[Teatrandovicisi] Regina Madre di Manlio Santanelli @ Teatro dell’Angelo – Roma

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Recensione di MARCELLO ALBANESI

Ancora qualche giorno, fino al 30 di ottobre, sarà in scena “Regina Madre” di Manlio Santanelli al Teatro dell’Angelo di Roma. E’ il terzo anno che questo testo viene portato all’attenzione del pubblico di tutta Italia. Squadra vincente non si cambia, è noto. Così, è. Due protagonisti Milena Vukotic e Antonello Avallone che firma anche la regia.
Manlio Santanelli, prolifico drammaturgo appartenente alla c.d. Nuova Scuola Napoletana (post eduardiana), nel sul stile inconfondibile crea un rapporto madre-figlio tra l’assurdo e il grottesco. Ma a ben vedere ci sono punti realistici che vanno oltre l’immaginazione del Autore. Una madre che vive da sola, insieme alle sue fisse, alle bugie che si racconta, alle sue nevrosi, si ritrova da un giorno all’altro ad accogliere il figlio che si stabilisce nella casa d’origine. La scusa è quella di accudirla per la sua malattia, in realtà i suoi intenti sono altri. Prossimo ai cinquant’anni, dopo aver collezionato una serie di fallimenti sentimentali e professionali nel campo giornalistico, tenta di scrivere la cronaca dell’evolversi della malattia della madre fino all’arrivo del momento supremo della morte. Il rapporto tra i due oscilla tra amore e odio, tra rimbrotti e rivendicazioni, tra accuse e colpe in un continuum teso e a tratti divertente. I ruoli si invertono e quasi non si capisce più che sia il figlio e chi il genitore, ruoli che si alternano nell’arco delle due ore, circa, di rappresentazione.
Un testo che metterebbe a dura prova qualsiasi attore che volesse confrontarsi con le battute di Santanelli che nel testo originale usa l’italiano frammisto ad espressioni napoletane, eliminate in questa messinscena.

