Cloud Nothings @Monk Club 15/02/2019

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Ritmo, frenesia, e – perchè no – pogo: il Monk ci offre un venerdì sera all’insegna dell’energia debordante dei Cloud Nothings, aperti alla grande dai  B.M.C. Big Mountain County

La band di Cleveland, creatura nata dalle turbe e dal genio del 28enne Dylan Baldi, irrompe sul palco vomitando rabbia e mettendo l’accento su quel senso di urgenza adolescenziale. E’ proprio questo punk-hardcore ribelle e urlato che caratterizza le tracce di Last Building Burning, ultimo lavoro della band, protagonista della prima metà del concerto. L’apertura garibaldina con Leave Him Now è il manifesto delle intenzioni bellicose della band, che si sublimano nella voce gracchiata e sofferta di Dylan nella splendida The Echo of the World. La complessità dei Cloud Nothings la si evince d’altro canto nella catartica Dissolution, pezzo lungo oltre10 minuti durante il quale la band pare prendersi una pausa per poi prodigarsi in un crescendo hardcore potentissimo. Il clima in sala è, manco a dirlo, elettrico, e il pubblico partecipa con trasporto anche quando entrano in gioco gli album precedenti a Last Building Burning.

La seconda parte del concerto decolla con le schitarrate più marcate di Now Hear In, e con la batteria di Jason Gerycz che si fa sempre più pesante quando si attinge dal magnifico Here and Nowhere Else, album del 2014 e prima grande conferma del valore di questo gruppo dopo l’esplosione del 2012 con Attack Memory. Da quest’ultimo e da Life Without Sound si riscontrano sonorità più leggere e melodie apparentemente spensierate, orecchiabili (come in Enter Entirely). Ma la voglia di sperimentare e provare qualcosa di diverso fa sì che si creino diamanti grezzi come quello rappresentato da Wasted Days, inno dalle sfumature noise e grunge di Attack Memory, e degno finale di un concerto che – credetemi – vola via in un batter d’occhio, tanta è la carica emotiva che scorre nell’aria.

Testo / Paolo Sinacore

Foto / Alessio Belli

The KVB @Largo Venue 27/11/2018

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La serata in zona Largo Preneste è fredda e umida, come non piace a noi. La situazione potrebbe fungere da deterrente per chi, indeciso, volesse uscire di casa. Eppure, col trascorrere dei minuti, il Largo Venue si riempie…

I KVB sono l’incentivo giusto per alzarsi dal divano e affrontare i primi geli dell’inverno capitolino. L’incedere rapido, causato dalla lunghezza non eccessiva dei loro brani e dai loro brevissimi intermezzi, ci aiuta a entrare ben presto nel giusto mood. Sensazioni che si adagiano sul tappeto musicale vagamente shoegaze (abuso mirato di delay alla voce) che la chitarra di Nicholas Wood e il synth e macchine di Kat Day intessono, abbinando il tutto alle immagini create dalla stessa Day e proiettate alle loro spalle.

Si parte con le title track dell’ultimo lavoro (Only Now Forever) e del primo (l’acclamata Always Then, anno 2012) e da lì si sviluppa un susseguirsi di brani tratti dal sopracitato album e dal penultimo, Of Desire, uscito appena 2 anni fa. Un trionfo wave ben rappresentato dal continuo movimento delle teste dei presenti, che seguono il ritmo imposto dal synth dell’affascinante Day. La romantica Violet Noon è una gemma che spezza in due lo show, mentre la sferzata di Night Games accelera ritmi e percezioni, senza più voltarsi indietro; Never Enough (splendida, simile a una versione sincopata di Always Then) è il viatico perfetto per finire con la martellante Above Us.
Il breve encore si chiude con la psichedelica Dayzed; la speranza è di rivederli presto nella capitale.

Setlist:

Only now forever

Always then

In deep

Afterglow

Awake

On my skin

Violet noon

White walls

Night games

Never enough

From afar

Above us

Here it comes

Dayzed

Testo: Paolo Sinacore

Foto: Alessio Belli

 

Ryoji Ikeda • Eklekto // music for percussion

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Uno spettacolo lontano dall’immaginario che ci ha fatto conoscere e apprezzare Ryoji Ikeda, pioniere della musica astratta e tra i maggiori esponenti della computer music contemporanea.

Nella prima italiana di “Music for Percussion”, in collaborazione con Eklekto, (gruppo di percussionisti nato a Ginevra nel 1974), Ikeda esplora un nuovo ambito musicale, abbandonando visual e elettronica per lasciare spazio alla sola purezza del suono fatta di composizioni minimaliste per corpo, triangoli, piatti, crotales e metalli.

Foto di Elisa Scapicchio

Nothing @Largo Venue 25/11/2018

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Il loro nuovo Dance On The Blacktop si è imposto – come da copione – come uno dei dischi dell’anno, così non vedevamo l’ora di farci sommergere dalle chitarre e il muro sonoro dei Nothig. Un concerto clamoroso, raccontato dalle foto di Alessio Belli.

 

Mudhoney @Largo Venue 22/11/2018

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I padrini del grunge sono passati per la Capitale, regalando al pubblico romano due ore di rock scatenato! Ecco le foto della nostra Francesca Romana Abbonato a raccontarvi questo live storico!

[Kaos Live Report] Siren Fest 2018: la magia continua

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L’estate corre in fretta e con essa ogni evento sembra iniziare e finire in un vortice di emozioni che spesso non si fa in tempo ad assaporare. Solo dopo qualche giorno con la razionalità e il distacco si riesce a fare un’analisi complessiva. Il Siren Festival rientra nell’elenco delle cose belle da vivere per gli appassionati di musica nella nostra penisola.

Quinta edizione per una realtà che ogni anno muta la propria pelle in un crescita esponenziale per proposta musicale e profilo internazionale in un Paese in cui la vera vittoria spesso è la continuità dei progetti. Credo proprio sia questa la più grande virtù di questo festival che in 5 anni ha creato, aiutato anche dalla bellezza di Vasto, un’oasi felice a cui tornare con cadenza fissa. Dal punto di vista quantitativo questa edizione è stata probabilmente la più ricca e descrivere dettagliatamente gli oltre 30 live è impresa ardua in poche righe. Non è mancata ovviamente la qualità, ma proviamo ora a dare cronaca di quanto visto in questo piacevole week-end.

