[Kaos Review] “Verso le Meraviglie”, il nuovo album degli STAG

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Sono passati ben cinque anni da Atlas of Thoughts, il primo cd di Marco Guazzone e Stag, ora semplicemente STAG. Cinque lunghi anni che hanno visto i ragazzi muoversi in più campi e direzioni. Hanno alternato il cinema al teatro, ai live e soprattutto alla composizione del nuovo album.

E in questo lasso di tempo, gli STAG sono cresciuti e maturati. L’affiatamento che c’è sempre stato tra i quattro si è sublimato ormai in un’unica entità, STAG appunto. Lontani, eppure così ancora vivi i ricordi di quando Marco si sedette al pianoforte diretta da Stefano sul palco dell’Ariston a Sanremo. Da quel Guasto intonato a notte fonda a oggi. Quanta strada!

Verso le Meraviglie, è questo il titolo del nuovo (capo-)lavoro.
Che sia un prodotto che abbia a che fare con il viaggio è chiaro già dalla copertina del cd (splendida opera di Matteo Guazzone), quel veliero in mare che va chissà dove, e dalle mappe al suo interno. Non c’è una meta vera e propria, prefissata, da raggiungere. C’è però tutta la bellezza che solo il momento del cammino stesso, può offrire. È un viaggio emotivo, questo degli STAG che non lascia nulla all’immaginazione.

Non vi illudete di poterlo ascoltare con il semplice udito e certo non solamente una volta.
Verso le meraviglie va ascoltato con il cuore, o se preferite, con l’anima perché è a questa che sembra rivolgersi. Dodici tracce più una ghost. Una più bella dell’altra alcune uscite già come singoli (“To the wonders”, “Down”, “Oh Issa!”), alternando lingua italiana a quella inglese, nel loro perfetto stile.

Il ritmo è accattivante, a volte intimistico, travolgente o melodico. Lasciatevi pure trasportare dalla musica in sé ma fate in modo anche di assaporare la bellezza assoluta, disarmante, dei testi (tutti riportati, quelli in inglese anche tradotti). Pura poesia.

Versi in alcuni casi struggenti, è vero, che fanno posto però, sempre, alla speranza e soprattutto a una forma di riscatto, a una rinascita. Un vero e proprio rito di iniziazione dove attraverso una morte metaforica non può seguire che una nuova vita. Quelle parole non sono buttate a caso, non sono scritte a tavolino per fare rima o riempire una strofa o per strabiliare. Ogni sillaba è scritta con il sangue della vita, dell’esperienza, del vissuto.

Sono parole vere, tanto più che risuonano e splendono in tutta la loro potenza proprio grazie alle emozioni che, inevitabili, suscitano. Ascoltare quei versi vuol dire fare da cassa di risonanza non tanto a quel buio velato che aleggia, quanto alla Luce e al Nuovo che avanza. Gli STAG sembrano riportare in musica spezzoni della propria vita, condividendoli con noi tutti; mettono a disposizione i risultati di una nuova conoscenza acquisita.

Gli STAG giocano con le note e si spingono oltre, sperimentano travalicando i propri confini pur mantenendo la cifra stilistica che li contraddistingue sin dal loro esordio.
Ognuno che li abbia già ascoltati, ho constatato che ha la propria canzone preferita. Io, perdonatemi, non riesco a stilare una classifica, ché le amo tutte.

“Helm”, “Le mie ombre”, “Kairòs”, “Da te”… Davvero non so scegliere. L’ultima traccia, “I’m free”, chiude il cerchio, a mio avviso quella più “sperimentale” tra tutte, nell’accezione più alta e bella che si può dare al termine.. Perfetta in ogni sua parte e nel suo significato ultimo. Ecco, allora, forse questa è la mia canzone.

Perché mi ci rispecchio in pieno. Ma come sempre parlare troppo di un Cd è controproducente, è bene che ognuno ne fruisca come meglio crede. Non posso che lasciare che siate voi allora a godere di questo ultimo lavoro STAG.

Di Marcello Albanesi

MARCO GUAZZONE: voce, seconde voci, pianoforte, tastiere, programming
STEFANO COSTANTINI: tromba e flicorno, seconde voci, tastiere, chitarra acustica
GIOSUE’ MANURI: batteria, percussioni, drum machine
EDOARDO CICCHINELLI: basso, tastiere, programming
Prodotto da STAG
Etichetta Inri / Management: Metatron

Iggy Pop and The Stooges raccontati dal docu-film Gimme Danger

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Jim Jarmusch e Iggy Pop s’erano incontrati per il cinema già nel 1992 col corto premiato a Cannes con la Palma d’Oro Coffee and Cigarettes: Somewhere in California, poi confluito nel lungometraggio dell’anno successivo intitolato semplicemente Coffee and Cigarettes (undici episodi nel complesso, con la partecipazione di Tom Waits e dei White Stripes, per restare in ambito musicale).

Presentato sempre a Cannes quest’anno, arriva nelle sale grazie a Bim Distribuzione e Nexo Digital ma solo per due giorni, il 21 e il 22 febbraio, Gimme Danger, il docu-film del regista di Akron dedicato a Iggy Pop e The Stoogees.

Il titolo è suggerito da un brano della band di An Arbor (Michigan) presente in Raw Power del 1973 che recita così:

Gimme danger, little stranger
And I feel with you at ease
Gimme danger, little stranger
And I’ll feel your disease
There’s nothing in my dreams
Just some ugly memories
Kiss me like the ocean breeze
Now, if you will be my lover
I will shiver and sing
But if you can’t be my master
I will do anything
There’s nothing left alive
But a pair of glassy eyes
Raise my feelings one more time
Yeah!

Tutto suggerisce, anzi urla, che quel che stiamo vedendo sul grande schermo nient’altro è se non una lettera d’amore per quella che Jarmush (e non soltanto lui) considera la più grande band nella storia del rock n’ roll, e se pure non dovesse essere proprio così, di certo si può dire che pochi altri gruppi hanno influenzato tanto la musica negli anni appena dopo la loro ascesa, incanalando il punk rock verso strade che conosciamo e cambiato cinema e moda grazie ai contatti con i Velvet Underground e David Bowie.

iggy pop gimme danger

Interviste, foto d’epoca, cartoni animati e show degli anni dell’adolescenza dei membri della band, tutto per raccontare l’immaginario cui Iggy e soci attinsero ed in cui crebbero. Radici, le stesse che sradicarono e divelsero con rabbia, impeto, incoscienza, strafottenza, talento puro e primitivo. Le stesse radici su cui si issarono (forti?) band vicine musicalmente (Ramones o Sex Pistols, ma anche più distanti come White Stripes, Nirvana e Sonic Youth).

Dall’esordio di Iggy negli Iguanas, al suo viaggio ispiratore a Detroit, fino al debutto all’università del Michigan (Halloween 1967). Gruppi spalla per gli Mc5 e squatter “veri comunisti” ma non militanti. Successi, più artistici che economici a dire il vero, che fanno da fondo a cadute fragorose sotto il peso di droghe d’ogni tipo.

Nichilismo autentico, una forza dirompente che sembra afferrarti con un braccio dallo schermo e scuoterti dalla sedia del cinema in cui sei spalmato e una colonna sonora da sturbo sono alla base di un racconto/saggio che secondo me, non dispiacerebbe neppure a chi degli Stoogees non ha mai sentito parlare. Condito da aneddoti che non vedrai l’ora di raccontare e supportato da una animazione divertente e funzionale, Jarmusch regala una visione che non stanca mai, anzi incuriosisce e diverte.

Dallo scioglimento alla reunion che li vide salire sul palco del Coachella con chitarrista un ingegnere elettronico attivo per un quarto di secolo nell’industria informatica (se non lo sapete già, lo scoprirete andando a vedere Gimme Danger).

Tutto ciò e molto altro vi aspetta se non farete i pigri. Di tentennamenti non c’è possibilità, due giorni sono troppo pochi ma vi assicuro che ne vale la pena.

Alessandro Giglio

Si scrive Le Mura, si legge l’amore

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Le storie di Sat Nam, il disco d’esordio della band romana raccontate da Nick, il loro angelo custode

Le premesse sono d’obbligo, le presentazioni pure, essendo il primo pezzo (nel senso di articolo) che butto giù qui.

Io sono Nick, quello che inspiegabilmente ancora non è stato cacciato da Radio Kaos, nonostante il programma Amore e Psych (ogni martedì dalle 16 alle 17) non sia altro che un susseguirsi di becere gag a sfondo droghereccio, a contornare una selezione di pregevoli brani (quelli sì) che orbitano in un contesto musicale prettamente psichedelico.

Tolto il mio Facebook (volgare e blasfemo) e la mia cerchia di amicizie dei concerti, non sono chissà che personaggio in fondo, quindi non ha senso dire “come tutti sanno”, piuttosto “per quelli che mi conoscono” sono anche “quello che risolve i problemi”, come amo dire io, della band Le Mura.
L’accezione della qualifica di cui sopra è da intendersi nel senso tarantiniano del termine, ma per comodità qualcuno dice anche “manager”.

Tra le altre attività con le quali “adoro perdere tempo” c’è anche quella di scrivere di musica, prima con XTM – Extra Music Magazine, ora con Nerds Attack.
Perdonatemi, io sono uno che i discorsi li prende belli larghi e tutto questo preambolo era per dire che quello che seguirà non sarà la mia autobiografia (grazie al cielo), bensì un articolo che parlerà di Sat Nam, il primo disco de Le Mura.
Questo ci porta al vero tema scottante della situazione, ovvero: io che scrivo su Le Mura non è un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono?

