[Kaos Live Report] Boris @ Jailbreak Live Club 02/12/16

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“Siderurgica Romana” è il nome della fabbrica, limitrofa al Jailbreak e arrivato nella sede del concerto dei nipponici Boris, realizzo che la sala concerti che per questa sera ospiterà l’organizzazione dell’Init, ha sicuramente un aspetto più curato rispetto alla zona industriale circostante, ma i contenuti sono i medesimi: Metallo Pesante.

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Non a caso il pubblico accorso per rendere omaggio al decennale di “Pink” è formato da seguaci dell’hard rock e i suoi derivati, riconoscibili da uno stile ostentato e inconfondibile che comprende molte t-shirt di varie band. Paradossalmente, “Pink” uscito a cavallo tra il 2005 e 2006, è il disco meno heavy-oriented dei Boris, essendo influenzato da molte sonorità esterne al genere, come lo shoegaze e transizioni eteree di pura matrice Ambient.

L’apertura della “party night” di pink spetta a un gruppo di giovani romani, i Dryseas che, con il loro dichiarato stoner rock, ci accompagnano piacevolmente fino all’evento principale della serata.
Liberato il palco dalla strumentazione dei romani, emerge parte dell’arsenale sonoro della band giapponese, che fa intendere subito le loro bellicose intenzioni: ORANGE AMPS come se non ci fosse un domani, watt su watt di roccioso sound saranno veicolati da questa montagna di leggendari amplificatori; infine un imponente “Gong” sovrasta il drum-kit di Atsu (Batteria).

Dopo poco salgono sul piccolo set la minuta Wato (chitarra) e Takeshi (double neck guitar e voce), che si dedicheranno agli ultimi settaggi dei loro strumenti in un outfit totally black che non difficilmente ha ispirato i vampiri del bellissimo film “solo gli amanti sopravvivono” del regista e “trend setter” Jim Jarmusch.

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Assolutamente non velato l’amore per i Boris di Jarmusch che li ha inclusi nella colonna sonora del suo film “The Limits of Control” (2009), e ne ha tessuto le lodi in una intervista: “each time they play something, it’s obviously different, every time.”
Lo show di questa sera, prevedendo l’esecuzione di un solo album, potrebbe compromettere questa sorta di attidudine “impro” con il risultato di poter risultare un live pesante nella sua prevedibilità, ma fortunatamente Pink è un album molto etereogeneo.

Cosa confermata da brani come “Farewall”, posta in chiusura a differenza della “track1” riservatagli play-list del disco, dove un intro più sognante converge in una coda totalmente noise.
In questo senso potremmo citare anche “My Machine”, forse una delle canzoni più “post-rock” della band, posta poco prima dell’epica “Just abandoned myself”.

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A differenza del rimprovero di Takeshi (“ehy guys …you’re so quite tonight!!!”), il pubblico, ahimè non foltissimo, risponde bene agli input sonori della band: incentivati anche dallo scenico e istrionico Atsu (forse il vero leader); Alternano momenti di pogo nelle accelerazioni “punk” e si lasciano rapire dalle cadute ambient e nelle lunghe stratificazione drone.

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In definitiva un ottimo concerto, dove abbiamo potuto assistere al raro evento dell’esecuzione per intero di un singolo lavoro, che un decennio prima ci aveva affascinato con il suo caleidoscopio sonoro.

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Marco Loretucci