DAY 1

Arrivo a Vasto nel primo pomeriggio e il mio primo contatto con il festival è la performance dei The Rainband sul palchetto del Siren Beach. Il sole scotta e il live è un po’ ristretto nella sua durata, tuttavia il brit-style di questa band è piacevole e scanzonato. Buona la prima. Si avvicina il tramonto e mi dirigo nel centro storico della cittadina. Verso le 19:30 nella bella cornice dei Giardini di Palazzo d’Avalois aspettiamo sul prato verde l’esibizione di Neil Halstead, cantautore inglese noto come fondatore di Slowdive e Mojave 3. Accanto all’attività in gruppo intraprende una carriera da solista che lo porta ad incidere 3 album da solista. Nella sua esibizione al Siren propone quasi interamente il suo ultimo lavoro ormai datato 2012. Voce limpida e chitarra acustica rimandano alla bellezza del folk inglese degli anni d’oro e a tratti viene da pensare a Nick Drake. Pausa sigaretta ed è la volta di Ryley Walker. Dico subito che per me questo era uno dei live più attesi in programma, ma con rammarico devo ammettere la mia delusione. Il cantautore di Chicago sale sul palco con un trascurabile outfit, ma questo ovviamente non è indicativo. Walker ha all’attivo due dischi meravigliosi, a prima impressione mi pare ubriaco e farnetica cose senza molto senso, capisco poi che più che alticcio sembra svogliato quasi snob. Suona da dio, per carità, ma nel suo live manca quell’intensità che davo per scontata. Insomma delusione ma riconosco che le mie aspettative in lui erano davvero molto alte.

Ore 21: la meraviglia. Main stage in Piazza del Popolo…..Slowdive.

Palco minimalista senza la scenografia che ha caratterizzato il tour, al centro una tastiera con un cigno nero in gomma. Fumo, tanto fumo e sul nero che domina scena e abiti della band appare in rosso Rachel Goswell come una dea del lago. La forma fisica non è più quella di una volta ma la voce è quella ammaliante di sempre, una voce che per troppi anni è mancata. 21 anni infatti erano passati prima di “Slowdive”, lavoro discografico con cui sono ritornati nel 2017. Si parte con “Slomo”, brano evocativo ed etereo che dà solennità perfino all’eclissi lunare in corso in questo venerdì sera. Un’ora e mezza che rapisce e si chiude con la meravigliosa Golden Hair (cover di Syd Barret). La mia conclusione in poche parole è che puoi apprezzare gli Slowdive quanto vuoi ma sarà sempre poco fino a quando non vedrai un loro live. Dopo un breve ritorno alla realtà, giusto il tempo di raggiungere il cortile del Palazzo d’Avalos, i Lali Puna accendono le loro macchine. Il duo tedesco fonde bene beat avvolgenti e un vocale delicato e malinconico. Atmosfera di sicuro impatto. All’appello sotto la voce Italia risponde la presenza di Cosmo. Che il Cosmotronic tour stia sbancando in ogni sua data, che i suoi concerti siano coinvolgenti e anche visivamente accattivanti sono dati incontestabili, ma per quanto mi riguarda non sono annoverabile tra i suoi fans e dopo gli Slowdive la mia serata va avanti sulla scia delle emozioni lasciatemi dalla band inglese. A chiudere la serata i live set di Mouse On Mars, che picchiano davvero forte con la loro techno farcita di kraurock, e quello più danzerccio dei 2manydjs che si spingono quasi fino all’alba.

DAY 2

Breve capatina in spiaggia, facce stanche e poca forza nelle bracciate, capisci subito chi la notte prima ha tirato fino a tardi. Ci si rigenera tra mare e drink analcolici e ci si proietta al pomeriggio.

Dalle 13:00 alle 18:30 live al Siren Beach. Al tramonto invece nel centro storico simpatico live dei Vanarin, progetto bergamasco dai caratteri funk e melodie pop che introducono la seconda serata del Siren. Si comincia a fare sul serio quando sul main stage arriva Colapesce, che della scena indie italiana è sicuramente un dei massimi esponenti. La setlist un po’ ridimensionata pesca soprattutto nell’ultimo album “Infedele”, il live è curato in ogni suo dettaglio sia nella scenografia che nell’abbigliamento. L’apice di questa serata e probabilmente dell’intero festival è stata secondo me l esibizione dei dEUS. Non li vedevo dal vivo dal secolo scorso e devo dire che l’energia è sempre la stessa. Tom Barman sul palco è davvero a suo agio e la qualità della band è davvero sublime sia su disco che nei live. Impatto sonoro preciso e potente. Anche la setlist è perfetta, cosa non scontata quando alle spalle hai una carriera lunghissima. Pezzi datati intervallati da pezzi più recenti ma sulle note di “Constant Now” io tocco il cielo.

Questa seconda serata è decisamente rock, più fisica, è più istintiva della precedente, dopo i dEUS tocca ai Bud Spencer Blues Explosion. Adriano Viterbini è uno dei migliori chitarristi italiani e per poco più di un’ora si scatena sul palco facendo urlare e stridere le sei corde con un energia invidiabile e virtuosismi vorticosi. Una decisa e convinta conferma per una delle band italiane più interessanti.

Ore 00:15 tutti in Piazza del Popolo. Sul palco c’è la storia. Ci sono i P.I.L. C’è soprattutto Jhonny, il marcio bad boy, giovane chierichetto dei Sex Pistols che nel ’78 è diventato uno dei sacerdoti della new wave. Ragazzi miei ho visto molti concerti ma la potenza del muro di suono creato dai P.I.L. è stato qualcosa di sconvolgente. Il basso tirava pugni forti in petto e vibravano anche le cartilagini di orecchie e naso. Impressionante. Certo Johnny celebra la sua liturgia new wave acconciato con panciotto e camicia nera ma non si scappa dalle proprie origini e il punk ritorna a ogni fine brano quando, dando le spalle al pubblico, sorseggia whisky, fa gargarismi e sputa tutto sul palco. Johnny il marcio è sempre lui anche con panciotto e occhiali da signore di mezza età. Ti chiedi come possa un uomo così e con quel curriculum essere ancora vivo, lui invece vivo lo è davvero e la sua voce è imponente, certo si lamenta del caldo italiano ma sudando all’inverosimile canta da dio. Il pubblico è impressionato, gli urla contro. Verso la fine mitragliata di energia con This Is Not A Love Song e Rise in sequenza e lì percepisci l’incombenza della storia. Anche questa seconda giornata si chiude con le danze. Ivreatronic, collettivo fondato da Cosmo di cui lui stesso fa parte, accompagna tutti fino all’alba in un clubbing all’aria aperta. Unica nota dolente è stato il forfait dei Toy, band britannica vittima dello sciopero dei voli Ryanair.