In realtà questa è la seconda volta che scrivo un articolo su di loro, la prima fu la recensione dell’ep Ah!Ah! 3 anni fa, all’epoca conoscevo solo Lolla (Gabriele Proietti, chitarrista. ndr) di vista e non eravamo neanche così amici (ora vado in giro a dire che è mia moglie). Iniziò tutto da lì, da quella recensione, seguita da una serie di svolte in cui li coinvolsi, a partire dall’apertura ai Band of Skulls all’Atlantico di Roma, dove avevo appena iniziato a lavorare come ufficio stampa.
Stavolta però non vorrei scrivere una recensione, ma una cosa più simile ad un racconto intimo ed una raccolta di aneddoti sulla genesi del disco.

Siamo saliti a Milano alla fine di giugno ed il Real Sound Studio è diventato casa nostra, in tutti i sensi, perché non potendoci permettere hotel o roba simile abbiamo dormito insieme lì dentro, chi su divani, chi su materassi gonfiabili. Tutto ciò sarebbe anche ok e molto hippie, se non fosse che a trascorrere la notte con gentaglia tipo Motoreddu (Gabriele Correddu, bassista. ndr) rischi di tutto, dalle malattie veneree allo svegliarti con le sue parti intime poggiate sulla faccia…

Per non parlare di quando si è in compagnia di Brus (Bruno Mirabella, batterista. ndr) con il quale invece potresti non andarci proprio a dormire, finendo immischiato in roba tipo meditazione trascendentale, jam session mattutine, inseguire sogni, ecc.

Alla fine è stato divertente, per chi già conosce Le Mura e per chi invece li sta per scoprire, posso dire che tirando le somme è successo tutto quello che ci si può abitualmente aspettare da loro, con l’aggiunta di un’invasione di insetti e l’apparizione di una nota pop star che ci ha fermato per strada nel cuore della notte per chiederci una cartina, perché suppongo si fosse persa. Perdonate la vaghezza, in compenso ho un consiglio d’oro per tutti: se siete di notte a Lambrate e avete fame, lasciate perdere la pizza al taglio con Just eat, fa schifo.

Visto che dopo la premessa infinita adesso sto per finire sul dispersivo, credo che forse sia meglio dire qualcosa di più specifico, come si conviene: un pezzo alla volta.

le mura

“Tutto mi sta portando a te”

Fu pensata musicalmente come apertura ideale di un concerto, perché molti pensano che certe cose siano automatiche, invece dietro le scelte di ogni band si cela una galassia di pensieri, paranoie, proiezioni, visioni e pippe mentali. La prima canzone, in un disco come in un live, è un biglietto da visita

“Facciamo un pezzo bomba?” – “Sì, ma così ce lo bruciamo subito?” – “Però con uno più d’atmosfera magari non convinci…” e via dicendo. Questa nacque col preciso intento di liberarci da questo fardello. Personalmente una delle cose di cui vado più fiero è l’aver contribuito alla ricerca di uno dei suoni di chitarra, suggerendo a Lolla una combinazione di effetti, quelli della strofa in particolare. Lolla inizialmente non era tanto convinto, ma sia io che Andrea (Imperi, voce e testi. ndr) insistemmo sul fatto che quel suono fosse pazzesco e alla fine lui ci diede retta.

Anche il testo mi affascina molto. In generale è già da un po’ che Andrea ha iniziato a fare un lavoro monumentale sul proprio stile di scrittura. A me piaceva il suo simbolismo criptico dei primi tempi, ci trovavo dentro la mia realtà, riusciva ad essere onirico e tangibile allo stesso tempo. Però il lavoro di una band spesso consiste anche nel sapersi mettere in gioco per confrontarsi con le realtà circostanti e, sebbene non esista un’altra band come Le Mura, la decisione fu quella di avvicinarci a tematiche più quotidiane, usando parole più abbordabili.

In questa canzone però il “traguardo” resta ignoto. E’ come saltare su un treno in corsa per non si sa dove. Per un attimo ti sembra di capire, ma poi la prospettiva cambia e ti spiazza nuovamente, catapultandoti in uno scenario diverso. Mi diverte soprattutto l’idea che si possa dare a quel “te” un’interpretazione diversa: la droga, il Diavolo, l’amante, la morte, la libertà… ognuno di noi ha la sua. Anch’io.

“Tilt”

Una delle mie preferite. Tempo fa eravamo sicuri che sarebbe stata un singolo, così io mi feci venire in mente un’idea per un ipotetico video, roba malata, con l’idea di concentrare tutto il male possibile della società odierna in una sequenza di scene emblematiche ed oltraggiose. Se potrò permettermi gli avvocati magari un giorno lo faremo!

Del resto con un testo così è difficile non viaggiare con la fantasia, è una storia di violenza domestica, anzi, di un vero e proprio femminicidio, che non viene “esaltato” bensì raccontato direttamente dal punto di vista della mente dell’assassino. Un esperimento narrativo intrigante, pieno di frasi ad effetto e tanti spunti di quel cantato-recitato che Andrea sa far rendere alla grande.

Credo che “dimmi che cazzo di gioco è tirare i sassi ad un alveare” sia una delle frasi più fiche che abbia mai sentito in vita mia. La parte strumentale del brano si sposa alla grande con tutta la storia. Lolla vola, Motor che Brus lo incalzano come due treni impazziti. Non c’è pace, mai. La frenesia sonora prende forma e diventa palpabile, tra presagi di follia e visioni danzanti su quel ritmo incessante che da senso e ragion d’essere al delirio.

“La donna giusta”

Avevamo già quasi una ventina di pezzi papabili per un disco che avrebbe dovuto contenerne nove o dieci. Una notte Andrea mandò una nota vocale con questo nuovo provino. Sembrava mandato così, tanto per, una sorta di esperimento “pop”. Decido comunque di inoltrarlo a Gno, che poi sarebbe Mr Maciste Dischi, lui ci chiama e ci dice che siamo pazzi perché è una bomba e pensavamo di tenerla fuori.

Ci fu un enorme lavoro di arrangiamento, perché quando andammo in studio esisteva solo la versione chitarra e voce. A mio parere la vera chicca del brano è il suono del riff che fa sembrare la chitarra di Lolla un synth, partorito in una sessione estesa ad oltranza in un torrida serata di inizio luglio, facendoci dimenticare dello spazio e del tempo, mentre tutto il resto della nazione assisteva alla partita dell’Italia contro la Germania agli Europei.

Morale della favola: chi tifa Lolla non perde mai. Quando ascolto questo pezzo però non posso non pensare anche alla ciliegina sulla torta, quel cameo di Roberto Dell’Era registrato però i primi di ottobre a Roma. Praticamente Roby era in città perché doveva suonare con i Winstons al Rome Psych Fest, così approfittai del pomeriggio per sequestrarlo dopo il soundcheck e portarlo a tutta velocità dagli amici del White Rock Studio per incidere il suo featuring.

“Tapis Roulant”

Probabilmente la canzone con la storia più rocambolesca dietro. Sembrava dovesse essere modificata, scartata, stravolta… e alla fine l’abbiamo scelta come primo singolo ufficiale.

A me inizialmente non convinceva per il testo. Ricordo che ci fu un periodo in cui dissi ad Andrea “no guarda, secondo me musicalmente ci sta, ma il testo boh, non lo so. Ma poi che significa ‘boogie mix’ e ‘boostramigs’? E se poi la gente non capisce? E poi ‘tapis roulant’ non ti sembra cacofonico…?!”. Provai anche a suggerirgli innesti e modifiche con i miei soliti riferimenti stupefacenti, ma fortunatamente Andrea non mi diede retta. Anche l’andazzo funky che c’era nella prima versione non me la faceva proprio amare.

Insomma, praticamente sono sempre stato il nemico numero uno di questo pezzo, mi piaceva davvero solo il riff iniziale e fosse stato per me forse non l’avrei neanche messa nel disco, anche perché tra le tracce rimaste fuori c’era anche una certa “Nick non scherza mica” e un po’ sotto sotto rosicavo. Poi però il lavoro sul brano fatto in studio a Milano grazie ad Ette l’hanno resa una mina pazzesca, a partire da un riarrangiamento molto più vicino a sonorità psych, supportato dalla sporca e rombante sessione ritmica di Motor e Brus.

Tant’è che una sera feci ascoltare il disco al mio amico Ricky (che poi sarebbe The Lira), il quale mi disse che secondo lui “Tapis Roulant” era la più forte di tutte. Ci ragionai ed effettivamente cambiai punto di vista fino a proporla come primo singolo, anche Andrea aveva avuto idee simili ed eravamo d’accordo, quindi alla fine è andata così. Come se non bastasse poi il videoclip che uscirà di qui a poco è un viaggio senza fine. Preparatevi.

“Tu non capisci niente Jack”

Questa invece è la preferita di Gno. La cosa alla quale sono più affezionato di questo brano è che c’è il testo con più spunti tratti da cose dette o successe tra amici e conoscenti di Andrea. Apparentemente è un dialogo con questo fantomatico Jack, ma ovviamente i diretti interessati si godono in maniera particolare tutti i riferimenti a loro legati.

Per quanto mi riguarda c’è una frase frutto di un alterco notturno tra me ed il povero Lolla mentre eravamo in viaggio per l’Islanda. Ci trovavamo a Londra (tappa intermedia) e dormivamo su due materassi gonfiabili a casa di amici. Io ad un certo punto russavo troppo e lui giustamente mi iniziò a muovere, per farmi smettere. Svegliandomi mi rivolsi a lui con tono furente e gli occhi iniettati di sangue dicendogli “aò! calcola che me devi toccà er meno possibile!” per poi rimettermi a dormire nel giro di due secondi. Una frase che non lasciò indifferente il buon Andrea, che ne colse tutto il potenziale e decise di renderla in un certo qual modo immortale insieme a tanti altri spaccati di vita vissuta suoi e di altri amici.

