Kiko Loureiro Live @Crossroads: “La chitarra è più viva che mai”

0

Come precedentemente affermato nella nostra intervista pubblicata qualche giorno fa, Kiko Loureiro sta continuando a mantenere l’importanza della chitarra ai livelli massimi e nel live al Crossroads di una settimana fa ne abbiamo nuovamente avuto prova.

Lo show vede esibirsi il chitarrista brasiliano, accompagnato da Bruno Valverde e Felipe Andreoli, ormai ex compagni degli Angra, eseguendo brani che oscillano dalla fusion ispirata dalla tradizione latina fino allo shred pure, senza tralasciare la chicca “Conquer Or Die” tratta dall’ultimo album dei Megadeth “Dystopia”. Il trio esegue brani tratti maggiormente dagli album “No Gravity”, “Universo Inverso”, “Sounds Of Innocence” di Kiko Loureiro, alternando a brani più fusion come “Pau De Arara” e “Camino A Casa” lo shred di “El Guajiro”, “Grey Stone Gateway” e l’inaspettata “Angels and Demons” tratta da Temple Of Shadows degli Angra. Il Crossroads Live Club è stracolmo, tavoli affollati e tanta gente in piedi segue attentamente la performance dei tre brasiliani, partecipando anche ad un momento di sola chitarra battendo le mani a ritmo di Baião (stile musicale tradizionale brasiliano). Kiko dimostra anche umanamente come all’estero la maggior parte dei musicisti di successo rimanga umile, prendendosi a cuore i fans, presentandosi al merch booth per foto, autografi e chiacchiere; il suo show dimostra come la chitarra sia ancora viva e pronta alla ribalta, andando contro a ciò che ultimamente anche le riviste scrivono e pensano.

Setlist:

  1. Pau de Arara
  2. Reflective
  3. Escaping
  4. Graystone gateway
  5. No Gravity
  6. El Guajiro
  7. Feijão de corda
  8. Camino a casa
  9. The Hymn
  10. Conquer or die (Megadeth song)
  11. Angels and Demons
  12. Ray of Life
  13. Dilemma
  14. Enfermo

Novembre, Les Discrets, Klimt 1918, Seventh Genocide @Traffic Live 15/12/18

0

Non sempre si creano le condizioni adatte a definire una serata perfetta, ma quanto avvenuto al Traffic Live ha quasi dell’incredibile; l’unione di Novembre, Les Discrets, Klimt 1918 e Seventh Genocide ha creato un’atmosfera quasi surreale, dove tutto il pubblico presente sembrava impietrito dalla carica emotiva che ha inevitabilmente colpito tutti.

I primi a calcare il palco sono i giovani Seventh Genocide, una band che da un paio di anni gravita intorno al giro Death/Black Metal e che risulta sempre più coesa e piena di idee fresche, le influenze sono facilmente intellegibili, ma i giovani blackster continuano ad essere sempre più naturali in ciò che compongono e lo dimostra il nuovo EP pubblicato da pochi mesi, “Seventh”; siamo certi che col passare del tempo il loro sound diverrà ancor più importante rendendo sempre più perfetti i loro già solidissimi live.

Come sicuramente saprete, non è la prima volta che noi di Radio Kaos Italy assistiamo ad un concerto dei Klimt 1918 e sapete quanto siamo legati alla formazione romana. Dopo la data sempre qui al Traffic condivisa con DivenereEn Declin del 29 settembre, eccoci ancora sottopalco pronti ad imbatterci per l’ennesima volta contro il muro del suono del gruppo capitolino… e come da copione anche questa volta non siamo rimasti delusi! Il set concentrato di questa serata ha creato un’ora di massima compressione emotiva e sonora, proveniente quasi tutta dal gigantesco Sentimentale Jugend, a cui sono state aggiunte preziosi citazioni dal glorioso passato come “Snow of ’85” tratta Dopoguerra. Ennesima esibizione da brividi per una band che non necessita di ulteriori elogi.

Dopo i Klimt è difficile, per qualsiasi band, mantenere le alte aspettative, ma i francesi Les Discrets portano le loro ambientazioni bucoliche francesi e il loro sound granitico sul palco. La scaletta ci porta più classici del passato con brani da “Ariettes Oublièes” e “Septembre et Ses Dernières Pensèes” con la sola “Le Reproche” dall’ultimo lavoro della band “Prédateurs” pubblicato lo scorso anno. Da sempre i francesi puntano alle emozioni nella loro musica, puntando sulla lingua natia che nel metal sembrerebbe cozzare, ma grazie alle loro melodie riescono a innalzare il mood cupo della serata portando con sé quella malinconia tipica dell’arte francese; una band che live mantiene le alte performance registrate in studio, il perfetto connubio tra la potenza emotiva e sonora.

In una serata in cui gli headliner erano praticamente in tre, arriva il momento dei Novembre che, eseguendo brani principalmente da “Classica” e “Novembrine Waltz”, riportano indietro i tantissimi fans accorsi, magari proprio volenterosi di ricordare emozioni passate. La prestazione live è ai massimi storici, Carmelo Orlando in una forma (sia fisica che vocale) invidiabile da qualsiasi cantante, forse la prestazione migliore da anni. La nuova band dopo due anni di tour e live è sempre più affiatata e la granitica performance non delude le aspettative; la scelta di eseguire brani poco suonati come “Flower” e “Onirica East” sorprende e rende felici i tanti presenti. Aspettiamo tutti un nuovo lavoro dopo il bellissimo “Ursa”, perché questa perfezione live farebbe emozionare chiunque, riuscendo ad unire la modernità dei suoni alla poesia di album come “Arte Novecento”, “Classica” e “Novembrine Waltz”.

Da tanto tempo si aspettava un concerto così carico di emozioni, una serata di grande musica all’insegna (per 3/4) di band italiane che all’estero ci invidiano da sempre e che qui spesso quasi vengono messe in secondo piano, concerti del genere ricreano e rendono stabile la scena musicale italiana che da tanti è poco considerata, ma che non è seconda a nessuno per importanza.

Testo: Giuseppe Negri

Foto: Alessio Belli

[Kaos Live Report] Nanowar Of Steel @Largo Venue 17/11

0

Da due anni non si vedevano dal vivo i guerrieri dell’acciaio inox su suolo romano e Venerdì 17 Novembre, i Nanowar Of Steel hanno fatto finalmente ritorno a Roma presso il Largo Venue con un trionfale live; la serata ha visto sul palco anche due band in apertura, i siciliani “Ricercados” e i “Run Chicken Run”.

I primi a salire sono stati i banditi ricercati del rock che con testi impegnati e del sano rock italiano rendono partecipe il pubblico del Largo, preparandosi ad un tour che li porterà oltre che in giro per l’Italia, anche in Europa con date in Romania, Austria ecc dove porteranno il sound di quel rock italiano alla Litfiba che da un pò di tempo scarseggia nei locali. Dai testi impegnati e sound italiano ci spostiamo verso i Run Chicken Run, band marchigiana che unisce presenza scenica, sound granitico e altissima capacità di coinvolgere il pubblico creando il loro personalissimo sound e stage presence; una piacevolissima sorpresa capace di caricare al meglio i numerosi presenti, coinvolgendoli sia scendendo dal palco e continuando a suonare in mezzo a loro, sia offrendo da bere ai fortunati delle prime file, mentre il loro rock continuava a scorrere.

Veloce stage change e si da inizio al live dei Nanowar Of Steel, portatori di ilarità e heavy metal che per un’ora e mezza rilasciano sfuriate e battute sul palco, ricevendo cori dai fans che erano pronti a tutto pur di rivederli dopo due anni di assenza su Roma. La band ha eseguito brani del nuovo album “Stairway To Valhalla” insieme ai cavalli di battaglia storici,(nota super positiva il cameo di Marco Palazzi dei Sailing To Nowhere vestito da guerriero per l’inno di “Feudalesimo e Libertà”) riportando dopo tempo anche un classico che, come nel caso di chi vi sta narrando il concerto, ha fatto innamorare gli ascoltatori di questa band; il brano in questione è stato “Master Of Pizza” (c’è davvero bisogno di svelarvi il brano a cui si ispira?) che fa da perfetto collante al tanto acclamato inno d’amore a Giorgio Mastrota, con tanto di messaggio vocale al diretto interessato mandatogli dal chitarrista Abdul a fine concerto con le urla dei fans che avevano riempito il Largo Venue.

Se siete quei fans “defenders” del heavy metal, beh vi consiglio di rilassare i muscoli del corpo e accettare che il metal non debba per forza essere sempre serio, sempre impegnato, sempre pronto a parlare del male ecc ecc il metal può essere anche divertimento, cazzeggio e voglia di farsi quattro risate tutti insieme senza parlare male dei vari sottogeneri. I Nanowar Of Steel sono il perfetto esempio di come dei musicisti bravissimi possano creare non solo musica spettacolare, ma anche far ridere, che al giorno d’oggi sembra sempre più difficile, chapeau “Cacciatori della Notte”.

[Kaos Live Report] Dunk @ Largo Venue 18/10/18

0

Cosa si ottiene se si unisce Verdena, Marta Sui Tubi, Marlene Kuntz e i fratelli Giuradei? La nuova vita dei Dunk, supergruppo (con la super voglia di suonare) che definire meramente indie diventa quasi un insulto. In una quasi primaverile serata di Ottobre, i Dunk hanno regalato quella libertà musicale di cui il pubblico necessita, d’altronde quando unisci cinque amici e li fai suonare ciò che vogliono, butteranno giù ogni muro possibile divertendosi come pochi. 

L’apertura di serata è affidata alla giovane cantautrice Maria Faiola, che in venti minuti riesce a intrattenere il pubblico del Largo sapendo egregiamente coinvolgere con un carattere forte e una grande capacità vocale, certamente ne sentiremo parlare; band d’apertura Kreky & The Asteroids che s’ispirano ai Marta Sui Tubi e si sente benissimo nelle intenzioni musicali, arricchite da un Hammond vero sul palco che raramente ci capita di incontrare dal vivo. Il loro show comincia con due brani molto in stile Oasis, per poi regalarci delle vere perle unendo quel british rock incazzato al blues, una piacevole scoperta di serata che speriamo presto di rivedere dal vivo.

-“Questa è una cosa talmente libera e senza paletti che è come l’acqua fresca quando d’estate ci sono 45 gradi.”- diceva Carmelo Pipitone tempo fa in un’intervista e vista la performance live non può essere che assoluta verità, genialità, divertimento, intesa e voglia di esprimersi che in un’ora circa di live, dimostrano quanto questo gruppo di amici può fare qualsiasi cosa sul palco. La carica dei Dunk travolge tutti e i testi e melodie del “saggio” Ettore Giuradei accompagnato dal “Ray Manzarek” bergamasco e fratello Marco, formano insieme quel collante che tiene unita la psichedelia della sezione Pipitone/Ferrari/Tesio che come primo obiettivo ha quello di divertirsi e far divertire e, senza ombra di dubbio, ci sono riusciti in pieno.

[Kaos Live Report] Pain Of Salvation – Kingcrow – Aeternum Live @Largo Venue 16/06/18

0

 

Dopo due anni di assenza sul territorio romano, i Pain Of Salvation regalano al pubblico del Largo Venue uno spettacolo carico di intensità ed emozioni, un concerto così emozionante che mancava davvero da troppo tempo.

La band svedese forte del loro ultimo lavoro “In The Passing Light Of Day” uscito il 13 Gennaio 2017, arriva in Italia dopo una spiacevole e lunga attesa in aeroporto in Danimarca, situazione che li porta stanchi sul palco, ma come lo stesso Daniel Gildenlöw dirà durante lo show -“Diamo il meglio quando siamo sfiniti.”  In apertura di serata tocca ai romani Aeternum scaldare il pubblico con il loro Heavy Metal; il set prevede brani inediti e una loro versione di Mr. Crowley di Ozzy Osbourne, prestazione molto convincente e ottima capacità di intrattenere i presenti, unica pecca l’abuso di assoli buttati un pò a caso da parte del bravissimo chitarrista solista, va bene che Yngwie Malmsteen diceva “More is more”, ma quando si sfora nel troppo, il tutto diventa un pò grottesco.

Seconda band romana in apertura, che poi svela l’imminente nuovo album e tour proprio con i Pain Of Salvation, sono gli storici Kingcrow, band con più di vent’anni di esperienza e che subito prepara il campo per gli svedesi; il loro è un progressive che ricorda tanto i Tool, Fates Warning, Marillion e altri che negli anni ’90 hanno fatto grande la scena prog, il tutto condito da una grande cura dei suoni e delle strutture dei brani. Il nuovo bassista e il nuovo album fanno ben sperare in un ritorno col botto, uno show che verrà portato per tutta Europa dal 31 Agosto, la curiosità è alta per il nuovo lavoro in studio. Alle 22:30 spaccate comincia lo spettacolo degli headliner, trascinando il pubblico con tre brani tratti dal nuovo album “In The Passing Light Day”, loro sono stanchi,ma travolgono il pubblico con una carica inaudita, Gildenlöw e il neo reintrodotto Johan Hallgren cantano e inebriano gli ascoltatori, facendoli emozionare con brani tratti dai loro migliori lavori in studio come Linoleum, Rope Ends, Ashes e la chicca inaspettata Inside Out, ma senza dimenticare il loro lato più aggressivo facendo scatenare una lunga serie di headbanging nel pubblico. La chiusura del set vede il brano di protesta Inside tratto da One Hour By The Concrete Lake (arrivato al ventennale dall’uscita) e la strappalacrime In The Passing Light Of Day che porta il pubblico anche a piangere, un brano e un album così pieno di emozioni da scalfire anche l’animo più duro.

Setlist:

  1. Full Throttle Tribe
  2. Reasons
  3. Meaningless
  4. Linoleum
  5. A Trace of Blood
  6. Rope Ends
  7. Beyond the Pale
  8. Kingdom of Loss
  9. Inside Out
  10. Ashes
  11. Silent Gold
  12. On a Tuesday
  13. Inside (Encore)
  14. The Passing Light of Day (Encore)

Report di Giuseppe Negri

[Kaos Live Report] Finale Arezzo Wave Lazio @Le Mura – 27/05/2018

0

Dopo le tre serate di selezioni, finalmente l’Arezzo Wave Lazio ha dei vincitori: i Concerto

Dopo il successo dello scorso annoche ha visto Black Snake Moan come vincitore, questa edizione dell’Arezzo Wave Lazio ha ospitato sul palco de Le Mura alcune tra le band più promettenti del panorama musicale romano:
BACAN
CONCERTO
DEADLINE-INDUCED PANIC
DOMOVOI
DOROTHEA
PORTNOY
SO DOES YOUR MOTHER
SUPER DOG PARTY
WILDERNESS

Durante la finale del 27 maggio, tra l’energia incredibile dei So Does Your Mother e la raffinata grinta dei Concerto, la giuria ha scelto questi ultimi come vincitori dell’Arezzo Wave Lazio 2018.

Qui le foto dei vincitori!

Foto di Laura Aurizzi

[Kaos Live Report] Sei Tutto l’Indie Fest Vol.II @MONK – 05/05/2018

0

Dopo il grande successo della prima edizione, sabato 5 maggio è tornato al Monk Sei tutto l’Indie Fest, il festival organizzato dai ragazzi di Sei Tutto l’Indie di cui Ho Bisogno, la più importante community sulla musica indipendente italiana.

Una seconda edizione che ha visto alcuni tra i più interessanti artisti emergenti della scena indie alternarsi sui due palchi allestiti per l’occasione in quello che è diventato uno dei punti di riferimento per la musica live a Roma.

Il caldo ed intimo abbraccio del second stage ha accolto il cantautorato del talentuoso Federico Fabi, i suoni synthpop della band pugliese Ombre Cinesi e il poetico pop destrutturato di Generic Animals.

Sul palco principale è invece andata in scena l’esplosività rock di Gastone, il pop invernale con l’ukulele di Gigante e la spensierata esibizione de I Giocattoli, una delle band rivelazione degli ultimi mesi.

Il festival, che si è chiuso con il dj set di San Diego, ha regalato ad appassionati e addetti ai lavori uno sguardo curioso e attento a quella che si presenta come una musica giovane e fresca ma ansiosa di diventare grande.

Foto di Maria Luce Venturi

[Kaos Live Report] 2a serata di selezioni Arezzo Wave Lazio @Le Mura

0

Domenica 22 aprile siamo stati a Le Mura per la seconda serata di selezioni del Lazio dell’Arezzo Wave, uno dei festival di musica più importanti e longevi. Qui le foto delle band Domovoi, Dorothea e Wilderness.

 

Prossimo appuntamento 29 aprile @ Le Mura
Bacan > Deadline-Induced Panic > So Does Your Mother

Foto di Laura Aurizzi

[Kaos Live Report] 1a serata di selezioni Arezzo Wave Lazio @Le Mura

0

Siamo stati alla prima serata di selezioni dell’Arezzo Wave Lazio a Le Murae abbiamo preparato la gallery con gli scatti delle tre band che si sono esibite: Portnoy, Concerto e Super Dog Party.

Ecco i nomi dei nove semifinalisti ( in ordine alfabetico ) :


BACAN https://www.facebook.com/bacanface/
CONCERTO  https://www.facebook.com/whataboutconcerto/
DEADLINE-INDUCED PANIC   https://www.facebook.com/DeadlineInducedPanic/
DOMOVOI  https://www.facebook.com/domovoimusic/?ref=br_rs
DOROTHEA   https://www.facebook.com/dorotheamusic/
PORTNOY https://www.facebook.com/portnoyband/
SO DOES YOUR MOTHER  https://www.facebook.com/SoDoesYourMother/
SUPER DOG PARTY https://www.facebook.com/superdogparty/
WILDERNESS  https://www.facebook.com/WildernessMusicBand/

Si riparte con le selezioni regionali e nello specifico con le semifinali per la regione Lazio (15-22-29 aprile). Dopo aver ascoltato circa un centinaio di demo la giuria di qualità (presente in tutte le serate di semifinale) ha scelto 9 semifinalisti che si divideranno in 3 serate da 3 band. Delle 9 band ne saranno scelte 3 per la finale.

Giuria di qualità:
Cristiano Cervoni (Arezzo Wave Lazio)
Emanuele Tamagnini (Nerdsattack!)
Gianluca Polverari (RCA/Romasuona)

15 aprile @ Le Mura
Concerto > Portnoy > Super Dog Party

22 aprile @ Le Mura
Domovoi > Dorothea > Wilderness

29 aprile @ Le Mura
Bacan > Deadline-Induced Panic > So Does Your Mother

Ingresso con tessera annuale della nostra associazione culturale (2 euro) più sottoscrizione Up To You.

Apertura h. 21:00
Inizio concerti h. 22:30
Le Mura > Via di Porta Labicana 24 ( ing con tess )

[Kaos Live Report] Satyricon – Suicidal Angels @Largo Venue 17/03/18

0

Si può dare la “colpa” ad una band per il cambio improvviso del clima? Ai Satyricon sicuramente si, perché una volta toccate le sponde italiane, il freddo è tornato pungente e il clima si è ingrigito grazie al cupo black metal che la band norvegese ha lasciato fluire presso il Largo Venue di Roma.

Prima data delle due previste in Italia per la band capitanata da Satyr e Frost che porta con se un’inaspettata thrash metal band, i greci Suicidal Angels, che hanno il compito di scaldare e preparare il pubblico grazie alla loro attitude scatenata; potenti e veloci riff, tematiche violente e assoli fulminei condiscono la loro performance, capaci d’intrattenere ogni fascia di pubblico, dal fan entusiasta del mosh pit (e ce ne sono stati, compreso un wall of death di minime proporzioni) all’ascoltatore attento che non rifiuta un headbanging sfrenato, approvati a pieni voti! Alle 21:00 spaccate i nostri amati norvegesi salgono sul palco e ci deliziano per quasi due ore di concerto con una setlist che intraprende un viaggio nella loro discografia, concentrandosi sulla loro ultima fatica discografica “Deep Calleth Upon Deep” che fa da collante per la loro intera produzione musicale. Satyr ci tiene molto a ringraziare i fans accorsi ricordando come tempo fa nacque quel legame che li lega alla città di Roma e all’Italia, raccontando del (sempre più frequente) canto dei fans e sulle note di “Now Diabolical” e “Mother North” (soprattutto quest’ultima) i fans si lasciano sempre più andare ad un coro che lascia i numerosi presenti semplicemente senza fiato dalla bellezza e intensità. I Satyricon hanno una storia lunga e importante alle loro spalle, una pietra importantissima, fondamenta del black metal che ancora tiene duro e sconfigge l’incidere del tempo grazie alla loro adrenalina, oscurità ed energia!

Testo e Foto: Giuseppe Negri

Setlist:

  1. Midnight Serpent
  2. Our World, It Rumbles Tonight
  3. Black Crow on a Tombstone
  4. Deep Calleth Upon Deep
  5. Blood Cracks Open The Ground
  6. Repined Bastard Nation
  7. Commando
  8. Now, Diabolical
  9. To Your Brethren In The Dark
  10. Dissonant
  11. Walk The Path Of Sorrow
  12. Transcendental Requiem Of Slaves
  13. Mother North
  14. The Pentagram Burns
  15. Fuel For Hatred
  16. To The Mountains
  17. K.I.N.G. 

[Kaos Live Report] Fast Animals And Slow Kids @MONK – 03/03/2018

0

Alle ore 23 in punto di sabato 3 marzo 2018, sul palco del Monk è letteralmente esplosa la bomba Fast Animals and Slow Kids, una bomba che porta i nomi di Aimone Romizi, Jacopo Gigliotti, Alessio Mingoli e Alessandro Guercini.

Basta il consueto urlo “Ciao! Noi siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia” per dare inizio allo spettacolo e per mandare in visibilio il pubblico romano che confermato il suo amore per il gruppo umbro con l’ennesimo sold out nella capitale.

Il concerto è cominciato con “Annabelle”, singolo apripista dell’album “Forse non è la felicità” e anche di questo Forse lo è davvero – Tour Finale ed è proseguito con “Combattere l’incertezza”, “Il mare davanti”, “Tenera età” in un crescendo sempre continuo di energia ed adrenalina.

Da Con chi pensi di parlare”, “Ignoranza” e “Calci in Faccia” a “Troia” passando per “Coperta” e “Maria Antonietta” queste due ore di show sono state un incessante scambio di dichiarazioni d’amore tra il pubblico e la band con Aimone che più volte si è gettato tra le braccia della folla subito pronte ad accoglierlo e che tra una canzone e l’altra non ha mai smesso di interagire con la platea, e le urla quasi assordanti del pubblico che non ha mai smesso di cantare insieme ai suoi beniamini intonando persino canzoni tratte da album degli esordi come “Copernico” (tratta da Cavalli del 2011) e “Farsi domande” (Hybris, 2013) dimostrando una certo affetto che in questi otto anni di attività non è mai scemato.

A fine serata, i Fask hanno salutato il pubblico capitolino cantando “Come reagire al presente”, “A cosa ci serve” e “Forse non è la felicità”, con la consapevolezza però di aver regalato ai fan uno show indimenticabile… e magari di averla donata un po’ di felicità.

Testo di Linh Vu Thuy

Foto di Marta Bandino

[Kaos Live Report] Nic Cester and the Milano Elettrica @Monk Club 15/02/2017

0

In una fredda serata di metà febbraio, la voce avvolgente di Nic Cester (magnificamente supportato dalla Milano Elettrica) è quanto di meglio avessimo potuto sperare per riscaldare l’ambiente.


Il frontman dei Jet, band australiana che a inizio secolo si prese la scena mondiale con un rock tanto vintage nello stile quanto selvaggio nei ritmi, ha speso gli ultimi anni fra Germania e Italia alla ricerca di nuove idee e nuovi stimoli. L’obiettivo era quello di tornare a dare sfogo alla sua vena artistica dopo gli ultimi deludenti lavori con i già citati Jet. Il cantante sembra aver trovato la sua America proprio qui in Italia, paese che ha dato i natali ai suoi nonni, e al quale è quindi naturalmente (e culturalmente) legato.
La tournee per promuovere Sugar Rush, primo lavoro solista dell’artista, parte infatti proprio nella cornice del Monk Club; l’affiatamento con la Milano Elettrica, invece, è già stato comprovato dall’anno passato, quando aprendo i live italiani dei Kasabian hanno riscosso i primi pareri positivi tra gli addetti ai lavori. D’altronde la band è composta da musicisti del calibro di Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) e Sergio Carnevale (Bluvertigo), e su un tappeto musicale composito come quello della Milano Elettrica, Nic può dar libero sfogo alla sua verve canora.