DAY 3

Finiscono tutte le cose, finisce anche questa quinta edizione del Siren Festival. La chiusura, con tradizione consolidata, è affidata al concerto della domenica nella suggestiva location della Cattedrale di San Giuseppe. La fila per l’ingresso comincia alle 12:30 e va bel oltre l’orario programmato visto il ritardo con cui si spalancano le porte della chiesa al pubblico che come pellegrini attende sotto il sole. Finalmente si entra e come nelle migliori celebrazioni religiose Nic Cester e la sua band entrano percorrendo la navata della cattedrale. “Sono felice di essere qui perché mia madre mi diceva spesso che assomigliavo a Gesù Cristo” . Esordisce cosi il buon Nic con un italiano impeccabile e parte con i brani di “Sugar Rush”, suo meraviglioso primo album da solista, datato 2017.Il concerto è intenso. Soul e blues mixati egregiamente e profilo vintage autentico.A far da contorno certo c’è anche una band di musicisti superlativi tra cui Adriano Viterbini e Sergio Carnevale dei Bluvertigo.

Finisce così, nel migliore dei modi e con un bilancio decisamente positivo anche questo 5 anno.

Si ritorna tutti a casa aspettando il prossimo luglio.

Di Antonio Cammisa

[Kaos Live Report] Little Steven and the Disciples of Soul@Villa Ada Roma Incontra Il Mondo 17/07/2018

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Musicista, attore, speaker radiofonico: Steven Van Zandt aka Little Steven è soprattutto una persona votata anima e corpo alla causa del rock e il concerto romano di Villa Ada ce lo ho dimostrato ancora una volta!

Quando si parla di un live di Bruce Springsteen la prima cosa a cui si pensa è la durata dallo show: è nella storia del rock la capacità del Boss di abbattere concerto dopo concerto i record di durata. Ora, pensate che il suo fidato chitarrista della E Street Band Steve Van Zandt aka Little Steven sia da meno? Ovviamente no! Il musicista infatti è salito sul palco del Villa Ada Roma Incontra Il Mondo qualche minuto prima delle dieci – e senza un attimo di pausa!!! – non ha abbandonato il palco prima di mezzanotte e mezza! Fatevi due conti, sopratutto nell’ottica dell’età non proprio giovanissima di Little Steven. Ma si sà, queste personaggio vivono di musica e lo dimostrano ogni volta concedendosi senza risparmiare una goccia di passione ed energia.

Little Steven una volta sul palco viene accolto dal boato e il calore del pubblico presente (che non manca di salutarlo spesso con il nome di Silvio, riferendosi al suo personaggio leggendario nella serie delle serie, ovvero i Soprano) e stessi applausi vanno ai suoi Disciples of Soul. Tra le sezione di fiati, percussioni, tastiere, chiattarre e coriste, ogni brano è irresistibile e trascinante. Steven non è solo un musicista: è anche un attore e tiene il palco con i suoi movimenti, soprattutto con la mimica facciale e la gestualità della mani. Ci tiene a raccontare e spiegare la genesi di molti bran prima di eseguirla, parlano di connessioni, rock e altre serie tv di Netflix – la sua Lilyhammer – senza annoiare o scendere del retorico. In tutto questo come dicevamo, mando in estasi il pubblico (tra cui abbiamo avvistato un divertito Roberto D’Agostino) con due ore e mezza di canzoni, tra cui ho apprezzato soprattutto la versione di Out of Control degli U2 negli abbondanti bis.

Nell’attesa di rivederlo sul palco (o magari anche sullo schermo) con il compagno di battaglia Bruce, questo live a Villa Ada è stata un’altra serata indimenticabile, piena di sincera vitalità, passione e rock. Direi può bastare, no? Queste intanto sono le foto della serata!

Foto – Francesca Romana Abbonato

Testo – Alessio Belli

 

Setlist:

Sweet Soul Music

(Arthur Conley cover)

 

Soulfire

(The Breakers cover)

 

Lyin’ in a Bed of Fire

 

The Blues Is My Business

(Etta James cover)

 

Love on the Wrong Side of Town

(Southside Johnny & The Asbury Jukes cover)

 

Until the Good Is Gone

 

Angel Eyes

 

Under the Gun

 

Some Things Just Don’t Change

(Southside Johnny & The Asbury Jukes cover)

 

Standing in the Line of Fire

(Gary “U.S.” Bonds cover)

 

I Saw the Light

(Little Steven cover)

 

 

Salvation

(Little Steven cover)

 

The City Weeps Tonight

(Little Steven cover)

 

Down and Out in New York City

(James Brown cover)

 

Princess of Little Italy

 

Ride the Night Away

(Jimmy Barnes cover)

 

Bitter Fruit

(Little Steven cover)

 

Forever

I Don’t Want to Go Home

(Southside Johnny & The Asbury Jukes cover)

 

Out of Control

(U2 cover)

 

Out of the Darkness

(Little Steven cover)

[Kaos Live Report] Rancore “Musica Per Bambini”|Murubutu @IFEST 30/06/2018

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 Huntress D, Murubutu e Rancore per il gran finale dell’IFest al Parco Nomentano: ecco come è andata!