“Las Veglia”

Un altro pezzo longevo, pensato per far ballare ed esorcizzare i demoni della quotidianità, a partire dal primo nemico di ognuno di noi, la sveglia. La cosa più particolare successa lavorando su questo pezzo è sicuramente quella che riguarda il tempo… paradossalmente, visto il soggetto in questione. Il buon Ette (Ettore Gilardoni, il produttore artistico di Sat Nam) ha infatti intuito che per rendere il brano ancora più “danzereccio” sarebbe stato opportuno rallentare il tempo. Noi che invece avevamo sempre avuto una visione più “punk” della questione, ci siamo dovuti ricredere e poi, trascinati dal groove è uscito il sole nello studio e la deriva spiaggesca ha preso il sopravvento.

“Che cazzo mi frega”

Non ricordo quale venne fuori prima tra questa e “Tornerò in Salento a vomitare”, fatto sta che entrambe rappresentano al massimo il lavoro di Andrea sull’aprirsi verso testi più leggeri, ma non per questo senza un significato dietro, anche se in apparenza o meglio solo dal titolo, potrebbe sembrare un pezzo senza troppe pretese di comunicare un messaggio.

L’idea era che questo pezzo potesse diventare una specie di inno, ma non al menefreghismo fine a se stesso, bensì una risposta di ribellione universale a tutto quello che di effimero prova ad invaderci il cervello ogni giorno, dalla tv ai social, fino ai giochetti della ragazza di turno in cerca di attenzioni.

C’è anche un riferimento allo yoga, con il motto “Sat Nam” che poi avrebbe dato il titolo al disco dopo una serie di ballottaggi e proposte che preferirei non menzionare. Inoltre nascosto in questo pezzo ci sono dentro anche io che emetto un verso apparentemente senza senso, ma che in realtà noi sappiamo benissimo a cosa si riferisce, anzi, a chi. È un omaggio affettuoso ad un personaggio che conosciamo, un amante della musica come se ne vedono pochi in giro, ma svelarlo e dichiararlo apertamente rovinerebbe la magia, quindi chi lo indovina è bravo.

“Adesso sei pronta”

Il pezzo più vecchio di tutti, perché questa canzone faceva parte anche del primissimo ep de Le Mura, ’Tutto è oltre’, quello autoprodotte. Personalmente mi piace l’idea che leghi il vecchio al nuovo, chiuda un cerchio, eccetera. Su YouTube c’è ancora la vecchia versione ed è interessante sentire come il sound sia cambiato da allora.

I ragazzi facevano tutto un altro genere e questa per esempio suonava molto Depeche Mode. Io neanche li conoscevo. Prima si chiamava solo “A.S.P.” ed è stata totalmente stravolta, velocizzata e resa sferragliante dal riff di Lolla.

“Tornerò in Salento a vomitare”

Sulla scia di “Che cazzo mi frega”, anche questa canzone è caratterizzata da una precisa idea di fondo, quella di far ballare e che fosse in qualche modo evocativa, per la voglia di divertirsi, legandola a tutta una serie di dinamiche tipicamente estive, dalla festa sulla spiaggia alle ragazze, gente che rimorchia, gente che parla, ma soprattutto che beve.

Una storia tutt’altro che surreale, che potrebbe raccontare chiunque, se solo se la ricordasse. Quello che non tutti sanno è che per decidere la parola “sbronza” c’è stato una specie di conclave, non se ne veniva più fuori, per un periodo Andrea provava a dire “bomba”, poi io ai live gli cantavo “stronza” ed altri amici altre cose ancora… lascio alla vostra immaginazione.

“Bestemmierò”

Ecco, questo è il capolavoro del disco, conservo ancora il primo provino che mi mandò Andrea una notte tramite nota vocale di whatsapp. Era appena abbozzata, suonata con la chitarra scordata, ma era già da brividi secondo me, io l’avrei messa sul disco pure in quella versione. Fu amore al primo ascolto.

È facile notare questo pezzo all’interno della produzione de Le Mura, perché è l’unico lento, ma in realtà c’è molto di più a conferirgli la sua aura di unicità. Scherzando una volta la definii “la ballata dei cazzi duri dal cuore tenero”, la verità è che raramente ho sentito pezzi così intensi, ma semplici al tempo stesso.

C’è la malinconia che convive con una prospettiva di luce, la rassegnazione che va a braccetto con la speranza, la consapevolezza che diventa forza in un momento di dolore e riflessione. Tra i provini c’erano due versioni, una con la chitarra acustica più ritmata e un’altra decisamente più spaziale e psichedelica. Io preferivo ovviamente quella più psych, ma sapevo anche che quella con l’acustica sarebbe stata più orecchiabile, così alla fine le abbiamo unite, impreziosendo il tutto con due collaborazioni fantastiche di due cari amici, Lino Gitto dei Winstons al piano e Daniele Di Iorio al sax.

Già la prima volta che i ragazzi suonarono “Bestemmierò” (all’Asilo Occupato di L’Aquila) Daniele salì sul palco e ci improvvisò sopra, un esperimento che conquistò tutti, così abbiamo voluto ricreare anche quell’atmosfera magica anche nella versione in studio ed il disco non si poteva chiudere meglio.

Ok, di dischi ne escono a migliaia ogni giorno, me ne rendo conto, per molti la musica è un sottofondo, per altri invece scandisce il ritmo della vita meglio del battito del proprio stesso cuore.
La musica è fatta di tante cose che si mischiano con altre ancora, ispirazione, sogni, speranze che fanno i conti con il mercato, l’hype, l’ansia, ecc.
Ci sono storie di vite, coincidenze, intrecci, impicci, che si uniscono in un unico flusso e alla fine portano alla nascita di un disco.
Questo è il nostro primogenito e sono orgoglioso di avervelo raccontato. Buon ascolto.

Link Spotify: //spoti.fi/2lUZ7ZD

Nick Matteucci

Sleepless – Il Giustiziere visto in anteprima da White Canotta

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Distribuito da Notorious Pictures, dal 2 febbraio al cinema arriva Sleepless – Il Giustiziere col premio Oscar Jamie Foxx. Alessandro Giglio, uno dei due speaker del programma White Canotta, l’ha visto in anteprima e ci racconta cosa ne pensa

Sono passati appena quattro anni dall’uscita del thriller francese Nuit Blanche. Quando lo videro i produttori del film di cui vi parlo oggi, pensarono immediatamente di farne un adattamento per il pubblico americano. Confesso di non aver visto l’originale, ma il suo “clone” non m’ha convinto per niente.

Tutta la vicenda si dispiega in 12 ore per spingere l’acceleratore sull’adrenalina. Ne vien fuori qualcosa di più vicino al videogioco che al cinema. Tendenza, questa, sempre più diffusa. Ritmi vertiginosi, inseguimenti, sparatorie a gogò, violenza cruda quanto basta e un po’ di amore paterno buttato lì a conquistare gli spettatori più dolci. L’importante è stare alla console, pardon, davanti allo schermo senza farsi troppe domande e lasciarsi travolgere dal fiume in piena di Sleepless.

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Jamie Foxx è il tenente Vincent Downs della polizia di Las Vegas. Poliziotto corrotto o infiltrato degli affari interni? Per un’oretta il film gioca su questo interrogativo e funziona pure. Una cospicua partita di cocaina viene intercettata/rubata da Vincent insieme al suo collega che aveva avuto una soffiata. Il problema è che durante lo scontro a fuoco Vincent perde la maschera e gli scagnozzi del losco titolare di un casinò extra lusso che aspettava la coca da girare al boss Rob Novak (l’allucinato Scott McNairy), lo riconoscono.

Il rapimento del figlio sedicenne per riottenere la droga dal tenente Downs innescherà un meccanismo incendiario. Potrebbe filare tutto più agevolmente di quanto accadrà. Sulle tracce di Downs c’è infatti anche una investigatrice degli affari interni (Michelle Monaghan) col suo collega (David Harbour).

Ok, Jamie Foxx è un tenente strafico e cazzuto (è stato Django mica un hobbit!), quindi malgrado perda sangue dalla mezz’ora del primo tempo per una pugnalata assassina al torace e continui a picchiare come un fabbro ferraio tutti quelli che gli si parano davanti, puoi pure accettarlo, ma quando nel plot entra dentro il figlio sedicenne e si comporta come un novello Axel Foley non ce la fai più! Scontri e scazzottate in un casinò/hotel di Las Vegas in cui le telecamere sembrano non essere ancora state inventate sono al limite del paradossale.

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Un plotone di polizia che entra nel casinò in cerca di malavitosi armati fino ai denti e nessuno che si preoccupi di chiudere ogni accesso è un insulto all’intelligenza dello spettatore. Poi che fai? Non ce la fai entrare nell’ingranaggio la mamma preoccupata? Certo, e chi se ne frega di come! Un altro frame da antologia al contrario è quello che vede protagonista l’investigatrice degli affari interni in auto. Un consiglio, non giocateci mai a poker: non è proprio la reginetta del bluff…

Tra i punti a favore del film la durata finalmente umana. Se di svago parliamo, sarebbe buona creanza non andare mai oltre l’ora e mezza e Sleepless sta ai patti. Un problema invece è il finale che sembra annunciare un sequel d’obbligo e magari pure un prequel. Altro che insonnia… sento che avrò molto sonno quel giorno.

Alessandro Giglio

Creatura: l’infernale mostro sonoro degli OvO

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Parlare di Creatura degli OvO nel 2017 mi risulta meno ostico di lavori universalmente riconosciuti come meno spigolosi a livello di sonorità: sarà una questione di empatia.

