La patata tira…

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Senza scendere nel volgare si dice sempre che la patata “attira” il pubblico, specie quello maschile, ma stavolta è servita ad attirare la bellezza di un milione di euro. È quanto ha sborsato un collezionista d’arte, cliente del fotografo Kevin Abosch, dopo aver visto l’opera dell’artista irlandese.

Abosch è uno dei fotografi ritrattisti più apprezzati a livello internazionale, tra gli altri ha ritratto Johnny Depp, Steven Spielberg, Dustin Hoffman, Bob Geldof ed i più potenti della Silicon Valley. In effetti non ha studiato arte ma, in realtà, è un ex biologo che ama la tecnologia e ha familiarità con i linguaggi di programmazione.

Abosch attribuisce il suo successo con la fotografia alla passione, un po’ di talento naturale, ed alcuni momenti chiave della sua carriera.

La sua prima possibilità è nata nel 1990, stava lavorando con la CBS Records. La casa discografica aveva bisogno di un fotografo per un servizio fotografico ad una sua band e Abosch si offrì come volontario per il lavoro. Quando la CBS gli chiese di vedere il suo portafoglio, Abosch si rese conto di non avere uno, così mostrò otto dei suoi quadri e ha negoziò $ 2.500 per mezza giornata di lavoro…non male per il primo servizio come fotografo!

Riflettete…

Musica…da guardare!

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Tutti conosciamo le onde sonore e le abbiamo studiate sui libri di scuola, ma non è di questo che stiamo parlando. Parliamo dei movimenti che effettivamente compiono i musicisti che sono stati trasformati in arte grazie alle fotografie di Stephen Orlando. Unendo luce e movimento è riuscito a creare degli scatti unici per ogni esibizione perché collegati ai singoli movimenti esecutivi dei performer.

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L’artista si è lasciato ispirare dagli esperimenti eseguiti dal fotografo Gjon Mili, che ha immortalato anche Pablo Picasso.

Ha fornito ai musicisti degli archi su cui sono stati accuratamente posizionati degli speciali LED che, uniti ad una scarsa luminosità, una lunga esposizione ed al movimento compositivo, hanno generato questi scatti musicali.

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L’artista spiega:
“A relative motion between the performer and camera must exist for the light trails to move through the frame. I found it easier to move the camera instead of the performer. The LEDs are programmed to change color to convey a sense of time. […] Each photo is a single exposure and the light trails have not been manipulated in post processing.”

“Deve esistere un movimento tra performer e macchina fotografica per permettere ai sentieri di luce di creare un sentiero. Mi è risultato più facile spostare la fotocamera piuttosto che il performer. I LED sono programmati per cambiare colore e, quindi, trasmettere il senso di tempo. […] Ogni foto è stata scattata in una sola esposizione e i sentieri di luce non sono stati manipolati in post-elaborazione.”

Nel giro di un anno la stessa tecnica è stata applicata anche ad altri oggetti, date un occhiata su motionexposure.com | Facebook | Instagram

Questa, invece, la dedichiamo agli amici di ON BOARD:

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