L’IFest chiama e il pubblico di Roma risponde. Sabato sera è andata in scena l’ultima trionfale serata a tema hip-hop e dire che è stato un successo è dir poco. Pubblico a vista d’occhio, euforia incontenibile e una serie di performance notevoli. Ad aprire le danze al Parco Nomentano Huntress D, giovane rapper attiva già da un paio di anni che ha scaldato l’atmosfera – già calda sotto molto aspetti – in tutti i sensi. Dopo di lei, uno dei nomi di riferimento del rap “alto” italiano: ovvero Murubutu! Professore di giorno e rapper di notte, fedelmente accompagnato dai fedelissimi compagni di Kattiveria (Il Tenente, U.G.O., DJ T-Robb), Murubutu ha regalato al pubblico romano l’ennesima performance intensa e sentita, con il giovane pubblico intento ad accompagnarlo a voce alta in ogni sua strofa. Da Grecale a I Marinai Tornano Tardi, energia ed emozioni senza un attimo di sosta.

Dopo questo peso massimo, giusto un pò di pazienza ed ecco Rancore pronto ad incendiare il palco dell’IFest, presentendo dal vivo per la prima volta, a pochi metri da casa sua, il Tufello, il nuovo – bellissimo – disco, Musica Per Bambini. Un evento sentito e molto atteso a cui il giovane rapper romano ha risposto nel migliore dei modi, concedendo ogni briciolo della sua passione. Alle sue spalle, la fidata Orquestra: l’avevamo conosciuta nel Ghoosebumps Show ed eccolo ancora incappuciata e schierata dietro al nostro rapper, a tenergli testa nel migliore dei modi. Pubblico presente ovvimente in estasi, intento ad accogliere a suon di boati sia i brani storici sia quelli del nuovo lavoro. L’iniziale Underman è un’entrata in scena esplosiva, come lo sono tutte le esecuzioni di Musica Per Bambini: una su tutte, la giù cult Arlecchino. Non sono mancati gli ospiti/amici/colleghi di Rancore: Murubutu (insieme faranno la poetica Scirocco), Danno (per Poeti estinti), Dj Mike (immancabile per l’esecuzione del brano per eccellenza del rapper, ovvero S.U.N.S.H.I.N.E. e il suo fratello oscuro D.A.R.K.N.E.S.S.

Non mancano i momenti parlati (per nulla retorici o banali, anzi) in cui Rancore racconta, confessa e presenta alcuni aspetti delle sue canzoni. Questo Pianeta è il congedo da una serata indimenticabile all’insegna del rap d’autore: chiusura migliore per l’IFest non si poteva chiedere. Alla prossima.

Foto di Alessio Belli

[Kaos Live Report] Spiritual Front / Ministri @Villa Ada Incontra il Mondo 29/06/2018

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Spiritual Front e Ministri: una doppietta live indimenticabile per la rassegna Villa Ada Incontra Il Mondo.

Tornanti alla grande con il nuovo album Amour Braque, gli Spiritual Front si confermano una garanzia anche dal vivo. La mitica formazione romana – amatissima anche all’Estero, come il tour appena annunciato conferma – dopo la data tutta smithsiana di qualche settimana fa all’Ex Dogana, riabbraccia il suo numeroso pubblico anche nella data di Villa Ada Incontra Il Mondo. Simone Salvatori, magnetico come sempre, con la sua voce e chitarra ci porta nelle affascinanti e oscure lande dalla musica degli Spiritual Front, degnamente accompagnato dalle sferzate elettriche di Francesco Conte. Per la gioia dei Childrens Of The Black Light presenti, i pezzi spaziano dal cult assoluto Armaggedon Gigolo all’ultima uscita discografica, fino ad intenso finale scandito a colpi di percussioni. Nella speranza di rivederli presto “in solitaria”, ci godiamo questo inizio di serata niente male.

I Ministri tornano a Roma sul palco di Villa Ada Incontra Il Mondo dopo lo scorso 14 aprile, data dell’esibizione all’Atlantico Live. Noi di Radio Kaos Italy siamo stati a entrambi, dunque un confronto sorge spontaneo. Rispetto al live primaverile la cornice di pubblico era inferiore, complice sicuramente l’infausta data nel pieno del ponte romano di San Pietro e Paolo: questo non ha però abbattuto la performance. Avevamo parlato dei pezzi del nuovo album come non ancora rodati per quanto riguarda l’esecuzione dal vivo, quasi fossero ancora incerti. Al ritorno nella Capitale, concluso il tour di presentazione, dobbiamo dire che tale impressione è totalmente scomparsa. La scaletta si è presentata chiaramente rimaneggiata: la prevalenza dei nuovi brani molto meno marcata, ma quelli che sono stati eseguiti hanno avuto un impatto nettamente migliore rispetto alla precedente uscita. A riguardo, menzione speciale per “Tra le Vite degli Altri” e soprattutto “Fidatevi”, che hanno letteralmente ribaltato tutta Villa Ada. A proposito della scaletta, c’è stata un’interessante ricerca, portando sul palco romano, accanto ai classiconi immancabili, una bella varietà di brani, alcuni che non venivano suonati dal vivo da moltissimo tempo, altri addirittura portati per la prima volta a Roma. Tra questi va citata per forza “Vicenza”, forse la più inaspettata: ma che bella sorpresa!

Il bilancio della serata è sicuramente più che positivo, peccato solamente per il pubblico più ristretto rispetto alle altre volte. Non sapete che vi siete persi!

Testo: Edoardo Frazzitta

Foto: Alessio Belli

[Kaos Live Report] Ash Code @Wishlist 25/05/2018

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Reduci da una serie di live europei clamorosi gli Ash Code finalmente sbarcano a Roma per presentare il nuovo disco Perspektive.

Dopo la recente chiacchierata radiofonica di giovedì a Kaos Order, eccoci al Wishlist di Roma per assistere alla data romana degli Ash Code, eccellenza dark-wave italiana (amatissima all’estero), giunta al terzo – bellissimo – disco Perspektive! Ecco le foto del nostro Alessio Belli a raccontarvi questa fantastica serata.

 

[Kaos Live Report] 1a serata di selezioni Arezzo Wave Lazio @Le Mura

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Siamo stati alla prima serata di selezioni dell’Arezzo Wave Lazio a Le Murae abbiamo preparato la gallery con gli scatti delle tre band che si sono esibite: Portnoy, Concerto e Super Dog Party.