Questo disco lo immagino un po’ come una colonna sonora per un ipotetico film intotalato “Il cielo sopra Dalverme” (locale off pignetino, nel quale la “cretura” OvO è di casa) dove Nick Cave and The Bad Seeds vengono sostiuiti dal duo “heavy” romagnolo: paragone che non riguarda la forma musicale ma come vengono veicolate suggestioni e umori analoghi legati al decadimento circostante e allo snaturamento delle masse autoctone.

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Se nella Berlino di Wenders gli angeli del cielo erano protagonisti e testimoni di una grigia e nichilista città di inizio ’80, qui, in una desolante e annullata società romana post tutto, queste creatura sotterranea sembra essere a suo agio nel testimoniare musicalmente tanta angoscia e solitudine (spirituale) di chi ancora resiste a un’omologazione sterile.

Tecnicamente Creatura ci propone alcuni elementi consolidati nei precedenti lavori (growl, feedback acufenici, strumenti a corde deraglianti e un drumming potente ma secco), inserendone ampiamente altri, grazie anche alle collaborazioni di Rico dei Uochi Toki e Morkobot, come beat ed altri elementi elettronici che si sposano alla perfezione con il loro rito metal/industrial (e molto altro).

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Come una creatura infernale si passa dallo scream di “Satanam” al noise oscuro di “March Of The Freaks”. In mezzo tante belle, ma cupe, cosucce: l’elettronica, ritagliata a misura per il mood degli OvO, di “Buco Nero” e “Buco Bianco”, la vena trip-hop (d’acciaio) di “Matriarcale”.

Approcciarsi a questo nuovo mostruoso figlio di Bruno Dorella (principalmente batteria) e Stefania Pedretti (principalemente chitarra e urla), richiede un certo coefficiente di empatia per le loro sonorità. Immaginatelo come un un disco perfetto da far urlare nelle profondità della cantina del già citato Dalverme, sotto il mondo che scorre in superficie. Sicuramente non è suono da spritz o da brunch, è la colonna sonora di un mondo cupo che genera creature schive alla luce artificiale dei nostri giorni.

Marco Loretucci

[Kaos Review] Head Carrier: il ritorno dei Pixies

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Visto il ritorno della storica band americana, abbiamo chiesto al nostro Giuliano Leone di Radio Sua Maestà un parere a riguardo…

La carriera dei folletti ha avuto il suo apice tra il 1987 e il 1991 quando inanellarono una serie di cinque riuscitissimi album (ci metto anche Trompe Le Monde: a molti fece storcere il naso, chi vi scrive lo adora). Nel 1991 la fine del gruppo. Frank e Kim litigavano in continuazione, troppe divergenze, troppa droga, troppe distanze a livello compositivo. Fine di un gruppo che ha più di tutti influenzato tutto il noisey rock degli anni 90 (Nirvana, Sonic Youth, Pavement compresi…).

Nel 2004 però, con gran sorpresa di tutti, i Pixies decidono di tornare insieme. Solo dal vivo, nessuna uscita discografica a parte un prescindibile brano fantasma (“Bam Thwok”, circolante solo in rete). Tanto basta ai fan. Concerti all’inizio memorabili poi via via fin troppo simili tra loro. Sei anni di greatest hits dal vivo (chi scrive li ha visti a Ferrara, concerto della vita ma già con tutti i dettami della corda tirata troppo a lungo). Altri litigi, nuove discrepanze. Frank e Kim si danno il benservito.

Ci si aspettava il definitivo calo del sipario e invece Black, Lovering e Santiago corrono ai ripari. Ingaggiano un’altra Kim al basso, le fanno fare un tour ma poi via anche lei, arriva Paz Lenchantin (già negli A Perfect Circle e Zwan), incidono un po’ di brani nuovi di zecca, li fanno usciro solo su EP’s e alla fine li raccolgono in un’unica inaspettata uscita discografica, quell’Indie Cindy più frettoloso che necessario. Segue un tour bellissimo e spiazzante, basta greatest hits, in scaletta trovano posto tantissimi brani inediti e b-sides mai eseguite prima (il sottoscritto li ha visti a Ginevra con somma goduria).

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Due anni dopo rieccoli, questa volta davvero senza che nessuno lo avesse chiesto. A dispetto del precedente però questo nuovo Head Carrier appare più compatto e coeso e con una identità più marcata. Molti i brani addirittura sorprendenti anche se i fasti sembrano ormai un ricordo. L’ispirazione c’è ma non sempre basta. I Pixies ci avevano abituati a ben altro ma tutto sommato nel 2016 ci si può accontetare. Ovviamente il furore degli esordi, la voce isterica di Black e la sezione ritmica nervosa e sincopata non sono al loro zenith ma i pezzi ci sono. Se sul disco non ci fosse il loro blasone ma un nome qualsiasi di un gruppo emergente dell’indie rock si griderebbe al miracolo.

Tra i pezzi meritevoli di attenzione, oltre alla title track, “Classic Masher”, “Tenement Song”, “Uhm Chagga Lagga”, e, ladies and gentleman, addirittura la “Where is My Mind” degli anni ’10, ossia “All I Think About Now”. In definitiva diciamo che pochissimi fan dotati di raziocinio si sarebbero aspettati un secondo clamoroso ritorno per quanto riguarda l’uscita discografica di materiale inedito. Bentornati Pixies, allora.

THE YOUNG POPE. Un capolavoro da non perdere.

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Recensione di MARCELLO ALBANESI

Oramai tutta la Stampa cartacea e online ha scritto per lo meno due righe sulla nuova serie in onda su SKY dalla settimana scorsa. Sto parlano di THE YOUNG POPE firmato Paolo Sorrentino. Un regista che sta collezionando, da anni, premi di ogni tipo in ogni dove, non solo l’Oscar. Ha pure suscitato interesse da parte di Crozza che gli dedica una straordinaria imitazione (“…divertente sì, ma il napoletano non lo sa parlare, ma è vero che sono lento, talmente lento che sembre un ritardato mentale” dice il regista a proposito). Paolo Sorrentino o lo ami o detesti. O ami il suo cinema o ne hai orrore. Da parte di tanta Critica, mutuando il pensiero francese, la sua colpa maggiore è quella di creare film estetici privi di contenuti e privi di sceneggiatura. A voler essere maliziosi, direi che nel nostro Paese fa sempre un po’ radical chic osservare un comportamento di questo genere, ovvero schifare un regista e i suoi prodotti, parlarne male e attaccarlo dopo averlo osannato (vedi i tempi de “Il Divo”). E’ una scelta, questa, che io non condivido. A me, premetto e confesso, i film di Sorrentino piacciono e anche molto.
Così quando ho assistito alla proiezione in anteprima stampa delle prime due puntate di THE YOUNG POPE non mi sono sorpreso di vedere, come si usa dire in gergo “tanta roba”. Perchè di tanta roba, in effetti si tratta a cominciare da una cast da pelle d’oca.
Ma di sicuro, molti di voi non avranno perso l’appuntamento su Sky quindi sapete di cosa parlo. Avrete di certo letto articoli in rete o altrove. Dunque potete farvi un’idea precisa di quanto sto per scrivere.
Questa è una serie che va vista e seguita a ogni costo. Se non altro per la bravura esagerata degli interpreti a iniziare dal protagonista, Jude Law che impersona Lenny Belardo, il primo papa (italo)americano della storia e il più giovane di sempre (ha 47 anni). Non è casuale il nome che sceglie Pio XIII. Un segnale forte per sottolineare la sua predisposizione alla tradizione, pre-conciliare. Ma mai dare niente di scontato.
E’ un papa umano, con un vissuto da orfano, con tutte le debolezze e i dubbi di un qualsiasi uomo. Ma è anche estremamente determinato, con dei tratti di crudeltà non indifferenti che -come ogni personaggio oscuro- non può che affascinare il pubblico. La bellezza e il talento dell’attore inglese sono incommensurabili. Come del resto Suor Mary, una eccezionale Diane Keaton. Ma tra i due attori hollywoodiani c’è un’altra stella. Per me è stata una rivelazione: Silvio Orlando -Cardinal Voiello- che recita in lingua inglese e tiene testa senza colpo ferire a Jude Law.
La storia, non posso fare spoiler di alcun tipo perché è tutto talmente blindato che nulla è riuscito a trapelare, lo scopriremo in queste dieci puntate che ci aspettano.
Intanto possiamo godere di un film creato appositamente per il piccolo schermo ma come se fosse destinato al grande schermo. Un prodotto costato milioni di euro e che visto che è già stato venduto in ben 110 paesi (a oggi), e che si prevede accumulerà nel tempo una marea di premi. Tutti meritati.
Dunque: bravura degli attori regia perfetta (e mai masturbatoria), una sceneggiatura da oscar, una fotografia da pelle d’oca tanto è strabiliante. Già solo per questo vale la pena seguire THE YOUNG POPE. Non è solo un esercizio di stile, è un vero e proprio capolavoro. A dimostrazione che quando si hanno le idee e i soldi, certe produzioni sono ben più che possibili.
Le location interne del Vaticano sono state ricreate in modo maniacale presso gli Studi di Cinecittà; i giardini sono per lo più angoli dell’Orto Botanico di Roma. I costumi ricreati ad arte. Sto parlando, davvero, di grande Cinema.
E come se non bastasse, è un prodotto che riesce a emozionare da subito.
La curiosità è altissima e le aspettative altrettanto. Una cosa è certa. Vedere gli sguardi di Papa Pio XIII, gelidi e penetranti; ascoltare una battuta del Cardinal Voiello sono esperienze insostituibili per gli amanti del Cinema a cui non ci si può sottrarre.
Unico consiglio, per poter davvero apprezzare al meglio il tutto vedetelo in lingua originale con i sottotitoli magari. Credete, ne vale la pena.