Concentrandoci sui pezzi in scaletta, è evidente come l’anima soul dell’australiano abbia preso il sopravvento su quella rockeggiante d’inizio carriera. E, pur non rinnegando il mio apprezzamento giovanile verso i Jet, non posso che accogliere con favore questa evoluzione musicale: in un turbinio di emozioni, tra pezzi che sfiorano atmosfere funk col basso di Roberto Dragonetti a farla da padrone, e altri momenti più blues con Viterbini a maltrattare (in senso positivo) le corde della sua chitarra elettrica, il live funziona alla perfezione. In tutto questo, la voce magnetica, d’altri tempi di Cester, è la ciliegina sulla torta.

“Eyes On The Orizon” è una carezza che ci fa entrare nel giusto mood assieme alla splendida “Psichebello”, che esalta la pulizia dell’impeccabile Milano Elettrica. Il pubblico si lascia andare sulle note di “Strange Dreams” e della title track “Sugar Rush”, ma è l’ipnotizzante “God Knows” che esalta al massimo la bellezza della voce di Cester. La consegna di una maglietta celebrativa della data capitolina (con su scritto “Adriano Viterbini and the Roma Elettrica”) all’unico romano presente sul palco, strappa un sorriso ai presenti. Nic decide poi di abbandonarsi definitivamente alle sue più intime emozioni, dedicando alla memoria del padre, scomparso 13 anni fa, la toccante “Shine On” dei Jet: momenti da brivido, difficili da dimenticare.

In definitiva Nic Cester, qui in Italia, non può soltanto comunicare i suoi pensieri attraverso la lingua (che ha imparato in questi anni), ma ha dimostrato che può anche comunicare le sue emozioni attraverso la musica, a livelli qualitativi che prima non aveva mai raggiunto. E a noi piace così.

Di Paolo Sinacore

 

[Kaos Live Report] Bastard Sons Of Dioniso @Largo Venue 02/12/2017

0

Dal Trentino Alto Adige a Roma, passando per la Cambogia: il viaggio dei The Bastard Sons of Dioniso

All’urlo “Rock’n’roll”, alle ore 22:55 di sabato 2 dicembre, i Super Dog Party hanno aperto le danze per quella che si rivelerà essere davvero una gran serata a ritmo di sano e puro rock.
La band romana scalda a dovere l’atmosfera susseguendosi con un brano dietro l’altro e alle 23.30 circa lascia spazio ai veri protagonisti della serata, i The Bastard Sons of Dioniso.

Il power trio non perde molto tempo e va dritto al dunque, senza troppi convenevoli né fronzoli esplodendo sul palco con Non farsi domande, Ti sei fatto un’idea di me e Io odio Milano.
Del resto, chi in questi anni ha seguito la loro carriera musicale sa che il gruppo è sempre stato di poche parole, che ha sempre lasciato parlare la musica al loro posto. E i fan sanno anche benissimo che i Bastard non amano perdere troppo tempo, tant’è che la serata a Largo Venue è la seconda tappa del Cambogia Live Tour 2017 partito il giorno prima per il rilascio del singolo omonimo.

I Bastard Sons Of Dioniso ospiti di Alt! il giorno seguente al live

Michele (chitarra e voce), Jacopo (basso e voce) e Federico (batteria, chitarra e voce), dopo anni di esperienze musicali separate, decidono di unire le forze e formare i The Bastard Sons of Dioniso nel lontano 2003. Da allora, passando anche per la partecipazione ad un famoso talent show, non si sono mai fermati tanto da avere ben sei dischi all’attivo (oltre all’ultima fatica musicale) e la bellezza di circa 600 live in lungo e in largo per l’Italia.

Tutta la loro padronanza del palco e la loro affinità musicale si può assaporare in 90 minuti di concerto che sono un susseguirsi di brani sia in elettrico come Sei solo tu e Denti che in acustico come Sulla cresta dell’ombra e l’omaggio a Tenacious D con Jesus Ranch + History, brani in inglese (Nothing to talk about) e brani in italiano (La seconda Neve, Bestia tra il bestiame, Rumore Nero) e anche nell’alternanza tra i brani del nuovo album come Coast to Coast, Lasciamo stare i convenevoli, Venti Tornanti, il Falegname e gli indimenticabili e immancabili grandi successi come L’amor Carnale e Io non compro più speranza.

Tra un brano e l’altro c’è stato anche spazio per momenti in cui la band ha interagito col pubblico creando dei siparietti divertenti come la “dedica” prima di cantare Fuck her Gently (altra cover di Tenacious D). Ciliegina sulla torta, il concerto si è concluso con Cambogia, Typical Pinè Night e Benvenuti nel mio modo.

E’ stata davvero una serata incredibile, Cambogia è davvero un album incredibile ed è inutile aggiungere che anche i The Bastard Sons of Dioniso sono una band incredibile, una delle poche rimaste in Italia che continua a comporre e suonare la musica che gli piace (senza mai tradire le aspettative dei fan) senza lasciarsi corrompere da quello che è il mercato musicale e le tendenze del momento.

Linh Vu Thuy

[Kaos Live Report] Unmask @Teatro Lo Spazio – 18/11/2017

0

Sabato 18 novembre abbiamo seguito in diretta gli Unmask, band post-progressive romana, al Teatro Lo Spazio, per la presentazione del loro nuovo album One Day Closer.

Tra i vari inediti la band si è esibita con Memento, un brano dal sound imprevedibile e con Flowing, primo singolo estratto da One Day Closer, in cui i protagonisti assumono un nuovo significato in una relazione causa-effetto e che si differenzia totalmente per intenti e sonorità da Memento.

L’esibizione è stato resa ancora più di impatto grazie alla presenza dei Killing A Cloud, band post rock e dalla collaborazione con la loro violoncellista Ludovica, che ha seguito gli Unmask nell’esecuzione di due dei loro brani, Voice of Hush e Maybe Tomorrow.

Lo spettacolo è qui descritto e riportato nelle nostre foto.

Laura Aurizzi

[Kaos Live Report] Zola Jesus @MONK Roma 14/11/2017

0

È martedì sera, fa molto freddo, la settimana è piena di concerti ed eventi, e al Monk c’è una tale Nicole Hummel (o Nika Roza Danilova) che suona, completamente sola senza opening, dalle 22.00.

Il Monk è insolitamente poco popoloso, ma non ci aspettavamo un’affluenza esagerata per questa artista, sappiamo bene che non è per tutti la sua musica, anzi.

Alle 22.15, inaspettato, sale sul palco un giovanotto con una maglia attillata nera, scalzo, pensiamo sia un tecnico che controlla i microfoni, invece si presenta come Devon Marsh (il nome, mezzo sbiascicato, lo abbiamo chiesto all’ingresso) dice che canterà qualche canzone, timidamente come se fosse la prima volta, e mette su 5 o 6 basi dal suo portatile.

Ha una voce molto potente e colorata, con la mano destra solfeggia, ma al terzo pezzo si sente l’assenza di uno scheletro sonoro più consistente, e quindi attendiamo ai lati del palco, mentre la sala si popola piano piano. La violinista e il bassista salgono sul palco da soli, alle spalle uno sfondo nero puntinato di bianco, che dà l’idea di poter vedere da vicino il segnale assente del televisore, trasforma l’ambiente in un enorme set in bianco e nero, magari quello della famosa puntata 8 della terza stagione di Twin Peaks, dove tutto diventa come in un film dell’orrore anni ’50, ed è indicativo visto il legame di Zola Jesus con il regista David Lynch.

E proprio Zola Jesus entra sul palco strisciando per terra, con i lunghi capelli neri che le danzano sulla fronte nascondendo il viso, e le braccia color avorio che sbucano dal nero del vestito di ciniglia drappeggiata. Sembra di vedere un ragno che punti una preda ghiottissima, o una banshee, oppure ancora, per riprendere un po’ l’idea data dalla copertina dell’album, della vernice nera che scivoli su una superficie idrorepellente.

Zola Jesus è molto minuta, ma ha una potenza nella voce che è, a volte, il suo limite più grande su disco, perché appiattisce i suoni e tiene tutto fermo lungo una linea dritta che però, lascia che i pezzi rimangano un po’ freddi e distante.

Al contrario, dal vivo, diventa tutto più sfumato, i contrasti netti di bianco e nero rimangono ma solo nell’aspetto estetico superficiale. Le canzoni del nuovo album (l’artista apre con Veka e Soak) sono potenti ma vibranti di passaggi sussurrati, anche perché Zola Jesus è costretta a controllare con attenzione uno strumento che potrebbe davvero sopraffarla: basti pensare che le volte in cui si ritrova a cantare distante dal microfono, perché impegnata in salti, balli meccanici, headbanging, la sua voce si alza comunque chiara al di sopra dell’entusiasmo della folla.

Ad un momento di imbarazzo e poco coinvolgimento del pubblico, per via dell’eccessiva carica pop del brano Dangerous Days (tratto infatti dal disco peggio riuscito, Taiga), ne seguono alcuni molto significativi, sospesi, come quando l’artista, dopo aver spiegato di conoscere solo bestemmie in italiano, e averne lanciata una così, gratis, dice con semplicità che seguirà una canzone, dedicata a sua zia, che si è suicidata lo scorso anno.

Dopo svariati pezzi tratti da Okovi, Conatus e Stridulum, e abbracci al pubblico, Zola Jesus attacca con l’ultimo pezzo, Exhumed, una Cavalcata delle Valchirie di archi, tratta dall’ultimo disco, che però suona subito strana, non si sa se per colpa di un errore della violinista o dello sfarfallio delle basi registrate, ma un pizzico di delusione c’è, anche da parte dei musicisti.

Nicole, però, canta e si dimena senza curarsene. L’encore è intima e brevissima, si chiude questo concerto irreale e strisciante come una pianta rampicante, Zola Jesus con la sua pelle di marmo esce dalle cortine chiuse del palco del Monk, lo fa come se sparisse, tornando fumo, e polvere.

Report: Giorgia Melillo
Foto: Alessio Belli

 

Setlist

Veka

Soak

Dangerous Days

Hikikomori

Witness

Siphon

Clay Bodies

Wiseblood

Remains

Night

Vessel

Exhumed

Encore:

Skin

 

 

[Kaos Live Report] Massimo Volume – La caduta della casa Usher@MONK Roma 06/11/17

0

Basta scorrere nei precedenti articoli del sottoscritto e tra gli scatti di Marco Loretucci in questo sito per capire quanto entrambi abbiamo a cuore ogni singola attività di quel personaggio raro e speciale chiamato Emidio Clementi. Che sia con i Sorge, o accompagnato dal caro Corrado Nuccini per decantare la bellezza dei Quattro Quartetti di T.S. Eliot non c’è uscita del buon Mimì che non desti interesse e attenzione: figuratevi il nostro entusiasmo nell’apprendere dell’ evento in cui i Massimo Volume tornano sul palco insieme (unico assente Stefano Pilia) per sonorizzare La caduta della casa Usher, capolavoro del cinema muto francese del  1928 diretto da Jean Epstein – sceneggiato insieme a Luis Bunuel – tratto dal celebre e sempre inquietante racconto di Edgar Allan Poe.

Alle 23 in punto, mentre campeggia sul palco il fondale nero con la scritta Un film de Jean Epstein i Massimo Volume si posizionano: Clementi sulla sinistra davanti al suo piano abbracciando il basso, Egle Sommacal di poco distante, e sulla destra Vittoria Burattini circondata dalle sue percussioni. Le immagini partono e con loro i primi battiti e sussurri sonori della band. Il viaggio è iniziato.

In realtà in questa pellicola troviamo non una, ma bensì due storie del Maestro dell’Orrore: la prima è quella del titolo, la seconda è tratta dell’altettanto celebre Il ritratto ovale. Così ecco nelle prime scene il passo affaticato del povero amico di Roderick Usher mentre si dirige verso la dimora diroccata e sinistra di quest’ultimo e della moglie Madeline. Qui subentra la vicenda de Il Ritratto Ovale: le disperate condizioni di salute della povera Madeline sembrano peggiorare ogni volta che il marito prosegue il suo ritratto. Appena il ritratto è concluso, la poverina decede. Le narrazione entra nel suo tratto più spaventoso e coinvolgente, merito anche dei riff e del crescendo con cui i Massimo Volume accompagnano il terrificante percorso della bara della donna nella cripta fino alla successiva rovina della dimora.

In un periodo in cui i nomi più illustri del post-rock ampliano la loro resa live con proiezioni e video (lavorando spesso nel campo delle colonne sonore), i padri del post-rock – e non solo – italiano alzano ancora una volta l’asticella della qualità  musicando direttamente un film muto, dando così nuova linfa ad un’opera del passato, ma sopratttutto producendo qualcosa che è puro Massimo Volume. E non possiamo non gioirne!

Plauso quindi al Monk, che in questo venerdì’ sera romano ha vinto una scommessa proponendo una serata molto ricercata e di livello, e plauso ad una band che ogni volta che si muove non esce mai dal giro della bellezza. Rivederli sul palco insieme dati tempi del tour di Aspettando i Barbari mi ha fatto si molto piacere, ma anche voglio di rivederli tutti insieme il prima possibile!

 

Testo: Alessio Belli

Foto: Marco Loretucci

[Kaos Rewiew] Klogr – “Keystone”

0

Keystone è il terzo lavoro dei Klogr, italianissima band capitanata da Gabriele “Rusty” Rustichelli e Pietro Quilichini “PQ”, pubblicato il 6 ottobre per la Zeta Factory.

L’album si apre con “Sleeping Through The Seasons”, primo singolo rilasciato e già da questo brano si fa tangibile la qualità di produzione e recording della band, il comparto audio è curato ai minimi dettagli tanto che anche un respiro ha una valenza all’interno dei brani.

Segue “Prison of Light”, brano che maggiormente rappresenta lo stile dell’album, una carica di rabbia, melodia ed energia che prepara un assolo semplicemente perfetto di PQ. Le tracce “Technocracy” e “The Echoes of Sin” sembrano legate tra loro da un filo invisibile che passa per le lyrics, temi che affrontano le gabbie mentali (e non) umane, sistemi politici, fede e tanto altro, presagi di ciò che potrebbe accadere prestissimo all’uomo.

“Something’s In The Air” tratta il tema dell’inquinamento dell’aria, problema ormai divenuto ingestibile e che, essendo molto silente, sembra non preoccupare l’uomo, cosa che ci porterà sempre più alla nostra fine.

Altro brano che denuncia un comportamento spregevole dell’uomo è “Dark Tides” che condanna l’umanità alla fine della propria sopravvivenza a causa degli scarichi di rifiuti e scorie nei mari; da sempre i Klogr sono vicini ai “Sea Sheperd” per la salvaguardia della fauna ittica e del territorio marino e sembrano ancora più volenterosi nel provare a cambiare le cose.

Questa “Chiave di Volta” alza la già alta asta della carriera dei Klogr, con un tour europeo iniziato da pochi giorni il cammino della band è in salita verso alte vette di successo.

Quando una band lavora così duramente nella composizione dei brani e poi affida il lavoro ad un produttore sapiente come David Botrill, non può che venir fuori un grandissimo lavoro.

Voto: 7,5/10

[Kaos Live Report] Levante @ Viteculture Festival – 09/09/2017

0

Il penultimo appuntamento musicale del Viteculture Festival si apre con la meravigliosa performance degli Stag, band pop rock romana, che hanno scaldato il pubblico con alcuni brani tratti dalla loro ultima fatica musicale Verso le meraviglie, alternando brani in inglese e in italiano e dal perfetto mix di suoni classici del pop rock e del jazz.

Subito dopo gli Stag si spengono le luci e parte il preludio:

Nella notte più buia. Perse le orme dorate e i cieli d’argento. Voltando le spalle al silenzio. Segui il frastuono. Troverai le porte che non temerai di aprire. Ci saranno capriole nel vuoto. Salti mortali. Forze da perdere. Ti sporcherai le mani di lacrime e sprofonderai nella gioia incontenibile. Zoppicherai mentre il mondo starà correndo a perdifiato. Perché sarai caduto un milione di volte e più di un milione ti sarai rialzato. Così ti sarai ribellato alla noia, allo stare come molti, lì dove gli è stato chiesto di giacere. Nel nulla. Davanti al tuo riflesso sarai rivestito di errori e solo allora, indossate tutte le tue cicatrici, potrai dire di esserci stato. Nel caos di stanze stupefacenti.

Ed è così che Levante, pseudonimo di Claudia Lagona, classe 1987, oggi indiscussa protagonista femminile del panorama pop italiano esplode sul palco e trascina il pubblico con tutta la sua grinta, la sua energia e i brani Le mie mille me, “Non me ne frega niente” (primo singolo estratto dall’album Nel caos di stanze stupefacenti ndr.) e le lacrime non macchiano.

“Sono felice di tornata qui, qui dove il caos è cominciato”. Ringrazia così i presenti alla serata che si è tenuta all’Ex Dogana e che sono letteralmente raddoppiati rispetto al concerto del 4 maggio all’Atlantico che era stato proprio il palcoscenico della prima tappa del fortunato “Nel caos tour 17” conclusosi il 16 maggio all’Alcatraz di Milano e proseguito con “Estate nel caos” che ha portato e porterà l’artista a girare tutto lo stivale.

I brani si susseguono senza sosta uno dietro l’altro alternando pezzi del nuovo album come 1996 – “La Stagione del Rumore”, “Sentivo le Ali” e “Diamante”, alle cosidette colonne portanti dei suoi precedenti album come “Cuori d’Artificio” e “Sbadiglio”, (dove ha dato sfoggio della sua bravura con la chitarra elettrica) oltre a piccole chicche del suo repertorio quali “Contare Fino a Dieci”, “Mi Amo” e “Lasciami Andare”. Immancabile anche l’hit di quest’estate “Tu sei un pezzo di me – Sei un pezzo di me – Sei un pezzo di me – Ah ah ah” che però non ha visto la presenza di Max Gazzè come nella versione radiofonica.

Proprio al centro della serata, arriva finalmente il momento che tutti i fan di Levante aspettano trepidanti durante i suoi concerti: la cantante si “spoglia” della band e rimane da sola con la sua chitarra acustica e canta “La Scatola Blu” e “Ciao Per Sempre”, ma l’apice dell’intimità con il pubblico viene raggiunta quando accompagnata dal suo chitarrista Eugenio Odasso insieme al pubblico esegue “Abbi Cura di Te”, uno dei pezzi più belli e più toccanti dell’artista; un inno all’amore per se stessi, ma in queste modalità sembra quasi una dedica dell’artista al suo pubblico.

Brividi. Applausi. Azzardiamo anche lacrime.
Il tempo di riprendersi un attimo da questo momento così intimo tra l’artista e il pubblico e riesplode la bomba Levante con “Santa Rosalia”, “Duri Come Me”, “Memo” e “Di Tua Bontà”.
Durante la presentazione dell’album, Levante aveva dichiarato che le piaceva molto il fatto che l’album cominciasse in punta di piedi e poi terminasse con il ritmo caotico di “Di tua bontà”.
Invece stavolta, dopo averla eseguita e aver ripreso fiato, torna sul palco con “Alfonso” e l’allegro ritornello che nel 2013 ha dato iniziato alla sua fortunata carriera, seguita da “Io Ti Maledico” e per finire uno tra i brani più chiacchierati di quest’ultimo album, “Gesù Cristo Sono Io”.

Si conclude così il penultimo appuntamento musicale di Viteculture Festival, un evento che ha avuto come motto #illatopositivo e che con la serata appena conclusasi e le formidabili performance di Stag e Levante si è confermato essere uno degli eventi più amati dal pubblico romano e di aver tenuto alto il livello di qualità musicale che aveva tenuto per l’intera estate.

Di Linh Vu Thuy
Foto: Alessandro Campisi

[Kaos Live Report] Il Muro del Canto @ Viteculture Festival – 10/08/2017

0

Nel giorno di San Lorenzo, mentre la processione e la banda attraversavano il quartiere di Roma e si avvicinavano al Verano, proprio lì c’era un piccolo palco che poco dopo avrebbe ospitato una delle band simbolo della città: Il Muro Del Canto.

Circa 5000 persone erano lì per l’ultimo concerto prima della clausura in sala di registrazione. Ovviamente noi c’eravamo ed ecco i meravigliosi scatti di Marta Bandino.

[Kaos Live Report]The Offspring + Pennywise + Millencolin @ Rock in Roma – 02/08/2017

0

Serata conclusiva della rassegna Rock In Roma, che si chiude con un mega-revival delle vecchie glorie del punk californiano anni 90, Offspring, Pennywise e Millencolin, un trittico che attrae nostalgici e puristi del genere, ma anche la fetta di pubblico incline al rock più pop e radiofonica.

Sembra quasi di stare sul set di una fantomatica versione italiana dell’ultimo American Pie quello della rimpatriata in cui i protagonisti erano diventati tutti adulti. Del resto anche l’immaginario della musica di queste band era proprio quello dei licei e dei college americani (eccezion fatta per i Millencolin, che sono svedesi, ma erano parte integrante di quella scena).

Insomma, a parte le sparute eccezioni rappresentate da qualche ventenne e quelli che invece sono venuti proprio coi figli, l’età media viaggia attorno alla trentina abbondante, segno abbastanza intangibile del fatto che nessuna di queste band, arrivata ad un certo punto, si sia riuscita davvero a rinnovare, rendendo così un po’ agrodolce la situazione.

I Millencolin iniziano e finiscono di suonare troppo presto, oppure io sono arrivato troppo tardi, fatto sta che non sono riuscito a vederli, motivo per cui non sono in grado di raccontare la loro esibizione, l’unica cosa che posso dire è che proprio dopo che avevano finito ho incrociato un amico, che li ascoltava 15 anni fa e mi ha detto che non gli sono piaciuti. Non so se il suo giudizio sia stato o meno troppo severo, però non ho altri feedback.

I Pennywise invece vanno alla grande, sono quelli che probabilmente hanno smosso quella fetta di pubblico in più, quella degli indecisi che magari solo per gli Offspring non sarebbe andata, facendo toccare le 4000 adesioni all’evento. La punk-hardcore band californiana, nonostante una forma fisica non proprio eccellente (le dimensioni del bassoventre iniziano ad essere considerevoli) ripaga l’entusiasmo con un set tirato e generoso, che comprende (oltre ai classici della propria discografia) anche tre cover-chicca come “Blitzkrieg Bop” dei Ramones, “Territorial Pissings” dei Nirvana ed infine Stand By Me di Ben E. King.

Soddisfatti i puristi, quelli che “gli Offspring si sono sputtanati con Mtv, però in alto i cuori per i Pennywise” ecco che arrivano i protagonisti, la portata principale. La band capitanata da Dexter Holland è purtroppo priva del suo chitarrista storico, Noodles (il leggendario bidello della scuola degli allora adolescenti Holland e Greg K, il bassista, che entrò a far parte del gruppo perché essendo più grande di età poteva acquistare gli alcolici per tutti) richiamato a casa per urgenti motivi familiari.

La scaletta è praticamente un greatest hits che raccoglie tutto il meglio della produzione degli Offspring, c’è molto Smash e molto Americana gli album più importanti, più un mix ben assortito tra singoli trainanti (anche dai lavori più recenti) e chicche del passato per i fan della prima ora, che tengono il mood sempre molto alto e frizzantino, per il gradimento di tutti i presenti.

Ci scappa anche una cover di “7 Nation Army” dei White Stripes, che in Italia (grazie ai festeggiamenti per i Mondiali del 2006) è ormai quasi un inno nazionale alternativo, ma i veri boati arriveranno, come era logico aspettarsi, con “Pretty Fly (For a White Guy)” e “The Kids Aren’t Alright”. La voce, da sempre contraddistinta da una tonalità piuttosto alta, di Dexter Holland sembra essere in ottime condizioni, pure troppo, dal momento in cui qualcuno ha addirittura malignato che potesse trattarsi di playback, ma personalmente non mi è parso, sebbene anche io sia rimasto piacevolmente sorpreso dalla sua performance.