Ecco i nomi dei nove semifinalisti ( in ordine alfabetico ) :


BACAN https://www.facebook.com/bacanface/
CONCERTO  https://www.facebook.com/whataboutconcerto/
DEADLINE-INDUCED PANIC   https://www.facebook.com/DeadlineInducedPanic/
DOMOVOI  https://www.facebook.com/domovoimusic/?ref=br_rs
DOROTHEA   https://www.facebook.com/dorotheamusic/
PORTNOY https://www.facebook.com/portnoyband/
SO DOES YOUR MOTHER  https://www.facebook.com/SoDoesYourMother/
SUPER DOG PARTY https://www.facebook.com/superdogparty/
WILDERNESS  https://www.facebook.com/WildernessMusicBand/

Si riparte con le selezioni regionali e nello specifico con le semifinali per la regione Lazio (15-22-29 aprile). Dopo aver ascoltato circa un centinaio di demo la giuria di qualità (presente in tutte le serate di semifinale) ha scelto 9 semifinalisti che si divideranno in 3 serate da 3 band. Delle 9 band ne saranno scelte 3 per la finale.

Giuria di qualità:
Cristiano Cervoni (Arezzo Wave Lazio)
Emanuele Tamagnini (Nerdsattack!)
Gianluca Polverari (RCA/Romasuona)

15 aprile @ Le Mura
Concerto > Portnoy > Super Dog Party

22 aprile @ Le Mura
Domovoi > Dorothea > Wilderness

29 aprile @ Le Mura
Bacan > Deadline-Induced Panic > So Does Your Mother

Ingresso con tessera annuale della nostra associazione culturale (2 euro) più sottoscrizione Up To You.

Apertura h. 21:00
Inizio concerti h. 22:30
Le Mura > Via di Porta Labicana 24 ( ing con tess )

[Kaos Live Report ] Manifesto: un’indimenticabile terza edizione!

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Il 23 e 24 marzo è andato in scena al Monk il Manifesto, festival di musica elettronica giunto alla terza – bellissima – edizione. Alcuni scatti delle due magnifiche date!

Di questi tempi abbiamo poche certezze. Alcune arrivano con la primavera: le giornate si allungano, si spera il tempo migliori, cambia l’orario e soprattutto ci si schiera in prima fila al Monk per assistere agli imperdibili live e set delle due date del Manifesto. La rassegna di musica elettronica italiana e internazionale oramai non ha più bisogno di presentazioni e anche nell’edizione 2018 ha assemblato due giorni all’insegna della qualità assoluta, fornendo nottate all’insegna di alcuni dei nomi più significativi del panorama elettronico attuale.

La prima serata è stata aperta dal bel live di Rhò, in cui ha  presentato al pubblico il nuovo lavoro Neon Desert, mostrando a tutti la sua versatilità e talento. Si passa subito senza colpo ferire al Palco A, pronti a farsi rapire dalla bellezza delle immagini e dei suoni di un nome di culto assoluto: Alessandro Cortini. Una performance tutta incentra sul suo ultimo lavoro Avanti. Incredibile come il suo personale passato fatto di vecchie cassette e super 8 diventi un’esperienza di condivisione emotiva condivisa da tutti: i miracoli della musica. Quella bella. Chiusa la sua esibizione ci asciughiamo gli occhi e torniamo dall’altro lato della sala per assistere a cosa combina Indian Wells. Ma la serata ha ancora in serbo due nomi da k.o.: Nosaj Thing e annesso laser show e lo scatenato Bruno Belissimo!

 

Molto bella anche l’apertura della seconda serata, affidata al bravura di John Montoya, capace di destreggiarsi con la stessa abilità tra macchine e violini. Pubblico preso dal suo coinvolgente mood in pochi secondi. Ben scaldati da questa apertura possiamo perderci negli ipnotici e irresistibile ritmi dei Go Dugong. Tra maschere e viaggi sonori – e annesa presentazione dell’ultimo lavoro Curaro – ci si perde nel loro mondo… giusto il tempo per trovarci davanti Omar Souleyman! Difficile spiegare l’esplosione di energia e di euforia generata dal suo live! Una festa – letteralmente – a ritmo di una dabka “rivista” alla sua maniera. Molti lo definiscono “L’Uomo più cool del mondo”: non mi sento di dissentire. Come non posso dissentire riguardo la celeberrima potenza sonora dei Ninos Du Brasil: fortunatamente il Monk è ancora in piedi dopo il loro live. E a chiudere in bellezza quest’indimenticabile edizione del Manifesto ci ha pensato Valerio Delphi. Il tempo di far guarire i timpani e già siamo pronti per la prossima!

 

Foto di Alessio Belli 

[Kaos Live Report] Boris & Amenra @Monk Club 01/03/2018

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Dopo una settimana di freddo e neve, l’accoppiata extralusso formata dai Boris e dagli Amenra riscalda gli animi dei presenti al Monk Club grazie al loro stile unico, quasi avvolgente nella loro strabordante potenza.

A iniziare la serata ci pensa il trio giapponese, che a 26 anni dalla nascita non smette di sfornare intensi capolavori: l’ultimo in ordine di tempo è “Dear”, uscito nel 2017, e ancora espressione di un genere musicale difficile da inquadrare e impossibile da etichettare. I Boris spaziano dal drone, al post-metal, al noise, con una naturalezza ipnotica, soprattutto per chi ha la fortuna di godersi un loro live. Il gong alle spalle del magnetico Atsuo Mizuno, batterista tanto coinvolto nello sviluppo della sua musica da sembrare perennemente in uno stato di trance, è il fulcro della scena. Takeshi Ohtani (basso) e la gracile Wata (chitarra e tastiere) completano l’opera seguendo con gli occhi il tempo che Mizuno dà loro con tutta la teatralità del caso. Lo scoccare del gong fa sobbalzare il cuore in gola alle prime file del pubblico, un’apoteosi di emozioni che all’apparenza trova fine solo nel momento in cui il gruppo saluta nel mezzo di un’ovazione generale.