Regina Madre trova in Milena Vukotic un’interprete straordinaria. Esile fisicamente, eppure incredibilmente potente sul palcoscenico. Misurata, mai fuori tono, scala le vette di un mondo emotivo variegato, così tanto umano, con estrema credibilità. Davvero una grande attrice. Le sue stesse note vocali salgono o si affievoliscono o esplodono esprimendo in modo egregio quelle emozioni che si palesano prepotenti, accompagnate da una gestualità minuta e attenta, precisa, vera. Ecco, la Madre di Milena Vukotic è vera in tutta la sua semplicità. E tanto più vera e autentica risulta essere questa madre, tanto più -e lo dico con un senso di sconfitta e, perfino, con dolore- appare fuori luogo e anacronistica l’interpretazione di Antonello Avallone nel ruolo del figlio. A tratti addirittura imbarazzante. Un abisso separa i due attori. Una gigante della Scena la Vukotic, un bambino Avallone. Era da tempo che non mi capitava di assistere a qualcosa del genere, tanto da far sì che mi si riproponessero domande annose e mai risolte: cosa è il Teatro? E’ finzione, certo, ma al cui interno dovrebbero sempre esserci della verità e autenticità. Almeno nelle emozioni di un attore. Un teatro che non emozioni, a mio avviso, fallisce nel suo scopo primario.
L’interpretazione del figlio di Antonello Avallone mi ha fatto ricordare i primi film muti; mi ha riportato indietro di secoli quando le Compagnie erano rette da primattori tutto fare e la recitazione era quella “antica”: enfatica ed eccessiva, esteriore. Questa di Avallone suonava come una campana sorda che produce un suono disturbante e cacofonico. Mi ha riportato alla memoria frammenti storici di film dei primi anni del Novecento. Una Sarah Bernhardt che piomba sul suo letto a baldacchino cadendo come un albero abbattuto, come quando Avallone stramazza sulla poltroncina coprendosi il volto con tutto il braccio dopo aver strascicato i piedi come indossasse sulle spalle chissà quale zavorra. Come alla memoria si sono riaffacciati quei momenti esilaranti di Cantando sotto la pioggia dove i protagonisti hanno a che fare con una rivoluzione della recitazione, passando dal muto al sonoro.
Mi sento costretto a ricordare che oggi siamo in tempi diversi. Profondamente diversi. Siamo sul finire di un 2016. Il testo non prevede, non implica nulla di quanto assistito in scena. Certo può essere una scelta registica, si può obiettare, e allora qualcosa non mi quadra. Chè anche la regia mi è risultata non così brillante, ma elementare e basica. La stessa scenografia, sì essenziale, ma ibrida e più adatta a un saggio infrascolastico di una qualsiasi Scuola di Teatro, piuttosto che a uno spettacolo vero e proprio. Senza nessuna fantasia: all’interno di una casa fatta di quinte nere a vista, un arredamento scarno. Come si usa sei saggi, appunto. Quando, invece, di soluzioni anche economiche, a basso costo ce ne sono a non finire come dimostrano altri spettacoli di nuove compagnie senza un soldo e sovvenzioni.
Ciò che salva l’intera mise en scene, mi ripeto, è la sola Milena Vukotic che meriterebbe molto di più. E meriterebbe anche di essere lei, per prima, a presentarsi in proscenio per gli applausi finali. Questo, non ho potuto non notarlo. Uno scivolone e una mancanza di bon ton quello di Avallone nel lasciare -sebbene per poco- da sola Milena Vukotic su quel letto/divano di lato della scena per precipitarsi (lui!) subito a raccogliere il plauso di un pubblico domenicale decisamente agé. In una delle sue ultime interviste, Paola Borboni, disse che rimpiangeva una cosa in particolare del teatro dei suoi tempi giovanili: i fischi dalla platea. Per quanto dolorosi, facevano crescere. Così alla fine dello spettacolo mi sono tornate in mente quelle sue parole. Se non fosse stata per la bravura di questa meravigliosa Regina Madre, chissà, forse con un po’ più di coraggio io lo avrei fatto.

Fino al 30 ottobre 2016
Milena Vukotic e Antonello Avallone
in
REGINA MADRE
di Manlio Santanelli
Scene e costumi Red Bodò
Regia Antonello Avallone
Teatro dell’Angelo
Via Simone de Saint Bon n. 19

THE YOUNG POPE. Un capolavoro da non perdere.

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Recensione di MARCELLO ALBANESI