In definitiva quella che temevo potesse rivelarsi una rimpatriata per giovani vecchi di fronte ad una band bollita, si rivela una godibilissima festa di metà estate al ritmo di quel punk rock melodico che tra fine anni 90 e primi 2000 spopolava tra la Mtv generation e che poi avrebbe visto decimarsi i suoi rappresentanti, ma che è comunque riuscito a lasciare un segno tangibile nei cuori di molti.

[Kaos Live Report] Siren Festival 2017: il nostro report con gallery

0

Tempo di bilanci per quella che è stata la quarta edizione del Siren Festival sul quale è calato il sipario domenica.

Quattro giorni roventi di sole e musica nella bella cornice di Vasto in cui, tra un bagno al mare e oltre 30 live, si è avuta la conferma che quelli di DNA concerti hanno creato una bella realtà che ogni anno si attesta come uno degli appuntamenti più interessanti per gli appassionati di musica in Italia, un Paese in cui spesso le manifestazioni musicali nascono e muoiono nel giro di un paio di anni.

Tutto più o meno positivo quindi, anche se intendo partire da qualche nota stonata rappresentata in primis dalla difficoltà di accedere ad alcuni live per problemi di capienza, vedi su tutti quello di Apparat nel cortile del Palazzo d’Avalos e la forse un po’ criticabile scelta di destinare proprio questo palco secondario ad un artista di sicuro impatto come il producer tedesco che ormai rappresenta il main stream dell’elettronica europea.

Il Siren resta comunque una manifestazione piacevole, con una giusta affluenza di pubblico che lo rende un festival molto fruibile. Una rassegna rock che quest’anno ha visto nella sua line-up una vasta proposta di elettronica, più ampia delle edizioni precedenti.

Ok lo ammetto, a molti live di artisti in cartellone, spesso ho preferito bere dei vodka tonic in qualche baratto dei vicoli nel centro storico, ma sono gusti personali e non mi convincerò mai del fatto che la scena indie italiana sia così interessante come dicono. Ho quindi snobbato alcuni concerti specialmente quelli di artisti come Ghali, Gomma e roba del genere. Mi stupisce però l’impatto che queste band hanno pero su un pubblico più giovane, ma qui mi pongo il dubbio che oltre ai miei gusti musicali conti anche l’età.

Arrivo a Vasto il venerdì pomeriggio e per colpa del traffico mi perdo i live al Siren Beach (palco pomeridiano quasi in riva al mare).
Il mio primo approccio musicale al Siren 2017 è stato di tipo intellettuale con il reading di Emidio Clementi che, sotto il nome di Quattro Quartetti insieme a Corrado Nuccini (ex Giardini di Mirò), ha reinterpretato Eliot. Versi ossessivi stagliati su un tappeto sonoro egregiamente proposti nei giardini d’Avalos per la serie “poesia al tramonto”.

Piacevole il live degli Allah-Las, band californiana che ha suonato un apprezzabile e colorato psych-rock con venature pop.

Come detto Ghali non rientra nelle mie corde ma rimango stupito dell’affluenza che ha calamitato al main stage, un sacco di teenager e un po’ troppi genitori così, come detto gli preferisco i vodka tonic in attesa dei Cabaret Voltaire.

Da appassionato di new-wave 80’s ovviamente non posso perdermeli e alle 22:30 mi dirigo a Palazzo d’Avalos. Li avevo persi da un po’ di tempo lo ammetto e mi ritrovo un unico membro superstite che, un pò anzianotto si cimenta in un live-set ruvido e spigoloso che però ammalia con sonorità industrial di altri tempi. Breve ma intenso.

Sono circa le 23:30 ed è tempo di headliners.
Qui mi è doverosa un’ampia premessa. Sono un fan della prima ora dei Baustelle e li ritengo uno dei gruppi italici più interessanti, ma a mio avviso proporli come punta in un festival è una scelta che non avrei fatto sia per le numerose possibilità di vederli in tour un po’ ovunque sia, soprattutto per la loro risaputa insufficienza live. Ovviamente non me li perdo e mi dico che questa volta no, non sarà come le altre volte, questa volta sarà un bel live e poi vuoi mettere la produzione e post-produzione dell’ultimo album… Macchè!

Perfetta la scenografia, perfetti gli abiti di scena e lo stile dandy e volutamente decadente dei nostri, perfetta anche la cornice di synth e macchine analogiche disseminate sul palco, migliorata la voce di lui e di lei che stonano meno, ma siamo alle solite. La personalità che mettono nei dischi ti aspetti poi di ritrovarla dal vivo e invece molto stile e poca sostanza.
La set-list è stata più che apprezzabile e ha unito quasi in toto l’ultimo album alle hit del passato, ma scimmiottano un po’ troppo i Pulp e Bianconi un po’ troppo Jarvis Cocker.

Mi ha colpito molto una cosa: finisce il concerto e nessuno si affanna a chiedere il bis o fischiare per il rientro, anche io penso sia tutto finito e vedo la gente andare via, passa qualche minuto e loro rientrano sul palco in una piazza dimezzata. Ora va bene che c’era Apparat dopo qualche minuto su un altro palco ma se un live ti rapisce, non giri i tacchi e vai via subito dopo l’ultima nota.

Dopo questa scena arrivo alla conclusione che forse non era un mio pregiudizio o una mia mancanza di fiducia nei confronti di Bianconi e soci, manca forse qualcosa ai Baustelle dal vivo e credo, con una dura sentenza, che possono fare dischi deliziosi ma non concerti memorabili.

La mia prima giornata si conclude con il dj set di Apparat. Sicuramente in questo primo giorno è di gran lunga la performance più acclamata, c’è davvero un sacco di gente e il cortile d’Avalos si dimostra incapace a contenere l’affluenza al punto tale che viene chiuso l’accesso suscitando molte proteste da parte di chi, pur avendo pagato il biglietto rimane fuori.

Siamo cosi al secondo giorno (per me secondo, ma terzo giorno del festival), è sabato fa caldissimo e tra un po’ di mare e qualche live pomeridiano aumenta l’attesa per quello che è la performance che a me interessa di più.

Degno di nota in questa seconda serata è stato il concerto di Ghostpoet, un live che definirei elegante. Luci basse, abito nero e una voce davvero intensa. Atmosfera cupa, molto intima e con un’ottima presenza scenica il 34enne inglese mi ha rapito, la sua è una voce davvero imponente.

Ammetto di non aver assistito fino in fondo al concerto perché, per me era troppa l’attesa degli Arab Strap così, visto la difficoltà di accesso al Cortile d’Avalos per Apparat, mi dirigo lì con ampio anticipo. Mi spalmo sulla transenna e dopo circa mezz’ora fa il suo ingresso in scena questo pacioccone scozzese un po’ burbero che risponde al nome di Aidan Moffat e che resta il principale imputato per la creazione del post-rock anni 90.
Ovviamente sono di parte, ma credetemi è stato un live perfetto nonostante il rapporto birre in lattina/canzoni per Aidan sia stato quasi 1:1.

La set-list non è stata molto generosa come quantità a dire il vero ma è stato un collage perfetto di Philophobia, The Week Never Starts Round Here e soprattutto The Last Romance.
La caratteristica principale degli Arab Strap è la precisione del suono che rimane sempre maniacale nonostante le incursioni violente della cassa dritta. I bassi ti prendono allo stomaco e le chitarre ti tramortiscono ma quando entra il cantato, la voce di Moffat ti coccola pur con testi graffianti.
Di sicuro è stato questo il picco di questa edizione del Siren.
Dopo circa un’ora e un quarto gli Arab Strap salutano e tra il pubblico ci si guardava intorno compiaciuti e tutti, ma proprio tutti avevano parole di elogio per il barbone scozzese che più di una volta si era lamentato del “fuckin’ hot in Vasto”.
Il mio festival si chiude con Trentmoeller sul main stage di Piazza Del Popolo.
Un live scenicamente imponente e spettacolare nell’accezione più classica del temine, premiato con un’affluenza di pubblico maestosa.
Colore predominante sul palco era ovviamente il nero dei tanti elementi della band in cui Trentemoeller era un perfetto direttore d’orchestra post moderno.
La sua produzione musicale come risaputo è molto dinamica e la proposta dal vivo è fedele alla versatilità stilistica del danese. Ha saputo far ballare davvero tutti incessantemente con una mescolanza di generi impressionante: rock, ambient, house, iper-melodie, il tutto sempre condito di matrice techno.
Se non ci fossero stati gli Arab Strap sarebbe stato il protagonista indiscusso.

Finisce cosi anche quest’anno questo il Siren che nonostante qualche critica che ho argomentato rimane una bella realtà che merita il plauso di tutti. In Italia è già da eroi la continuità dei progetti figuriamoci quando questi sanno regalare anche sorrisi e spensieratezza.

[Kaos Live Report] Le Luci Della Centrale Elettrica @ Ex Dogana – 15/07/2017

0

C’era la tangenziale a fare da cornice al concerto romano de Le Luci Della Centrale Elettrica. E forse proprio questa, fatta di sopraelevate e intermittenza ha resto tutto più terreno e reale.

Viteculture Festival organizza l’evento all’Ex Dogana di Roma che probabilmente rende parecchio il concetto che sta alla base della produzione di Vasco Brondi.
Un’antica periferia, il recupero di un vecchio abbandono, lo sfascio di una città-santuario dove finalmente è possibile trovare ancora qualcosa che possieda valore e bellezza.

Siamo alla settima delle venti date dell’estivo Terra Tour e l’energia non manca. Il coinvolgimento di Brondi nei confronti di questa città è ben visibile e lo si può notare dai suoi discorsi sugli inizi, circa dieci anni fa, quando dopo l’uscita del primo disco, i primi concerti a cui accorreva davvero qualcuno furono quelli di Roma.
Da quei tempi che vedevano un ragazzo poco più che ventenne protagonista di questo progetto, sono cambiate un po’ di cose.

Il nuovo album, come questo concerto, è una sperimentazione musicale più conscia e meno improvvisata. Ad accompagnare Brondi sul palco ci sono Marco Ulcigrai alla chitarra, Giusto Correnti alla batteria e alle percussioni, Matteo Bennici al basso e al violoncello e Angelo Trabace al pianoforte, tastiera e sintetizzatore.

Il tutto ha inizio sulle note dei coinvolgenti nuovi brani con la terzina “Coprifuoco”, “Qui” e “Stelle Marine”. Il cantautorato di Brondi è ricco di citazioni che non manca di raccontare nei vari intermezzi, sì perché oggi Le Luci si presentano meno timide e introspettive.

I ritmi di pezzi come “Ti Vendi Bene” e “Questo Scontro Tranquillo” fanno muovere e ballare “felici da fare schifo” proprio tutti i presenti. Il pianoforte regala una intensa interpretazione di “I Sonic Youth” e successivamente, chitarra alla mano con “Una Cosa Sprituale”.

Infondo Terra è un album che ha tutto, non ha perso nulla del passato, ma la nostalgia, per la semplicità, sembra cogliere tutti quando lasciato solo dalla band Brondi regala una perla grezza come “Piromani”, proveniente dal primo disco, Canzoni Da Spiagga Deturpata.

Tornano tutti sul palco per le esecuzioni di “Un Bar Sulla Via Lattea”, “I Destini Generali”, “A Forma Di Fulmine” e l’inno celebrativo di questo album, “Nel Profondo Veneto”.

Un live perfetto sotto tanti punti di vista, emozionante e da ricordare. Sicuramente meritate soddisfazioni per queste Luci che regalano momenti stupefacenti anche oggi, dove quasi dieci anni dopo, la spiaggia deturpata è diventata Terra.

In collaborazione con Il Terzo Lato Del Vinile: www.ilterzolatodelvinile.com

Articolo e foto: Alessandra Ruberto

[Kaos Live Report] 2CELLOS @ Il Centrale Live – Foro Italico – 26/07/2017

0

L’amore, sì. Intendo metterlo in chiaro subito: ciò che conta è l’amore. Sempre e comunque. Anche questa volta, anche parlando di musica. Tutto il resto non conta. Eh, sì… Bisogna fare molta attenzione perché loro non mancano mai; ci sono, ovunque, in ogni campo. Gli integralisti, i puristi. Che, poi, altro non sono che fondamentalisti convinti di avere in mano le (proprie) verità e convinzioni assolute da imporre a chiunque seminando zizzania e divisione e quindi non-amore.

Così anche il mondo della musica classica, è fatto di etichette prima ancora che di amore e di condivisione. Un mondo, questo, ormai arcaico, cristallizzato, fossilizzatosi in sé stesso, autoreferenziale, che pare in via di estinzione. Ma la musica classica – in ogni sua forma – in sé, invece, è più viva che mai. Questo grazie anche a quelle felici eccezioni che, mai, confermano la regola.

Ecco. Luka Šulić e Stjepan Hauser, alias i 2CELLOS rappresentano una delle più felici di queste eccezioni del mondo musicale contemporaneo. Sono loro, i 2CELLOS che hanno avuto il merito di far “scoprire” la bellezza e l’attualità della musica classica alle nuove generazioni. Loro, talenti straordinari, che hanno da sempre unito e alternato pezzi classici a quelli hard-rock con cui hanno conquistato un pubblico estremamente variegato fatto anche e soprattutto di giovani; un pubblico sempre numerosissimo che riempie stadi e arene per ascoltarli in tutto il mondo.

unnamed

Al Centrale Live del Foro Italico di Roma, il 26 giugno si è tenuto il concerto dei 2CELLOS. I due violoncellisti, ormai vere star internazionali, sono in Tour mondiale per presentare il loro ultimo album, il quarto: Score un progetto realizzato con la London Simphony Orchestra in cui i due artisti rivisitano grandi temi di colonne sonore cinematografiche.
Sul palco, in tour, insieme a loro la Strings Orchestra di Zagabria e il batterista Duŝan Kranjc un concentrato di energia e bravura.

Il concerto si apre con un apprezzatissimo Remo Anzovino, pianista di grande sensibilità. E con qualche minuto di anticipo sulle ventidue entrano in scena Luka e Stjepan ed è subito ovazione. Per un ora e mezza, senza mai una sola interruzione, i 2CELLOS inebriano il pubblico romano alternando i pezzi in scaletta con brevi battute al microfono. E’ Stjepan a condurre li ruolo di mattatore, mentre Luka lo introduce solo all’inizio. L’equilibrio tra i due è perfezione assoluta. Si intendo, si capiscono, si sostengono in scena, giocano insieme agli orchestrali che, pure, si divertono.

Le sfumature delle emozioni che suscitano non si contano più. Loro non danno tregua. Incalzano passando da un iniziale “Chariots of Fire” (Momenti di Gloria) per arrivare a “Moon River”, “My Heart Will Go On”. Sul mega schermo immagini di grafica essenziale ma di grande impatto accompagnano i vari pezzi. Le “gigantografie” dei due artisti trasmesse permettono di apprezzare ancor di più le loro performance. Progressivamente la scaletta si completa, senza avere un solo attimo di respiro. Il pubblico è stregato ed è entusiasta ma non sa ancora quello che gli spetta dopo aver ascoltato Games of Thrones.

Inizia, dunque, una “seconda” parte del concerto dove Luka Šulić e Stjepan Hauser si scatenano con i pezzi rock e hard rock che li hanno resi celebri ma solo dopo aver invitato gli spettatori a raggiungerli sotto il palco. Ed è puro delirio! Stjepan domina il palcoscenico interagisce con gli orchestrali, salta, ripropone il duck walk continuando a suonare come fosse posseduto dal demone della Musica. Luka si alza in piedi più volte, non demorde anche lui. I loro archetti volano sulle corde dei loro violoncelli elettronici, grondano sudore, sprigionano una tale carica che il pubblico esplode insieme a loro, li segue senza fiato. Si balla e ci si scatena sotto il palco, inebriati, contagiati e trascinati da quel vortice di energia straordinaria.

Il concerto finisce e l’entusiasmo non si tiene più. Iniziano i bis e alla fine con una splendida interpretazione di Nuovo Cinema Paradiso I 2CELLOS salutano Roma ed escono di scena. Quello che resta visibile e tangibile è la contentezza del pubblico, un senso di felicità e di appagamento indescrivibile.

Questi sono i 2CELLOS. Due ragazzi che amano il loro lavoro e la musica. Condividono questa passione, trasmettono il proprio amore senza mai risparmiarsi. Al di là di ogni sterile polemica purista. Ed è sufficiente vederli mentre suonano: si fondono con la musica stessa, diventano un tutt’uno con i propri strumenti, come persi in un’altra dimensione. Questo, allora, come annunciato in apertura dell’articolo, è amore inteso come condivisione, come emozione positiva, come espansione. Forse è anche per questo che i 2CELLOS sono così vincenti, perché hanno abbattuto ogni forma di ipocrisia, di barriera e confine imposto nel mondo musicale. Il Pubblico lo ha capito e li segue.

Luka e Stjepan sono semplicemente due artisti di sconfinato talento e bravura, due musicisti veri. Loro fanno Musica. Tutta. E il resto non conta.

Scaletta

Titles from Chariots of Fire
Love Theme from The Godfather
For the Love of a Princess
Moon River
Rain Man Theme
Love Story
My Heart Will Go On (Titanic)
Now We are Free (Gladiator)
Mombasa (Hans Zimmer -Inception)
Game of the Thrones Medley
“Seconda parte Rock”
Smooth Criminal
Thunderstruck
Smells Like Teen Spirit
You Shook Me All Night Long
Highway to Hell
(I Can’t Get No) Satisfaction
Back in Black
“I bis”
The Trooper
Wake Me Up
Nuovo Cinema Paradiso

//www.2cellos.com/
https://www.facebook.com/2cellositalia/

Di Marcello Albanesi

[Waiting for] Siren Festival 2017: buona la quarta!

0

Quattro anni non sono pochi per un festiva. Non lo sono specialmente in Italia, figuriamoci in una città di provincia. La maledizione italiana dei festival ha visto nel corso degli anni l’estinguersi di ottime iniziative che si sono eclissate o ridimensionate per le problematiche italiche. Forse non arriveremo mai ad avere un festival paragonabile a quelli europei di maggior grido, ma se in tutta la penisola dovessimo identificarne uno che può averne l’ambizione questo è il Siren Festival.
Il Siren è davvero una bella realtà che nella sua breve storia ha saputo proporre artisti interessanti incastonati nella sublime location di Vasto. I nomi degli anni passati, dopo il primo anno col botto, sono stati sempre ben assortiti e scelti con gusto e ogni volta questo piccolo grande festival è stato sempre una piacevole conferma.

Dal 27 al 30 luglio quindi l’appuntamento per i musicofili è nella città abruzzese. Se dovessi riassumere in uno spot la line-up di quest’anno direi che è un perfetto mix di elegante decadenza e cinica elettronica. Si va infatti dalla pura poetica dei Quattro Quartetti (Mimì Clementi che legge e musica Elliot) alla decadenza romantica dei Baustelle, ai vortici sonori dei Cabaret Voltaire, pionieri dei primi anni 80. Apparat e Trentmøeller sono quanto di più appetitoso nel panorama elettronico attuale e vederli nella stessa rassegna fa davvero scena. Il primo sarà presente con un dj set, il secondo invece incanterà con i suoi synth e sequencer rendendo ammaliante la notte. La vera chicca, però, che DNA Concerti ci ha regalato per questa edizione è rappresentata dagli Arab Strap. Si, ormai lo sapete tutti e avete metabolizzato l’annuncio da quando su sito e social del festival è uscito questo nome. Gli Arab Strap sono bellezza, sono eleganza! Band che vive di diritto nell’Olimpo dei 90’s, aprì in quella decade una porticina destinata a spalancarsi sulla scena scozzese di giovani prodigi. Proprio con Arab Strap e Mogwai partì l’ondata post-rock che devo ammettere stregò anche me. Arpeggi strutturati, spirali di melodie ma anche improvvise graffiate di distorsioni sono il loro marchio di fabbrica e la voce caldissima di Aidan Moffat rende gli Arab Strap una band raffinatissima.

Erano spariti nel 2006 dopo il lungo tour di “The Last Romance”, ultimo lavoro in studio. Il tour toccò Roma e io ero presente: il live fu intenso come sempre ma poi arrivo l’annuncio dello scioglimento. Pensavo di non rivederli più dal vivo e invece eccoli qui. In questi 11 anni Aidan Moffat ha continuato a fare bei dischi specialmente quelli con Bill Wells, fino 2016, data in cui viene annunciata l’uscita di una raccolta e la timida idea di ricostituire gli Arab Strap. Ed è proprio da “Arab Strap” (titolo omonimo del best of) che consiglio di partire a chi non conosce questa band per avvicinarsi ad essa e lasciarsi rapire. Per chi invece, come me è già un loro fan, è un ottimo sunto dell’opera di un gruppo che ha avuto molto da dire nella seconda metà degli anni 90.

Manca poco: prepariamo lettori mp3 e costumi perché davvero il Siren è “letteralmente” una figata e una delle cose più interessanti dell’estate italiana per gli appassionati di musica.

Di Antonio Cammisa

[Kaos Live Report] Sleaford Mods @ MONK – 31/05/2017

0

Lo scorso mercoledì 31 maggio finalmente è finita l’attesa per poter vedere dal vivo il duo di Nottingham Sleaford Mods che ormai da più di un anno ha invaso le nostre webfrequenze conquistando le chart delle trasmissioni dedicate alle sonorità scure e dall’attitudine punk.

Andrew Fearn alle basi e Jason Williamson ai testi e voce ci hanno tenuto compagnia per circa un’ora a raccontarci dell’austerità inglese e la vita della classe operaia dei nostri tempi con una carica di energia ed entusiasmo senza limiti, tanto che a fine concerto Williamson è sceso dal palco a dare la mano a tutti gli spettatori attaccati alla transenna, affermando che non si aspettava tutta questa partecipazione.

Il concerto si è tenuto al Monk Club di Roma, ormai un punto di riferimento per la scena live alternativa della capitale, ed è stata una delle date del tour europeo degli Sleaford Mods per promuovere il loro ultimo lavoro discografico English Tapas, uscito lo scorso 3 marzo 2017 per la Rough Trade.

Ecco a voi la nostra gallery!

FINALE AREZZO WAVE LAZIO: BLACK SNAKE MOAN il BRAND NEW “Farm Psych” alla conquista dei “Cosmopolita”

0

Mercoledì 17 maggio 2017 si è tenuta la finale del contest regionale Arezzo Wave Band (Lazio), concorso dedicato alle band/ artisti “emergenti” che si mettono in gara per conquistare uno spazio sul palco dello storico festival della musica indie, che quest’anno ha deciso di cambiare sede trasferendosi a Milano il 23 e 24 giugno per la trentesima edizione dell’Arezzo Wave Love Festival.

Ad esibirsi sul palco del Monk Club di Roma: Et/al., Random Clockwork, Black Snake Moan e Plastik, finalisti che vi abbiamo presentati nei report precedenti.

Quattro sound, tanto diversi uno dall’altro ma sempre molto intensi nei loro mondi. Viaggi tra psychedelia, post-rock, visuali, elettronica e screamo.

Una scelta sicuramente dura per la giura composta da Silvia Boschero (King Kong Radio1), Emanuele Bevilacqua (Resp. Doc Servizi Filiale di Roma), Chiara Colli (ZERO), Fabio De Marco (DNA concerti, Rome Psych Fest, Asap Arts), Erio Distratis (Trenta Formiche), Lorenzo Lucidi (Responsabile Musicale Radio1 Rai), Raniero Pizza (Dir. Art MONK Roma), Matteo “Pippo” Rossi (Resp. Regionale Arezzo Wave Lazio, AUSGANG Produzioni) e Davide Spaziani (Direttore Artistico Satyricon-Live Music Club Fosinone), che alla fine ha deciso di premiare Marco Contestabile a.k.a. Black Snake Moan, one man band unico e genuino con il suo blues psichedelico, che sembra una giovane promessa per il panorama della musica alternativa italiana.

Radio Kaos Italy, in qualità di media partner ha trasmesso in diretta l’intero evento condotto da Antonio Aversano e con la regia di Andrea Cannizzaro, due ore di musica live e interviste ai finalisti che potrete rivivere ascoltando il podcast qui sotto.






Selezioni Arezzo Wave Lazio: La terza serata al Trenta Formiche

0

Proseguono le semifinali regionali dell’Arezzo Wave con il contest Arezzo Wave Band 2017. Radio Kaos Italy in qualità di mediapartner vi porta il report di ciò che accaduto durante la seconda serata tenutasi lo scorso lunedì 24 aprile al Trenta Formiche di Roma.