Ma è, appunto, solo apparenza. Bastano infatti 15 minuti per risistemare la scena e lasciare spazio a un’altra esibizione non adatta ai cuori deboli. Colin H. van Eeckhout prepara un tappeto al centro del palco, si volta verso il batterista Bjorn J. Lebon, piegato in ginocchio, capo chino, come fosse in preghiera. Nelle sue mani due tubi di metallo che comincia a sbattere uno contro l’altro, seguendo un ritmo lento ma inesorabile. Pian piano gli altri componenti del gruppo (Vandekerckhove e Bossu alle chitarre, oltre al possente Seynaeve al basso) subentrano, in un crescendo emozionante, quasi mistico. Gli Amenra spaziano da momenti contemplativi ad altri in cui la base metal della loro musica prende il sopravvento, in un pot-pourri di generi che ricorda da vicino l’evoluzione dei Boris. Ma a differenza dei nipponici, il quintetto belga ha continuato a seguire il filo della loro opera omnia con l’ultimo album, “Mass VI”: l’alternanza di momenti catartici e esplosioni sonore rappresenta la struttura base dei loro lavori, dal primo “Mass I” datato 2003, a quest’ultimo del 2017. Sul palco poi, van Eeckhout scaglia le sue urla verso il batterista, rivolgendo le spalle al pubblico, in una disposizione scenica che da sempre lo caratterizza. L’effetto è tanto spiazzante quanto travolgente.

Inutile dire che un uno-due del genere non si vede tutti i giorni; il consiglio, per chi non è potuto esserci, è di munirsi di tappi per le orecchie e recuperare il prima possibile.

Testo: Paolo Sinacore

Foto: Alessio Belli

[Kaos Live Report] The Soft Moon @Monk Club 22/02/2018

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Non è di certo un segreto che The Soft Moon, il progetto che vede come deus ex machina quel simpatico cervellino di Luis Vasquez, sia uno di quei goiellini riusciti ad imporsi con sempre maggior peso di pubblico e spessore all’interno della scena (neo)post-punk / (neo)dark-wave internazionale.

Scena che ha sicuramente visto negli ultimi anni una notevole impennata di attenzione, un rinnovato interesse, nonchè un copioso fioccare di nuovi gruppi ed artisti, rispolverando quel gusto cupo e lisergico tipico di una certa fascinosissima fetta degli anni ‘80, e che vede oggi quelle specifiche ambientazioni emotivo-sonore toccare un’auge quasi inedita. Potremmo quasi affermare, se non altro per la capacità di Luis Vasquez nel conquistare un consenso sempre maggiore e trasversale, che The Soft Moon possa essere considerato il progetto porta bandiera di questa nuova-nostalgica ondata, in grado di attirare tanto un pubblico consapevole e già radicato all’interno di quelle sonorità, quanto una nuova schiera di fan provenienti dagli ascolti e dai contesti più disparati.

Il passo è stato infatti davvero breve prima che il progetto iniziasse ad ammiccare e sedurre i movimenti affezionati ad una certo qual tipo di elettronica e di techno più oscure, così come l’ambiente (anch’esso in gran spolvero) della neo-psichedelia. Questo perchè di fatto The Soft Moon non si ferma alla mera matrice di cui i generi sopra citati sono la base, ma sperimenta e guarda altrove, reinventando ed attualizzando un suono già di per sè ricco di argomenti ed interesse.

Che tu sia un darkettone della vecchia era, un fighetto dedito alla techno più ricercata, un musicofilo curioso in cerca di spunti, un ascoltatore al seguito delle correnti più interessanti, così come semplicemente un modaiolo a cui piace darsi un tono e vestirsi di nero, The Soft Moon sarà in ogni caso un progetto nelle tue corde. Criminal, l’ultimissimo lavoro uscito proprio lo scorso 2 Febbraio“(nonchè esordio sulla più che celeberrima Sacred Bones NDR), è solo la (ennesima) conferma di una ricetta già ben strutturata e consolidata. Se ad un primo e distratto ascolto il disco può risultare vagamente ridondante, è concedendo maggior attenzione che se ne percepisce tutta la maturità: pur senza stravolgere il messaggio fino ad oggi comunicato, infatti, Criminal risulta una sorta di punto di arrivo, un approdo stabile in cui ogni seme e ramificazione prende il suo giusto posto e la sua giusta dimensione.  Ad amplificare la propria presenza, in particolare, sono una tendenza sempre più spinta verso una certa industrial-techno, così come un’esigenza di distorsione che strizza più che volentieri l’occhio ad una sorta di educatissimo noise. A riprova di questo, come delle ispirazioni alla base del nuovo disco, abbiamo di certo il freschissimo mix realizzato da The Soft Moon per la celeberrima NTS Radio, che in poco meno di un’oretta raccoglie tantissimi spunti succosi ed una massiccia e gustosa dose di cattiveria ( https://www.nts.live/shows/guests/episodes/the-soft-moon-16th-february-2018 ).

È su queste premesse e con i singoloni ancora nelle orecchie che ci siamo diretti al Monk per godere della data romana del tour che sta portando Criminal in giro per l’Europa ed il mondo. Nonostante un’antipatica pioggia scrosciante, il pubblico sembra essere abbondante e caloroso mentre SARIN (anch’esso relativamente fresco di pubblicazione del suo Psychic Stress) prende possesso del palco -sorprendentemente puntualissimo- e dà inizio alle danze della serata. Un costume interamente in lattice copre corpo e volto dell’artista, mentre una tech-acid-EBM sincera e malandrina inizia a far muovere avanti e indietro la testolina delle file in transenna. L’atmosfera sensoriale è di certo quella giusta per tuffarsi nella dimensione emotiva di questa notte, anche con quel briciolo di “veracità” che tutto sommato crea più folclore che scompiglio.

Ma è ben presto tempo di dare spazio ai principi della serata. Già dalle prime note che fanno vibrare cassa toracica e cuoricino, alla terza volta che lo/li vediamo live, The Soft Moon dimostra, anzi ostenta, di aver raggiunto una nuova e trascinante maturità. Questo non certo grazie ad un’imponente scenografia dovuta ad un successo ormai abbastanza importante, nè ad effetti speciali sorprendenti, quanto piuttosto ad una consapevolezza che traspare e conquista, rapisce e fomenta. La formazione è sempre a tre, Luis Vasquez al centro, scatenato più che mai, accompagnato dai fidi Luigi Pianezzola e Matteo Vallicelli (di cui vi consigliamo caldamente il disco da solista “Primo”). Qualche piccola imperfezione tecnica sussiste ancora, ma risulta immediatamente perdonabile dileguandosi in un live emozionante tutto cuore e fomento.

