Cloud Nothings @Monk Club 15/02/2019

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Ritmo, frenesia, e – perchè no – pogo: il Monk ci offre un venerdì sera all’insegna dell’energia debordante dei Cloud Nothings, aperti alla grande dai  B.M.C. Big Mountain County

La band di Cleveland, creatura nata dalle turbe e dal genio del 28enne Dylan Baldi, irrompe sul palco vomitando rabbia e mettendo l’accento su quel senso di urgenza adolescenziale. E’ proprio questo punk-hardcore ribelle e urlato che caratterizza le tracce di Last Building Burning, ultimo lavoro della band, protagonista della prima metà del concerto. L’apertura garibaldina con Leave Him Now è il manifesto delle intenzioni bellicose della band, che si sublimano nella voce gracchiata e sofferta di Dylan nella splendida The Echo of the World. La complessità dei Cloud Nothings la si evince d’altro canto nella catartica Dissolution, pezzo lungo oltre10 minuti durante il quale la band pare prendersi una pausa per poi prodigarsi in un crescendo hardcore potentissimo. Il clima in sala è, manco a dirlo, elettrico, e il pubblico partecipa con trasporto anche quando entrano in gioco gli album precedenti a Last Building Burning.

La seconda parte del concerto decolla con le schitarrate più marcate di Now Hear In, e con la batteria di Jason Gerycz che si fa sempre più pesante quando si attinge dal magnifico Here and Nowhere Else, album del 2014 e prima grande conferma del valore di questo gruppo dopo l’esplosione del 2012 con Attack Memory. Da quest’ultimo e da Life Without Sound si riscontrano sonorità più leggere e melodie apparentemente spensierate, orecchiabili (come in Enter Entirely). Ma la voglia di sperimentare e provare qualcosa di diverso fa sì che si creino diamanti grezzi come quello rappresentato da Wasted Days, inno dalle sfumature noise e grunge di Attack Memory, e degno finale di un concerto che – credetemi – vola via in un batter d’occhio, tanta è la carica emotiva che scorre nell’aria.

Testo / Paolo Sinacore

Foto / Alessio Belli