Oramai tutta la Stampa cartacea e online ha scritto per lo meno due righe sulla nuova serie in onda su SKY dalla settimana scorsa. Sto parlano di THE YOUNG POPE firmato Paolo Sorrentino. Un regista che sta collezionando, da anni, premi di ogni tipo in ogni dove, non solo l’Oscar. Ha pure suscitato interesse da parte di Crozza che gli dedica una straordinaria imitazione (“…divertente sì, ma il napoletano non lo sa parlare, ma è vero che sono lento, talmente lento che sembre un ritardato mentale” dice il regista a proposito). Paolo Sorrentino o lo ami o detesti. O ami il suo cinema o ne hai orrore. Da parte di tanta Critica, mutuando il pensiero francese, la sua colpa maggiore è quella di creare film estetici privi di contenuti e privi di sceneggiatura. A voler essere maliziosi, direi che nel nostro Paese fa sempre un po’ radical chic osservare un comportamento di questo genere, ovvero schifare un regista e i suoi prodotti, parlarne male e attaccarlo dopo averlo osannato (vedi i tempi de “Il Divo”). E’ una scelta, questa, che io non condivido. A me, premetto e confesso, i film di Sorrentino piacciono e anche molto.
Così quando ho assistito alla proiezione in anteprima stampa delle prime due puntate di THE YOUNG POPE non mi sono sorpreso di vedere, come si usa dire in gergo “tanta roba”. Perchè di tanta roba, in effetti si tratta a cominciare da una cast da pelle d’oca.
Ma di sicuro, molti di voi non avranno perso l’appuntamento su Sky quindi sapete di cosa parlo. Avrete di certo letto articoli in rete o altrove. Dunque potete farvi un’idea precisa di quanto sto per scrivere.
Questa è una serie che va vista e seguita a ogni costo. Se non altro per la bravura esagerata degli interpreti a iniziare dal protagonista, Jude Law che impersona Lenny Belardo, il primo papa (italo)americano della storia e il più giovane di sempre (ha 47 anni). Non è casuale il nome che sceglie Pio XIII. Un segnale forte per sottolineare la sua predisposizione alla tradizione, pre-conciliare. Ma mai dare niente di scontato.
E’ un papa umano, con un vissuto da orfano, con tutte le debolezze e i dubbi di un qualsiasi uomo. Ma è anche estremamente determinato, con dei tratti di crudeltà non indifferenti che -come ogni personaggio oscuro- non può che affascinare il pubblico. La bellezza e il talento dell’attore inglese sono incommensurabili. Come del resto Suor Mary, una eccezionale Diane Keaton. Ma tra i due attori hollywoodiani c’è un’altra stella. Per me è stata una rivelazione: Silvio Orlando -Cardinal Voiello- che recita in lingua inglese e tiene testa senza colpo ferire a Jude Law.
La storia, non posso fare spoiler di alcun tipo perché è tutto talmente blindato che nulla è riuscito a trapelare, lo scopriremo in queste dieci puntate che ci aspettano.
Intanto possiamo godere di un film creato appositamente per il piccolo schermo ma come se fosse destinato al grande schermo. Un prodotto costato milioni di euro e che visto che è già stato venduto in ben 110 paesi (a oggi), e che si prevede accumulerà nel tempo una marea di premi. Tutti meritati.
Dunque: bravura degli attori regia perfetta (e mai masturbatoria), una sceneggiatura da oscar, una fotografia da pelle d’oca tanto è strabiliante. Già solo per questo vale la pena seguire THE YOUNG POPE. Non è solo un esercizio di stile, è un vero e proprio capolavoro. A dimostrazione che quando si hanno le idee e i soldi, certe produzioni sono ben più che possibili.
Le location interne del Vaticano sono state ricreate in modo maniacale presso gli Studi di Cinecittà; i giardini sono per lo più angoli dell’Orto Botanico di Roma. I costumi ricreati ad arte. Sto parlando, davvero, di grande Cinema.
E come se non bastasse, è un prodotto che riesce a emozionare da subito.
La curiosità è altissima e le aspettative altrettanto. Una cosa è certa. Vedere gli sguardi di Papa Pio XIII, gelidi e penetranti; ascoltare una battuta del Cardinal Voiello sono esperienze insostituibili per gli amanti del Cinema a cui non ci si può sottrarre.
Unico consiglio, per poter davvero apprezzare al meglio il tutto vedetelo in lingua originale con i sottotitoli magari. Credete, ne vale la pena.

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THE YOUNG POPE

cast artistico
Lenny Belardo/Pio XIII, JUDE LAW
Suor May, DIANE KEATON
Cardinal Voiello, Segretario di Stato, SILVIO ORLANDO
Cardianl Dussolier, SAM SHEPHERD
Sofia, responsabile marketing del Vaticano, CÉCILE DE FRANCE
Il Cardinal Gutierrez, Cerimoniere del Vaticano, JAVIER CÁMARA
Esther, LUDIVINE SAGNIER
Il Cardinal Michael Spencer, JAMES CROMWELL

cast tecnico
creato e diretto da PAOLO SORRENTINO
sceneggiatura di PAOLO SORRENTINO
con UMBERTO CONTARELLO, TONY GRISONI, STEFANO RULLI.
fotografia, LUCA BIGAZZI
scenografia, LUDOVICA FERRARIO
costumi, CARLO POGGIOLI, LUCA CANFORA
prodotto da: WILDSIDE
con HAUT ET COURT TV, MEDIAPRO, SKY, HBO, CANAL+