Le Sigarette, Plastik e Differènce sono le tre band semifinaliste che hanno tentato di conquistare la giuria in una serata all’insegna del rock in italiano, sofferto, emotivo, distorto, contorto e tanto rumoroso.

A decidere chi salirà sul palco del Monk Club per la finale il 17 maggio, una giuria di qualità composta da CERVONI CRISTIANO (Resp. Regionale AWL), MIRABELLA VALERIO ( The Roost), POLVERARI GIANLUCA (Radio Città Aperta e Romasuona), TAMAGNINI EMANUELE (Nerds Attack) e ROSSI “Pippo” MATTEO (Responsabile Regionale 2017 – AUSGANG PRODUZIONI).

I vincitori saranno comunicati durante la quarta e ultima semifinale il prossimo giovedì 4 maggio al Trenta Formiche.

I nostri inviati hanno avuto modo di chiacchierare con gli artisti e hanno preparato una pillola audio che potrete ascoltare qua sotto o in rotazione sulle nostre webfrequenze.

  • Differènce - a dirty pop duo
  • Plastik
  • Le Sigarette

[Kaos Live Report] Zu – Juggernaut – Lento @ Monk 25/04/17

0

Martedì 25 Aprile presso il Monk Roma è stato presentato il nuovo lavoro degli Zu, Jhator, concerto aperto da due grandissime band, Lento e Juggernaut. La serata è stata all’insegna dell’oscuro, pesante, violento e strumentale, il tutto davanti ad un club strapieno, tutti volenterosi di ascoltare tre band uniche.

I primi sul palco sono i Juggernaut che, felici di esibirsi durante la Festa della Liberazione, ci regalano ben quarantacinque minuti di pura potenza evocativa e oscura, deliziandoci anche con brani nuovi che speriamo finiscano presto in un nuovo lavoro, idee che strizzano sempre più l’occhio al cinema, non vediamo l’ora. Nota positiva riguarda il numero di fans accorsi già ad inizio serata.

Nel silenzio più totale i Lento colpiscono la gente accorsa, alternando fasi lente in pieno stile shoegaze a delle esplosioni di velocità e cattiveria tra il post-hardcore e metal, decisamente accattivanti e perfetti per aprire le danze al concerto degli Zu.

Arriva il momento dei tanto attesi Zu e nulla viene lasciato al caso, un set poderoso e vario, con brani presi dai passati lavori e anche dal nuovo lavoro Jhator, due brani che contengono il tipico stile della band, ma che comunque prendono qualche caratteristica più moderna e la uniscono a quel fantastico marasma oscuro che li contraddistingue. Tutta la serata è stata un successo senza ombra di dubbio, un pubblico sempre più pronto a questo tipo di serate e la cornice del Monk risulta perfetta per questi tipi di concerti, strumentali, oscuri e cattivi, pieni di gente unica e band uniche, insomma se vi siete persi Juggernaut, Lento e Zu, ritrovare qualcosa di simile sarà decisamente complicato.

[Kaos Live Report] Guido Möbius @ Fanfulla – 22/03/2017

0

“Berlino? È come stare sulla Prenestina”…

Tralasciando questa improbabile dichiarazione di Max Gazzè, e anche le varie anologie da gentrificazione che alcuni quartieri berlinesi hanno con il nostro Prenestino/Labicano, la sera del 22 marzo in via Fanfulla da Lodi si è respirato un po di aria teutonica grazie al sound avantgarde dell’eccentrico Guido Möbius.

Direttamente da Friedrichshain, quartiere “hip” della Berlino Est, uno dei protagonisti della scena creativa di quei lidi, ha l’arduo compito di cercare di convicere l’avventore “pignetino” medio che la cultura non si sintetizza in discorsi pseudo filosofici da apericena o disquisizioni da mancati mastri birrai davanti a una delle tanti birrerie artigianali che assediano il quartiere.
Missione in cui si impegna anche il circolo Fanfulla 5/A, i quali propongono la serata a ingresso gratuito per tutti i soci possessori di tessera.

Verso la mezzanotte “l’artigiano” sonoro tedesco comincia a dare vita al corollario di pedali analogici e effettistica sparsa sul pavimento del piccolo club romano. Quello che si percepisce subito dalla sua musica, è la totale mancanza di pretese e la semplicità melodica che rende accessibile e godibile a tutti la complessità del suo lavoro sonoro fatto assemblando vari elementi elettro acustici.

Impossibile non farsi coinvolgere dalle ritmiche funky o dalle bassline che rimandano a suggestioni post punk. Anche la chitarra, strumento principe della sua proposta, viene spesso espressa con affabili riff jazzy.

Guido si mostra molto comunicativo e coinvolto fisicamente dalla sua musica. La freddezza mitteleuropea e anche di alcuni passaggi elettronici delle sue creazioni, vengono bilanciate dal suo modo di stare sul palco; spesso si lancia in balli quasi sciamanici al centro del semicerchio formato dalla catena di pedali.

I brani scelti per la serata sono principalmente riconducibili all’ultimo lavoro Batagur Baska, molti sono totalmente stravolti e quasi improvvisati in alcune parti.

Inconfondibile rimane la sola title track con le sue tre note di basso e i suoi loop sinistri, potrebbe essere la colonna sonora perfetta per guardare roma dall’alto della sopraelevata Tangenziale est in una giornata grigia.

Il concerto si esaurisce in 50 minuti scarsi, dove l’artista berlinese trova anche il tempo di scherzare con il pubblico stoppando varie volte la “giostra” per fare dell’autoironia sulle proprie capacità da strumentista.

Una serata che avrebbe potuto essere perfetta, peccato che ci fossero soltanto 20 persone che testimonieranno che il Prenestino è stato più vicino a Berlino per una cinquantina di minuti.

Marco Loretucci

[Kaos Live Report] Fast Animals And Slow Kids @ MONK – 25/03/2017

0
Una premessa prima di parlare del concerto dei Fast Animals and Slow Kids al Monk dello scorso 25 marzo è d’obbligo: chi scrive non li ha mai visti live e li conosce poco, se si esclude l’ultimo album Forse non è la felicità.

Quindi si parla di un concerto che, esagerando, è stato visto quasi a scatola chiusa. I FASK a Roma hanno collezionato un’altra data sold out, quindi non l’unica di un tour che sta riscuotendo grande successo in giro per l’Italia.

In apertura ci sono i LAGS, band punk rock romana che a Radio Kaos Italy conosciamo bene. Scelta azzeccatissima perché con un set di mezz’ora e il loro sound scaldano al punto giusto il palco e il pubblico che si è già riunito in attesa della band perugina.

Dopo il cambio palco la sala del Monk, che trabocca di gente, accoglie i FASK con un boato a cui contraccambiando col tris “Asteroide”“Giorni di gloria”“Calci in faccia” alla fine del quale si presentano, come di consueto, con “Salve noi siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia”.

È palese già da subito che il frontman Aimone Romizi è fatto apposta per stare lì dov’è, col suo modo quasi teatrale di interagire col pubblico e con la sua incredibile potenza vocale che macina brani senza mai una pausa, si lancia più volte tra la folla chiedendo anche, braccia dopo braccia, di essere accompagnato fino al bancone del bar per prendere un Negroni.

Un live coinvolgente anche per chi non sa urlare i testi dei FASK a squarciagola. I ritmi sono sincopati e travolgenti e il caldo e l’isteria, pur mettendo a dura prova la resistenza dei presenti, rendono il live estremamente convincente. Difficilmente si immagina di poter continuare a vederli su palchi così “piccoli”, infatti la band di Perugia è già pronta per qualcosa di molto più grande grazie alla maturità che hanno acquisito e anche all’umanità e l’umiltà con cui si approcciano alla musica.

Stefania Monaco

[Kaos Live Report] Motta @ MONK – 17/03/2017

0
Il percorso che parte dal Release Party al Quirinetta del 16 aprile 2016, passa per il 9 luglio dello stesso anno a Villa Ada e arriva a quasi un anno dopo, il 17 marzo 2017 al Monk Club, sembra fatto apposta per tracciare una strada e seguire una sorta di processo di metabolizzazione dell’album di esordio di Motta.

Il 18 marzo 2016 usciva La fine dei vent’anni ed è stato uno degli album migliori dello scorso anno non solo per meriti noti al pubblico come la vittoria del Premio Tenco 2016 nella categoria Opera Prima (tra l’altro, anche se è meno importante, Alta Fedeltà lo ha anche menzionato nel “BEST RKI 2016: i migliori album italiani”) ma soprattutto perché è un album che probabilmente si è insinuato nelle vite di chi lo ha ascoltato (includendo chi scrive) come farebbe un buon amico che ti offre comprensione e rifugio.

È la terza volta che vediamo un live di Motta e le aspettative, purtroppo o per fortuna, sono molto alte: la prima volta al Quirinetta ha segnato in modo entusiasmante l’inizio di un tour che ha collezionato più di cento date; la seconda volta a Villa Ada è stata lo scenario di un’esecuzione impeccabile; questa terza volta al Monk invece è sembrata più sottotono delle altre in particolare per l’aspetto emotivo e anche per la brevità della performance.

Ma nonostante ciò Motta e la sua band hanno dimostrato una nuova maturità negli arrangiamenti che in questo anno di live si sono fatti naturalmente più distanti dal disco guardando a nuove sperimentazioni, con brani dalle code piuttosto lunghe e sonorità abbastanza cupe.

L’album è stato sin dall’inizio un colpo ben assestato e ogni live ne è la degna rievocazione, anche alla fine di questo lungo tour che sicuramente segna l’attacco di una nuova fase della sua vita artistica.

Stefania Monaco

[Kaos Live Report] Hour of Penance – Buffalo Grillz – Unison Theory @ TRAFFIC – 03/04/17

0

Venerdì 3 marzo presso il Traffic Live Club di Roma è avvenuto il release party di Hour of Penance e Buffalo Grillz che hanno infiammato il palco e i fan presenti. Le due band sono state supportate dagli Unison Theory, metal band nata nel 2011.

La serata è stata all’insegna del metal estremo e parlando dei sopracitati, è giusto sottolineare come gli Unison Theory siano una realtà importante in quanto la band ha già annoverato numerosi concerti con gli stessi Hour of Penance, Obscura, Beyond Creation e molti altri, e sul palco, come nel cd di debutto Arctos, non lascia nulla al caso, ma convince sotto ogni punto di vista.

A seguire è il momento dei veterani Buffalo Grillz, una delle band più dissacranti, blasfeme, fuori dagli schemi (oh non sono mica offese, anzi, il tutto è proprio il loro pregio) che io abbia mai ascoltato e visto dal vivo. Pura potenza, cattiveria e velocità che travolge il numeroso pubblico del Traffic incitato più volte al pogo, che finalmente arriva verso il termine del loro set; i brani tratti dal loro nuovo album Martin Burger King continuano quella streak dissacrale che ha reso unica la band.

Terza ed ultima band sono gli Hour of Penance, che freschi di release del loro nuovo album Cast the First Stone ci fanno ascoltare nel primo set gli storci brani che li hanno reso grandi, mentre nella seconda parte ci portano nuovi brani, per poi chiudere la loro strepitosa performance con “Misconception” e “Slavery of a Deaf Decay”.

Cast the First Stone è un album che, in poco più di trenta minuti, ti colpisce dritto in faccia con la sua potenza e con uno stile che si evolve col passare degli anni, senza mai lasciare indietro la caratteristica potenza degli Hour of Penance, potenza che ci ha spettinato anche al Traffic.

[Kaos Live Report] Metal For Kids @ Crossroads – 04/03/17

0

Torna al Crossroads di Roma, l’evento benefico organizzato dalla Fabertroy Entertainment: il Metal For Kids United, serata all’insegna del metal presso uno dei locali storici del circondario romano. Fabertroy Entertainment, in collaborazione con la Rock On Agency e Giancarlo Trotta Entertaiment, realizzano questo splendido festival che vede salire sul palco numerosi artisti di fama internazionale e non, uniti per portare l’evento alla sua perfetta riuscita; menzione speciale a Pierangelo Mezzabarba che come Efesto, dona il fuoco e le armi ai musicisti con i suoi fantastici amplificatori Mezzabarba Overdrive.

Headliner sarà Sir Russell Allen, devastante singer dei Symphony X, Trans Siberian Orchestra, Adrenaline Mob, Magni Animi Viri impegnato in prima persona proprio per il Metal For Autism, essendo sua figlia Ava autistica, causa che lo spinge a dare sempre il massimo sul palco, come successo al Crossroads.

Vari set si alternano per tutta la sera, cominciando dalla prog metal band Noumeno che apre le danze con “Technical Difficulties” dei Racer X per poi continuare con i loro brani. Un set energico e perfetto per scaldare gli animi dei fan.

Seconda band e via di heavy metal con i Timestorm, band del poliedrico Faber Troy che oltre ad impegnarsi con il Metal for Kids, imbraccia la sua Jackson e travolge i presenti con brani presi dal loro album Shades of Unconsciouness, poi seguiti da un nuovo inedito.

Terza band e i De La Muerte si scaldano (e ci scaldano) per bene facendoci ascoltare brani dal loro self titled album prima di presentarsi come band di supporto per Russel Allen che ci delizierà con alcune chicche.

Arrivano i momenti power della serata e si scambiano sul palco Morby con un set dei Domine, Secret Sphere con Aldo Lonobile e Roberto Messina (ex cantante della band) e Trick or Treat che ci fanno divertire e scapocciare come non mai. Menzione speciale per Leonardo Porcheddu ed Enrico Sandri che scendono raramente dal palco e rendono onore al termine “Resident Band”, stoici.

Prima del set di Allen, sale sul palco Brian O’Connor, ex cantante dei Vicious Rumors che spettina tutti con brani della sopracitata band, un frontman coinvolgente e impeccabile che fa capire ai tanti presenti come dovrebbe comportarsi un cantante sul palco, una furia della natura.

Sir Russel
sale sul palco e da lì in poi non ce n’è per nessuno, un frontman del genere non lo si trova spesso neanche tra i big, capace di cantare qualsiasi cosa partendo dai propri brani (Adrenaline Mob, Symphony X) per poi deliziarci (con vari guest agli strumenti come Andy Martongelli (Arthemis), Marko Pavic (Pavic), Alberto Rigoni (Badass, Vivaldi Metal Project), John Macaluso (Union Radio, ex Malmsteen, James La Brie) con alcune cover d’eccellenza, “Fool For Your Loovin” dei Whitesnake, “Holy Diver” e “We Rock” di DIO, pietre miliari della musica rock-metal.

Si parte con la Jam Session e sul palco si alternano i tantissimi musicisti presenti regalandoci brani dei Rhapsody, Megadeth, Pantera, Labyrinth, Judas Priest ecc per poi chiudere con “Highway Star” dei Deep Purple, cantata da Fabio Dessi (Arthemis), Morby (Domine), Erk Scutti (Klee Project) e Frank Marino (Union Radio) che vede la partecipazione di tutti i musicisti saliti sul palco.

Metal For Kids

La terza edizione del Metal for Kids United! volge al termine e la somma raccolta è di 2.420 euro devoluti alle famiglie con bambini affetti da autismo, il metal unisce a ha unito tutti per una causa giusta. Noi non vediamo l’ora di rivedere e riascoltare artisti di questo calibro sul suolo romano, detto questo… Alla prossima!

[Kaos Live Report] Helmet @ Traffic – 23/02/2017

0

In questo anticipo di primavera romana, mi ritrovo a ripercorrere a ritroso la via Prenestina per tornare nel mio quartiere natale: Tor Sapienza. Questa volta il piccolo spostamento non è legato a una visita alla mia famiglia, ma da una piacevole (spoiler) riscoperta di uno dei mie affetti musicali adolescenziali: gli Helmet.

Per tornare agli Helmet ho dovuto ripercorrere, a ritroso anche in questo caso, la mia passione per la musica, fino a fermarmi a metà anni 90 quando ho scoperto il surf e conseguentemente mi avvicinai a molti gruppi in voga tra gli amanti degli sport da tavola.

Lungo la consolare romana che mi divide dal Traffic (sede del concerto), scopro che molti aspetti urbanistici sono mutati nel corso di questi anni, ma allo stesso tempo l’anima popolare di questa immensa periferia, è rimasta immutata. Concetto applicabile anche al percorso musicale degli Helmet, band formatasi nel lontano 1989 in quel di New York City, che nel corso degli anni ha cambianto radicalmente formazione escluso Page Hamilton (chitarra e voce), mantenendo, e confermandolo anche questa notte (altro spoiler), questa anima granitica imbevuta di suono stridente.

D’obbligo una piccola parentesi sulla storia della band: si forma, come già accennato, a New York nel 1989, per volonta di Page Hamilton (chitarra e voce), Peter Mengede (chitarra), Henry Bogdan (basso) e John Stanier (batteria) (attualmente nei Battles, ascoltateli).

Il gruppo si pone come intento quello di produrre un suono pesante ma lontano dalla retorica metal di massa; quindi nella loro creatura, ampiamente riconducibile al più hard dei sottogeneri del rock, troviamo una forte caratterizzazione che li discosta non poco dal resto di quella proposta musicale. Innazitutto nell‘aspetto tecnico si distinguono per il loro perfetto mix di riff metal sincopati (il noto “staccato” provveduti dalla chitarra di Page), dall’accompagnamento ritmico corposo e dal time signature spesso contorto ad opera del basso di Bogdan e dalla sopraffina batteria di Steiner.

Il tutto è condito da sonorità stridenti e rumorose, in perfetta attitudine musicale newyorkese e da delle liriche che sono molto vicine alla poetica nichilista comune all’alternative rock degli anni 90. Quello stilistico è un altro tratto con il quale si pongono ai margini delle masse, rinnegando con sdegno i costumi della capelluta e borchiata scena metal e esibendo un look casual fatto di ordinari capelli corti, t-shirt debrandizzate, jeans e sneakers.

Appena arrivato nella venue del concerto, mi stupisce, positivamente, che l’oltranzismo suddetto non sia abbracciato anche dal pubblico odierno. La discreta folla è formata da persone delle più disparate scelte stilistiche e collocazioni anagrafiche. Il Traffic si conferma uno dei mie locali preferiti fin da subito. In apertura ho assisto a due ottimi opening-set. Il primo – “scimmiesco” e davvero potente – è quello dei romani MalClango. Di seguito il live degli Local H; un duo proveniente da Chicago, che ci stordisce con un sound 90s tagliente e reverberato, sicuramente agevolato dagli ottimi volumi del locale prenestino, uno dei pochi a proporre un set degno di ospitare hard music.

Dopo una decina di pezzi, alcuni eseguiti con l’aggiunta di Kyle Stevenson (attuale batteria Helmet) e Dan Beeman (attuale seconda chitarra Helmet), il duo lascia il palco al tecnico degli Helmet.

Posizionati e patchati tutti gli strumenti, oltre una cospicua quantità di birre in lattina, Page Hamilton e (attuali) soci possono dare il via ad un esibizione che sarà sorprendentemente esplosiva. Tutti i timori legati al tempo che passa, ai cambi di formazione o ai nuovi lavori che su disco non hanno entusiasmato, vengono spazzati via dalla solida, ma versatile, chitarra di Hamilton che alterna momenti ritmici, melodici a stridule digressioni rumoristiche.

Senza nulla da togliere all’ottimo apporto ritmico del resto del quartetto formato da: Dan Beeman (guitar), Dave Case (basso), Kyle Stevenson (batteria), ho l’obbligo morale di rimarcare l’importanza che ha avuto la chitarra di Hamilton (di formazione jazz) per la nascita del genere Nu Metal. Impossibile, ascoltandola, non cogliere l’influenza che ha avuto per gruppi come Korn, System of a Down e Deftones, per quanto lo stesso Hamilton non apprezzi essere identificato con questo genere.

La scaletta, ovviamente, propone molti pezzi dal loro ultimo lavoro (Dead to the World, 2016), che dal vivo si dimostrano piu godibili e esaltanti. Ma le vere sferzate di energia provengono dai ripescaggi effettuati da Strap It On (1990), Betty (1994) e soprattutto da Meantime (1992), che con i suoi sei pezzi in scaletta è l’album piu citato durante la serata.

Il gruppo si dimostra molto rodato, e mi colpisce l’efficace e precisa parte bassistica di Dale, che con la scritta Nostromo sul cappellino, si dimostra un infallibile timoniere della parte ritmica. Page si intrattiene in due occasioni con il pubblico per ripassare un po il suo non fluidissimo italiano, ed essendo un po alticcio presenta il suo batterista come un barista e il suo bassista come un ca**o dorato.

Durante questo exchange linguistico, il pubblico romano si dimostra espansivo come sempre (si potrebbe fare una rubrica solo per catalogare le esclamazioni duranti i concerti capitoli), degno di nota l’appellativo “AH ZAMPOGNARI!”, gridato da un ragazzo durante questo demenziale siparietto. L’apice di esaltazione della serata coincide con l’encore: aperto da una mastodontica “Unsung” e chiusa da una sempre immensa “In the meantime”, esecuzioni tanto energiche e laceranti da non poter trattenere un pogo abbastanza concitato che si protrae senza sosta per tutta la durata delle cinque canzoni scelte come coda dell’esibizione.

In sintesi abbiamo assistito a una avvincente e travolgente esibizione musicale, che apparentemente non mi sembra abbia deluso nessuno: dai fan della prima ora, forse un po preoccupati e prevenuti a causa delle varie defezioni rispetto la formazione originale, alle nuove leve che hanno potuto assitere all’esecuzione live di alcuni tra i piu pesanti brani della storia dell’alternative rock.

Gli Helmet ci continuano a insegnare che la sostanza deve prescindere dalla parte cosmetica e che per dire qualcosa veramente distintivo bisogna guardare le masse dai margini discostandosene* (estratto dal brano “Ironhead”), e loro lo continuano a fare con deflagranti bordate sonore.

*«Time to take
What I know
Keep it in and
Live here all alone»

Setlist:
You Borrowed
Life or Death
Wilma’s Rainbow
Life or Death (Slow)
Bad News
Enemies
Better
I ? My Guru
Red Scare
FBLA II
In Person
Bad Mood
Driving Nowhere
Encore:
Unsung
Give It
Sam Hell
Milquetoast
In the Meantime

Marco Loretucci

[Kaos Live Report] Duke Garwood @MONK – 23/02/2017

0

Una volta Josh T. Pearson ha detto di lui: “Ciò che di più vicino al paradiso si possa raggiungere con una chitarra.” Lui chi? Duke Garwood, ovviamente. Giovedì scorso lo abbiamo visto live al Monk Club di Roma per una serata di musica davvero indimenticabile. Ecco le nostre foto del live di Mr. Garwood aperto delle bravissime Smoke Fairies: buona visione!

Foto di Alessio Belli

[Kaos Live Report] The Dandy Warhols @ MONK – 17/02/2017

0

Una serata imperdibile per una band ancora amatissima: potevamo perderci la data romana dei Dandy Warhols? Conoscete la risposta e allora godetevi le foto del nostro Manuel Aprile!

SETLIST

Be-In
Crack Cocaine Rager
Get Off
Not If You Were the Last Junkie on Earth
STYGGO
I Love You
Catcher in the Rye
Plan A
Holding Me Up
Every Day Should Be a Holiday
Welcome to the Monkey House
You Are Killing Me
We Used to Be Friends
Bohemian Like You
Godless
Pete International Airport / Boys Better

[Kaos Live Report] Gemma Ray @Le Mura – 12/02/2017

0
L’affascinante voce britannica di Gemma Ray, dopo aver attraversato l’Italia, ha chiuso la tournée italiana a Roma, a Le Mura. È stato un concerto bellissimo, ed ecco i nostri scatti.

L’atmosfera è quella che abbineresti alla sua musica, così oscura e affascinante, fatta di giochi di luce in cui un sinuoso buio tende a dominare. Gemma Ray è tra le mie cantautrici preferite, senza dubbio: merito di quel songwriting così profondo, intenso e trascinante che continua a generare dischi di rara bellezza, come l’ultimo The Exodus Suite.

