Tinariwen… gli “Elefanti” che abbattono i muri!

0

Qualche anno fa mi capitò di leggere un’intervista a Robert Smith dei The Cure. Alla domanda su quale musica ascoltasse in quel periodo la risposta comprendeva vari gruppi e tra questi mi incuriosì un nome: Tinariwen. Non li conoscevo, così feci una ricerca su Google e uscirono pochi risultati: rimasi sorpreso però nel vedere che i membri del gruppo erano dei singolari personaggi tuareg. Ascoltai qualche pezzo e mi colpirono abbastanza. Ma il mio fu solo un primo approccio sommario.

Di lì a qualche mese (era il 2009) usciva Battle For The Sun dei Placebo.Fu una svolta un po’ deludente del gruppo inglese che si svestiva di dark e proponeva una inedita positività. Questa che sembra una divagazione fece riuscire il nome dei Tinariwen: anche Brian Molko affermava di avere tra le sue preferenze del momento questa strana band. Mi chiesi cosa avesse di cosi speciale al punto da aver colpito trasversalmente dei musicisti che nulla avevano a che fare con quel genere di sonorità. Tuttavia non c’era ancora molta attenzione da parte della rete e della stampa nei confronti dei Tinariwen e il mio interesse risfumò.
tinariwen-7221
Passarono altri due anni e nel 2011 uscì Tassili, il loro quinto lavoro, grazie al quale attirano lodi e ottime critiche. Tassili è un disco meraviglioso in cui l’ anima africana dei musicisti si lascia contaminare da sperimentazioni e contaminazioni in un lavoro ammaliante per armonia e incanto. Mi piacque tantissimo e lo apprezzai ancor di più dopo aver conosciuto la storia che quei turbanti tuareg celavano.

Ibrahim Ag Alhabib, fondatore del gruppo, prima ancora di essere un musicista è stato un bambino. Se un fotografo avesse immortalato il piccolo Ibrahim, probabilmente quello che ne veniva fuori sarebbe stato uno scatto che ritraeva una donna con tanti bambini, tra cui lui, davanti una tenda berbera, una mandria di vacche magre, qualche uomo defilato, una vecchia saggia seduta davanti i drappi dell’accampamento e sullo sfondo un marrone omogeneo di sabbia infinita. Quella foto non c’è, ma trasmetterebbe un vortice eterogeneo di tenerezza, allegria e malinconia come un qualsiasi documentario di National Geographic che parla di Africa. Del resto l’Africa è tutto questo, nonostante i mille problemi non la si associa mai al sentimento di rabbia. In quello scatto immaginario invece la rabbia ci sarebbe. Quel bambino forse non conosceva neanche la rabbia come sentimento, ma ne avrebbe dovuto presto fare i conti. Ora saprete il perché.

Prendete l’immagine ed eliminate la donna con tanti bambini tranne uno, eliminate la mandria di vacche magre tranne una, eliminate gli uomini defilati, eliminate la tenda con i drappi bianchi o come l’avete immaginata ed anche ogni singolo granello di sabbia marrone dallo sfondo. Ah dimenticavo: quella foto era stata scattata nel Mali nel 1963. In quell’anno i tuareg si erano ribellati al governo in uno stato neonato che solo 3 anni prima aveva ottenuto l’ indipendenza dalla Francia. C’era un uomo (uno di quelli defilati nella nostra foto) che non era un combattente ma accoglieva, nascondeva i ribelli dall’esercito e dava loro ristoro. Un giorno lo scoprono, lo ammazzano e lo fanno a pezzi… letteralmente! Tutto questo davanti agli occhi del figlio. Sterminano anche l’intero villaggio, gli unici a salvarsi sono una mucca, il piccolo Ibrahim, che ha solo 4 anni, e sua nonna. Esattamente quello che rimane in quella foto. A 4 anni ha già vissuto una vita intera, sua nonna prende lui e la mucca e decide per una traversata del deserto che spera possa regalare una seconda vita a Ibrahim.
tinariwen-effetto-venezia-2016
Ecco la rabbia e la tristezza che in quella foto non c’erano.
Immedesimarsi in quel bambino sarebbe troppo per occidentali come noi, ma c’è un punto di svolta nella sua vita, come avrebbe dichiarato poi lo stesso Ibrahim una volta diventato musicista. Durante questo triste esodo infatti quel bambino cresciuto troppo in fretta dice di aver visto un film americano in un campo profughi tra l’Algeria e la Libia. Di tutto quel film non capiva una sola parola dei dialoghi ma rimase colpito da un cowboy che suonava la chitarra e si accese nei suoi occhi un sogno, quello di poter suonare. Per un esule per di più bambino e nelle sue condizioni rimarrebbe un sogno, invece Ibrahim quella chitarra se la costruisce con un barattolo, del legno e dei fili di ferro. Mi piace fissare questo come il vero inizio dei Tinariwen anche se non è cosi.