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THE YOUNG POPE

cast artistico
Lenny Belardo/Pio XIII, JUDE LAW
Suor May, DIANE KEATON
Cardinal Voiello, Segretario di Stato, SILVIO ORLANDO
Cardianl Dussolier, SAM SHEPHERD
Sofia, responsabile marketing del Vaticano, CÉCILE DE FRANCE
Il Cardinal Gutierrez, Cerimoniere del Vaticano, JAVIER CÁMARA
Esther, LUDIVINE SAGNIER
Il Cardinal Michael Spencer, JAMES CROMWELL

cast tecnico
creato e diretto da PAOLO SORRENTINO
sceneggiatura di PAOLO SORRENTINO
con UMBERTO CONTARELLO, TONY GRISONI, STEFANO RULLI.
fotografia, LUCA BIGAZZI
scenografia, LUDOVICA FERRARIO
costumi, CARLO POGGIOLI, LUCA CANFORA
prodotto da: WILDSIDE
con HAUT ET COURT TV, MEDIAPRO, SKY, HBO, CANAL+

Temperance: “The Earth Embraces Us All”

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Terzo album per gli italianissimi Temperance intitolato “The Earth Embraces Us All” in uscita il 16 Settembre per Scarlet Records. Durante l’intervista con Heavy Time, la cantante Chiara Tricarico ci aveva dato dei piccoli indizi sulla qualità e sui temi di questo nuovo lavoro ed infatti le sue parole si sono rivelate veritiere. “The Earth Embraces Us All” è un lavoro estremamente completo e ben fatto, non ci si aspetta quasi mai un album di questa caratura da una band nata solo 3 anni fa. La scena Symphonic Metal ha dalla sua parte un altro gruppo capace di esprimersi al meglio senza risultare banale, senza sfociare nei cliché del genere. L’energica voce del chitarrista, Marco Pastorino, si contrappone alla leggera, ma potente voce di Chiara creando un connubio perfetto. Nei brani si sperimenta davvero di tutto, passando da riff di chitarra decisamente veloci e carichi a degli intermezzi silenziosi a sperimentazioni dove il pianoforte, violino, sassofono e synth la fanno da padrone, soprattutto nel lunghi brani “A Thousand Places”, “Advice From a Caterpillar” e “The Restless Ride”. La qualità dei suoni presenti in questo lavoro è davvero alta e anche da questo si nota che i Temperance non scherzano di certo ed ormai si stanno facendo strada come una delle migliori band presenti attualmente sul suolo italiano e non solo. Oltre ai brani più carichi non manca la ballad, “Change the Rhyme” ed un brano totalmente in italiano intitolato “Maschere” che potremmo definire come il singolo di “The Earth Embraces Us All”. “Unspoken Words” è il brano più carico di ambientazioni folk italiane, presenti nel main riff ad inizio brano che poi si ripete dopo i ritornelli e special. Aspettiamo un ritorno dei Temperance qui a Roma dopo il successo del Rock in Roma con Apocalyptica, Epica e Nightwish, per una release dell’album; “The Earth Embraces Us All” è un lavoro che di certo vi lascerà senza parole.

Chiara – Vocals
Marco – Lead Guitar & Vocals
Luca – Bass
Giulio – Drums & Keys

1. A Thousand Places
2. At The Edge Of Space
3. Unspoken Words
4. Empty Lines
5. Maschere
6. Haze
7. Fragments Of Life
8. Revolution
9. Advice From a Caterpillar
10. Change The Rhyme
11. The Restless Ride
Mix e master a cura di Simone Mularoni dei DGM presso i Domination Studio
Cover artwork by Gustavo Sazes (Kamelot, Arch Enemy, Morbid Angel)

Giuseppe Negri
Consigliato: Si
Voto: 5/5

[Kaos Live Report] AINÉ live @ MONK CLUB – 24/05/2016

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“Dopo la pioggia, col sole tornerai…”. È così che vale la pena iniziare questo articolo su quello che probabilmente è il talento vocale più puro e cristallino della scena italiana soul e neo-soul. Le parole di Ainé nel ritornello del singolo “Dopo la pioggia” scritto e cantato insieme ad un ispirato Sergio Cammariere, fanno pensare proprio ad un simbolico ritorno del sereno nella musica italiana dopo anni di appiattimento nelle produzioni musicali, sia sul versante pop (vittima dello strapotere dei talent show) sia per quanto concerne il panorama indipendente (dove troppo spesso brani anche potenzialmente interessanti non sono supportati da arrangiamenti degni di questo nome o dalla padronanza tecnica e vocale nei live).
“Generation One”, l’atteso primo album di Arnaldo Santoro a.k.a Ainé, è uscito proprio il 24 maggio, in concomitanza con la presentazione ufficiale del progetto al Monk Club di Roma.
Si tratta di un lavoro venuto alla luce dopo vari mesi di gestazione, curato fino all’ultimo dettaglio e prodotto dalla neonata etichetta “Totally Imported” di Francesco Tenti. Il risultato è un eccellente disco di 12 tracce (più la bonus track “Mommy”), impreziosite da featuring con artisti italiani (Ghemon, Sergio Cammariere, Davide Shorty, Gemello) e stranieri (Alissia Benveniste, Kyle Miles) e che ha ricevuto persino l’approvazione del rapper americano Common (protagonista di una jam con Ainé qualche mese fa sul palco del Cohouse).
Una miscela delicata e al tempo stesso esplosiva di neo-soul, hip-hop, pop e soft rock, registrata e mixata nei prestigiosi studi del Forum Music Village dall’ottimo Davide Palmiotto e sotto la direzione e produzione musicale di Pasquale Strizzi, pianista e arrangiatore barese diplomato al Berklee College of Music di Boston.
Abbiamo deciso di raccontarvi “Generation One” direttamente nella sua versione live ascoltata durante il release party al Monk.
Nonostante si tratti di un martedì, il pubblico romano risponde puntuale popolando la sala principale del Monk fin dai suggestivi brani intro “Spirit” e “Madness” che fanno da ponte alla sontuosa apertura con “Dimmi se puoi”, piccola gemma in pieno stile Nu-Soul/R&B, che incanta subito i presenti.
In questo modo Ainé e la sua giovanissima band rompono immediatamente il ghiaccio e conquistano il palco come fossero veterani.
Si continua con “Niente”, riuscitissimo incontro fra groove e melodie pop, per poi passare all’esecuzione di ben cinque brani in lingua inglese (dove forse il vocalist romano da il meglio di sé).

ainé

Di grande impatto la vena profondamente black di “Leave me alone”, il tessuto pregiato e ricco di incastri di “Brighter than gold” e le ballate pop/rock “Be my one” e “Promises”(la prima vicina alle atmosfere di una romantica colonna sonora cinematografica e la seconda che sembra addirittura ricordare la vena acustico/sperimentale di certi brani dei Porcupine Tree), impreziosite dalla chitarra di Alessandro Donadei che interpreta il suo ruolo alla perfezione.
Ainé non può lasciare indifferente, domina il palco da vera star e, benché visibilmente emozionato, non sbaglia nulla. Mai una nota fuori posto, mai una piccola imperfezione, per quello che potremmo definire un controllo vocale e una dote personale valorizzati negli anni anche attraverso lo studio e il confronto quotidiano con realtà internazionali.
Impossibile non menzionare la straordinaria attitudine e il talento dei musicisti che lo accompagnano: Seby Burgio (all’attivo collaborazioni con artisti come Fabrizio Bosso, Francesco Cafiso e Mario Venuti) dipinge sofisticati tappeti al piano e al rhodes che rimandano al percorso di Robert Glasper con il progetto Experiment, alla batteria Dario Panza conquista tutti con una ritmica robusta, personalissima e al tempo stesso raffinata, così come il bassista Emanuele Triglia che non fa mai rimpiangere i colleghi americani che hanno interpretato i brani sul disco.
Sul palco, per un brano, anche l’eccellente trombettista Daniele Raimondi, uno dei giovani talenti più seguiti nel panorama jazz della penisola.
Giunge il momento dei singoli, dove il presente di Ainé abbraccia il suo passato.
“Dopo la pioggia”, il cui originalissimo video diretto dal regista Raoul Paulet ha da poco superato le undicimila visualizzazioni su youtube, va dritto al segno e resta subito nella testa dei numerosi fan presenti; “Cosa c’è” (single track uscita nel 2014) chiude il cerchio e rende magica l’atmosfera coinvolgendo il pubblico che canta a memoria il primo ritornello.
C’è tempo per l’inedito “Dancing for joy” e per una chiusura da pelle d’oca:
il concerto termina con “Nascosto nel buio”, struggente brano dedicato ad un amico scomparso, a metà strada fra il sound di Prince e le delicate melodie del primo Damien Rice.
Con Ainé si sogna ad occhi aperti, il cantante/polistrumentista ci lascia sbalorditi e con un pizzico di amaro in bocca, alla fine di un live magnifico anche se piuttosto breve (circa 50 minuti di show).
Il futuro è alle porte e l’uscita di “Generation One” può davvero rappresentare un cambio di marcia per quanto riguarda la congiunzione fra panorama underground e musica pop in Italia.
Il duro lavoro, la passione e le idee saranno ripagati, su questo non dovrebbe esserci dubbio.
Ad Maiora, Ainé!