[Kaos Live Report] Tango Boheme @ TEATRO SAL AUMBERTO – 31/03/2016

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Unica data romana, quella del 31 marzo, per “Tango Boheme”, suggellata con un meritato sold out al Teatro Sala Umberto. E’ subito Tango non appena si alza il sipario.
Come in un tableau vivant, tutti gli artisti sono già immersi nella melodia sincopata, inconfondibile, del tango. L’orchestra dal vivo, “Mastango” di cinque elementi, prende per mano il pubblico e lo introduce nella scena, fumosa, illuminata soffusamente, di una tipica milonga argentina. Pochi secondi e tutto prende vita. Perché il Tango è Vita, prima ancora di essere musica, parola e ballo. E’ emozione. Quattro coppie di ballerini e la voce profonda, animica, di Cecilia Herrera completano il cast.
Il pianoforte ritma il tempo insieme al contrabbasso mentre i due bandoneon, con il violino di sottofondo, scandiscono Malena.
Domina al centro del proscenio Walter Venturini, ballerino e coreografo dello spettacolo. Insieme a Mariano Navone danno il Là. Sorrisi complici e giochi tra amici, come anche rivalità maschili, sfide e contese, gelosie e vendette con pugnali. Le donne, fiere e consapevoli della propria bellezza e abilità, accettano o rifiutano questi uomini che cercano di dare il meglio di sé. Sono le atmosfere del barrio, queste che esalano dalle tavole di scena e scandite dalla presenza scenica imponente di Giampiero Cantone. Cecilia Herrera intona la canzone ed esalta i versi di Homero Manzi, uno dei più noti parolieri del tango. I corpi dei ballerini si fondono chiusi in quell‘abbraccio che racchiude tutto il segreto del Tango; le loro gambe si agganciano l’une alle altre come a cercarsi a sedursi o sfidarsi; i movimenti sinuosi femminili fanno da contraltare alla durezza -ma solo apparente- del maschio latino.
La voce narrante di Manfredi Gelmetti, fa da cornice, avverte e spiega apparendo in alcuni momenti dello spettacolo, ma -in realtà- la vera narrazione è scandita e amplificata già solo dalle note dell’orchestra. Vasta le scelta musicale, che attraversa un ampio arco temporale, dai più remoti e tradizionali Canaro, D’Arienzo, Di Sarli, Troilo e il sublime Pugliese, ai più moderni Piazzolla, Stampone, Rovira e Hager.