Dicevo dell’atmosfera: sì, quella de Le Mura è perfetta. Intima, accogliente e con poche luci puntate sui volti dei musicisti avvolti del nero della loro musica. Una serata inaugurata da un’altra voce femminile davvero notevole: Gris-de-Lin, abbracciata solamente della sua chitarra elettrica prepara come meglio non si può la scena a Gemma Ray.

Il tempo di qualche accordo affilato (letteralmente) e la sua voce così potente e ammaliante – accompagnata dalla stessa Gris-de-Lin alle testiere e alla batteria da Andrew Zammit – stende uno per uno tutti i presenti regalando una performance davvero indimenticabile organizzata dall’agenzia Tips! del nostro Antonio de Oto.

Ma in fondo, da un’artista della caratura di Gemma Ray, potevamo aspettarci di meno?

Nella speranza di rivederla il prima possibile dal vivo, non resta che rituffarci nel suo mondo musicale composto da brani così meravigliosamente noir e intrigante. Shake baby, shake.

Alessio Belli

[Kaos Live Report] Marlene Kuntz @ Spazio Novecento – 09/02/2017

0

Omaggio al glorioso passato di una band ancora capace di sorprendere

C’era grandissima attesa per il concerto di giovedì scorso. Nell’improvvisata – ma assolutamente sorprendente – location dello Spazio 900, i Marlene Kuntz hanno impreziosito un nuovo appuntamento del Quirinetta On Tour, rendendo omaggio al loro secondo album, Il Vile, datato 1996.

Dopo la tournée del 2014 incentrata sulla loro prima opera, Catartica, i Marlene Kuntz hanno intrapreso questo nuovo tuffo nel passato senza tralasciare del tutto il presente, rappresentato dalle tracce di Lunga Attesa, uscito appena un anno fa. Che il gruppo di Cuneo sia cambiato nel tempo non ci piove, ma la carica che riescono a infondere grazie a i pezzi del loro primo periodo non ha eguali.

In platea, mentre prendiamo saggiamente posto vicino al palco prima che il locale in brevissimo tempo si riempia, qualche ragazzo particolarmente apprensivo rumoreggia per il ritardo dei nostri a palesarsi. Basta giusto un poco di pazienza, e dopo circa 40 minuti dall’orario prestabilito, Cristiano Godano prende il comando delle operazioni.

Lo spettacolo decolla con decisione sulla combo Overflash – Cenere, col pubblico che si lascia andare in un pogo liberatorio e trascinante. Più in generale, ogni volta che le chitarre di Godano e Tesio danno il via a una canzone del vecchio album, la gente va automaticamente in estasi.

Mi colpisce in particolar modo la figura quasi imponente di un impressionante Luca Saporiti, che maltratta le corde del basso e forma con Luca Bergia alla batteria un binomio con pochi eguali in Italia. Poi, verso la fine della prima parte di concerto, Il Vile prende definitivamente il centro della scena: “Ape Regina” (e qui batteria e basso sono al top), “Retrattile” e altri capisaldi si susseguono in rapida successione, fino allo scontato finale, con la title track a tenere banco (“Onorate il Vile!”, possibilmente a squarciagola).

I Marlene Kuntz lasciano momentaneamente il palco dopo un crescendo adrenalinico così ben strutturato che non sembra sia passato così tanto tempo (un’ora e mezza circa) dall’inizio. L’encore si sviluppa con un mix di pezzi da vari album, e si conclude con la splendida “Nuotando Nell’Aria”: l’atmosfera si fa oltremodo suggestiva, dandoci lo possibilità di riflettere sulle quasi due ore appena trascorse.

E mentre i nostri si dirigono verso il backstage, penso che Il Vile sia stato onorato come meglio non si poteva.

Paolo Sinacore / foto di Alessio Belli

[Kaos Live Report] C+C=Maxigross @ MONK – 03/02/2017

0

La prima serata della Rome Psych Fest Nite si consuma fra le accoglienti mura del Monk in compagnia di uno dei gruppi emergenti più interessanti della scena italiana, i C+C=Maxigross.

Sì, perché questo complesso porta con sé tutto il fascino celestiale, quasi etereo, della loro zona di appartenenza, la Lessinia. Tra quei boschi nacque nel 2009 la loro storia, e il tempo ha già permesso a questi ragazzi di sperimentare e osare nella ricerca di un sound sempre più suggestivo.

L’apertura del duo romano Orange 8 ci permette di prendere confidenza con la location, per l’occasione adibita in maniera inusuale rispetto al solito: gli strumenti sono adagiati a livello del pubblico, posizionati al lato della sala. Il palco resta quindi inutilizzato, e capiremo presto il perché di questa scelta.

L’ingresso dei C+C=Maxigross viene accompagnato da fumate di incenso che aiutano a creare immediatamente l’atmosfera. Ad accompagnare la band, da poco provvista di due batteristi (decisione che non posso che condividere in toto), si presenta un gasatissimo Miles Cooper Seaton, compagno di tournée dei cinque veneti.

Il californiano è il logico leader carismatico dello spettacolo, durante il quale cerca più volte di coinvolgere il pubblico. Ed ecco spiegata l’insolita disposizione accennata prima: l’obiettivo è quello di creare con i presenti il legame più stretto possibile.

L’intento riesce a sprazzi, con Cooper Seaton che alla fine, tra consigli su come ballare e dubbi su come renderci maggiormente partecipi, riesce comunque nell’obiettivo di interagire col pubblico. Le musiche evocative di Ruvain e Fluttuarn, ultime 2 opere del gruppo veneto, fanno il resto. La componente elettronica ha indubbiamente aggiunto nuova linfa al folk che caratterizzava il loro primo periodo, permettendogli di spingersi oltre, fino a sfiorare atmosfere post rock.

L’inattesa cover di “Amarsi un po’” di Lucio Battisti e quella di “I know You Rider” dei Grateful Dead compongono il bis con cui si conclude il live.

L’impressione è che al prossimo concerto dei C+C=Maxigross nella capitale sarà meglio organizzare gli spazi in maniera differente: i seguaci di questi istrioni boscaioli sono destinati ad aumentare a dismisura.

Paolo Sinacore / Foto di Alessio Belli

La presentazione alla Feltrinelli di Roma di “L’Amore e la Violenza”, il nuovo dei Baustelle

0
Martedì 17 i Baustelle hanno presentato il loro ultimo album L’Amore e la Violenza alla Feltrinelli di via Appia.

Punto dal gelo pomeridiano di una Roma intorpidita dal freddo, trovo rifugio nel timido tepore del negozio, dove sono ancora in atto i preparativi per la presentazione. Molti sono arrivati con largo anticipo per assicurarsi un buon posto ed aspettano trepidanti l’arrivo del trio toscano, che è previsto per le 18.

Ma le 18 sono ancora lontane. Curiosando tra gli scaffali per ingannare l’attesa, noto che è in costruzione un’ampia recinzione intorno al palchetto, dove sarebbe avvenuto l’incontro. Questo perché l’ampio spazio centrale di lì a poco sarebbe stato completamente occupato dalla fila di chi aveva comprato il disco ed era in attesa della firma della band toscana. Per questo, noi semplici spettatori siamo stati costretti ad assistere da lontano, niente di insostenibile, però sai…

La presentazione comincia in orario con la proiezione del video del singolo uscito “Amanda Lear”, accolto con un applauso tanto caloroso quanto quello subito successivo per l’entrata dei Baustelle. Cos’è L’Amore e la Violenza? È un contrasto, storie difficili in musica leggera. È una reazione, al disco precedente, Fantasma, ed alle sue sonorità realizzate grazie all’orchestra sinfonica.

È pop, oscenamente pop, come lo definisce lo stesso Bianconi, le sonorità sinfoniche erano ormai state del tutto esplorate, quindi era necessario fare qualcosa di diverso, un ritorno all’elettronica ed a quel pop del primo album giovanile, Sussidiario illustrato della giovinezza, tanto da arrivare a definire questo nuovo lavoro come “Sussidiario illustrato della maturità”.

All’interno non mancheranno citazioni, riferimenti a personaggi e temi, in pieno stile Baustelle, in questo caso spesso inquadrabili nell’universo degli anni ’70 e ’80 e saranno sia testuali sia musicali. Le domande poi cominciano a spaziare altrove rispetto al disco, come una sull’imminente Sanremo, sul perché il trio toscano non abbia mai tentato la partecipazione. Bianconi risponde che i Baustelle ne possono fare a meno, la musica non appartiene e non può appartenere solo alla televisione, che sia talent o festival, chiaramente senza sminuire o criticare né i programmi in sé né chi vi partecipa, ma loro, e molti altri artisti, sono altro.

Se posso dire la mia, sono stato molto contento di questo passaggio, perché ora più che mai abbiamo bisogno di musicisti capaci di affermare e dimostrare che è possibile arrivare anche senza passare dalla scorciatoia televisiva, opprimente e deformante per i suoi inevitabili compromessi artistici. A volte è necessario togliere tutto il teatro che la televisione ha montato intorno al cantante di turno per apprezzarne le vere capacità, ma se è proprio quel teatro che cerchiamo, allora dovremo abituarci a storie di artisti usa e getta, fagocitati dal palcoscenico televisivo per 8 puntate di notorietà.

Ecco, questi non sono i Baustelle. L’incontro finisce prima che sia capace di accorgermene, speravo in qualcosa di un po’ più lungo ed approfondito, per giustificare la mia ora e mezza di attesa, ma va bene così. L’incontro, oltre ad una visione molto generale dell’album, riesce a lasciarci comunque qualche chicca, come il passaggio su Sanremo, ma anche la risposta ad una domanda dal pubblico riguardo i testi, che ha stimolato una riflessione molto bella di Bianconi: i testi sono molto importanti, perché anche nel non senso diversi ascoltatori possono trovare diverse corde a cui appigliarsi, che possono essere una parola, una frase, un concetto, che siano capaci di stimolare un pensiero, una riflessione, una riscoperta, una rilettura.

La presentazione si conclude con un pensiero all’imminente tournée, che vedrà i Baustelle in concerto a Roma all’Auditorium Parco della Musica il 23 marzo, in cui potremo ascoltare dal vivo vecchi e nuovi pezzi, tra i quali anche alcuni estrapolati dal lavoro precedente Fantasma, rivisti e riarrangiati per adeguarli ad una sonorità meno sinfonica e più in continuità con il resto del repertori.

Edoardo Frazzitta

[Kaos Live Report] Daniele Silvestri @ Auditorium Parco della Musica – 09/01/2017

0
“Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per poter dominare la tecnica che permette di dominare la natura. Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, solo, non vale nulla. Soprattutto, siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo. È la qualità più bella di un rivoluzionario”
Che Guevara

E gran rivoluzionario con la sua voce si conferma Daniele Silvestri che il 9 gennaio ha concluso il suo “Acrobati tour” tenendo banco al pubblico dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. Una sala piena, fino all’ultimo posto, che ha accolto il Presidente come sempre accompagnato dai suoi fedelissimi equilibristi Sebastiano De Gennaro, Duilio Galioto, Piero Monterisi, Marco Santoro, Fabio Rondanini, Daniele Fiaschi e Gianluca Misiti.

Poche chiacchiere, “iniziamo subito che ho gran voglia di suonare”: e dopo il rinvio per malattia del 28 dicembre una gran bella notizia per i fan. Apre la scaletta, ricchissima, “La mia casa”, brano sponsor delle due date romane conclusive e che racchiude un po’ il senso di questo viaggio in giro per l’Italia che Silvestri ha portato avanti nell’ultimo anno.

Qualche minuto e il pubblico è catturato, complice anche il fanclub dei capoccioni che severo e sempre in prima linea segue il suo beniamino creando una specie di atmosfera mistica e di venerazione totale. Guai a sbagliare una coreografia o non applaudire Silvestri! Un onere non difficile da portare avanti vista la bravura dell’artista in questione che, come sempre, è capace di cantare e interpretare come pochi.

“Quali alibi”, “Ma che discorsi”, “Pochi giorni”, “Le cose in comune”. I brani scorrono lisci lungo la strada della memoria discografica che comincia a far sentire un certo peso. Leggera e piacevole la prima ora di concerto che si confermerà a breve solo un antipasto di un galà di saluto a tutti gli effetti.

Da qui inizia un grande passo indietro nel tempo con “Domani mi sposo”, “Si, no…”, “Voglia di gridare”, “Io, fortunatamente”, “Monetine”, “Il mio nemico”: pezzi che ancora oggi avrebbero una credibilità discografica a 360°. Ci si rimmerge poi in Acrobati con le immancabili deviazioni “Salirò” e “Gino e l’alfetta”.

Ma è a questo punto che si inserisce l’intuizione e la sensibilità di Silvestri che con “A bocca chiusa” è riuscito a gettare luce su un discorso in Italia lasciato nell’ombra come quello della sordità e del riconoscimento della Lis (lingua dei segni italiana) come lingua ufficiale. Sul palco romano lo ha fatto con un ospite speciale, Renato Vicini, anche protagonista del videoclip, che ha saputo emozionare nel silenzio più assoluto anche i cuori udenti “costretti” a vedere la musica oltre che ascoltarla. Un esperimento riuscito così bene che è stato bissato anche con il brano “Il secondo da sinistra”.

E ancora ore di concerto, quasi quattro, per la festa a casa Silvestri che spontaneamente si conclude con il brano di chiusura di questo album, “Acrobati”, dai grandi numeri: “Perché alla fine si può non dire, si può mentire a fin di bene, è il senso di una foto individuare un solo istante da congelare”. La serata all’Auditorium è stato uno di quei momenti.

Francesca Ceccarelli

[Kaos Live Report] Daniele Silvestri @ Auditorium Parco della Musica – 28/12/2016

0

Il 28 dicembre l’Auditorium Parco della Musica di Roma avrebbe dovuto essere “la casa” di Daniele Silvestri, per una doppia data attesa dal suo pubblico di “capoccioni”.

Un desiderio sfumato contro la volontà dell’artista che riscontrando gravi problemi alle corde vocali ha dovuto annullare il concerto non dopo essersi professionalmente e onestamente scusato con il suo pubblico, attorniato dagli acrobati che l’hanno seguito per tutto il tour.

La magia e il calore del suo palco non l’ha comunque trattenuto dall’eseguire alcuni brani di incoraggiamento e di saluto per un appuntamento rimandato al 9 gennaio, stesso posto e stessa ora, quando sarà davvero una grande festa.

Nella gallery alcuni scatti che ritraggono alcuni degli intensi momenti che Silvestri ha regalato ai suo fan.

Francesca Ceccarelli

[Kaos Live Report] Niccolò Fabi @ Teatro Nestor – 22/12/2016

0

Una mite serata di inverno, l’atmosfera pre-natalizia e un’artista capace di filtrare le anime più dure: “una somma di piccole cose” che rende un concerto di Niccolò Fabi un’esperienza unica

La data al Teatro Nestor di Frosinone, voluta proprio per toccare quelle città “perse” nella prima parte del tour, non fa eccezione mostrandosi fin dal primo momento una lungo, piacevole excursus sulle note del cantautore romano.

Apre il live, iniziato puntualmente, la canzone omonima dell’album che gli è valso, in maniera quasi naturale e a furor di popolo, la targa Tenco 2016. Pochi minuti e il folto pubblico presente è già catturato da Fabi e la sua band formata da Damir Nefad, Filippo Cornaglia, Matteo Giai e il già noto Alberto Bianco.

15722810_10211602106197904_691586791_n

Con la delicatezza e la capacità di toccare le note più intime che è solita dei grandi artisti per più di due ore si ripercorrono nuovi e grandi successi: da “Ha perso la città” a “E’ non è”, da una versione reggae di “Vento d’Estate” a “Oriente”, si ricrea un silenzio in sala che “allena la mente”. La voce decisa di chi “suona e scrive ciò che canta” è designata da un gioco di luci curato nei minimi dettagli, capace di ricreare atmosfere ad hoc per ogni brano eseguito senza appesantire o distogliere l’attenzione dalla performance.

Ci sono poi alcuni momenti che resteranno nel cuore e nelle orecchie del pubblico più di altri: dalla toccante dichiarazione di paternità ne “Le chiavi di casa” a “Costruire” dove Fabi duetta con gli spettatori stessi che cantano i versi a memoria. E poi “Una mano sugli occhi”, altro estratto dall’ultimo lavoro che viene eseguita con un assolo al piano che sprigiona amore e malinconia a ogni nota.

“I momenti migliori dell’amore sono quelli di una quiete e dolce malinconia, dove tu piangi e non sai di che”, scriveva Giacomo Leopardi: è una dote “appannaggio delle anime superiori” ha aggiunto qualcun altro. Solo parole per dire che le vere rockstar prima che ballare e cantare, sanno far piangere.

Francesca Ceccarelli

[Kaos Live Report] Orator Fit @ Forte Fanfulla – 14/12/2016

0

Abbiamo scattato qualche foto in occasione del release di Real Life, nuovo ep degli Orator Fit. Una band che ci piace in un sacco: ascoltandoli capirete subito perché

Li avevo conosciuti quasi un anno fa, in una bella serata al Sinister Noise e da quella sera ho aspettato i loro sviluppi musicali. Sviluppi arrivati di recente, poichè gli Orator Fit hanno presentato mercoledì scorso in un gremito Forte Fanfulla il loro – bellissimo – secondo ep Real Life.

Gli Orator Fit sono Ben alla chitarra elettrica e voce, Chiara alla batteria e loops e Francesco al basso. Il loro è un oscillare magnetico e trascinante tra alternative e new wave, dove melodia e carica rock si sostengono in maniera impeccabile, producendo i magnifici brani che compongono il secondo ep Real Life, lavoro anticipato dall’ipnotico e intrigante video di “Mistakes”.

Ad accompagnare la successione dei nuovi brani e quelli del precedente ep c’erano anche le immagini e le proiezioni della visual artist Francesca Bonci, e poiché da come si è capito leggendo queste poche righe il sottoscritto è davvero poco imparziale nei confronti di questo interessantissimo gruppo, preferisco lasciarvi alla loro musica (non ve ne pentirete) e alle bellissime foto di Francesca Romana Abbonato che hanno colto come al solito la bellezza della serata.

Alla prossima, Orator Fit. Noi di Radio Kaos Italy ci saremo.

https://oratorfit.bandcamp.com/album/orator-fit
https://www.facebook.com/oratorfitband/

Testo: Alessio Belli
Foto: Francesca Romana Abbonato

[Kaos Live Report] Digitalism @ Quirinetta – 10/12/2016

0

Il sabato sera si va a ballare. Ma c’è modo e modo: i Digitalism ci hanno mostrato quello giusto

Dalle 22.30 il Quirinetta comincia a riempirsi. Prima dell’evento principale c’è ancora tutto il tempo per un dj set di riscaldamento, un warm up che convince i più intraprendenti a occupare subito i posti più vicini al palco. Poi, in prossimità della mezzanotte, il duo tedesco si palesa.

I Digitalism fanno il loro ingresso trionfante dietro a un sipario trasparente che copre il centro del palco e che personalmente mi era capitato di vedere soltanto a un concerto di Richard Benson. Ovviamente non potrei immaginare situazioni più diverse: se in un caso il velo aveva una funzione protettiva, per i Digitalism è un modo ingegnoso per creare dei suggestivi giochi di luce rifratta.

digitalism

A questo punto si balla. Sì, perché questa versione teutonica dei Daft Punk è una macchina perfetta da live.
Un concentrato di pezzi elettro-dance senza soluzione di continuità, con Jens Moelle che di tanto in tanto si prodiga nel cantato, senza mai lasciare la console al fianco del compagno Ismail Tufekci.
I due dj, messi di fianco all’altro, creano un effetto visivo “Bud Spencer – Terence Hill” che strappa un sorriso. Ma effettivamente, a pensarci bene, un’ideale sberla in faccia ci arriva nel momento in cui parte “Blitz”, un pezzo che mi lascia ogni volta di più senza fiato.

L’inizio in salsa Moderat di “Wolves” è il preludio a un’altra splendida canzone, forse la mia preferita assieme a “2 Hearts”, entrambe meno aggressive ma ugualmente trascinanti. Tra le chicche di Mirage, uscito nel maggio di quest’anno, spicca l’irresistibile ritmo di “Utopia”.

digitalism 2

E allora, per spiegare cosa si prova quando il concerto sta per concludersi, prendo in prestito le parole del ritornello dell’acclamatissima “Pogo”: “There’s something in the air!”; l’atmosfera, nel corso di questa splendida esibizione, si è fatta elettrizzante.

Paolo Sinacore

[Kaos Live Report] Ministri @ MONK – 15-16/12/2016

0

I Ministri, per il tour “Dieci anni bellissimi”, decidono di regalare a Roma ben due date consecutive, il 15 e 16 dicembre al Monk

In occasione del decimo anniversario del loro album d’esordio I Soldi Sono Finiti, portano sui palchi d’Italia tutte le tracce del disco con il quale si affacciarono nel panorama musicale italiano per la prima volta.

Che dire? Esperimento riuscito! La band milanese propone i loro primi pezzi, di cui si avverte chiaramente la freschezza e la sfrontatezza di un lavoro giovanile, suonati però con l’esperienza e la maturità di chi ha alle spalle centinaia e centinaia di live.

In un Monk strapieno, per due giorni consecutivi I Ministri fanno tremare fin nelle fondamenta tutta la capitale con il loro sound esplosivo e fanno scatenare il pubblico in una bufera di sudore, spallate, rumore e cori, portando sul palco un’energia straordinaria, per gli altri, ordinaria solo per loro, capaci di tenere il palco come pochi, se non nessuno, in Italia.

Anche questo live si conclude con la canzone “Abituarsi alla Fine”, bellissima, ma sempre con quel retrogusto amaro della consapevolezza della conclusione di un’altra splendida serata, resa ancora più amara dall’ormai immancabile, per chi ha seguito assiduamente I Ministri negli ultimi tre anni, annuncio che la band non si farà vedere per un po’ a Roma, ma siamo fiduciosi che si sapranno smentire anche questa volta.

Edoardo Frazzitta

[Kaos Live Report] KLIMT 1918 @ Quirinetta – 08/12/2016

0

Un’attesa lunga 8 anni. Un ritorno emozionante. I Klimt 1918 si riprendono il loro pubblico nell’arco di una splendida ora e mezza.

Marco Soellner approccia il palco con fare quasi timido, accompagnato da uno sguardo che tradisce una – legittima – ansia da prestazione. Tutto nella norma per il leader dei Klimt 1918 poiche’ la band romana non si esibiva dal vivo da ben sei anni e non pubblicava un album da Just in Case We’ll Never Meet Again del 2008.

Ce n’è voluto veramente tanto di tempo per partorire il loro nuovo lavoro, Sentimental Jugend, appena uscito a inizio dicembre, e non è difficile comprenderne il motivo: trattasi infatti di un doppio cd da oltre 100 minuti, in cui prende forma la loro definitiva evoluzione a punto di riferimento della scena nu shoegaze.

Il tutto si sublima in un concerto caratterizzato dal tipico tappeto musicale di chitarre, più aggressivo nel caso di Francesco Conte, e colmo di distorsioni per quanto riguarda il sopracitato Soellner. E forse proprio grazie al movimento quasi compulsivo della mano destra intenta a scuotere il tremolo della sua chitarra, il frontman ritrova in pochi istanti la confidenza persa negli anni con la dimensione live. Alle sue spalle il fratello Paolo forma con Davide Pesola il duo batteria – basso del nucleo originario, garanzia di qualità e d’intesa affinata nel tempo.

La coinvolgente Montecristo, tratta da Sentimentale, è l’apertura adatta per rompere il ghiaccio. Soellner si lascia sempre più andare a manifestazioni emozionali che stonano con la sua figura, ma che contribuiscono a creare un contrasto affascinante con i suoi modi di fare apparentemente pacati. Si scompone a tal punto da salutare più volte Alessandro Pace, ex chitarrista del gruppo presente in prima fila; poi, preso dal ritmo incessante della sua musica, alza il pugno al cielo in un gesto tanto spontaneo quanto simbolico che ne sancisce il ritorno a pieno regime.

