[Kaos Review] HEADS UP, terzo lavoro in studio delle WARPAINT

0

O della delusione cocente dal 1997

Quando ero bambina mi sono fatta regalare un libro che avevo visto tra gli scaffali disordinatissimi della mia libreria di fiducia (che comunque non mi ha mai fatto uno sconto), perché il disegno in copertina era veramente troppo bello, e la protagonista aveva un ciuffo di capelli blu. Il libro lo aveva scritto una tizia austriaca, Christine Nöstilnger, ed io ero entrata in una specie di circolo vizioso che mi obbligava a rileggerlo almeno quattro volte al mese. Dopo un lungo periodo di sofferente ripetizione, avevo deciso di chiedere al libraio se per caso avesse qualche altra robetta di Christine Nöstlinger, almeno qualcosa nella fascia 7+, perché ne avevo bisogno. Il libraio mi aveva incartato un pochissimo promettente Cara Susy, Caro Paul, una specie di diario doppio da cui, onestamente, mi aspettavo grandi cose. Essendo un libriccino lo avevo letto in una giornata scarsa, curiosa come una scimmia, ma colma di quel sentimento orrendo che ti porta a desiderare che una cosa sia all’altezza di quello che ti aspettavi.

Non era all’altezza. Era un libretto scialbo di preadolescenti, tra l’altro scritto col carattere tipo a 48, una roba così.

Tutto questo preambolo serve semplicemente a introdurre la sindrome da christinenöstlinger che, fin da questo momento, identificherà la delusione cocente da tradimento delle aspettative, descrivendo in modo breve ed incisivo quel che mi è successo con l’album delle Warpaint, Heads Up, di cui comunque vi parlerò, ma se a voi non dovesse interessare vi basti l’introduzione, anche senza l’approfondimento.

Ho iniziato ad ascoltare Warpaint (album omonimo, 2014) un paio di mesi fa dietro consiglio di un amico che ha già scritto di loro (sicuramente meglio di me) ed è stata una cosa tipo quella che mi era successa da giovane con Stairway to Heaven, che avevo cominciato ad ascoltare ogni minuto della mia giornata (almeno durante quelli che non richiedessero l’interazione con le persone), trovando scuse per prendere l’autobus e ascoltarmelo in riproduzione a catena, o a serpente che si morde la coda, che dir si voglia. Non avevo mai visto in faccia le Warpaint, non sapevo quante fossero a cantare, ballare, suonare, ero solo consapevole che non riuscivo ad ascoltare altro e manco mi importava dei testi, di capire il genere, di vedere il live. Stavo proprio bene così, in placidissima catatonia, ed ho dovuto aspettare un po’ che mi passasse la fissa totale, prima di caricarmi sulla libreria iTunes Heads Up, uscito il 23 settembre del corrente anno. Tralasciando il fatto che la prima traccia, Whiteout, mi ha fatto venir voglia di andare in giro per San Giovanni in Laterano quando il sole è alto, o di prendere il 492 dal capolinea, come se fosse una specie di prolungamento dell’altro disco e che New song, la terza traccia, all’inizio mi metteva addosso l’urgenza di picchiare i passanti, e ora mi ritrovo a canticchiarla al bagno mentre mi passo il silk epil, tutto il resto del disco scorre come una specie di brodo calmo, senza grossi spunti di entusiasmo, come era stato il diario di Susy, e il diario di Paul.

Contando di avere maggiori capacità di giudizio rispetto a quando correva l’anno 1997, ed essendo sufficientemente in grado di cogliere le sfumature tra il sentirsi un album a catena e considerarlo un christinenöstlinger, sono moralmente obbligata a dire che se avessi conosciuto questo disco da solo mi sarebbe piaciuto tanto, lo avrei ascoltato spesso, forse gli avrei voluto bene.

È probabilmente un disco che consiglierei di ascoltare in sottofondo, mentre vi state pettinando i capelli, truccando, mentre vi state dedicando ad altre attività, ma certamente non regge il peso dell’intrattenimento del precedente, con quegli errori voluti e registrati, e le voci ipnotiche.

È proprio l’ipnotismo, che è una delle caratteristiche principali di queste quattro donne bellissime, si perde o, più precisamente arriva come attutito, più fosco, meno centrato, e anche se parte la riproduzione a catena e fuori fa freddo freddissimo e cavare fuori la mano dalla tasca è pesante, lo fai per scegliere un altro disco, perché una volta basta e avanza.

** per chi se lo fosse chiesto dall’inizio il libro meraviglia di cui parlavo è Anche io ho un papà, Christine Nöstlinger, edito nel 2000 da Einaudi.

Giorgia Melillo

Skeleton Tree e One More Time With Feeling: nell’abisso di – e con – Nick Cave

0

Abbiamo visto e sentito le ultime due intense ed emozionanti opere di Nick Cave; ecco cosa ne pensano Giorgia Melillo e Alessio Belli

«When you’re feeling like a lover
Nothing really matters anymore.»

