassumere in una frase: «Continuate così, non mollate».
Il modo in cui siamo riusciti a costruire un pubblico e a creare fermento nella scena musicale è stato semplice: non stare mai zitti e suonare più concerti di quanti pasti caldi riusciamo a fare in un giorno!
Anche quegli artisti delle generazioni precedenti hanno conquistato la propria posizione in modo simile, suonando incessantemente. Credo quindi che riconoscano in noi la stessa determinazione e lo stesso spirito intraprendente.
4. Dopo un intenso periodo di tour e importanti partecipazioni ai festival in tutta Europa, cosa avete imparato su voi stessi come band dal vivo? E in che modo esibirvi davanti a pubblici diversi ha influenzato il vostro approccio al palco?
Issey: La teoria dello scarafaggio: niente riuscirà a ucciderci! Nonostante tutte le discussioni, la stanchezza e quei momenti di deriva tra un concerto e l’altro, in qualche modo continuiamo ad andare avanti come band.
Durante la stagione dei festival, con la crescita del gruppo, abbiamo iniziato a viaggiare sempre più lontano e a esibirci davanti a pubblici al di fuori del Regno Unito, Italia compresa, dove saremo in tour a novembre.
Quando suoniamo davanti a un pubblico straniero, i testi diventano meno importanti e meno comprensibili. Proprio perché le parole perdono parte della loro efficacia, la performance diventa ancora più centrale.
Mi ritrovo a cantare con maggiore rabbia, a enfatizzare i movimenti e a trasformare le espressioni del viso in qualcosa di ancora più intenso e marcato. Voglio che le persone percepiscano l’emozione delle canzoni, anche se non riescono a comprenderne perfettamente il significato letterale.
Se parliamo di politica, voglio che sentano la nostra frustrazione; se parliamo di relazioni, voglio che colgano quella componente di timidezza e malizia.
5. L’11 novembre porterete la vostra energia all’Hacienda di Roma. Come vi sentite all’idea di suonare a Roma? Quali sono le vostre aspettative per il concerto e per il rapporto con il pubblico italiano?
Matt: Beh, se sarà anche solo lontanamente simile alla vecchia Hacienda di Manchester, penso proprio che ci divertiremo parecchio!