La splendida “Once We Were” ci trascina verso la parte finale del live, che si conclude con la suggestiva “Snow of ’85”, uno dei pezzi più rappresentativi del loro secondo album, Dopoguerra
.
Non c’è bisogno di un encore: i Klimt 1918 sono nuovamente fra noi.

di Paolo Sinacore

[Kaos Live Report] Tre allegri ragazzi morti @ MONK – 09/12/2016

0

Come da copione, i Tre Allegri Ragazzi Morti hanno regalato al pubblico del Monk (strapieno) un’altra serata indimenticabile, ripercorrendo a colpi di inni tutta la loro storia musicale dal 1994 ad oggi. Una formazione che vede in questo tour l’aggiunta – graditissima – di Adriano Viterbini e Monique Mizrahi. Insomma, come le nostre foto dimostrano, è stato un concerto fantastico: alla prossima, carissimi Toffolo & Co.!

Alessio Belli

[Kaos Live Report] Soviet Soviet @ MONK Roma – 03/12/2016

0

Scrivere di un concerto è sempre un compito difficile. Usare delle parole finite per descrivere la musica è problematico, si dice sempre troppo poco ed è quasi un peccato. Specialmente se si parla di quella dei Soviet Soviet. Ecco perché.

La band di Pesaro inizia alle 22.30 precise. Il pubblico è poco ma basta qualche canzone per moltiplicarlo. La scaletta è composta dai brani del nuovissimo Endless – pubblicato il giorno precedente – ma anche da brani di precedenti lavori, che poi sono quelli che fanno muovere le teste già al secondo pezzo eseguito.

I suoni sono quelli della new-wave, dei Cure e dei Joy Division privati della superficie triste e gotica, rimpiazzata dalla velocità e dalla sfuggevolezza. Veloci nei movimenti – avete mai provato a fare una foto al cantante-bassista durante un concerto? – e nell’esecuzione dei loro pezzi che si susseguono senza una parola. Veloci a far scorrere il tempo perché un’ora passa senza che ce ne accorgiamo, distratti da giri di basso ipnotici, da una batteria che martella dritta e una chitarra circolare, che sembra muoversi per tornare al punto di partenza.

Ma non vogliamo riportare la scaletta precisa dei pezzi che abbiamo ascoltato, perché non ha senso quando si parla di un concerto dei Soviet Soviet. È un discorso unico, una canzone si lega all’altra sia per sonorità che rispettano un filo conduttore, sia per atmosfera. La macchina del fumo risucchia le tre figure, le quali, più che fisicamente, sono presenti con tutto ciò che creano sul palco. Ma a noi quello è servito, quello è arrivato ed è stato abbastanza per poter dire di aver partecipato al live di una delle band italiane più valide in circolazione (ormai da tempo), tra le poche che si distinguono davvero da questo ritorno – anche gradito – del cantautorato galoppante.

I Soviet Soviet sono un power trio e non hanno bisogno che di loro stessi. Sono tre e si bastano, non servono particolari effetti, controcanti, imbellimenti. Bastano quel sound frenetico e quella voce acidula a fare un concerto degno di essere visto più e più volte.

[Kaos Live Report] The Zen Circus @ ATLANTICO – 02/12/2016

0

Noi di Alta Fedeltà per Radio Kaos Italy venerdì eravamo all’Atlantico di Roma per il grande ritorno live degli Zen Circus che hanno presentato il loro nuovo album, La Terza Guerra Mondiale.

In apertura Lucio Leoni che sale sul palco salutando il pubblico presente e non nascondendo l’entusiasmo misto ad emozione di trovarsi a suonare su un palco così importante. Accompagnato da Daniele Borsato alla chitarra classica e Filippo Rea alle tastiere, apre co “Na Bucia” e “I gatti di Largo Argentina” per passare ad atmosfere più intime con “Domenica” e “Luna”.

Che dire, Lucio Bu-cho Leoni conferma di essere uno dei cantautori più originali e inspirati in circolazione, ha molto da dire (cosa non scontata di questi tempi) e lo fa bene, mischiando umorismo e malinconia, teatro e canzone, folk e beat campionati, così da non annoiare mai chi ascolta. L’opening si conclude con l’ironia e il sarcasmo di “A me mi”, brano perfetto col quale lasciare il palco alla band toscana.

Alle 22 in punto il Circo Zen sale sul palco accompagnato dall’intro de La Terza guerra Mondiale, il rumore di un elicottero e di bombe esplose a simulare uno scenario post-apocalittico, filo conduttore della nona fatica in studio della band. Chi li segue da tempo sa che ogni loro live è come una grande festa e così è stato venerdì scorso all’Atlantico.

Due novità che saltano subito all’occhio: la prima è il Maestro Pellegrini alla chitarra (ex Criminal Jockers), calato alla perfezione nel ruolo di quarto Zen; la seconda è il pubblico, mai stato così numeroso e variegato, segno di quanto la band, in quasi vent’anni di carriera, sia riuscita a tenersi stretti i vecchi seguaci e contemporaneamente a conquistarne di nuovi e soprattutto di giovani.

Appino, Ufo e Karim mancavano (e ci mancavano) live da quasi due anni e tutta la loro energia e la voglia di tornare a suonare e divertirsi insieme sono state sprigionate in più di due ore di concerto. Avvio dirompente che con soli tre brani ripercorre un po’ gli ultimi sette anni della band: “La Terza Guerra Mondiale”, “Canzone Contro la Natura” e “Gente di Merda” aprono un concerto bello carico e a tratti devastante, dove pochi sono gli attimi di respiro per il pubblico, incitato con sarcasmo a fare sempre più casino.

Si passa poi alle canzoni dell’ultimo album: l’autoironia verso la provincia di “Pisa Merda”, “Non voglio ballare”, “Ilenia”, “Il terrorista” fino ad arrivare all’unico momento “intimo” di tutto il concerto con la ballata L’anima non conta, accolta calorosamente e a gran voce.

Gli Zen hanno messo in scena uno spettacolo completo, canzone dopo canzone hanno accontentato tutti i presenti, vecchi e nuovi estimatori, proponendo quasi un greatest hit dal vivo che ha compreso: “Vent’anni“, “Figlio di Puttana”, “I qualunquisti”, “Nati per subire”, “Vecchi senza esperienza”, “L’amorale”. A metà concerto poi, il Circo Zen ritorna trio busker, a ricordare, con la solita ironia, il loro passato di “musicisti di strada”. Karim rispolvera l’amata washboard per eseguire “Mexican Requiem” (dal loro primo album 1998) e “Ragazzo eroe”, mentre il maestro Pellegrini viene simpaticamente spedito a chiedere spicci tra le prime file.

Eh si, perché un concerto degli Zen è anche fatto di scherzi, prese in giro tra loro e provocazioni verso il pubblico; quindi dopo esserci mandati tutti affanculo ed esserci augurati buon natale, sperando che nonna quest’anno ci regali i contanti, la festa si avvia al termine. Ma ogni festa che si rispetti ha invitati di eccezione, ecco quindi alternarsi sul palco il genio di Giovanni Truppi con Ti voglio bene Sabino, Francesco Motta con “La fine dei vent’anni” e l’immensa Nada con “Senza un perché”, ed è stato emozionante vedere artisti di questo spessore condividere palco, musica, pubblico ed abbracci.

A termine del concerto la quadratura del cerchio con “Andrà tutto bene”, brano dalla lunga coda psichedelica sulla quale gli Zen, ad uno ad uno, lasciano il palco e un pubblico sfinito e senza voce ma completamente soddisfatto da due ore piene di concerto, dove Appino Ufo e Karim non si sono certo risparmiati, riuscendo a far divertire, incazzare, commuovere e ballare e divertendosi loro per primi.

Hanno confermato di saper tenere un palco come pochi altri in Italia; del resto gli Zen Circus rimangono uno degli ultimi gruppi del nuovo millennio ad aver costruito la loro carriera con anni di sana gavetta live, partendo dalle strade e andando a conquistarsi il pubblico serata dopo serata. Viva il Circo Zen quindi, ma viva anche Lucio Leoni, Giovanni Truppi, Francesco Motta e Nada per aver reso un concerto bello ancora più bello.

[Kaos Live Report] Boris @ Jailbreak Live Club 02/12/16

0

“Siderurgica Romana” è il nome della fabbrica, limitrofa al Jailbreak e arrivato nella sede del concerto dei nipponici Boris, realizzo che la sala concerti che per questa sera ospiterà l’organizzazione dell’Init, ha sicuramente un aspetto più curato rispetto alla zona industriale circostante, ma i contenuti sono i medesimi: Metallo Pesante.

1

Non a caso il pubblico accorso per rendere omaggio al decennale di “Pink” è formato da seguaci dell’hard rock e i suoi derivati, riconoscibili da uno stile ostentato e inconfondibile che comprende molte t-shirt di varie band. Paradossalmente, “Pink” uscito a cavallo tra il 2005 e 2006, è il disco meno heavy-oriented dei Boris, essendo influenzato da molte sonorità esterne al genere, come lo shoegaze e transizioni eteree di pura matrice Ambient.

L’apertura della “party night” di pink spetta a un gruppo di giovani romani, i Dryseas che, con il loro dichiarato stoner rock, ci accompagnano piacevolmente fino all’evento principale della serata.
Liberato il palco dalla strumentazione dei romani, emerge parte dell’arsenale sonoro della band giapponese, che fa intendere subito le loro bellicose intenzioni: ORANGE AMPS come se non ci fosse un domani, watt su watt di roccioso sound saranno veicolati da questa montagna di leggendari amplificatori; infine un imponente “Gong” sovrasta il drum-kit di Atsu (Batteria).

Dopo poco salgono sul piccolo set la minuta Wato (chitarra) e Takeshi (double neck guitar e voce), che si dedicheranno agli ultimi settaggi dei loro strumenti in un outfit totally black che non difficilmente ha ispirato i vampiri del bellissimo film “solo gli amanti sopravvivono” del regista e “trend setter” Jim Jarmusch.

2

Assolutamente non velato l’amore per i Boris di Jarmusch che li ha inclusi nella colonna sonora del suo film “The Limits of Control” (2009), e ne ha tessuto le lodi in una intervista: “each time they play something, it’s obviously different, every time.”
Lo show di questa sera, prevedendo l’esecuzione di un solo album, potrebbe compromettere questa sorta di attidudine “impro” con il risultato di poter risultare un live pesante nella sua prevedibilità, ma fortunatamente Pink è un album molto etereogeneo.

Cosa confermata da brani come “Farewall”, posta in chiusura a differenza della “track1” riservatagli play-list del disco, dove un intro più sognante converge in una coda totalmente noise.
In questo senso potremmo citare anche “My Machine”, forse una delle canzoni più “post-rock” della band, posta poco prima dell’epica “Just abandoned myself”.

4

5

A differenza del rimprovero di Takeshi (“ehy guys …you’re so quite tonight!!!”), il pubblico, ahimè non foltissimo, risponde bene agli input sonori della band: incentivati anche dallo scenico e istrionico Atsu (forse il vero leader); Alternano momenti di pogo nelle accelerazioni “punk” e si lasciano rapire dalle cadute ambient e nelle lunghe stratificazione drone.

3

In definitiva un ottimo concerto, dove abbiamo potuto assistere al raro evento dell’esecuzione per intero di un singolo lavoro, che un decennio prima ci aveva affascinato con il suo caleidoscopio sonoro.

6

Marco Loretucci

[Kaos Live Report] Brujeria + Coloss + Galera @Traffic Live Club – 02/12/16

0

Quella di venerdì 2 dicembre è stata una serata non adatta ai deboli di cuore presso il Traffic Live Club di Roma, che ha visto il ritorno dal vivo nella capitale di una delle death-grind metal band più pesanti (letteralmente) di sempre, i messicani Brujeria (“stregoneria”, in spagnolo) con il loro nuovissimo “Pocho Aztlan”, il quarto album in studio di una band con alle spalle più di vent’anni di attività e moltissimi cambi di formazione; Le band d’apertura, Coloss e Galera sono state all’altezza della serata preparando il pubblico a ciò che è stato un “massacro”.

Tuttavia sembra decisamente minima la differenza con i precedenti lavori: una ritmica gonfia e micidiale, senza alcun fronzolo né virtuosismo, accompagna le voci che tra continue ringhianti allusioni a droghe, sesso e violenza non trascurano l’impegno politico, che da sempre caratterizza la band e che tocca anche argomenti importanti come l’immigrazione, il razzismo e il narcotraffico.

Il risultato è una presentazione dal vivo veramente ben riuscita, in cui i nuovi brani si amalgamano perfettamente con i vecchi: l’impronta “politica” dei Brujeria gli permette infatti di cavalcare l’onda dell’attualità e di affiancare brani di 20 anni fa come “Anti-Castro” o “La Ley de Plomo” al singolo del 2016 “Viva Presidente Trump”, mantenendo una continuità eccezionale sia a livello sonoro sia a livello tematico e riscuotendo, ovviamente, la piena approvazione del pubblico; il tutto condito da un’esecuzione impeccabile, come d’altronde ci si aspetta da una band del genere.

Ma, soprattutto, la band messicana, portataci dalla No Sun Music, ha regalato al pubblico del Traffic uno show davvero molto divertente e coinvolgente: volto coperto, machete alla mano e bandiere messicane al vento, i Brujeria esaltano ancora i propri fan con una esibizione dal vivo di inaudita violenza, una violenza però particolare, non fine a se stessa, ma dalle tante sfaccettature.

Giorgio Sorani

[Kaos Live Report] Montelago Celtic Festival – 4-5-6/8/2016

0

Giovedì 4 agosto, si aprono le porte e si issano le tende. L’Altopiano di Colfiorito (appennino Umbro-marchigiano) si riempe di persone. Il Popolo del Montelago Celtic Festival è tornato a casa, per danzare di nuovo alla luce dei fuochi e al ritmo delle cornamuse.

C’è il sole che cade a picco sulle tende, i più temerari si apprestano già alle docce gelide, in attesa dell’apertura del Mortimer Pub, per gustarsi la prima birra artigianale del festival, o i nuovi cocktail proposti a base di idromele, ambrosia e ippocrasso. Poco più in là, l’accampamento storico prende forma assieme al mercato che vende i prodotti artigianali, mantelli, cinture in cuoio, minuteria celtica… Tutto è pronto per il più grande festival a tema Celtico di Italia, che prevede ore di concerti della miglior musica Cetic-Irish Traditional, Folk Rock, Irish Folk Punk, Celtic Rock, Celtick Punk, Medieval Flok Rock, Paganfolk, ecc… Oltre alla seconda edizione dell’European Celtic Contest.

Ma, come al solito, non è solo la musica a farla da padrona a Montelago. Su tutto, vince l’atmosfera, quel senso di unità che unisce persone provenienti da tutt’Italia e dalle più disparate parti d’Europa; l’ingresso in un mondo magico, fuori dal tempo e dallo spazio della quotidianità, che ti trasporta nel mondo arcano oltre la nebbia, in un frammento di tempo che pare essersi fermato all’epoca dei celti, quando la natura veniva celebrata come divinità e i tamburi risuonavano prima di ogni battaglia.

Il tempo di montare la tenda, salutare vecchi amici e si comincia. Primo appuntamento, sotto al Mortimer Pub, l’ampio tendone che ospita concerti pomeridiani e offre menù celtico e birra artigianale a fiumi.

È il momento di un brindisi, per aprire il Montelago in bellezza come ogni anno, poi il primo giro per gli stand. Anche lì, tante facce conosciute ormai, tra venditori e avventori, più qualche nuova piacevole sorpresa. Gli artigiani hanno già cominciato a mostrare le proprie abilità: chi lavora il cuoio, chi il rame… Ci fermiamo ad osservare, ammirati, quelle lavorazioni così particolari. Alla Tenda Tolkien comincia la lezione/spettacolo su John Keats, seguita dai primi matrimoni celtici della stagione. Qualcuno ha già indossato il kilt, un suono di corno e l’odore delle pannocchie abbrustolite riempie l’aria. Uno degli stand vende assaggi di vino speziato, un altro propone una novità: il vino di visciole. Assaggiamo, ridiamo e scherziamo, mentre il giovedì trascorre con calma. Il festival non è ancora cominciato, ma siamo già ebbri dell’aria magica di Montelago. Già chi è venuto per la prima volta si sente parte di un Popolo a parte, quello celtico e già i primi “VALERIOOOOO!” hanno cominciato a risuonare per il campo.

Tuttavia è alle 21.00 che comincia il vero Festival. L’apertura al Mortimer Pub cattura, come sempre, l’attenzione della gente. Stavolta il gruppo che apre il festival sono gli Ulaid (Celtic-Irish Traditional)(//www.ulaidmusic.com/). Dónal O’Connor, John McSherry e Seán óg Graham fanno la loro figura, con chitarra, violino e cornamusa irlandese. Sono degli esperti nei loro strumenti da almeno vent’anni e la loro musica trascina come poche. La gente si alza dai tavoli. Balla, salta… L’euforia la fa da padrona, mentre gli Ulaid terminano la loro esibizione e lasciano spazio ai contendenti dell’European Celtic Contest. Nostro malgrado, il giorno dopo ci aspetta una riconferma matrimoniale e lasciamo il Mortimer per un giro, godendoci comunque la musica che invade l’altopiano. Quando rientriamo in tenda, la musica suona ancora e ci porta verso il regno di Morfeo.

Venerdì 5 agosto è tutta una corsa. L’accampamento storico ormai è montato, il tiro con l’arco disponibile per chi vuole improvvisarsi Robin Hood e alle 11.00 si terrà il corso di falconeria. Ma quella mattina, la nostra meta è la Tenda Tolkien, dove alle 10.30 i nostri amici confermeranno la loro unione, celebrata un anno prima. In veste di testimone, aiuto a prepararsi e mi preparo, insieme all’altra testimone, a svolgere il ruolo di “dissuasore”. Durante la riconferma del legame matrimoniale, in seguito a un anno e un giorno di prova, i testimoni devono impedire allo sposo di raggiungere la sposa, che lo sfida ad entrare nel cerchio per confermare l’unione. La Tenda Tolkien si riempie di risate, mentre, tra battute e placcaggi degni del torneo di Rugby che si terrà il giorno seguente, svolgiamo il nostro dovere. La cerimonia risulta come sempre toccante, di una spiritualità e una commozione che raramente ho ritrovato nei rituali tradizionali. Un congiungimento degli sposi con la Madre Terra, a cui si presentano non più come singoli, ma come Uno, rinnovando i propri voti sulla pietra che costituirà il fondamento del loro nucleo familiare.

Dopo le nozze, come consuetudine, si brinda con idromele, ippocrasso e l’immancabile birra. Il gruppo si divide e andiamo nuovamente ad esplorare gli stand, soffermandoci ad osservare le lezioni d’arpa celtica, di cornamusa scozzese, di chitarra acustica, di tin whistle e di organetto. Alle 15.45, ci ritroviamo di nuovo tutti assieme al Mortimer, ad ascoltare il concerto degli Albaluna, la band portoghese che riesce, con i suoi suoni misti tra batterie e strumenti tradizionali come la ghironda, a creare un tessuto sonoro travolgente, perfetta fusione tra musicalità antiche e moderne. Ignoriamo completamente, per quel pomeriggio, i corsi sugli antichi mestieri del cuoio e dell’argilla e preferiamo dedicarci alla visita all’accampamento storico.

Lì ci sentiamo trasportati ancora di più fuori dal tempo. I membri dell’accampamento vivono quei tre giorni come se fossero in un’altra epoca, privi delle comodità moderne, ma ottimamente organizzati. Tende, abiti… tutto è curato sin nei minimi dettagli e crea un piccolo mondo affascinante all’interno del contesto di Montelago.
La sera ci gustiamo, in disparte, il concerto che si tiene al Mortimer Pub. Si esibiscono i The Moonrings, gruppo francese di Flok Punk irlandese, che interpreta i temi del repertorio anglosassone con un approccio rock e alternativo. Il gruppo ha cominciato la sua carriera nel 2011 e, da allora, ha girato in tutta l’Europa col suo sound inconfondibile.

Seguono i Broken Brow, gruppo celtico-strumentale originario di Lione. Le loro ballate riescono a trascinare tutti nelle danze, grazie alla fusione delle composizioni tradizionali celtiche e medievali, con influenze funk, jazz e orientali. Ma tutti noi stiamo aspettando loro, il gruppo da cui il pub principale di Montelago prende il nome: i Mortimer McGrave.

Alle 21.30 comincia il loro concerto e la folla si raduna sotto il main stage. Quasi tutto il Popolo di Montelago è presente, mentre cominciano a suonare le canzoni del loro nuovo album “Sotto la quinta non è amore” e qualche pezzo del loro repertorio classico. Gruppo di apertura dei concerti di Montelago sul main stage, ma non solo: le loro ballate tra poetico e demenziale riescono a catturare e a far danzare tutti i presenti al ritmo del Celtic Rock. Le loro canzoni sanno di nostalgia, di brughiere innevate, ma anche di quel tono comico irriverente che ricorda un po’ i Gem Boy con le loro parodie. Solo che, stavolta, le risate si fanno al ritmo di sassofono, fisarmonica, arpa celtica e percussioni, in un mix letale che scalda la folla. I Mortimer Mc Grave sono i guerrieri di Montelago, coloro che aprono le danze e che segnano una volta per tutte lo spirito goliardico del festival.

Ma la serata di venerdì è speciale. Subito dopo i Mortimer, sale sul palco un altro gruppo storico del Montelago Celtic Festival: i The Real McKenzies. Il gruppo di Vancouver ripaga, come al solito, le attese. Dopo numerosi tour globali con gruppi di spicco come Rancid, Flogging Molli e Metallica, approdano a Montelago armati di kilt e tanta energia. La loro musica coinvolgente, dove punk, rock e hard folk si mischiano reinventando la tradizione celtica, riesce a scatenare un fenomeno di pogo quasi collettivo. Il sotto palco, conquistato con le unghie e con i denti, quando suonano i The Real McKenzies è d’obbligo, nonostante il rischio di essere calpestati per la troppa foga. Gli effetti scenici del palco vengono accompagnati e amplificati dalla tempesta di fulmini che si prospetta all’orizzonte, di cui gli spettatori si fermano ad ammirarne la bellezza.

Ecco, tuttavia, verso le 23.00, la grande novità musicale di Montelago. Per la prima volta sul palco dell’Altopiano di Colfiorito, il gruppo annunciato e più atteso dalla maggior parte dei presenti: i Folkstone. Non sapevo bene cosa aspettarmi da un live di questo gruppo, ma l’attesa ha ripagato ogni aspettativa. Hard Rock puro, ma composto da cornamuse, bombarde, arpa, cittern, bouzouki, ghironda e flauti… Un gruppo magico, capace di interpretare appieno l’atmosfera celtica e richiamare quella dei migliori pub d’Irlanda. La loro musica è martellante, melodica… sa di idromele e ambrosia ed è quasi difficile – mea culpa – pensare che dei talenti simili siano davvero italiani, perché il loro sound non ha niente da invidiare ai gruppi internazionali. Anche i testi non lasciano spazio all’immaginazione, alternandosi tra introspezione e autobiografia, tra critiche sociali e ballate… Il Medieval Folk Rock si riallaccia alla miglior tradizione dei cantautori italiani, in un mix davvero unico.

Alla chiusura dei Folkstone segue il concerto dei Matching Ties, al Mortimer Pub. Il gruppo tedesco ormai attivo da trent’anni sul panorama musicale, sa ancora farsi valere e trovare il giusto bilanciamento musicale tra folk e ironia. Un sound ballabile, tradizionale e spiritoso, come le cravatte che i membri indossano ad ogni esibizione. L’ideale da ascoltare mentre ti ristori al Pub, stanco e accaldato per le danze precedenti.

Il cielo risplende ancora dei fulmini lontani. Si alza una preghiera che non piova, minando le attività del giorno successivo, ma l’attenzione maggiore è sullo spettacolo naturale che si trova davanti ai nostri occhi. Qualcuno suggerisce che Odino è stato richiamato dalla musica dei The Real McKenzies. Io, personalmente, spero che Odino decida di tornarsene nel Valhalla, perché di dormire in tenda con la pioggia non mi va molto.