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Quadri che si avvicendano, scene di vita che si susseguono.
Intenso e uno dei più belli dello spettacolo è il momento in cui sulle note di Piazzolla, Zum, Walter Venturi e Giampiero Cantone danno vita a una tenzone fatta di passi, sguardi, abbracci virili, ganci dove ognuno dei due dà il meglio di sé esprimendo la propria abilità e tecnica in un crescendo parossistico esaltante. Perché il Tango è anche questo, non solo un uomo e una donna in abbraccio, ma anche due uomini che esprimono emozioni diverse e intense, anche in una sfida come in questa coreografia.
E’ sempre l’orchestra che fa da filo conduttore tra un quadro e l’altro.
Alfonsina y el mar, Libertango, Cumparsita, La boheme sono alcune delle canzoni che hanno segnato questo spettacolo.
Cecilia Herrera esegue i brani con grande potenza e passione.
Pirotecnici gli effetti luci studiati per l’occasione. Sanno offrire il sapore delle atmosfere dense e a tratti caravaggesche; tuttavia in altre situazioni appaiono eccessivi, più consoni a moderni locali, a discoteche e che qui paiono non adatti.
La bravura dei ballerini è indiscussa, sebbene non tutti riescano ad eccellere sempre allo stesso livello. Spiccano in modo ineluttabile Walter Venturini e Sabrina Garcia, una coppia artistica perfetta, affiatata. Nel loro abbraccio volano sulle tavole di legno, esprimono sentimenti e passioni, si esibiscono in strutture complesse e coinvolgenti, ma soprattutto emozionano. Non solo tecnica e bravura, dunque. Ci mettono davvero l’anima, si sente e si vede.
Gli applausi sono numerosi alla fine di ogni canzone cantata, alla fine di ogni quadro che sia singolo o corale. Il pubblico partecipa e assiste meravigliato come un bambino.
Tango Boheme è un ottimo spettacolo, sebbene riveli a mio avviso- una regia debole e non all’altezza delle aspettative; il sospetto è che ci si sia concentrati più su gli effetti speciali. Con un cast così, con quelle coreografie si potevano curare meglio dettagli e artisti per rendere il tutto, davvero, perfetto.
Una nota di merito di sicuro a Giampiero Cantone, che aiutato anche dal phisique du rôle , rimane presente e centrato nel personaggio del tanguero da barrio.
Belli i costumi di Carla Principato che arricchiscono e impreziosiscono gli interpreti, tutti.
L’Orchestra assolutamente sublime.
Il pubblico premia con una standin’ ovation.

Tango Boheme
uno spettacolo di Cecilia Herrera.

Corpo di Ballo
Sabrina Garcia, Walter Venturini
Francesca Del Buono, Giampiero Cantone
Laura Amodei, Paolo Persi
Monica Proietto, Mariano Navone

Cecilia Herrera, voce
Manfredi Gelmetti, voce narrante / regia
Walter Venturini, Sabrina Garcia, coreografia

Orchestra dal vivo “Mastango”:
Massimiliano Pitocco, Dario Flamini – bandoneon
Angelo Di Ianni – violino
Massimiliano Caporale – pianoforte
Roberto Della Vecchia – contrabbasso

Marcello Albanesi

Domenica 6 Marzo – LIBRARY KAOS presenta “Campi di Maggio”

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Domenica 6 Marzo 2016 alle 18:00
Marcello Albanesi/ di Library Kaos
@Radio Kaos Italy [via Eugenio Torelli viollier, 17 Roma]
Libro: “Campi di Maggio”

Marcello Albanesi presenta CAMPI DI MAGGIO, di IGOR PATRUNO e inevitabilmente, ci parla degli anni ’70 in cui è ambientato il romanzo. Qunidi: non solo Progessive Rock, non solo zatteroni e zampe d’elefante, non solo carta da parati psichedeliche, non solo LSD e droghe, non solo capelloni e chitarre elettriche, non solo nudismo e libertà e il televisore catodico (senza telecomando) con solo due canali e rigorosamente in bianco e nero, ma anche proteste, lotta per il divorzio e l’aborto, autodeterminazione della donna con il movimento femminista, le stragi, le prime rivendicazioni gay con il movimento “Fuori”, il terrorismo e anni di piombo. Qui di seguito una carrellata di foto per calarci nell’atmosfera di cui parleremo in diretta.

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Domenica 28 febbraio – LIBRARY KAOS presenta “Care Stelle”

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Domenica 28 febbraio 2016 alle 18:00
Marcello Albanesi/ di Library Kaos
@Radio Kaos Italy [via Eugenio Torelli viollier, 17 Roma]
Libro: “Care Stelle”

Primo ospite Agostino Raff, pittore iperrealista, scenografo, poeta.
“Care Stelle” è il suo ultimo libro di poesie appena pubblicato da Nuove Edizioni Aldine.
In studio, l’Autore e Antonio Veneziani.
“Il libro declina, con grande sensibilità l’amor virile.
La scrittura, jezzata, ha echi classici e un retrogusto organistico, affonda le mani in questo maschio amore, a tratti tenero a tratti riottoso”.