Ant De Oto

Il video del singolo “Dopo La Pioggia” feat. Sergio Cammariere:

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Katatonia – “The Fall Of Hearts”

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I Katatonia sono tornati con il loro decimo album “The Fall of Hearts” in uscita il 20 Maggio per Peaceville Records.
“The Fall of Hearts” è un viaggio coinvolgente e spesso disarmante attraverso i più cupi inverni metafisici, ma le vostre guide attraverso la nebbia hanno fiducia a sufficienza nei loro cuori per assicurare che l’esperienza è al tempo stesso estremamente arricchente e completamente diversa da quello che il mondo ha da offrire. L’inevitabile scomparsa dell’umanità è ormai incombente, ma i Katatonia continuano a scrivere grazie a gocce vitali di speranza dalle fondamenta della nostra caduta collettiva.
L’album si apre con “Takeover” che ben delinea il sound che avrà tutto il CD, con riff di chitarra estremamente potenti sorretti da un tappeto armonico creato dalla sempre eccellente voce di Jonas Renkse. Seguono le due power ballad “Serein” e il primo singolo rilasciato ”Old Heart Falls” che ammorbidiscono l’ascolto portando alla luce temi importanti per la sopravvivenza dell’umanità. La quarta traccia “Decima” è un prolungamento della precedente, cominciando sul fondo finale per poi ripartire con un tema che all’ascolto sembra essere un evoluzione di quello presente in “Old Heart Falls”, brano per lo più acustico con intermezzi elettrici che ricalcano delle sfumature sulla linea vocale. “Sanction” risulta essere uno dei pezzi più oscuri, soprattutto grazie alle melodie e alla potenza delle chitarre, il tutto sorretto da dei cori che rendono il tutto più funesto. “Residual” sviluppa un sound molto 70’s con scelte ritmiche, melodiche e sonore che richiamano al progressive rock di quegli anni, espediente che sia loro che Opeth utilizzano da vari album, per salire di dinamica e tornare sul versante Progressive Metal nel bridge centrale; verso caratteristico è “And I’m ready to go if you’re already there”, fulcro di questa partenza verso un luogo dove forse la speranza vi è ancora. “Serac” continua il tema del viaggio e dell’attesa con un inizio decisamente potente che poi sfocia in un tema di chitarra accompagnato da tastiere e da arpeggi di chitarra, il tutto per poi sfociare in uno dei primi assoli presenti in questo album. “Last Song Before The Fade” affronta il tema della trascendalità che poi viene continuato e ripreso in “Shifts”, brano che termina ciò che è cominciato nel precedente per terminare poi con un fade che porta a conclusione il tema. “The Night Subscriber” affronta il tema spirituale e tutte le preoccupazioni legate alla propria anima riflettendo su ciò che può influenzare essa stessa; a livello musicale il brano è un mix di break puramente Metal con intermezzi ambient e molto melodici, caratteristica dei Katatonia. “Pale Flag” sembra far riflettere sulla situazione in cui versa il mondo, il tutto osservato dalla propria tomba il tutto enfatizzato dalle armonie di un brano per la maggior parte acustico. “Passer” è l’ultima traccia e comincia con un assolo di chitarra trascinando il brano sul versante metal che rende il brano simile ad un ultimo appunto sul proprio testamento contemplando ciò che ora è il mondo e come sarebbe potuto essere.
Questo album risulta essere la pietra portante della loro carriera già costellata da grandi successi, “Old Heart Falls” sarà certamente uno dei migliori album del 2016 oltre ad essere già uno dei migliori lavori della carriera dei Katatonia.

Giuseppe Negri
Consigliato: Si
Voto: 5/5

“The Fall Of Hearts” tracklist:
Takeover [07:09]
Serein [04:46]
Old Heart Falls [04:22]
Decima [04:46]
Sanction [05:07]
Residual [06:54]
Serac [07:25]
Last Song Before The Fade [05:01]
Shifts [04:54]
The Night Subscriber [06:10]
Pale Flag [04:23]
Passer [06:25)

Jonas Renkse – Vocals
Anders Nyström – Guitar
Roger Öjersson – Guitar
Niklas Sandin – Bass
Daniel Moilanen – Drums

[Kaos Live Report] Robert Glasper Experiment live @ MONK CLUB – 21/04/2016

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Robert Glasper è, senza dubbio, tra i jazzisti più influenti nel panorama mondiale contemporaneo. La grande attesa per questa “prima romana” con il progetto “Experiment” (all’attivo i due splendidi album “Black Radio” e “Black Radio 2” impreziositi da illustri collaborazioni) era per questo inevitabile.
La sala risulta subito piuttosto affollata e seguire con attenzione il concerto è stata in effetti una piccola impresa. Alle 22:30 in punto, Glasper si presenta sul palco assieme alla fantastica band che lo accompagna: Casey Benjamin al sax, keytar e vocoder, Mark Colemburg alla batteria e il bassista Burniss Travis II.
Poche chiacchiere e subito tanta buona musica, in un ipotizzabile viaggio fra jazz, hip hop e neo soul, dove gli omaggi ad alcuni grandi artisti come Nirvana, J Dilla e Common, già presenti nel citato doppio album “Black Radio” prendono vita e ipnotizzano il pubblico senza distinzione di età e di preferenze musicali.

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Il livello è altissimo, il pianista di Houston regala tappeti vellutati che si insinuano con grande classe fra le trame che disegnano basso e batteria, lasciando spesso spazio alle melodie sapientemente disegnate al sax, al vocoder e al keytar da Casey Benjamin (una specie di Mr. T di A-Team più sorridente e scanzonato).
Il concerto è un fiume in piena di improvvisazione, i brani sono molto più lunghi e complessi rispetto alle versioni originali; la carica “live”, scandita dall’eccellente Mark Colenburg, risulta subito evidente rispetto al disco, anche se, ad onor del vero, non possiamo negare di aver più volte sentito la mancanza delle voci ospiti (Erykah Badu, Mos Def, Bilal, ecc.).
Ecco, forse l’unica vera pecca del concerto è stata la mancanza di una vera e propria voce solista e l’eccessivo utilizzo del vocoder che, alla lunga, poteva risultare stucchevole.
Il concerto va avanti per circa due ore, in un susseguirsi di eccellenti soli (su tutti quello di Burniss Travis II al basso), citazioni di pietre miliari del rock e dell’hiphop (“Smells like thin spirit “ e “Fall in love”) e applausi scroscianti del pubblico.
Le attese sono state rispettate, protagonisti della serata certamente la grande qualità tecnica di tutti i musicisti e la capacità di Glasper di fungere da straordinario collante fra passato e futuro, in una dimensione dove il jazz trova spazio per azzeccate incursioni nel neo soul, nell’elettronica e nel rock.

Ant De Oto

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Haken: “Affinity”

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La progressive metal band inglese Haken sta per tornare con un nuovo album che segue la scia dell’EP “Restoration”, uscito due anni fa con il nuovo membro Conner Green al basso. “Affinity” è stato sapientemente lanciato tramite un sito web in versione 8-bit, il tutto interattivo, dandoti la possibilità di interagire e scoprire e tracce del brano e piccole snippet inserendo la password “Verbatim”. Il disco uscirà il 29 Aprile per la Inside Out Music ed ha già due singoli all’attivo con video ufficiale, “Initiate” e “The Endless Knot”, che hanno riscosso successo tra i fan del progressive metal.
Gli stessi membri della band hanno affermato durante questi mesi un ritorno al passato, portando quelle sonorità old school prog nella modernità: beh, in questo album si possono trovare molti riferimenti a band storiche come Rush, Camel, Phil Collins e Genesis, Dream Theater (del periodo “Awake”) ed altri colossi del prog. In brani come “Initiate” e “1985” ci sono chiari riferimenti al passato sia dal punto di vista melodico sia dal tipo di suoni utilizzati, soprattutto dal tastierista Diego Tejeda, senza mai disdegnare intermezzi più “Djent” con dei break ritmici complessi e strutturati. Il brano “Lapse”, quarta traccia dell’album, inizia con un arpeggio e strofa decisamente anni 80, con un ritornello aperto e molto melodico per poi evolversi in una sezione prog-funk nella seconda strofa e negli assoli di tastiera e chitarra. La traccia “The Architect” è il classico brano Haken, quindici minuti di puro progressive metal con poliritmie, blast beat, synth e tempi dispari con l’aggiunta di voci in growl a metà del brano. Decisamente la traccia dal lato più oscuro di tutto l’album con un break fortemente influenzato da armonie e ripetizioni del tema di chitarra alla King Crimson, insomma, una gioia per le orecchie. Nel brano “Earthrise” è forte l’influenza di Phil Collins nelle strofe del brano che poi culminano in un ritornello che cattura l’attenzione dell’ascoltatore grazie alle sue melodie molto anni 80′. La traccia conclusiva “Bound by Gravity” risulta essere una power ballad carica di armonie alla “Visions” con parti acustiche ed un finale con obbligati per nulla banali e carichi di melodia.
Gli Haken ormai sono diventati sempre più il volto del progressive metal moderno e con questo album stanno incastonando man mano i diamanti nel loro anello con album sempre nuovi e performanti. Un album che vi lascerà un senso di soddisfazione massima al termine dell’ascolto tanto che non riuscirete a smettere di ascoltarlo una volta terminato. “Affinity” vi conquisterà e per darvi un assaggio, vi lasciamo con il video del loro primo singolo “Initiate”.

