[Kaos Live Report] Mark Lanegan @Parco Rosati 11/07/2017

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Gargoyle: così si chiama l’ultimo disco di Mark Lanegan e devo dire che il nostro ha fatto centro anche questa volta. Gargoyle: un nome che evoca notte, mistero, intrigante oscurità. Direi che non siamo lontani dal personaggio Lanegan, a come ce lo immaginiamo. Merito della sua voce, della musica, della sua storia e di tutte le perle musicali prodotte.

Gargoyle è un gran bel disco e dopo il primo felice ascolto non riesco – tanto per cambiare – più a farne a meno. Leggermente sotto Blues Funeral ma sicuramente il lavoro migliore degli ultimi anni. Grinta rock, voce sempre rauca e vissuta che ci fa innamorare come la prima volta, riuscendo a passare dai momenti più energici – “Death’s Head Tattoo”, “Nocturne”, “Emperor” – agli scorci emozionanti, lenti e dolenti di “Goodbye to Beauty”. Insomma, passano gli anni ma i motivi per vedere il caro Mark non mancano: eccoci qui allora pronti ad ammirarlo nella data romana a Parco Rosati.

Dopo averlo fotografato per la Radio Kaos Italy qualche mese in un live molto bello e intimo al Monk Roma, eccoci ancora una volta a narrare le gesta di Duke Garwood, eccelso chitarrista ormai fidato braccio destro di Lanegan, con cui incide dischi e si accompagna nei tour. La formula è la stessa del Monk: voce, chitarra e batterista al fianco. Intenso come sempre, Mr. Garwood è l’opening perfetto per questa serata live e lo ritroveremo anche dopo nella performance di Lanegan. Il pubblico apprezza e mentre scende dal palco oltre ad un autografo riesco a strappargli anche la promessa di tornare nella Capitale il prima possibile.

Poi il palco si svuota e si attende solo il nostro Gargoyle. Ah, quasi dimenticavo: un’altra caratteristica di questa figura è la sua staticità. L’immmobile fissità e fierezza con cui scorge l’orizzonte e il mondo che lo circonda. Esattamente come Mark Lanegan sul palco. Una possente sagoma piantata al centro del palco, la quale oltre al braccio verso il microfono non offre molti altri movimenti. E’ uno dei suoi tratti caratteristici e per quanto ami ammirare le gesta di molti animali da palco – vedi report Depeche Mode di due settimane fa – mi piace l’idea di questo cantautore superstite del Grunge e di scontri con svariati demoni che non ha nulla da offire se non “solamente” le sue canzoni. E’ uno dei pochi che può permetterselo.

L’inizio è fragoroso: le tracce d’apertura dei sopracitati album, “Death’s Head Tattoo” e “Gravedigger’s Song”. Il suono è corposo, energico, ottima resa e grande apporto della band. La potenza è nella selezione dei brani e nell’annessa magnetica performance dell’autore. Il pubblico è caldo – non solo per la temperatura – e apprezza sia delle chicche ripescate dell’Ep (prezioso) Here Comes The Weird Chill come “Wish You Well”, sia la amate scariche rock di “Hit The City”: purtroppo per questa canzone non c’era PJ Harvej a duettare con il nostro, ma ce ne faremo una ragione.

Di momenti indimenticabili ce ne sono stati tanti anche questa volta, il mio? La magia, il silenzio e quall’atmosfera sognante che si creata quando Lanegan, con la sua rude dolcezza ha cantato questi versi qui:

“On the marble street
A procession spills in
At the White Sea wall
Waves crash and crash again
Darkness shining
Then disappearing
Day follows night, night follows day
Comes like a stranger then it drifts away
Day follows night, night follows day

Goodbye
Goodbye to beauty
Goodbye to beauty

In a mansion above
The ceremony begins
On a bandstand below
The conductor laments
The dogs are whining
Something’s changing
Day follows night, night follows day
Makes like a friend before it slips away
Day follows night, night follows day

Goodbye
Goodbye to beauty
Goodbye to beauty”

Si, credo che “Goodbye to Beauty” sia stato il momento più intenso del live, senza nulla togliere alla gioia con cui ho assistito a “Ode to Sad Disco” e “Methamphetamine Blues”. La scelta è caduta sulla produzione recente del nostro Gargoyle: molti momenti dall’ultimo disco ovviamente, più Phantom Radio e Blues Funeral fino a Bubblegum, con qualche – graditissima – eccezione che ha coinvolto “Deepest Shade” dal disco di cover Imitations in cui omaggia il suo “fratello” e compagno di battaglia Greg Dulli eseguendo questo brano dei Twilight Singers.

Tra gli applausi e le urla che accompagnano l’uscita di scena dopo “Head”, ecco tornare Mark Lanegan per i bis. Il primo è “Killing Season” , il secondo è un’altra cover riconosciuta subito. La chiusura perfetta: “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division. Brano seminale della più importante band degli ultimi trent’anni ascoltato in tantissime versioni ma che fatto “alla Lanegan” appare in una veste nuova,molto personale. Concluso questo inno eterno, tutti in piedi al cospetto del Gargoyle, il quale, come consuetudine, congeda tutti con lieve accenno dalla mano. E a noi va benissimo così. Goodbye to beauty, goodbye Gargoyle.

Report di Alessio Belli
Foto di Francesca Romana Abbonato

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[Kaos Live Report] Duke Garwood @MONK – 23/02/2017

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Una volta Josh T. Pearson ha detto di lui: “Ciò che di più vicino al paradiso si possa raggiungere con una chitarra.” Lui chi? Duke Garwood, ovviamente. Giovedì scorso lo abbiamo visto live al Monk Club di Roma per una serata di musica davvero indimenticabile. Ecco le nostre foto del live di Mr. Garwood aperto delle bravissime Smoke Fairies: buona visione!

Foto di Alessio Belli