Non vengono ovviamente escluse le possenti hit del passato, ma vista la matrice più “elettronica” a cui Criminal è devoto, il susseguirsi dei pezzi prende una dimensione anche piuttosto ballereccia che sfizia e diverte, rendendo impossibile star fermi a braccia conserte come spesso avviene -tristemente- in questi casi.
Il concerto sembra consumarsi in pochi istanti, lasciandoci soddisfatti, un pò sudati, ma soprattutto con la voglia di replicare ben presto l’esperienza. Quindi Luis, fai una cosa. Ti mettiamo un lettino nel sottoscala di Radio Kaos e vieni a trovarci quando ti pare. Le birrette le offriamo noi.

Testo di Cristiano Latini

Foto di Alessio Belli

[Kaos Live Report] Ghemon @Monk 09/12/2017

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Nonostante il freddo glaciale, un nutrito gruppo di persone ha lasciato le proprie abitazioni per recarsi al Monk. Il motivo? La data romana di Ghemon.

Inutile girarci intorno: Mezzanotte di Ghemon è uno dei dischi italiani dell’anno. A prescindere dal genere, dai gusti, dalle aspettative, l’ultimo lavoro di Gianluca Picariello si è imposto fin da subito come un lavoro clamoroso, segno di una evoluzione e un cambiamento importante e musicalmente riuscito. E’ interessante infatti notare come di recente molti dei nomi più illustri del rap “alto” italiano abbiamo sperimentato – con pregevoli riscontri – vie diverse: Willie Peyote nell’ultimo Sindrome di Toret ha aperto il suo sound ad un gusto più pop e cantato, idem – ed in maniera ancora più accentuata – ha fatto Coez con Faccio un Casino , mentre il nostro Ghemon con Mezzanotte – seguito dell’altrettanto magnifico ORCHIdee – ha dato vita ad un disco dall’anima soul davvero pregevole che ha stregato subito critica, i fan e generato nuovi adepti.

E’ bello constatare fin da subito come il pubblico presente sia estremamente variegato: giovanissimi (in alcuni casi adolescenti) premuti sulla prima fila, circondati da altri fan di poco più grandi e adulti. Tutti pronti e trepidanti nel cantare insieme al loro beniamino i suoi brani oramai imparati a memoria. Così – appena finito il sacro rituale calcistico di Juventus-Inter – Ghemon segue di pochi istanti la sua band sul palco del gremito Monk Roma. Il calore è tanto e serve per scaldarci subito a ritmo di musica e rime. Ghemon – vocalmente ineccepibile – esegue senza fronzoli un brano dopo l’altro, creando un set avvolgente e coinvolgente, in cui viene esaltata la potenza e l’impatto delle sue canzoni, merito anche dei musicisti impeccabili che lo accompagnano.

Non c’è brano che non venga accolto da boati e applausi. Ghemon, in tenuta sportiva, si muove canta, spesso coinvolgendo nelle sue strofe la splendida voce femminile al suo fianco. Arrivano tutti i brani più attesi e senza neanche rendercene conto, si arriva ai bis e alla conclusione di un live bellissimo che conferma – qualora ce ne fosse ancora bisogno – il nome di Ghemon con uno dei più importanti e talentuosi nel contesto del mondo rap. E non solo… Detto ciò: unico modo per rivivere questa fantastica serata di musica live? Scorrendo le nostre foto!

Testo: Michael Previtera

Foto. Alessio Belli

[Kaos Live Report] Giancane @Monk 07/12/2017

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Al Monk sono le 11:00 quando tutto inizia ad essere avvolto da un’atmosfera anni ’80 che prepara l’entrata di Giancane, accolto da nuvole di sfumature di viola e dal calore del pubblico…

Il locale è sold out. Con “2 volte 6”, una delle sue poche canzoni romantiche (se non l’unica) dedicata alla Peroni, apre il concerto e la presentazione del nuovo album “Ansia e  Disagio”, uscito per Woodworm Label  il 24 Novembre. Segue un classico, ovvero “Ciao, sono Giancane”. Sale sul palco Alessandro Martinelli, fisarmonicista de Il Muro del Canto, intento ad accompagnare  “Hogan blue”. L’entusiasmo è alle stelle e il locale sembra inadatto per contenerlo tutto. Arrivano momenti di respiro; il cantautore interagisce ironicamente con il pubblico e poi lo fa ancora ballare con i pezzi ‘’Una vita di merda” e ” Una Vita al top”’. On stage arriva anche Michele Amoroso e con il dissacrante brano “Limone ” e il concerto raggiunge il top.

Il live continua con pezzi tratti da Ansia e Disagio, tra i quali la cover dell’ “Amour Tojours”, a conferma di quanto dice Giancane stesso in una intervista rilasciata a G. Zanichelli per Repubblica del 6 dicembre 2017 “…. noi durante il live facciamo un momento che si chiama Momento Lucchesi, come il cognome del nostro chitarrista. Facciamo scegliere tramite l’applausometro cinque o sei pezzi di grande musica italiana, così per cazzeggiare un po’. E, dalla Sicilia alla Valle D’Aosta, vince sempre Gigi D’Agostino, sempre, in ogni data. Quindi ormai è entrata in scaletta, è due anni che la suoniamo, era giusto metterla su disco definitivamente…”

Seguono altri ospiti tra i quali Lucio Leoni con il quale si da vita all’ironico brano “Adotta un fascista” e il rapper Rancore per il brano ‘’Ipocondria’. Con quest’ultimo i due artisti ripercorrono storie di curiosi e inspiegabili stati d’animo. Per il rapper ci sarà spazio anche un pezzo da solista. Il finale è qualcosa di magico: rendendo tangibili sensazioni e pensieri intrusivi, Giancane spinge i presenti nuovamente a ballare sulle note del bis del brano “Ipocondria”. Conclusione all’insegna dell’affettività sincera con fiumi di saluti, ringraziamenti e gioia condivisa per la magnifica avventura vissuta.