Voto: 5/5
Consigliato: Sì

Giuseppe Negri

Tremonti: “Dust”

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Mark Tremonti sta per tornare con il nuovo album del suo personale progetto con “Dust”, in uscita per la Fret12 Records il 29 Aprile 2016.
Quando si uniscono menti e sound come quelle di Mark e Wolfgang Van Halen, il prodotto che viene fuori è certamente impressionante e infatti il loro precedente lavoro, “Cauterize” è stato al primo posto per oltre una settimana sull’Itunes rock chart, top 10 su tutte le classifiche Itunes ed al numero 17 sulla Billboard top 200. “Dust” è un cd ricco di riff prepotenti e ben articolati, ormai trademark del chitarrista degli Alter Bridge, carichi di melodie accattivanti, uniti dalla sua voce e dai cori Van Halen. I ritornelli arrivano prepotenti e carichi senza spegnere l’energia portata dalle strofe; le prime tre tracce dell’album, “My Last Mistake”, “The Cage” e “Once Dead” spingono l’ascoltatore ad un headbanging selvaggio grazie alla potenza di basso, chitarra e batteria (da segnalare intermezzi in blast beat eseguiti magistralmente durante Once Dead), il tutto esaltato dai fantastici assoli di Mark Tremonti. La traccia numero 4, “Dust”, la title track dell’album, risulta essere una power ballad colma di arpeggi e melodie vocali eccellenti un po’ alla “Wonderful Life” sempre degli Alter Bridge. “Betray Me”, brano numero 5, risulta essere il più personale di tutto l’album con un testo intenso sorretto da un sound e playing decisamente heavy che culmina in un assolo carico di wha proprio in stile Tremonti; brano seguito da “Catching Fire” che segue la scia con armonie e sound tipicamente metal. 8° track è “Never Wrong” e qui l’influenza di Van Halen si fa sentire con un intro di chitarra che sembra omaggiare “Unchained” per poi continuare mixando lo stile della storica band con quello dei Tremonti. “Rising Storm” e “Unable to See” chiudono quest’album risultando brani decisi e certamente non riempitivi, solidi e diversi tra loro in quanto il primo risulta essere un treno che viaggia spedito sui binari più metal possibili, mentre l’ultimo si presenta come seconda power ballad con un intro e outro acustico semplicemente sublime e con un mantra che chiunque dovrebbe seguire: -“I’ll never let it go (Non lascerò mai andare)”. Tremonti non sbagliano davvero mai e regalano ad ogni loro fan, e fan del Metal, un album meraviglioso carico di mille sfaccettature che lo rendono unico e pronto ad essere definito una delle migliori uscite del 2016. “Dust” è tutto questo e vi lascerà sicuramente a bocca aperta!

Consigliato: Si
Voto: 5/5

Giuseppe Negri

[Kaos Live Report] Marta sui tubi live @ Quirinetta – 07/04/2016

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Giovedì 7 Aprile il Quirinetta ha ospitato un grandissimo gruppo italiano nella loro sala gremita di fan. I Marta sui Tubi sono tornati con un nuovo album intitolato “LoStileOstile” che hanno presentato live davanti ad un teatro stracolmo di fans in visibilio per il loro ritorno.
La band siciliana apre le danze sulle note di “Amico Pazzo” tratto dal nuovo album a cui farà seguito la famosa “Il Primo Volo” cantata a squarciagola da tutti i presenti. Quattro tracce del nuovo album si susseguono tra urla ed applausi del pubblico tra cui il singolo “Spina Lenta”, “Da Dannato”, “+D1H (Più di Un’ora)” e “Un Pizzico di Te”. Sulle note di “Cromatica” il pubblico è quasi commosso grazie al ricordo vivo di Lucio Dalla, co-interprete del brano dalla raccolta “Salvagente”, pubblicata nel 2014 (brano già pubblicato in “Carne con gli Occhi” del 2011). Il pubblico è già ampiamente emozionato, ma sulle note di “Dispari” si lascia andare ancora di più fino a cantare per l’intera durata del brano interagendo con la band. Due brani del nuovo album si succedono e a “Rock + Roipnoll” il cantante, Giovanni Gulino, esorta il pubblico a stare attenti quando si è alla guida e si augura di non dover passare nuovamente una situazione simile a quella narrata durante il brano. Da “LoStileOstile” è tutto e quindi i “Marta” sfornano una carrellata di storici successi, cantati dalla prima all’ultima nota dal pubblico, tra cui “Post”, “Divino”, “La Spesa”, “Vorrei”, “Niente in Cambio” dedicata ai loro figli e per concludere “Coincidenze”.
Tutto il pubblico si aspettava un ritorno sul palco per alcuni brani, ma la Reprise non avviene ed i Marta sui Tubi salutano tutti tornando nel backstage. Il teatro Quirinetta risulta essere sempre più uno degli ambienti migliori dove ascoltare musica ricercata e di un certo livello grazie alle loro proposte mensili capaci di coprire qualsiasi gusto musicale. Il concerto è stato davvero entusiasmante grazie alla performance del trio rock che non ha di certo disatteso le aspettative.

Giuseppe Negri

[Kaos Live Report] Tre Allegri Ragazzi Morti @ Atlantico Live – 09/04/2016

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C’era una volta una notte fonda, ed era bella. L’avanspettacolo di Davide Toffolo e dei suoi Allegri Ragazzi Morti è finito da un po’, ma si sente ancora nell’aria.

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E’ una tradizione ormai, per i Ragazzi morti, farsi mandare a quel paese dal proprio pubblico. E’ una rottura degli schemi goliardica, una grande condivisione di palco che sfocia immancabilmente in una sorta di indefinita impazienza, poiché tutti sanno che dopo una serie interminabile di “Vaffanculo”, il concerto riprenderà più forte che mai!

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Se poi come quinto allegro ragazzo morto aggiungiamo uno scoppiettante Adriano Viterbini, la faccenda si fa sempre più interessante. Una chitarra impeccabile, che neanche di fronte ai problemi del mixer di sala si è fermata, e che in ogni canzone trovava uno spazio per trasmettere il suo sound graffiante nelle nostre teste. Perfino nel brano “Puoi dirlo a tutti” (Primitivi del futuro, 2010), con una sonorità prettamente reggae, la chitarra di Viterbini ha donato delle piccole ma incisive sfumature, per nulla invadenti, rispettandone i canoni e la struttura ma trasformando la suddetta canzone in uno stupendo crossover reggae/rock/blues.

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Essere diventati Inumani che cosa avrà comportato per i Tre Allegri Ragazzi Morti?
La risposta va cercata tra le pagine dei fumetti, nelle orme del teatro, nelle maschere e nelle chitarre elettriche, dove questi personaggi e queste creature dimorano.
Mostri. Normali. Inumani.
Sono passati più di 20 anni e l’immaginario di questo gruppo è sempre stato tanto mutevole, quanto fedele alle sue radici. Dal Punk-Rock alla Cumbia, dal Rock’n’Roll al Dub.
Una grande performance, un ottimo connubio di vecchio e nuovo, di rivisitato e sperimentale, uno spettacolo che ha conquistato l’Atlantico di Roma.

Francesco Spina
ph. Federico Babusci

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[Kaos Live Report] Battles live @ Quirinetta – 30/03/2016

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Con l’arrivo ufficiale della primavera, non poteva mancare il ritorno di Spring Attitude Festival. L’ormai consueto appuntamento capitolino della tre giorni della musica elettronica è fissato per la fine di maggio.
L’apertura delle danze però, si è svolta mercoledì 30 marzo al Teatro Quirinetta con un concerto di una delle migliori live band degli ultimi anni: Battles.
Ci si aspettava il pubblico delle grandi occasioni e la risposta è stata calorosa.
Prima della band newyorkese e prima di entrare nella sala principale del teatro, l’attenzione è rivolta alla piccola grotta dove si esibiscono i giovani talenti Kaitlyn Aurelia Smith e i torinesi NIAGARA.
Due modi di intendere i suoni elettronici, due mondi piuttosto differenti che hanno accompagnato i Battles per le tre date italiane.
L’americana Kaitlyn Aurelia Smith ha giocato con le atmosfere dei suoi sintetizzatori modulari mischiandole ad un cantato subacqueo e metallico al tempo stesso. I NIAGARA, invece, tornano sulle scene con un nuovo album, Hyperocean, e con un live di forte impatto sonoro.
Peccato per la scelta logistica della grotta per lo svolgimento dei due live di apertura, troppo piccola per contenere le tutto il pubblico e con acustica un po’ troppo ovattata.
Ma d’altronde, non appena ci spostiamo nella sala principale dove suoneranno i Battles ci accorgiamo subito che il palco può essere occupato da una sola band.
La scenografia è stretta, gli strumenti sono tutti allineati con la batteria minimale di John Stanier (Helmet, Tomahawk), che regna e mette timore con il ride messo a due metri di altezza, alla sua destra le due tastiere del polistrumentista Ian Williams (Don Caballero) e a sinistra i pedali e gli effetti del chitarrista/bassista David Konopka (Lynx).
Alle spalle della band una fila di sei amplificatori a sovrastarli, come fossero delle guardie a protezione dei regnanti.

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Dopo essere entrati sul palco uno alla volta, il Battles danno vita ad un concerto che il numeroso pubblico della primavera musicale romana difficilmente dimenticherà.
L’inizio è affidato a Dot Com, brano in levare con atmosfere acide, ideale per scaldare i timpani dei presenti.
La prima parte del concerto è un salto tra canzoni del nuovissimo album La Di Da Di (2015) e del suo precedente Gloss Drop (2011). Proprio da quest’ultimo viene estratto il singolo Ice Cream. E qui si apprezzano in particolar modo le “randellate” del batterista Stenier, che unisce la precisione di un metronomo ad una grande potenza ritmica e scenica. E’ lui il pendolo che ipnotizza, mentre i suoi fidi compagni di palco sfoderano campionature a go-go, strutturando il brano con precisione matematica.
Si torna al nuovo, precisamente a FF Bada, brano dai tratti orientali con le chitarre che si inseguono e si rispondono e che ci portano alla più sperimentale Futura, semplice nell’approccio che trasporta il pubblico su mondi fiabeschi e cinematografici, concludendo la prima parte del concerto.
Dopo un breve saluto al pubblico, i Battles tornano al vecchio proponendo in sequenza B + T, Tras 2 e IPT 2, tracce tratte dai primi lavori della band statunitense EP C/B EP (2004).
Un ritorno allo scorso decennio che si conclude con la saltellante Atlas, il singolo che li ha portati alla notorietà e unico brano del live tratto dall’album del 2006, Mirrored.
E’ l’apice del concerto. Il pubblico, ormai in visibilio, si lascia trasportare dall’ultimo brano caratterizzato da atmosfere più funk, Summer Simmer.