Skeleton Tree, ovvero: quando è impossibile separare musica e vita. Sono pochi – e preziosi – gli artisti talmente grandi da abbattere la sottile e oscura separazione tra arte ed esistenza. Nick Cave è uno di questi. Non scopriamo oggi la caratura del Re Inchiostro e sappiamo quanta biografia sfoci spesso nell’annessa produzione discografica. Ma questa volta è diverso, questa volta la questione è ancora più tormentata. Skeleton Tree non solo la sua ultima opera con i Bad Seeds: è una via d’uscita, il tentativo di sopravvivenza, la fuga dal dolore e dalla morte.

Il tragico evento che ha segnato il disco: il 14 luglio 2015 muore Arthur Cave, il figlio terzogenito del cantante, dopo essere precipitato – sotto effetto dell’Lsd – da una scogliera di Brigthon. Aveva quindici anni. Una tragedia devastante, eppure sarebbe limitato definire Skeleton Tree un disco incentrato sulla perdita di un figlio: è molto di più. L’ultimo lavoro in studio di King Ink e dei fidati Bad Seeds è la murder ballad definitiva: quella di Nick Cave. Ovviamente un lutto così terribile ha sicuramente influenzato la genesi dell’opera, ma è come se Cave avesse sfogato in queste canzoni una sofferenza universale, partendo dal privato per arrivare al cosmico. È un album incentrato sul dolore, sulla disperazione più nera, sugli angoli più oscuri e tetri dell’anima.

nick_cave_1

Le tenebre dominano. Dalla copertina al contesto sonoro (passando per il bianco e nero di One More Time With Feeling di cui si parlerà a breve) si ha l’impressione di navigare in un oceano plumbeo ed avere come solo riferimento la voce di Cave. Il suo Caronte è ancora una volta l’immenso Warren Ellis, sempre più direttore d’orchestra intento a generare tappeti sonori ben più foschi e impenetrabili rispetto a quelli onirici e suggestivi di Push The Sky Away.

Non ci sono percussioni, chitarre: solo un flusso inarrestabile proveniente dalle viscere dell’animo del cantautore. Una sequenza di istantanee simboliche e terrificanti:

«Sei caduto dal cielo
Precipitato su un campo vicino al fiume Adur
Fiori di primavera sorgono dalla terra
Gli agnelli schizzano fuori dall’utero delle loro madri.»

(“Jesus Alone”)

Passando dall’albero scheletrico che da nome al disco e per la ragazza imprigionata nell’ambra dell’omonima traccia. Eppure il momento più intenso e struggente, la canzone che molto probabilmente ricorderemo più delle altre è proprio “I Need You”, brano in cui Cave canta e confessa i sentimenti riguardanti la perdita del figlio. Una performance vocale clamorosa, da spezzare il cuore, un momento di Musica altissimo, una poesia pura come un diamante, per una ballata al pianoforte accompagnata da versi che valgono più di mille articoli, esegesi e recensioni:

«Niente importa davvero,
niente importa più davvero quando chi ami se ne è andato
Sei ancora in me, piccolo
Ho bisogno di te
Nel mio cuore ho bisogno di te.»

Nel complesso Skeleton Tree è un grande album, l’ennessimo capitolo indimenticabile della produzione di Cave. Un concept inteso e sofferto sul dolore e la perdita, un disco che richiede di essere accettato così com’è, una richiesta d’ascolto, una confessione da ascoltare dall’inizio alla fine.

AB

One More Time With Feeling: quando Nick Cave mette in parole semplici quello che hai sempre saputo ma che il tuo cervello (che non è quello di Nick Cave) non è riuscito a ricostruire sensatamente.

Esiste una branca della critica letteraria novecentesca che si serve della psicologia per interpretare i testi, asserendo che l’opera letteraria, e in generale la creazione artistica, non possano prescindere in alcun modo dall’influenza delle vicende personali dell’artista e che, queste ultime rappresentino il punto di partenza per l’analisi ermeneutica. Non è che io sia qui per dare spiegazioni che, in ogni caso, sarebbero anche piuttosto svilenti davanti ad un prodotto come One More Time With Feeling, (regia di Andrew Dominik), ma penso sia importante partire da questo punto per fugare qualsiasi tipo di curiosità morbosa, o di scetticismo della domenica. Il film documentario di Dominik, nelle sale dal 9 settembre (in Italia solo i giorni 27 e 28 settembre), uscito in concomitanza con il disco Skeleton Tree, porta un nome che è poi il verso di una delle canzoni del disco, Magneto, e allude a un modo di dire piuttosto comune tra i musicisti: ancora una volta, con sentimento, tradotto barbaramente per il pubblico italiano con “Ancora questa sensazione”. Probabilmente il senso di tutto quello che c’è da dire sul lavoro di Cave è racchiuso in questa espressione ed è da qui che sembra più logico partire.