A quanto sembrava, Odino aveva deciso di permanere. Sabato 6 agosto si apre col diluvio universale. Stiamo tutti rintanati nelle tende, mentre fuori continua a diluviare. Alcune tende del nostro accampamento sono completamente allagate, altri attorno a noi cominciano una corsa contro il tempo per prendere l’unica navetta della giornata disponibile per tornarsene a casa. Sono bestemmie ed imprecazioni, mentre cerchiamo, nei pochi momenti in cui la tempesta ci dà tregua, di riparare ai danni. Ma lì, a Montelago, solo per quei 3 giorni, siamo dei celtici e la pioggia non ci può fermare. Una volta vestiti e assicurata l’impermeabilità delle tende ci mettiamo in marcia sotto il diluvio per dedicarci alle attività della giornata. Dal torneo di rugby a 7 “Flowers of Montelago”, ai matrimoni celtici, ai dibattiti nella Tenda Tolkien e ai corsi musicali nelle tende apposite, la nostra tenacia viene premiata e, verso le 15.00, la pioggia sembra diminuire d’intensità. Ci godiamo la premiazione del torneo di rugby al Mortimer Pub, scaldandoci con del vino caldo, prima di crogiolarci nel concerto degli Alba Fùam (Irish&Folk Music). Un po’ distrattamente, visto che la pioggia continua a cadere e la nostra preoccupazione va tutta ai fuochi sacri della serata.

Riusciamo comunque a goderci i giochi celtici di lancio della pietra e del tronco, ma la giornata scorre lenta. Il fango e il freddo ci spingono a ripararci in tenda, almeno fino alle 20 quando, dopo una cena veloce, ci apprestiamo attorno alle cataste di legno.

L’atmosfera diventa sospesa. Improvvisamente non sentiamo più né il freddo, né il vento che continua a soffiare forte su di noi. Ecco il momento che il Popolo di Montelago aspetta dall’inizio del festival, il vero attimo in cui il velo tra i mondi si solleva e si entra in un’altra dimensione: l’accensione dei fuochi. E’ Morrigan, l’inno di Malleus scritto apposta per il Montelago Celtic Festival, che prepara la serata e ci lascia rapiti e affascinati, mentre le fiammelle cominciano a divorare il legno della pira. Stiamo salutando in religioso silenzio, con l’eccezione delle note dell’inno, il Nuovo Giorno, il fuoco simbolo di speranza e ritorno alla vita in seguito all’Inverno che si prospetta davanti a noi. In quel momento, si può quasi sentire il pulsare del cuore della Madre Terra sotto di noi, mentre gli elementi danzano e creano fantastici giochi di luce.

La magia non viene spezzata neanche dall’inizio dei concerti sul Main Stae. Il Druido per eccellenza, Davy Spillane, maestro mondiale di cornamusa, accompagnato dalla Montelago Celtic Orchestra, sa bene come mantenere l’atmosfera con ritmi dapprima lenti, poi più rapidi e infine quasi guerreschi e battaglieri. Il concerto d’apertura della serata si inserisce perfettamente in un continuum musicale quasi religioso con l’Inno di Malleus. La scena musicale, per i concerti di chiusura del Festival, è elevatissima. A Davy Spillane seguono i francesi Plantec, che mischiano i ritmi della musica techno con i sound tradizionali irlandesi, creando un mix di Electro Celtic Rock veramente interessante e selvaggio. Ma il mio amore, quella sera, è tutto per gli irlandesi Kila, perfetti eredi della tradizione musicale dell’Isola di Smeraldo, che dopo sei anni tornano finalmente sul main stage di Montelago. La loro musica parla di natura, è ricca della forza degli elementi e pare scaturire direttamente dalle radici più profonde della terra. Mentre suonano i The Moonrings, riusciamo a conoscere Rossa Ó Snodaigh, tin whistle, chitarra, sax, percussioni e voce dei Kila, con cui brindiamo con l’ippocrasso e che ci omaggia dei loro ultimi CD. Credo che il mio inglese non sia mai stato così balbettante come quella sera per l’emozione.

Montelago sta giungendo al termine, sulle note dei Broken Brow. Siamo stanchi, provati dalla giornata tempestosa, ma soddisfatti. Sabato ci addormentiamo sulle note nostalgiche degli Albaluna, preparandoci al rientro alla civiltà del giorno successivo.

La domenica di Montelago è sempre un trauma. La civiltà chiama, ci sono telefonate da fare, treni da prendere, orari da rispettare, ma quei tre giorni al festival forniscono la carica giusta per sopravvivere un altro anno alla vita moderna, tra computer, cellulari e mezzi pubblici.
Ancora una volta, il Montelago Celtic Festival lascia soddisfatti e un po’ amareggiati, perché dovremo aspettare un anno prima di tornarci e rivivere nuove e vecchie emozioni.
Non penso di aver descritto appropriatamente le sensazioni che suscita il trovarsi immersi nella comunità di Montelago, ma posso solo concludere il report invitandovi a presentarvi l’anno successivo a questa fantastica manifestazione. Chiunque vi sia stato almeno una volta, non può esimersi dal tornarvi, perché Montelago, prima di essere un festival, di proporre buona musica (e birra!) e attività interessanti, è un ritorno a casa e alla parte più spirituale di tutti noi.

[Kaos Live Report] Marta sui tubi live @ Quirinetta – 07/04/2016

0

Giovedì 7 Aprile il Quirinetta ha ospitato un grandissimo gruppo italiano nella loro sala gremita di fan. I Marta sui Tubi sono tornati con un nuovo album intitolato “LoStileOstile” che hanno presentato live davanti ad un teatro stracolmo di fans in visibilio per il loro ritorno.
La band siciliana apre le danze sulle note di “Amico Pazzo” tratto dal nuovo album a cui farà seguito la famosa “Il Primo Volo” cantata a squarciagola da tutti i presenti. Quattro tracce del nuovo album si susseguono tra urla ed applausi del pubblico tra cui il singolo “Spina Lenta”, “Da Dannato”, “+D1H (Più di Un’ora)” e “Un Pizzico di Te”. Sulle note di “Cromatica” il pubblico è quasi commosso grazie al ricordo vivo di Lucio Dalla, co-interprete del brano dalla raccolta “Salvagente”, pubblicata nel 2014 (brano già pubblicato in “Carne con gli Occhi” del 2011). Il pubblico è già ampiamente emozionato, ma sulle note di “Dispari” si lascia andare ancora di più fino a cantare per l’intera durata del brano interagendo con la band. Due brani del nuovo album si succedono e a “Rock + Roipnoll” il cantante, Giovanni Gulino, esorta il pubblico a stare attenti quando si è alla guida e si augura di non dover passare nuovamente una situazione simile a quella narrata durante il brano. Da “LoStileOstile” è tutto e quindi i “Marta” sfornano una carrellata di storici successi, cantati dalla prima all’ultima nota dal pubblico, tra cui “Post”, “Divino”, “La Spesa”, “Vorrei”, “Niente in Cambio” dedicata ai loro figli e per concludere “Coincidenze”.
Tutto il pubblico si aspettava un ritorno sul palco per alcuni brani, ma la Reprise non avviene ed i Marta sui Tubi salutano tutti tornando nel backstage. Il teatro Quirinetta risulta essere sempre più uno degli ambienti migliori dove ascoltare musica ricercata e di un certo livello grazie alle loro proposte mensili capaci di coprire qualsiasi gusto musicale. Il concerto è stato davvero entusiasmante grazie alla performance del trio rock che non ha di certo disatteso le aspettative.

Giuseppe Negri

[Kaos Live Report] Tre Allegri Ragazzi Morti @ Atlantico Live – 09/04/2016

0

C’era una volta una notte fonda, ed era bella. L’avanspettacolo di Davide Toffolo e dei suoi Allegri Ragazzi Morti è finito da un po’, ma si sente ancora nell’aria.

tram_160409_livereport1

E’ una tradizione ormai, per i Ragazzi morti, farsi mandare a quel paese dal proprio pubblico. E’ una rottura degli schemi goliardica, una grande condivisione di palco che sfocia immancabilmente in una sorta di indefinita impazienza, poiché tutti sanno che dopo una serie interminabile di “Vaffanculo”, il concerto riprenderà più forte che mai!

tram_160409_livereport2

Se poi come quinto allegro ragazzo morto aggiungiamo uno scoppiettante Adriano Viterbini, la faccenda si fa sempre più interessante. Una chitarra impeccabile, che neanche di fronte ai problemi del mixer di sala si è fermata, e che in ogni canzone trovava uno spazio per trasmettere il suo sound graffiante nelle nostre teste. Perfino nel brano “Puoi dirlo a tutti” (Primitivi del futuro, 2010), con una sonorità prettamente reggae, la chitarra di Viterbini ha donato delle piccole ma incisive sfumature, per nulla invadenti, rispettandone i canoni e la struttura ma trasformando la suddetta canzone in uno stupendo crossover reggae/rock/blues.

tram_160409_livereport3

Essere diventati Inumani che cosa avrà comportato per i Tre Allegri Ragazzi Morti?
La risposta va cercata tra le pagine dei fumetti, nelle orme del teatro, nelle maschere e nelle chitarre elettriche, dove questi personaggi e queste creature dimorano.
Mostri. Normali. Inumani.
Sono passati più di 20 anni e l’immaginario di questo gruppo è sempre stato tanto mutevole, quanto fedele alle sue radici. Dal Punk-Rock alla Cumbia, dal Rock’n’Roll al Dub.
Una grande performance, un ottimo connubio di vecchio e nuovo, di rivisitato e sperimentale, uno spettacolo che ha conquistato l’Atlantico di Roma.

Francesco Spina
ph. Federico Babusci

tram_160409_livereport

[Kaos Live Report] Battles live @ Quirinetta – 30/03/2016

0

Con l’arrivo ufficiale della primavera, non poteva mancare il ritorno di Spring Attitude Festival. L’ormai consueto appuntamento capitolino della tre giorni della musica elettronica è fissato per la fine di maggio.
L’apertura delle danze però, si è svolta mercoledì 30 marzo al Teatro Quirinetta con un concerto di una delle migliori live band degli ultimi anni: Battles.
Ci si aspettava il pubblico delle grandi occasioni e la risposta è stata calorosa.
Prima della band newyorkese e prima di entrare nella sala principale del teatro, l’attenzione è rivolta alla piccola grotta dove si esibiscono i giovani talenti Kaitlyn Aurelia Smith e i torinesi NIAGARA.
Due modi di intendere i suoni elettronici, due mondi piuttosto differenti che hanno accompagnato i Battles per le tre date italiane.
L’americana Kaitlyn Aurelia Smith ha giocato con le atmosfere dei suoi sintetizzatori modulari mischiandole ad un cantato subacqueo e metallico al tempo stesso. I NIAGARA, invece, tornano sulle scene con un nuovo album, Hyperocean, e con un live di forte impatto sonoro.
Peccato per la scelta logistica della grotta per lo svolgimento dei due live di apertura, troppo piccola per contenere le tutto il pubblico e con acustica un po’ troppo ovattata.
Ma d’altronde, non appena ci spostiamo nella sala principale dove suoneranno i Battles ci accorgiamo subito che il palco può essere occupato da una sola band.
La scenografia è stretta, gli strumenti sono tutti allineati con la batteria minimale di John Stanier (Helmet, Tomahawk), che regna e mette timore con il ride messo a due metri di altezza, alla sua destra le due tastiere del polistrumentista Ian Williams (Don Caballero) e a sinistra i pedali e gli effetti del chitarrista/bassista David Konopka (Lynx).
Alle spalle della band una fila di sei amplificatori a sovrastarli, come fossero delle guardie a protezione dei regnanti.

battles_concerto_1

Dopo essere entrati sul palco uno alla volta, il Battles danno vita ad un concerto che il numeroso pubblico della primavera musicale romana difficilmente dimenticherà.
L’inizio è affidato a Dot Com, brano in levare con atmosfere acide, ideale per scaldare i timpani dei presenti.
La prima parte del concerto è un salto tra canzoni del nuovissimo album La Di Da Di (2015) e del suo precedente Gloss Drop (2011). Proprio da quest’ultimo viene estratto il singolo Ice Cream. E qui si apprezzano in particolar modo le “randellate” del batterista Stenier, che unisce la precisione di un metronomo ad una grande potenza ritmica e scenica. E’ lui il pendolo che ipnotizza, mentre i suoi fidi compagni di palco sfoderano campionature a go-go, strutturando il brano con precisione matematica.
Si torna al nuovo, precisamente a FF Bada, brano dai tratti orientali con le chitarre che si inseguono e si rispondono e che ci portano alla più sperimentale Futura, semplice nell’approccio che trasporta il pubblico su mondi fiabeschi e cinematografici, concludendo la prima parte del concerto.
Dopo un breve saluto al pubblico, i Battles tornano al vecchio proponendo in sequenza B + T, Tras 2 e IPT 2, tracce tratte dai primi lavori della band statunitense EP C/B EP (2004).
Un ritorno allo scorso decennio che si conclude con la saltellante Atlas, il singolo che li ha portati alla notorietà e unico brano del live tratto dall’album del 2006, Mirrored.
E’ l’apice del concerto. Il pubblico, ormai in visibilio, si lascia trasportare dall’ultimo brano caratterizzato da atmosfere più funk, Summer Simmer.

battles_concerto_2

I Battles lasciano il palco, giusto il tempo di una breve pausa, per poi ritornarvi a concludere il travolgente concerto con gli ultimi due brani in scaletta: HI/LO e la splendida The Yabba. Quest’ultimo brano, primo singolo di La Di Da Di, chiude alla perfezione un concerto che ha esaltato il numeroso pubblico del trio newyorkese.
Il sudore grondante che viene fuori dalla camicia inzuppata di Stainer dice tutto su quanto la band metta anima e corpo in quello che fa.
La musica elettronica, talvolta, sembra trasmettere un senso di freddezza da parte di chi la produce; qui, invece, ci troviamo di fronte a dei professionisti che non si tirano indietro a mostrare il loro amore verso il loro lavoro e verso i fan.
Come Ian Williams che ritroviamo ai piedi del palco a fine concerto, ancora sudato e affannato dalle fatiche del live, a scambiare due chiacchiere e qualche foto con i suoi ammiratori.
I Battles si confermano una delle migliori band live del panorama internazionale: la potenza della parte ritmica di Stainer e la matematica dei suoni loopati di Williams e Konopka, in un mix tra elettronica e rock stoner/metal, formano in effetti un genere a se stante e che soltanto il supergruppo di New York riesce creare.
Spring Attitude inizia alla grande la sua stagione musicale, partendo in quinta con un gruppo lontano da quel che ci si potrebbe aspettare dalla kermesse romana, ma che ha messo tutti d’accordo: è stato piacevole e divertente notare i volti sorpresi di quella fetta di pubblico che, pur abituata a sonorità spesso molto differenti, ha saputo comunque apprezzare e applaudire i suoni incalzanti e ossessivi che hanno riempito le sale del Teatro Quirinetta.

battles_concerto_3

Luigi Giannetti

Link:
https://www.facebook.com/tipsradio
https://www.facebook.com/radiokaositaly

[Kaos Live Report] Tango Boheme @ TEATRO SAL AUMBERTO – 31/03/2016

0

Unica data romana, quella del 31 marzo, per “Tango Boheme”, suggellata con un meritato sold out al Teatro Sala Umberto. E’ subito Tango non appena si alza il sipario.
Come in un tableau vivant, tutti gli artisti sono già immersi nella melodia sincopata, inconfondibile, del tango. L’orchestra dal vivo, “Mastango” di cinque elementi, prende per mano il pubblico e lo introduce nella scena, fumosa, illuminata soffusamente, di una tipica milonga argentina. Pochi secondi e tutto prende vita. Perché il Tango è Vita, prima ancora di essere musica, parola e ballo. E’ emozione. Quattro coppie di ballerini e la voce profonda, animica, di Cecilia Herrera completano il cast.
Il pianoforte ritma il tempo insieme al contrabbasso mentre i due bandoneon, con il violino di sottofondo, scandiscono Malena.
Domina al centro del proscenio Walter Venturini, ballerino e coreografo dello spettacolo. Insieme a Mariano Navone danno il Là. Sorrisi complici e giochi tra amici, come anche rivalità maschili, sfide e contese, gelosie e vendette con pugnali. Le donne, fiere e consapevoli della propria bellezza e abilità, accettano o rifiutano questi uomini che cercano di dare il meglio di sé. Sono le atmosfere del barrio, queste che esalano dalle tavole di scena e scandite dalla presenza scenica imponente di Giampiero Cantone. Cecilia Herrera intona la canzone ed esalta i versi di Homero Manzi, uno dei più noti parolieri del tango. I corpi dei ballerini si fondono chiusi in quell‘abbraccio che racchiude tutto il segreto del Tango; le loro gambe si agganciano l’une alle altre come a cercarsi a sedursi o sfidarsi; i movimenti sinuosi femminili fanno da contraltare alla durezza -ma solo apparente- del maschio latino.
La voce narrante di Manfredi Gelmetti, fa da cornice, avverte e spiega apparendo in alcuni momenti dello spettacolo, ma -in realtà- la vera narrazione è scandita e amplificata già solo dalle note dell’orchestra. Vasta le scelta musicale, che attraversa un ampio arco temporale, dai più remoti e tradizionali Canaro, D’Arienzo, Di Sarli, Troilo e il sublime Pugliese, ai più moderni Piazzolla, Stampone, Rovira e Hager.

160331_live_report_Tango-Boheme_foto

Quadri che si avvicendano, scene di vita che si susseguono.
Intenso e uno dei più belli dello spettacolo è il momento in cui sulle note di Piazzolla, Zum, Walter Venturi e Giampiero Cantone danno vita a una tenzone fatta di passi, sguardi, abbracci virili, ganci dove ognuno dei due dà il meglio di sé esprimendo la propria abilità e tecnica in un crescendo parossistico esaltante. Perché il Tango è anche questo, non solo un uomo e una donna in abbraccio, ma anche due uomini che esprimono emozioni diverse e intense, anche in una sfida come in questa coreografia.
E’ sempre l’orchestra che fa da filo conduttore tra un quadro e l’altro.
Alfonsina y el mar, Libertango, Cumparsita, La boheme sono alcune delle canzoni che hanno segnato questo spettacolo.
Cecilia Herrera esegue i brani con grande potenza e passione.
Pirotecnici gli effetti luci studiati per l’occasione. Sanno offrire il sapore delle atmosfere dense e a tratti caravaggesche; tuttavia in altre situazioni appaiono eccessivi, più consoni a moderni locali, a discoteche e che qui paiono non adatti.
La bravura dei ballerini è indiscussa, sebbene non tutti riescano ad eccellere sempre allo stesso livello. Spiccano in modo ineluttabile Walter Venturini e Sabrina Garcia, una coppia artistica perfetta, affiatata. Nel loro abbraccio volano sulle tavole di legno, esprimono sentimenti e passioni, si esibiscono in strutture complesse e coinvolgenti, ma soprattutto emozionano. Non solo tecnica e bravura, dunque. Ci mettono davvero l’anima, si sente e si vede.
Gli applausi sono numerosi alla fine di ogni canzone cantata, alla fine di ogni quadro che sia singolo o corale. Il pubblico partecipa e assiste meravigliato come un bambino.
Tango Boheme è un ottimo spettacolo, sebbene riveli a mio avviso- una regia debole e non all’altezza delle aspettative; il sospetto è che ci si sia concentrati più su gli effetti speciali. Con un cast così, con quelle coreografie si potevano curare meglio dettagli e artisti per rendere il tutto, davvero, perfetto.
Una nota di merito di sicuro a Giampiero Cantone, che aiutato anche dal phisique du rôle , rimane presente e centrato nel personaggio del tanguero da barrio.
Belli i costumi di Carla Principato che arricchiscono e impreziosiscono gli interpreti, tutti.
L’Orchestra assolutamente sublime.
Il pubblico premia con una standin’ ovation.

Tango Boheme
uno spettacolo di Cecilia Herrera.

Corpo di Ballo
Sabrina Garcia, Walter Venturini
Francesca Del Buono, Giampiero Cantone
Laura Amodei, Paolo Persi
Monica Proietto, Mariano Navone

Cecilia Herrera, voce
Manfredi Gelmetti, voce narrante / regia
Walter Venturini, Sabrina Garcia, coreografia

Orchestra dal vivo “Mastango”:
Massimiliano Pitocco, Dario Flamini – bandoneon
Angelo Di Ianni – violino
Massimiliano Caporale – pianoforte
Roberto Della Vecchia – contrabbasso

Marcello Albanesi

[Kaos Live Report] Jon Spencer Blues Explosion live @ MONK CLUB – 11/03/2016

0

Avete presente la potenza di Mike Tyson quando stendeva l’avversario con un singolo jab? E il fottutissimo tiro da 40 metri di Roberto Carlos che, nonostante la violenza dell’impatto, si insaccò con precisione assoluta scheggiando il palo alla sinistra di Barthez?
Ecco, se avete un ricordo più o meno nitido di queste prodezze sportive, potete iniziare a farvi un’idea di quello che è stato per noi il concerto al Monk Club della Jon Spencer Blues Explosion.
Proprio di questo si è trattato, di uno show in cui la potenza strumentale devastante si abbinava perfettamente ad un controllo del suono e della dinamica ancor più sorprendente. Mai qualcosa di eccessivo o fuori posto, mai eccessi di virtuosismo, mai un attimo di noia.
La “Blues Explosion” del trio newyorchese è apparsa subito evidente fin dall’inizio e c’era d’aspettarselo.
Nati nel 1990 dall’incontro fra Jon Spencer, Russell Simins (batterista degli Honeymoon Killers) e Judah Bauer, hanno all’attivo 11 album in studio e uno “live”, più diverse collaborazioni (remix ed EP usciti solo per il mercato giapponese).
20160311_jonspencer_concerto

L’ultima fatica del trio è il disco “Freedom Tower” (2015), registrato presso i leggendari Daptone House Of Soul di Bushwick e mixato ad Harlem da un personaggio influente nel circuito hip-hop come Alap Momin (Dalek).
Il concerto è stato un flusso musicale continuo e impetuoso (pochi attimi fra la fine di un brano e l’inizio del successivo), un connubio costante fra le distorsioni ben calibrate delle chitarre (“Telecaster” per Bauer e l’immancabile “Zim-Gar” di Jon) e la batteria poderosa e minimale di Simins.
Il cinquantenne Jon Spencer si diverte e fa divertire, coinvolge il pubblico spesso e volentieri con la caratteristica voce effettata con l’inconfondibile “slap-back delay” e si abbandona insieme ai suoi compari a lunghi episodi di improvvisazione senza mai risultare prolisso o stucchevole.

In un concerto del genere c’è di tutto, spirito punk, chitarre blues, capacità tecnica degna dei migliori jazzisti e persino modernità funk e hip hop. Il risultato finale è stato circa un’ora e quaranta di storia del rock-blues sotto tutte le sue meravigliose sfaccettature, un’estasi di grinta e sudore, uno spettacolo carico di ricercata “violenza sonora” e di invidiabile personalità artistica che solo pochi “rocker” sanno ancora avere.
In effetti, sarebbe opportuno riflettere sul fatto che i JSBX sono inventori di questo peculiare sound e sono oggettivamente molto meno famosi di band come Black Keys e White Stripes (giusto per citarne due) che ne hanno seguito (in maniera più melodica e meno tecnica ma comunque sia encomiabile) le orme.
C’è poco da fare, “Blues Explosion” non poteva essere nome più adatto per descrivere il talento e l’attitudine “cazzuta” di questi straordinari ragazzacci di New York City.

Ant De Oto – Tips!
Link:
https://www.facebook.com/tipsradio
https://www.facebook.com/radiokaositaly
https://www.facebook.com/monkclubroma

[Live report] Goblin Rebirth live @ Planet Live Club – 06/03/2016

0

I Goblin Rebirth nascono nel 2010 quando Fabio Pignatelli, Agostino Marangolo (membri originali) Aidan Zammit (membro dal 2005) incontrano Danilo Cherni e Giacomo Anselmi, decidendo di suonare insieme e li abbiamo ritrovati il 6 marzo sul palco del Planet Live Club di Roma.
La loro performance ha inizio alle 21:30 con il primo brano “Killer on the Train” dall’album “Non ho Sonno” del 2001, seguita dalla famosissima “Buio Omega” tratta dall’ album del 1997 e soundtrack del film 1979, entrambi omonimi. Il terzo brano è “Dr. Frankestein”, seguita da altri classici dei Goblin, comprese colonne sonore e brani inediti del repertorio comprese le due tracce, unite tra loro, “Mad Puppet” e “Death Dies”. Il gruppo esegue anche tre brani presenti nel loro album intitolato “Goblin Rebirth” uscito nel 2015: “Mysterium”, “Forest” ed “Evil in The Machine”. In “Forest”, la band ha invitato la magnifica cantante Roberta Lombardini a cantare con loro portando una nuova atmosfera nelle loro esecuzioni dal vivo. Il concerto volge al termine con i due brani storici “Suspiria” e “Profondo Rosso”, sempre accompagnati dai caratteristici effetti visivi presenti per tutto il concerto sullo schermo dietro la band. Da programma, l’ultimo brano dovrebbe essere “Goblin” come bis, ma la band non lo esegue.
Un concerto di altissimo livello: d’altronde si sta parlando di un’istituzione dell’horror prog italiano che mai ha disatteso le aspettative, con delle performance sempre caratteristiche, con suoni ed ambientazioni mai banali e sempre perfetti.
Vi ricordiamo le loro ultime pubblicazioni “Goblin Rebirth” e “Alive” disponibili su vari supporti multimediali.