Ibrahim a questo punto della sua storia vive in Libia, è cresciuto e ha conosciuto qualche altro musicista ma il suo destino è quello di essere un nomade e di vivere nei campi profughi a contatto con tante culture ma anche con tanta crudeltà. Negli anni ’80 diviene un militare non per suo volere, ma perchè costretto dal dittatore Gheddafi che pesca nei campi profughi e costringe all’arruolamento gli esuli al fine di formare un esercito di regime per invadere l’Algeria e il Mali, proprio la nazione in cui quel bambino lasciò la sua infanzia. Ibrahim e gli altri tuareg fuggono presto, però abbandonando l’esercito attirati da un leader tuareg algerino con ambizioni rivoluzionarie di nome Af Ghali. La musica non era ancora bandita, o almeno non agli occhi di Af Ghali, che anzi la usa per diffondere i propri intenti e trovare adesioni tra la gente.

Questo è un altro momento di svolta per Ibrahim perché, infatti, il leader rivoltoso identifica in lui la voce adatta per musicare la rivolta. Li finanzia, concede loro ampie libertà e soprattutto gli fornisce strumenti e musicisti. I Tinariwen non sono quindi band ma un progetto in cui la musica gioca un ruolo rivoluzionario per il movimento e salvifico per il bambino cresciuto ormai. Il passaggio più importante e che li cataloga alla storia come gruppo musicale però avviene nel 1998 quando a Timbuctu si tiene il primo Festival Au Desert organizzato da personaggi francesi. La musica dei Tinariwen sorprende e incanta e dopo due anni passano dai campi profughi a una vera sala di registrazione e diventano una band vera e propria con il primo lavoro discografico.

Facciamo quindi un salto temporale e arriviamo ai giorni nostri. Sono cambiate tante cose e quel bambino della foto è oggi un grande musicista vive tra Inghilterra e Usa, i suoi Tinariwen sono una band che viene cercata da artisti internazionali per numerose collaborazioni. Brian Eno ha voluto addirittura andare con loro a registrare in luoghi inconsueti e chissà cosa ne verrà fuori in futuro. Il mese scorso è uscito il loro settimo album Elwan (Elefanti), ennesimo capitolo di una discografia ammaliante. Emozionale, sofferto, malinconico, Elwan è un lavoro che unisce la delicatezza alle distorsioni elettriche, e che vede nella sua tracklist diverse ospitate tra le quali spiccano quella con Mark Lanegan e Kurt Vile.

Parlare di un disco dei Tinariwen non è come ascoltarlo. Le parole non trasmetterebbero quel senso di trance quasi mistica e alienazione che nei solo live viene amplificata esponenzialmente.
Quindi ascoltatelo con devozione (direi) e lasciatevi andare alla trance pensando per un’ultima volta a quella foto immaginaria del 1963 scattata in Mali alla quale attraverso le note potrete ridare colore e magia. E dopo averlo ascoltato cercate un loro concerto, andateli a sentire live, chiudete gli occhi e immaginate che sul palco ci sia quel bambino con la chitarra di latta…..cosi quella foto del 1963 in Mali tornerà a come era stata scattata con i bambini, la tenda berbera bianca, le vacche al pascolo , le dune del deserto e…con tutta la sua magia !

untitled

di Antonio Cammisa

Il Sanremo che vorrei – by Radio Kaos Italy

0

Ieri sera è iniziata la sessantaseiesima edizione del Festival di Sanremo e noi siamo i soliti alternativi “contro”. Ok, non proprio contro. Diciamo che vorremmo fare qualche correzione.
L’anno scorso era andata bene coi nostri super amici kuTso, che non possono lamentarsi visto che dall’Ariston sono passati alla nostra vetrina (ogni lunedì alle 21.00).

Adesso però loro non sono in gara e il meglio che possiamo aspettarci è:

Non chiediamo al Festival di rivivere questo

o di provare l’ebbrezza di questo

Di sicuro non mancheranno momenti topici

ma quello che ci interessa davvero è che ci sia

Ma per ascoltare davvero della buona musica bisogna fare soltanto una cosa: connettersi su www.radiokaositaly.com!
Ecco il menù del giorno:

13:00 KAOS LUNCH —> #iniziarebene
15:00 ALTA FEDELTA’ —> #dnaconcerti #ospiti #booking
16:00 100° DI LIBERTA’ —> #informazione #astronauti #spazio
17:00 FATTORE C —> #kannizza #laguarino #risate
18:00 EL MONO —> #amparito #scimmie #sudamerica
19:00 ASTARBENE —> #crew #circus #ukulele
21:00 THE 5TH ELEMENT —> #hiphop
23:00 ATAUD —> #chart #oscurità #ospite