Andando per gradi, chiunque si aspetti di guardare un documentario – verità, pieno di drammi, e di piagnistei, e genitori e fratelli gemelli distrutti, può benissimo risparmiarsi la delusione (e la visione) perché One More Time With Feeling, checché ne dicano i detrattori, è un lavoro elegante e dignitoso su ciò che accade se un artista nel pieno della creazione viene investito da un evento catastrofico e totalizzante, che forse risucchia e ruba tutto, o forse spinge verso l’alto, troppo in alto, e costringe a guardarsi senza riconoscersi. Il mutamento della propria immagine allo specchio, il cambiamento nel rapporto con gli altri, con il lavoro, ma soprattutto con quello strato che ci si ritrova a grattare fino in profondità nel momento in cui si dà vita a un qualsiasi tipo di prodotto artistico, sconvolgono a tal punto Nick Cave che per tutto il film lo si vede oscillare tra una vanità da sempre elegantemente mostrata (il feticcio dei capelli neri come la pece, e foltissimi) e una mesta discrezione, come una specie di ripensamento unito alla necessità di esorcizzare certe sensazioni, parlandone. Il tutto potrebbe benissimo essere riassunto dalla grazia e dalla voce delicatissima di Suzie Cave, che nel precedente lavoro 20.000 Days On Earth era stata descritta come la donna originale, la donna in cui si riuniscono tutte le fantasie erotiche mai sognate, la quale non ostenta mai nulla, racconta una storia perché forse ne ha bisogno, senza che possa venire in mente che lo stia facendo per un qualsiasi altro motivo che non sia l’onestà intellettuale e la necessità. La sensazione che il lavoro sul disco e sul film sia un punto definitivo, una specie di chiusa (come nell’attività di Nick Cave se ne ricordano tantissime altre seguite ad avvenimenti più o meno incisivi della sua vita) è, per me, fortissima, proprio per via del titolo del film. L’idea che si richieda un ultimo sforzo di sentimento per il bis, a fine concerto, è l’unica che resiste fortissima, aggrappata al cervello, dopo il finale distruttivo come non lo era stato il film fino a quel momento. Ed è importante anche se ci si sforza di considerare feeling nel suo significato pieno e senza tradurlo, come una serie di sensazioni date da immagini, secondo la poetica dei testi di Nick Cave da almeno due dischi a questa parte, per capire che non è la narrazione lineare che si deve ricercare, ormai.

nick_cave_2

Tutto il film è girato con tecnologie per permettere la visione in 3D, ed è in bianco e nero, fatta eccezione per la scena, caldissima e calmante, in cui viene suonata “Distant Sky” che, strutturalmente, sia nel disco che nel film ha la stessa funzione che aveva, a suo tempo, “Death is not the end”, ultima traccia di Murder Ballads, con la differenza che in quel caso si trattava, dopo nove tracce infarcite di omicidi terribili ed efferati crimini generici, di una chiusa ironica che faceva riferimento ad un aldilà inesistente, e qui invece è allo stesso tempo un messaggio di tranquillizzante calma dopo una disperazione sorda, e una speranza lievissima.

Non ho potuto non fare una comparazione immediata con un film meraviglioso di Shinya Tsukamoto, un capolavoro chiamato Vital in cui il protagonista recupera la memoria e affronta la morte della propria compagna praticando su di lei, durante un corso di medicina, un’autopsia riuscendo così a riconoscerne il corpo, e studiandolo all’interno e all’esterno, a concretizzare il dramma, rendendolo umanamente superabile. Sebbene i due prodotti viaggino su binari completamente diversi, uno materiale e concreto, e l’altro del tutto spirituale, c’è una corrispondenza di esigenze che non ho potuto non notare, e che al di là dell’interpretazione e del significato, colpiscono profondamente, e per giorni, rimangono attaccati alle pareti della gola, raschiandole un po’.

Quello che ho voluto dire è che la sensazione che ti rimane negli occhi, alla fine di One More Time With Feeling, non è l’immagine di un uomo che ha subìto un lutto e ha creato due prodotti artistici vicendevolmente dipendenti sulla base di questo, ma è piuttosto l’abbagliante certezza di aver capito qualcosa in più su quello che certe volte ti si agita dentro senza che tu possa capire di che si tratta.

