[BEST OF 2016] I migliori album italiani

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Siccome con la fine dell’anno arriva il tanto temuto periodo delle classifiche, ci è stato chiesto di mettere insieme i migliori album italiani del 2016. Abbiamo voluto rimanere fedeli alle Top 5 di Alta Fedeltà, perciò vi proponiamo i migliori cinque album italiani pubblicati quest’anno.

Afterhours – Folfiri o Folfox (10 giugno 2016)

…Ognuno ha un modo di abbracciare il mondo, il modo che ho è soffrire fino in fondo…

Folfiri o Folfox è uscito a quattro anni di distanza da Padania e forse, a causa della disputa mediatica, scaturita dalla partecipazione di Agnelli a X Factor, il ritorno musicale degli Afterhours è passato un po’ in sordina.

In estate Manuel Agnelli, proprio in occasione di un’intervista dove spiegava la sua partecipazione al talent televisivo, peraltro con un’onestà intellettuale tale da mettere a tacere chiunque, parlava anche dell’essenza di questo nuovo lavoro: la musica è il luogo, il mezzo per elaborare il dolore, per espellere le tossine e tramutarle in energia. Se n’è parlato molto, alla base c’è un lutto, la morte del padre del frontman a causa di un tumore. Ma il disco è un percorso, una riflessione sulla capacità di sopravvivere ad una perdita e da essa in qualche modo trarne energia e una possibilità di crescita. Non è un disco immediato ma cupo, ostico, particolare e a tratti pesante (del resto gli Afterhours leggeri non sono mai stati), dove però la band sembra riprendere quella vena sperimentale che negli ultimi lavori mancava e trovando le giuste chiavi d’ascolto, si scopre un album importante, privo di inni generazionali ma in grado di affrontare temi cruciali e comuni a tutti.

Gli Afterhours non sono più quelli di Hai paura del buio? (e sarebbe assurdo pretenderlo) ma Folfiri o Folfox, entra di diritto tra le uscite migliori di quest’anno perché è un disco che nasce da un’urgenza espressiva quasi vitale, caldo e sincero, dove ci si immerge nel dolore, per ritrovare (o perlomeno provarci sul serio) la voglia di rialzarsi e vivere.

4) Wrongonyou – The Mountain Man (18 novembre 2016)

I really thought you were on my side

But now there’s nobody by my side”

Dopo quasi un anno e mezzo di attesa è inutile nascondere un po’ di amaro in bocca che ha lasciato l’EP d’esordio di Wrongonyou ma soltanto per aver trovato al suo interno pochi brani nuovi. Per chi non lo conoscesse già, in sole sei tracce c’è racchiusa tutta la bellezza della voce e il talento di Marco Zitelli (che abbiamo avuto l’onore e il piacere di ospitare durante la puntata dello scorso 20 aprile).

Un esordio dal respiro internazionale di cui in Italia si sentiva la necessità. In The Mountain Man c’è tanta roba, dal folk americano all’elettronica (ed è riduttivo riportare tutto all’influenza di un mostro come Bon Iver) e tutto confluisce nella devozione verso la natura dell’uomo di montagna.

3) The Zen Circus – La terza guerra mondiale (23 settembre 2016)

…i miei cantanti ti giuro tutti quanti sono bugiardi falsi infantili ed arroganti…

La terza guerra mondiale, nono album in studio degli Zen Circus, dieci potenziali singoli basati esclusivamente su chitarra basso e batteria, niente fronzoli, niente synth usati o abusati. Nella rincorsa al cantautorato pop degli ultimi anni, il gruppo toscano tira fuori dal cilindro un disco musicalmente e concettualmente punk rock dai toni aspri, malinconici e a tratti violenti.

L’ironia e la voglia di provocare sono le stesse che hanno caratterizzato la loro quasi ventennale carriera, c’è meno rabbia forse e più disillusione rispetto ai precedenti lavori. Lo sguardo cinico è posato sull’estetismo virtuale, sulla solitudine che si tenta di esorcizzare dandosi un tono sui social network, sul tempo che passa e su gli eroi da tastiera che inneggiano a rivoluzioni, però intanto qui le piazze sono mute e mentre la distruzione incombe, ci si scattano selfie e si va a fare un aperitivo in centro, magari ascoltando una canzone rassicurante che ci dice che andrà tutto bene.

Senza giudicare, con la loro tipica onestà e assenza di diplomazia gli Zen Circus ci hanno regalato uno dei dischi più riusciti e completi della loro carriera e, per noi, di questo 2016. Non sarà un album innovativo o dall’impatto dirompente, se non altro perché i tre pisani continuano a rimanere (e per fortuna) fedeli a loro stessi, ma è un disco del quale se ne sentiva un gran bisogno, diretto come un pugno in faccia e complesso nella sua semplicità.

2) Niccolò Fabi – Una somma di piccole cose (22 aprile 2016)

Distendo le vene e apro piano le mani, cerco di non trattenere più nulla, lascio tutto fluire

La percezione dell’innovazione quasi inumana che sta trasformando la società, l’amara disillusione che tutte le piccole cose andranno piano piano perdute e il senso di sconfitta dell’uomo; ma anche l’intima profondità dei rapporti nella vita quotidiana, l’ottimismo della rivincita della semplicità e un confortevole torpore. Questo è l’ultimo lavoro di Niccolò Fabi, 39 minuti di sensazioni contrastanti che alla fine lasciano un riparo in cui rifugiarsi.

1) Motta – La fine dei vent’anni (18 marzo 2016)

Non possiamo riparare, sono finiti gli argomenti. La testa sulle spalle e le spalle sopra ai denti

L’esordio solista di Francesco Motta è una sorta di manifesto generazionale per chi, ad oggi, è sull’orlo della fine dei vent’anni (come chi scrive): è un momento di passaggio ma allo stesso tempo è fulcro di paure. Motta le canta, dà a chi ascolta uno specchio in cui poter rivedere la propria immagine, supera i timori e fa un passo avanti verso la speranza. L’album non stanca mai, ogni ascolto tira fuori qualcosa in più rispetto a quelli precedenti: il significato di una frase, un giro di basso, un effetto della chitarra e, se oggettivamente esistesse, la perfezione.