Giuseppe Negri

[Kaos Live Report] The Quireboys live @ Traffic Club – 26/02/2016

0

Il rock’n’roll a Roma non è morto: stava solo sonnecchiando in attesa del concerto dei Quireboys di venerdì 26 febbraio, una gig veramente ben riuscita, pubblico numeroso, band al top della forma e tanta voglia di divertirsi.
Le porte si aprono alle 21, orario perfetto. Il tempo di una birra e sul palco salgono i 7 o’clock, gruppo locale dal moniker che più adatto alla serata non si può. Il loro è un rock’n’roll semplice dalle influenze blues e southern, una sfilza di canzoni brevi e veloci, peccato per il settaggio dei suoni troppo distorto che ha compromesso un po’ la resa finale.

image1

Rivelazione della serata sono invece i Thirteen Stars, un quartetto di southern rock in salsa scozzese, energico e divertente. Suonano insieme da cinque anni – mi spiega il batterista Andy – ma sembrano già belli navigati, forti di una coesione sul palco dalla quale si trae la conclusione che una band di musicisti amici anche fuori dalle scene vince a mani basse. Il pubblico percepisce che si stanno divertendo e si diverte a sua volta, grazie anche all’ironia del cantante. “Al merchandise ci sono cd, adesivi e magliette. Le nostre magliette vi renderanno più affascinanti”, dice sorridendo sotto i baffi! Il pubblico ride, è una presa bene generale.
I ragazzi sono in tour a presentare il loro nuovo album “White Raven” dal quale è stato tratto il singolo “Tired of waiting”, trascinante e energico. Sicuramente è andato a ruba, perché a fine concerto al merchandise c’è la coda per comprare il cd. Nessuno li conosceva prima di questo live e ora non vediamo l’ora di rivederli in Italia. A questo serve essere puntuali ai concerti, a non perdersi queste chicche. Thumb up per i Thirteen Stars!

image3

Poi è la volta degli headliner. Entrano gli ultimi ritardatari ed è subito show. Spike e soci sono in forma smagliante, pronti a regalarci uno dei concerti più belli che abbia visto negli ultimi tempi. Partono alla grande con “Black Mariah”, segue “Too much” e una “There she goes” che fa sgolare il pubblico. Un paio di pezzi ed è ora di “This is Rock’n’Roll”. Il pubblico canta e balla, qualcuno si mette pure a spingere, ma il divertimento prende il sopravvento. È bello vedere che, anche nel caso dei Quireboys, la band è contenta di essere lì ed è quasi sorpresa dall’ottima risposta di un pubblico coinvolto e obbediente. Ad ogni richiesta di Spike, ci sgoliamo ed è bellissimo. “Monna Lisa”, “Whippin’ Boy”, “Tramps” e una “Hey You” da lacrimoni.
Concludono con una godibilissima 7 o’clock che fa ballare anche i muri e se ne vanno. Groppo alla gola. “No, dai, non lasciateci così”, sembriamo tutti pensare. Il fatto che il locale rimanga in silenzio senza partire con la musica, ci rassicura. Questi tornano, di sicuro, pensiamo attendendo di vedere la bandana rossa di Spike spuntare dal backstage. E infatti eccoli, con altri due pezzi irrinunciabili: “I don’t love you” e “Sex Party”.
This is rock’n’roll cari miei e this is the pubblico che vogliamo sempre a Roma ai concerti!
Voto: 10

image4

Olivia Balzar

[Kaos Live Report] Johnny DalBasso + The Bone Machine live @ Le Mura – 25/02/2016

0

Il giovedì sera, quando piove e la settimana ha bisogno di un’altra giornata di sforzo per finire, prendi l’autobus e vai a Le Mura, dove ad aspettarti c’è quel rumore cattivo che punzecchiandoti i nervi te li distende.
Sul palco sale un ragazzo in bretelle che imbraccia la chitarra. Piede destro sulla cassa e sinistro sul rullante della sua batteria artigianale, Johnny DalBasso è pronto per un live importante, quello che presentare il suo album appena uscito, “IX”. Lo conosciamo bene noi di Radio Kaos Italy e anche questa volta ci ha fatto scatenare coi nuovi brani che già sappiamo a memoria. Poi, un conto è averlo ospite durante le trasmissioni, un altro è essere noi ospiti del suo habitat naturale dove il volume può alzarsi e gli strumenti possono essere picchiati in malo modo. Johnny è una vera furia ma sa come trattare il suo rock’n’roll che è energia ma anche delicatezza trasudata dal blues sempre presente e dalla sua voce sì graffiante, ma piena di passione.
Johnny DalBasso è una macchina da guerra e a noi piace tantissimo.

E se la serata è iniziata bene, non può che continuare al meglio con The Bone Machine, una band che non ha bisogno di presentazioni nella scena musicale romana nella quale si inserisce grazie ai suoi segni di riconoscimento: rockabilly, garage, blues impastati per dare vita ad un rock’n’roll divertente e insieme curato dal punto di vista tecnico. Neanche con i tre omaccioni in maschere da wrestler messicani si riesce a stare fermi e, se a parole ci portano “giù nell’inferno”, con i fatti ci dimostrano che siamo ancora sulla terra e che qui si fa della musica live eccezionale, anche nei giovedì di pioggia.

[Kaos Live Report] Tortoise live @ MONK CLUB – 20/02/2016

0

Le aspettative sono alte per chi non ha mai assistito a un loro live ma, probabilmente, anche per chi ne ha già avuto l’occasione. Il live dei Tortoise è sold out, tant’è che parte del pubblico romano è costretto a fare dietrofront all’ingresso del Monk Club.
Il fermento e l’attesa sono attenuate dall’opening di Sam Prekop, collega d’etichetta della band (prodotto anche lui dalla Thrill Jockey), e il suo synth modulare che ha riscaldato a dovere il pubblico con un’elettronica minimalista, lanciando la folla nel giusto mood della serata.
Il passaggio di testimone avviene intorno alle 22.30, l’aria si fa quasi irrespirabile e il palco diventa invisibile per via della quantità di persone presenti. On stage ci sono due batterie speculari per John Herndon e John McEntire, un vibrafono, vari sintetizzatori, il basso di Doug McCombs e la chitarra di Jeff Parker.
I Tortoise usano poche parole se non per saluti e ringraziamenti, ma compensano il loro silenzio con la musica di cui sono autori. “The Catastrophist”, ultimo album pubblicato a sette anni di distanza dal precedente, sancisce ancora di più il legame che li ha sempre uniti alla città di Chicago, dove la band è nata alla fine degli anni ’80, che oggi è considerata il centro nevralgico della sperimentazione musicale americana.
L’intero live è una successione di suoni e ritmi coinvolgenti, soprattutto nella parte finale in cui il groove la fa da padrone non lasciando alcuna possibilità di rimanere immobili. Si passa da temi semplici a variazioni jazz e latine.
È proprio la sperimentazione musicale che viene messa in scena sul palco del Monk, in un susseguirsi di brani recenti e pezzi del passato in cui è piacevole perdersi.

[Kaos Live Report] MULATU ASTATKE live @ MONK CLUB – 20/02/2016

0

Non capita tutti i giorni e in tutte le città della nostra contraddittoria Italia di poter ascoltare così da vicino una leggenda vivente dell’afro-jazz.
In primo luogo, infatti, non può mancare un sincero elogio nei confronti del Monk Club che nel giro di pochi mesi è riuscito a proporre una line-up davvero sorprendente per la rassegna “Jazz Evidence”. Una scommessa non facile, se si considerano le tendenze musicali contemporanee e i problemi logistici connessi agli spostamenti e ai set di band spesso molto numerose, eppure grazie a “Jazz Evidence” abbiamo avuto l’opportunità di poter ascoltare sia artisti con alle spalle carriere straordinarie sia nuove leve del jazz destinate ad entrare nell’olimpo dei grandi della black music (Kamasi Washington, su tutti).
La serata si preannuncia subito carica ed il pubblico, incuriosito e pieno di aspettative, comincia ad affluire in modo corposo nel giardino del Monk e nella sala principale.
Facendo un passo indietro, sembra opportuno spendere qualche parola di presentazione.
Mulatu Astatke è un leggendario vibrafonista e polistrumentista africano. Creatore negli anni ’60 di quel movimento Ethio-Jazz in cui si fondono tradizione etiope, influenze latinoamericane e improvvisazione jazzistica, è da ritenere uno dei più importanti musicisti africani di sempre.
È stato il primo studente africano ad aver frequentato il prestigioso Berklee College of Music di Boston e fin dagli esordi ha avuto la possibilità di suonare con musicisti del calibro di Duke Ellington.
Insomma, per tutti coloro che conoscevano il personaggio c’erano sul serio pochi dubbi in merito alle emozioni che avrebbe offerto durante lo spettacolo.

12746143_10153596760102917_52962451_n

Neanche il tempo di ordinare la prima birra e la band inizia a travolgerci con la prima suite di ben diciassette minuti, dove le strutture tipiche del jazz sembrano già sposarsi in modo naturale con il sound e le armonie tipiche dell’afrobeat e della musica araba ed egiziana tradizionale.
Non mancano, già dalla seconda traccia (la stupenda “Yekermo Sew” tratta dalla colonna sonora del film “Broken Flowers” di Jim Jarmusch), elementi vicini al free-jazz, comunque mai eccessivi o noiosi grazie all’estro e alla tecnica del sassofonista James Arben e del trombettista Byron Wallen.
Mulatu si diverte e saluta garbatamente il pubblico, presentando spesso le proprie composizioni e dividendosi piacevolmente fra vibrafono, percussioni e la tastiera di un piano wurlitzer.
L’atmosfera diventa ancor più magica e sognante grazie alla presenza di Danny Keane al violoncello, che eseguirà anche un brano in duo con lo stesso Astatke.
Nella seconda parte del concerto non mancano invece incursioni nel latin-jazz, sempre e comunque contraddistinte da pulsanti venature afro.
Possiamo parlare, in sintesi, di un live di livello assoluto in cui il musicista etiope (classe 1943) si conferma ancora sul pezzo e in ottimo stato di forma, accompagnato dai fantastici musicisti inglesi della “Steps Ahead Band”.
Una piacevolissima serata, dove noi di TIPS! e Radio Kaos Italy, amanti delle sonorità black e del groove, non potevamo non trovarci a nostro agio.
A questo punto, cresce l’attesa per un altro concerto targato “Jazz Evidence”, dove nella consueta cornice del Monk sarà di scena il 15 marzo il grande Tony Allen (storico batterista degli Africa 70 di Fela Kuti) con un tributo alla musica di Art Blakey. Non vediamo l’ora!

Ant De Oto

Link:
https://www.facebook.com/tipsradio
https://www.facebook.com/radiokaositaly
https://www.facebook.com/monkclubroma

[Kaos Live Report + Interview]Hugo Race @Init 13/11/2015

0

Ant De Oto di Tips!
@Init [Roma]
Venerdì 13 Novembre 2015

Hugo Race è uno di quei musicisti che hanno tanto da raccontare e trasmettere sul palco.
A maggio è uscito “The Spirit”, il suo ultimo album in studio, il tredicesimo inciso con la sua storica band “True Spirit” e in questo novembre è partito il suo tour europeo con ben sei date nella sua amata Italia.
Il cantante e chitarrista di Melbourne ha infatti vissuto diversi anni in Sicilia e ha collaborato con numerosi artisti italiani (Cesare Basile, La Crus, Sacri Cuori, ecc.), coinvolgendoli nelle proprie produzione o dando vista a veri propri progetti musicali (Hugo Race Fatalists).
Il nuovo disco “The Spirit”, prodotto dall’etichetta tedesca “Glitterhouse Records”, è stato ben accolto dalla critica e dal popolo del rock-blues italiano ed è in effetti un gioiellino: le atmosfere cupe e polverose della musica di Race emergono ancora una volta in tutta la loro pienezza evocativa, confermando il mix di qualità e di impatto emotivo presente fin dai primi album del songwriter australiano.
Il concerto comincia verso le 23, con il pubblico dell’INIT (peraltro ignaro dei fatti che stavano avvenendo il quel momento a Parigi) diviso fra gli amanti del blues e delle atmosfere cupe dei True Spirit e gli altri giunti per assistere al successivo concerto dei Flipper, storica band punk/hardcore californiana. Particolare da non trascurare , considerando che la performance di Hugo Race & True Spirit risulterà coinvolgente e fruibile anche per coloro che avevano fatto il loro ingresso all’INIT in attesa del secondo concerto.
Il live parte subito con la magia della voce baritonale di Hugo, accompagnato dall’inseparabile chitarra e da una sezione ritmica robusta ed efficace, composta da batteria (Brett Poliness) , basso (Chris Hughes) e occasionalmente dalle percussioni. Dall’altro lato, eccezionale il contributo dei due polistrumentisti Nico Mansy (chitarra elettrica e tastiera) e dell’italiano Michelangelo Russo, che stupisce il pubblico con tappeti e assoli a colpi di armonica, tromba, moog ed effetti.
La band propone un repertorio avvincente e mai noioso, dove il blues elettrico si sposa con estrema naturalezza con le sonorità dark e new wave, che hanno caratterizzato il percorso musicale di Race assieme ai Birthday Party e i Bad Seeds di Nick Cave (Hugo Race è stato membro di entrambe le band durante la prima parte degli anni 80).
Spiccano sicuramente il singolo “Elevate my love”con un giro di basso deciso che ricorda gli album di qualche anno fa di Barry Adamson (anche lui ex Bad Seeds), il blues graffiante e cadenzato della fantastica “Man check you woman”, il sound torbido di “Dollar quarter”, nonché le numerose citazioni e i brani del passato, macchiati di toni dark e krautrock (“Mushroom”, dei tedeschi Can)
In sostanza, un concerto che non ha affatto deluso le aspettative dei fan e che ha conquistato anche il pubblico di fede noise/punk che attendeva la performance successiva dei Flipper.
Hugo Race si diverte, presenta spesso le canzoni in italiano e si congeda dal pubblico con un sincero “Vi amo!”.
Dopo lo show l’abbiamo incontrato nel backstage per una breve intervista fatta in collaborazione fra TIPS e INDIELAND per Radio Kaos Italy.


(Ascolta l’intervista!)

INTERVISTA HUGO RACE @ INIT, ROMA
(A: Antonio De Oto; H Hugo Race)
A: Siamo qui, per RKI, ad intervistare Mister Hugo Race, dopo aver apprezzato il suo concerto. Allora, prima domanda: il tuo ultimo album è uscito nel 2015 (The Spirit, ndr) e hai prodotto numerosi album. Perché, al giorno d’oggi, le band non fanno uscire album ogni anno durante la loro carriera come, ad esempio, succedeva a cavallo degli anni ’60-’70?
H: E’ vero. Le band, un tempo, facevano uscire due o tre album all’anno. Credo che la causa sia dovuta alla quantità di musica prodotta nell’arco degli ultimi vent’anni. Oggigiorno ci sono molti artisti che hanno inciso talmente tanti album, molto più che negli anni precedenti, che c’è solo più musica; quindi penso che la gente sia satura e quando penso di andare ad incidere un disco devo chiedermi perché lo sto facendo, se sto facendo un buon disco e se sto veramente creando qualcosa di nuovo o mi sto solo ripetendo.
Infatti con l’album “The Spirit” ho impiegato sette anni prima di inciderlo perché cercavo un’ispirazione. Chiesi ai musicisti della band di comporre l’album insieme a me. E’ stata la prima volta per me fare una tale richiesta. In passato avrei scritto l’album e solo successivamente avrei richiesto i musicisti. Questa volta ho voluto creare una situazione più intima con la band. Così abbiamo lavorato per tre anni per far uscire questo progetto.
A: Qual è la linea che hai tracciato dagli anni ’80 ad oggi? Hai lavorato con molte band, The Wreckery, Dirtmusic, Fatalists, l’esperienza con Nick Cave.
Qual è il filo conduttore che hai seguito?
H: Penso che quando abbiamo iniziato a produrre musica, parlo anche a nome di band della scena musicale di Melbourne degli anni ’80, era perché pensavamo che la musica in quel momento storico non era abbastanza di qualità. Volevamo divertirci con il tipo di musica che volevamo ascoltare. Melbourne era una città molto isolata e non avevamo la possibilità di acquistare facilmente album da Londra, New York o Los Angeles, quindi abbiamo dovuto sviluppare le nostre idee. Parlo per me stesso, ma forse è vero anche per le altre persone che hanno lavorato con me nei Bad Seeds e della scena di Melbourne, abbiamo messo insieme tutto ciò che sapevamo del vero Rock ‘n’ Roll e del Blues.
A: Si, infatti, sulla scena erano presenti molte band…
H: Effettivamente c’erano due concetti diversi per quanto riguarda le band: a Sidney la radio trasmetteva il blues di Detroit, mentre a Melbourne ce n’era un’altra di cui la gente scrive libri e si cerca ancora di darle un nome.
Ora come ora, credo che avesse a che fare con il blues, nel senso di riportarlo all’entusiasmo primordiale di quel genere di musica che non proveniva dalla mente ma dall’anima.
Era questa l’idea!

hugorace1_151113

A: Ultima domanda in italiano per Radio Kaos Italy. Ti chiediamo, visto che hai vissuto tanto tempo in Italia e collaborato con grandi artisti, che noi apprezziamo molto, come Cesare Basile e Mauro Ermanno Giovanardi (La Crus), qual è il musicista italiano, se c’è, e quali sono i progetti italiani che ti hanno colpito in questi anni, che non hai conosciuto personalmente, ma con cui vorresti lavorare, che ti sono piaciuti e hai apprezzato particolarmente?
H: Difficile da dire. Come scrittore, come testi, io penso, personalmente, che Cesare Basile è molto forte. Non solo perché è un mio amico, ma perché lui è un uomo molto indipendente e segue la sua strada da sempre; perché ha prodotto cose meravigliose nel 1999 (Stereoscope, ndr), tanto tempo fa, e già sapeva esattamente cosa voleva fare. Ancora ascolto le cose che fa adesso. Infatti stiamo collaborando su alcune cose in questi giorni.
Dal punto di vista musicale, i Sacri Cuori mi hanno colpito moltissimo.
A: Tant’è che hai collaborato con loro per il progetto Fatalists.
H: Si. infatti ho iniziato a suonare con Antonio Gramentieri prima dei Sacri Cuori, eravamo amici e abbiamo suonato tanto. Poi lui ha fondato i Sacri Cuori, mentre riguardo il progetto Fatalist è stato costruito in maniera più organica.
Mi piace quello che fanno, nel senso che prendono un sacco di roba storica italiana mista con altre cose e sembra che indichi una strada per la musica italiana, magari in futuro. Nel senso di aprire la mente verso diverse forme di musica, perché se no fosse così la musica italiana rimane isolata, in Italia.
A: Noi di Radio Kaos Italy, siamo d’accordo con te su tutte queste tematiche anche perché cerchiamo proprio di supportare questo tipo di musica anche in Italia.
H: E’ molto importante. E’ una cosa importante da fare!
Traduzione: Azzurra Posteraro
Tecnico Audio, Post-produzione: Luigi Giannetti
Montaggio e simultanea: Simone Mercurio 
Intervista e live report: Ant De Oto

hugorace2_151113

[LiveReport] Brunori SRL live @Auditorium Parco della Musica 26/03/2015

0

A distanza di un anno dall’uscita del suo terzo album in studio, Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi, Dario Brunori porta i suoi aficionados in teatro, per una tournée in cui la sua S.a.s. (società in accomandita semplice) si evolve per dar luce a “Brunori Srl: una società a responsabilità limitata”, spettacolo ispirato al teatro canzone di gaberiana memoria “[…] Che cuoce in acqua di rose autobiografia e sociologia spiccia, canzoni malinconiche e orchestrine da cameretta, chiacchiere da bar e nostalgia canaglia, baci perugina e filosofia da spiaggia. Un mix fra stand up comedy e teatro canzone. Fra concerto e cabaret. Fra finzione e confessione. Fra Martino e campanaro. Come Gaber, ma peggio. Come Bene, ma male. Come Hicks, ma Y. Uno show realizzato al solo scopo di lucro. Si apra il sipario”.
Le stesse parole del cantautore, qui riportate, esemplificano quello che è stato il trend della serata. Ma partiamo dall’inizio.
Arrivo all’Auditorium alle 21:15, a malapena un quarto d’ora dopo l’orario d’inizio riportato sul sito, contando sul ritardo, fisiologico o rituale, cui gli eventi musicali mi hanno abituato da tempo: sorpresa delle sorprese, lo spettacolo sta iniziando mentre salgo le scale, però non mi lamento, sono proprio sopra il palco.
“Immaginate di pagare il prezzo del biglietto e vedere qualcosa per cui ne è valsa la pena: non accadrà mai”: il succo della lettura introduttiva è praticamente questo: l’intento ovviamente è ironico, ma spesso non è così chiaro… Finalmente inizia la musica: una mini-orchestra da camera (violoncello, violino e clarinetto) accompagna due tastiere (una delle quali in mano alla compagna Simona Marrazzo, seconda voce principale e tamburello) e una batteria comprensiva di pad elettronico. I primi tre pezzi sono tratti dall’ultimo album – non reggono il confronto con il primo disco – l’interpretazione però è intensa; il pubblico gradisce e, spesso e volentieri, canta assieme al protagonista indiscusso della scena, Dario Brunori.
Il format, prevede però l’inserimento di monologhi, e per quanto fosse esplicitato negli interventi promozionali sul tour, rimango un po’ deluso quando il frontman si allontana dagli strumenti per prendere posto in piedi davanti a microfono e leggìo: inizia la seconda, lunga, lettura: di fatto non vedo l’ora che riprenda a suonare e a tratti mi perdo nei miei pensieri. Il racconto di per sé non aggiunge molto a quello che emerge dalle canzoni, e il fatto che sia condito qua e là da battute del tipo: “I bambini sanno essere bastardi, ma senza doppi sensi.. per questo mi piacciono: il giudice dice fin troppo” a mio avviso non è in linea col contesto che l’artista cerca di dipingere con le sue parole. Dopo un tempo indeterminato che sembrava non finire mai, i musicisti tornano a suonare, e ci regalano una dolcissima “Nanà”, eco del primo album che ho avuto il piacere di vedere eseguito dal vivo al Circolo degli Artisti in uno dei suoi primi concerti romani nel 2010, seguita da “Le quattro volte”, che non riesce proprio a convincermi. Dopo un altro brano, succede di nuovo: si spengono le luci e ricomincia il monologo: cerco di stargli dietro, ma io stasera mi aspettavo ben altro da lui, da loro: già, loro, perché nel mentre è come se i suoi compagni di viaggio non ci fossero. Sostanzialmente ho aspettato di godermi i successivi brani sperando che la struttura dell’esibizione cambiasse. Invece no: tre pezzi, monologo, tre pezzi, monologo.
I fan del cantautore non me ne vogliano: nulla da dire sul suo impegno e le sue capacità: ma ho preferito conservare di lui il ricordo di un timido e raffinato concerto agli esordi. Non credo però che questo evento sia un fallimento: solo che per conquistare chi, come me, frequenta anche altri mondi, la scelta di basare questo spettacolo su un mix di teatro e musica, è stata sfruttata solo a metà: una rappresentazione meno autoreferenziale, che coinvolgesse anche gli altri componenti del gruppo e la platea, sarebbe stata più efficace e stimolante; e del tutto alla portata dell’onesta Brunori Sas, che nel passaggio a S.r.l. credo abbia perso qualcosa per strada.

Di Pedro Pereira