GM

[Kaos Live Report] Joe Victor e Discoverland Live @Villa Ada 01/07/16

0

Il pensiero paralizzante di dover passare l’estate a Roma, in quella Death Valley che è la Tiburtina, viene reso più tollerabile dalla possibilità di vedere mille concerti in bellissimi posti all’aperto, in mezzo a pinete freschissime dopo giornate afose, o su ”L’Isola che c’è”, quel piccolo paradiso di alberi altissimi (dopo attente ricerche su Wikipedia non siamo riuscite a stabilire di che varietà si tratti, e questo ci convince sempre di più dell’urgenza di avere un’App per le piante) che d’estate si attrezza per accogliere gli artisti più svariati, per le più svariate iniziative.
Ieri, nello specifico, ci siamo dirette a Villa Ada, attraverso un percorso tortuosissimo fatto di scale lunghe e buio, per ascoltare due vecchie conoscenze di Radio Kaos Italy, due protagonisti indiscussi delle prime ed ultime (almeno per la stagione) edizioni de “L’etichetta prude”, i Discoverland e i Joe Victor, insieme per celebrare il trentaduesimo compleanno di Radio Rock.
È bello vedere che, da subito, nonostante sia abbastanza presto (le 21.30, di venerdì sera, non esistono) la folla si è già raccolta, numerosa, intorno al palco, per guardare più dai vicino quei ragazzoni magici che sono i Discoverland.
Pier Cortese e Roberto Angelini sono perfettamente inseriti nel contesto silvestre, suonano lontani l’uno dall’altro, ma si guardano sempre, prendono canzoni ben radicate nel nostro patrimonio musicale e le rivitalizzano, senza sconvolgerle, con gran rispetto, con delicatezza. Il pubblico riconosce e segue, incantato, le evoluzioni dei due cowboy un po’ sciamani, coi loro strumenti variegatissimi (lap steel, weissemborn, iPad, percussioni) e non può non cantare quando parte All apologies, o quando vengono invitati Gabriele Amalfitano e Valerio Roscioni per una sussuratissima “The sound of silence.” Si respira una grande pace, a Villa Ada, una grande comunione di anime tra tutti questi musicisti che sono semplicemente felici di suonare e il vero apice si raggiunge quando Angelini, con una specie di sorriso sghembo, dice “Ecco, nulla togliere alle altre canzoni, ma ora ne facciamo una che è la nostra preferita…”
Era Ken il guerriero.
Ken il guerriero con assolo finale, e saluti al pubblico tramite iPad. Una figata.
I Discoverland se ne vanno, lasciandoci un po’ più tristi, dopo tutto quel pathos da canale regionale anni ’80, ma poi arrivano quei quattro tipi che forse hanno, nelle loro case su a Roma Nord, una macchina del tempo stile Zapotec (un amico di Topolino, vergogna su di voi se non lo sapete) e qualsiasi cosa avessimo nel cervello prima, qualsiasi tristezza viene scaraventata via, si perde tra quegli alberi altissimi di Villa Ada, quelli con il fusto sottile, e non la ritrovi più fino all’ultima nota di Bamboozled Heart (alla seconda ripetizione ricordiamo un “Bud Spencer is dead”, infilato in una strofa solo per farci soffrire). I Joe Victor suonano più del solito, invitano di nuovo Roberto Angelini sul palco, e poi un sottile giovanotto bruno, Guglielmo Senatore, alle percussioni, che è una meraviglia di potenza e allegria condensata, che è un sorriso galleggiante, che è una risata che si unisce a quelle di Valerio e di Gabriele, che potrebbero essere, senza sforzo, due solisti fortissimi, per carisma e capacità vocali, ma che non riesci a immaginare da soli, come quei colori complementari che vibrano solo se messi l’uno accanto all’altro.
Guardando il pubblico che urla, e che salta, abbiamo l’impressione di trovarci davanti ad uno di quei fenomeni di cui si ricorderanno tutti tra vent’anni, di cui parleremo ai nostri figli con orgoglio, dicendo loro sì, Albus, sì Severus, noi eravamo lì quando Valerio, quello dei Joe Victor con le camicie impressioniste, ha attaccato l’intro di Take on me e Gabriele ha cantato ridendo, per tutto il tempo.

Giorgia Melillo
Tiziana De Amicis

Inizia “Kaos Family”

0

La nostra Giorgia Melillo ha deciso di far conoscere meglio la realtà targata Radio Kaos Italy, ma preferiamo spiegarlo con le sue parole:
“Immaginate un posto piccolo e giallo, e anche un po’ nero, in mezzo agli alberi di pesco.
Immaginate che in questo posto piccolo e giallo e nero siano stipate un milione di persone.
E che ognuna di loro abbia una storia assurda, noiosa, divertente, lontanissima da raccontare.
Immaginate una specie di famiglia chiassosa, stonata, bellissima, imposta, però pure cercata.
Immaginate un principio primo barbuto e tatuato, e con una maglia rossa, e una cresta.
Voi immaginate il Kaos, noi cercheremo di raccontarvelo.”

Ecco a voi il primo di una lunga serie… si inizia con Mica & Tony De Lestat di ATAUD, buona visione!