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I Battles lasciano il palco, giusto il tempo di una breve pausa, per poi ritornarvi a concludere il travolgente concerto con gli ultimi due brani in scaletta: HI/LO e la splendida The Yabba. Quest’ultimo brano, primo singolo di La Di Da Di, chiude alla perfezione un concerto che ha esaltato il numeroso pubblico del trio newyorkese.
Il sudore grondante che viene fuori dalla camicia inzuppata di Stainer dice tutto su quanto la band metta anima e corpo in quello che fa.
La musica elettronica, talvolta, sembra trasmettere un senso di freddezza da parte di chi la produce; qui, invece, ci troviamo di fronte a dei professionisti che non si tirano indietro a mostrare il loro amore verso il loro lavoro e verso i fan.
Come Ian Williams che ritroviamo ai piedi del palco a fine concerto, ancora sudato e affannato dalle fatiche del live, a scambiare due chiacchiere e qualche foto con i suoi ammiratori.
I Battles si confermano una delle migliori band live del panorama internazionale: la potenza della parte ritmica di Stainer e la matematica dei suoni loopati di Williams e Konopka, in un mix tra elettronica e rock stoner/metal, formano in effetti un genere a se stante e che soltanto il supergruppo di New York riesce creare.
Spring Attitude inizia alla grande la sua stagione musicale, partendo in quinta con un gruppo lontano da quel che ci si potrebbe aspettare dalla kermesse romana, ma che ha messo tutti d’accordo: è stato piacevole e divertente notare i volti sorpresi di quella fetta di pubblico che, pur abituata a sonorità spesso molto differenti, ha saputo comunque apprezzare e applaudire i suoni incalzanti e ossessivi che hanno riempito le sale del Teatro Quirinetta.

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Luigi Giannetti

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Novembre: “Ursa”

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Un nuovo lavoro dei Novembre ormai lo si aspettava da troppo tempo e finalmente, il 1° Aprile 2016 uscirà “Ursa” (“Union des Républiques socialistes Animales”) per Peaceville Records. Di questo album ne avevamo cominciato a parlare durante la nostra intervista al frontman Carmelo Orlando, ma abbiamo potuto ascoltarlo e abbattere ogni timore riguardo la loro assenza e la loro “lontananza” da nuove composizioni.
Ci si poteva aspettare sicuramente qualcosa al loro livello, ma dopo 8 anni di silenzio, la paura di un lavoro un po’ scarno era ben fondata. I Novembre hanno totalmente spazzato via ogni preoccupazione ed ogni insicurezza dalle orecchie e menti dei loro fan. “Ursa” è una ventata di freschezza, raccoglie in sé tutte le melodie caratteristiche della band, unendo il death metal, doom e progressive con dei suoni sublimi ed armonie semplicemente fantastiche; i brani scritti da Carmelo, arrangiati insieme a Massimiliano Pagliuso, non portano mai alla noia e ti catturano di continuo senza mai lasciarti andare. La naturalezza dei cambi di tempo e le melodie rendono l’ascolto simile ad un viaggio dove viene narrato lo sfruttamento dell’uomo verso le altre specie, dominate senza alcun ritegno e ragione etica. La copertina a cura di Travis Smith riassume benissimo il concept che gira intorno a questo fantastico lavoro; i brani di maggior spicco sono senza dubbio la lunga folk/prog/death “Agathae”, “Oceans of Afternoons” con un assolo di sax che vi farà rabbrividire dalla bellezza e dalla dolcezza con cui si fa spazio nel vostro animo, il singolo “Umana” dove vengono racchiuse le radici death/doom di album come Materia e The Blue.
“Ursa” è stato registrato da Massimiliano Pagliuso al Blue Noise Studio ed al PlayRec studio, mixato e masterizzato da Dan Swanö (Opeth, Katatonia, Bloodbath) al Unisound Studios. L’invito ad ascoltare il nuovo album dei Novembre va assolutamente accettato perché potrete capirete quanto una band sia capace di superare sempre le proprie aspettative e quelle dei propri fans, riuscendo a scolpire un’ennesima pietra miliare nella loro discografia a suon di metal ed emozioni.

Giuseppe Negri

Voto: 5/5

Tracklist:
1. Australis
2. The Rose
3. Umana
4. Easter
5. URSA
6. Oceans of Afternoons
7. Annoluce
8. Agathae
9. Bremen
10. Fin

Line-up:
Carmelo Orlando: Guitars, Vocals, Keyboards
Massimiliano Pagliuso: Guitars
Fabio Fraschini: Bass
David Folchitto: Drums
Guests:
Tatiana Ronchetti – Vocals
Paolo Sapia – Saxophone
Anders Nyström – Guitars (Solo)

Wolfmother: “Victorious”

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Il nuovo disco dei Wolfmother è disponibile dal 19 Febbraio e dopo molti ascolti ci siamo fatti un’idea. Il loro tipico sound anni 70 non li abbandona mai ed in questo album sono presenti contaminazioni sempre più forti che richiamano i Led Zeppelin, sopratutto nel brano “Best of A Bad Situation”. Se ciò che si cerca è un sound graffiante e molto old school, con i Wolfmother non ci si può mai sbagliare, specialmente ascoltando i brani “Gypsy Caravan”, “Victorious”, “Simple Life” (uno dei brani più velenosi di tutto il CD) ed “Eye of the Beholder”. Il brano “Baroness” ci fa viaggiare in quelle ambientazioni blues-rock tipiche dei Cream ed Iron Butterfly con un ritornello davvero accattivante; il brano “Pretty Peggy” è sicuramente il più radiofonico, ma assolutamente nel senso più positivo possibile in quanto risulta essere una ballad romantica dalla struttura e dalle melodie praticamente perfette.
Un album che piacerà sicuramente ai fan del rock anni 70, dei riff accattivanti e delle armonie piene di significato e mai banali. Andrew Stockdale ritorna alla grande con questo album che suona old school, ma mai vecchio, senza rinunciare al suo stile e alla sua personalità.

Wolfmother “Victorious”
Voto: 4,5/5
Consigliato: Sì

Giuseppe Negri – Heavy Time

William Stravato: “Uranus”

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Il nuovo lavoro del chitarrista romano William Stravato si intitola “Uranus” e con le sue 9 tracce ci porta all’interno delle pure atmosfere fusion/jazz rock che richiamano i grandi artisti di questo genere come Allan Holdsworth, Greg Howe o Brett Garsed. Lo stile di William Stravato si rifà a questi grandi artisti, portando fuori però le sue tipiche scelte melodiche che permettono a tutti di distinguere il suo unico stile con la 6 corde.
La prima traccia “Nemesis” comincia con un intro di 1:33 minuti per poi lasciare spazio ai fraseggi fusion di William sorretti dal solido ed elegante drumming di Daniele Chiantese.
Il basso suonato da Mario Mazzenga la fa da padrone nel secondo brano, “Wormhole”, carico di sonorità più jazz/rock che culminano in un assolo melodico ricco di dissonanze ed “out” playing.
Un bel basso pieno e slappato ci presenta il terzo brano, “Displaced Axes”, dove un arpeggio eseguito con effetti molto spaziali ci conduce al tema eseguito in unisono con il sax, suonato da Massimiliano Filosi, seguito da vari scambi di assoli tra chitarra e sassofono.
Il quarto brano intitolato “Lenny” ci porta in ambientazioni più bluesy con un Hammond pieno e graffiante sia come ritmica che solista, il tutto sorretto da un basso sempre presente e mai banale.
La quinta traccia “Voyager II” si potrebbe considerare – come il singolo di “Uranus” – un brano che ci porta nel vivo della fusion con un tema accattivante, assoli melodici ed allo stesso tempo tecnici, pieni di gusto per le melodie espresse.

In “Mare Tranquillitatis” entra nel vivo il basso fretless che, insieme a chitarra e sassofono, ci porta in un mare jazz arricchito da un assolo di pianoforte eseguito da Dario Zeno, presente alle tastiere in tutti i brani del CD.
Nel brano “Magnitude 6.0” vediamo la partecipazione di Lorenzo Feliciati al basso.
Un riff di chitarra acustica ci porta al penultimo brano del CD, “Miranda’s Suite” che vede la partecipazione al basso di Andrea Rosatelli; composizione che trasuda rock da tutti i pori pur rimanendo in quei fraseggi tipicamente fusion.
L’ultimo brano si intitola “Under a Martian Sky” e ci riporta un po’ a quelle sonorità precedentemente ascoltate in “Cybertones”, CD rilasciato da William nel 2002. Gli accordi aperti di tastiera e chitarra ci portano nell’aperto spazio, soprattutto durante l’assolo a cui un sottofondo di tastiera fa da perfetto shuttle che lancia le melodie solistiche della chitarra.
Album consigliatissimo per gli amanti dei virtuosismi ricchi di melodia e gusto melodico. Una sezione ritmica perfetta permette a William di esprimere tutto il suo playing.

Voto: 4,5/5

Giuseppe Negri