Testo: Rocco Foggia

Foto: Dario Argenziano

[Kaos Live Report] The Rumjacks @Traffic Live 02/12/2017

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Rumjacks + Dalton = Mentalità”

Entro quando gli Airin stanno terminando la loro esibizione e troviamo il locale pieno: musica irlandese nell’aria, delle leggiadre ragazze in veste rossa danzano nella sala del locale, circondate da un pubblico variegato: punk, skinhead in bretelle e capelloni in gilet e toppe. Questa è vera“Mentalità” signori.

Le danzatrici della scuola di danza ROIS lasciano il pit e i Dalton si piazzano sul palco: la band punk romana ormai gode di un nutrito pubblico e sono certamente il principale vessillo della scena skinhead della capitale.

“Niente paura” getta la svolta “Punk Oi!” della serata e noto con piacere che non sono l’unico che dal pubblico ripete i cori assieme a tutto il gruppo: un inizio davvero caloroso. Gianlorenzo, con la sua maglietta a righe bianche e rosse spicca tra tutta la folla, è un frontman che coinvolge e dà empatia. I testi ti arrivano dritti al cuore. Procedono intervallando i pezzi del nuovo album “Deimalati”, come “La dose fa il veleno” e “La vigna della morte” a vecchi classici come “Caffè” e “Sì che si può”, il pubblico canta, balla sulle linee rock ‘n roll del basso e poga animatamente.

L’intenzione è quella di concludere con “Bambini”, che scatena il panico nel pit: Gianlorenzo salta dal palco e si concede un breve (ma intenso) crowdsurfing continuando a cantare nel microfono, mentre impazza il finale della canzone. Non del tutto contenti ci deliziano con “Gaia”, un bis di puro punk ‘n roll e abbandonano il palco senza lasciare scontento nessuno. La scuola Rois procede con l’ultimo intermezzo di danza, che fa da apertura agli headliner della serata. Ho bisogno di riposo e di un amaro per recuperare un po’ la voce.

The Rumjacks attesissimi, toccano subito le corde della platea che ha solo voglia di trasudare molecole di alcol pogando e ballando. La band di Sidney è esperta nel tenere un palco e non si concedono break, perché l’eccitazione non deve fermarsi. Un punk sempre ballabile sulle note del bouzuki e del tin whistle: la musica celtica, in ogni sua forma, crea fraternità, gioia e condivisione. Il numero di ubriachi è ingente, quindi non ci sentiamo affatto soli: alcuni credono di essere a Montelago e iniziano a urlare: “Valerio!”

Ci godiamo capolavori come “Patron Saint O’Thieves” e pezzi famosi su larga scala come “Uncle Tommy”. Frankie e Johnny (rispettivamente cantante e bassista) cercano sempre il contatto con i nostri animi e si esprimono con i pochi termini italiani che conoscono per ringraziare la folla, con il grezzissimo accento australiano. Il pogo è pieno di uomini senza maglia, sudati fradici e diventa impossibile non scivolare da un lato all’altro della sala. Anche i muri sudano visibilmente.

Gli stage diving partono di continuo, ma il pubblico variegato ne fa fallire numerosi: la parte skinhead si è diluita e molte persone cadono inesorabilmente o non riescono nemmeno ad essere lanciate. I più fortunati salgono sul palco e si prendono anche troppa confidenza col gruppo. La serata continua con un dj-set, ma siamo presi a trovare una soluzione per affrontare il freddo zuppi di sudore e pregni d’alcol. Sopravviveremo, forse.

Testo: Andrea Remoli

[Kaos Live Report] Galeffi @MONK Roma 30/11/2017

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Concerto di presentazione e primo sold out al Monk Roma per Galeffi e il suo Scudetto.

A scaldare il numeroso pubblico ci pensano gli AM-OK, duo composto da Chiara Gianesini e Federico Pellegrini, i quali – pur essendo ancora in fase di lavorazione per l’album – ottengono un ottimo riscontro del pubblico, preparandolo come si deve per la serata.

Finita la loro esibizione parte il singolo che ha portato la fama a Galeffi, ovvero “Occhiaie”, con il pubblico pronto fin da subito a cantarla. Sul palco insieme a lui la sua band, con la quale dimostra di avere grande armonia ed empatia: Luigi Winkler alla chitarra, i synth e le sequenze sono nelle mani di Marco Proietti, alla batteria Andrea Palmieri ed infine al basso Walter Pandolfi. Sul volto del giovane si legge chiaramente l’intensità degli impegni che l’hanno tenuto impegnato nelle scorse settimane prima della serata ufficiale, dalle varie interviste fino alla presentazione del secondo singolo “Polistirolo” presentato al Marmo domenica scorsa durante la serata di “Spaghetti Unplugged”. Prosegue il concerto con un il “vecchio” singolo “Camilla”, uscito nell’estate del 2016, e forse il primo pezzo che ha portato il nome di Galeffi a farsi conoscere (soprattutto tra le ragazze). Segue “Puzzle” e poi il primo ospite: Gazzelle. Cocktail alla mano, il cantante sale sul palco facendo partire il duetto di “Pensione” , ricordando al pubblico il suo concerto di marzo all’Atlantico con un: ” Arrivederci a Marzo”.

Non finiscono certo le sorprese, infatti, il secondo ospite è Roberto Angelini , insieme al quale il nostro timido artista canta “Pedalò”. Qualche minuto di pausa e le luci si riaccendono con una cover di “Pop Porno” de Il Genio e una rivisitazione di “The House of the Rising Sun” degli Animals .  A  concludere lo show il bis di “Occhiaie” in acustico accompagnato dalla chitarra del fratello, Livata, prima di scendere dal palco tra i canti e applausi della folla che già lo ama. La voce e lo stile di Galeffi sono qualcosa di originale nel panorama italiano e ha dimostrato piene capacità di sapersi distinguere. Un grande esordio, per un grande live. Alla prossima.

Foto: Dario Argenziano

Report: Rocco Foggia

[Kaos Live Report] Ex Otago @MONK Roma 25/11/2017

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Volete sapere come è andato uno dei concerti più attesi della stagione? Bene: ecco le foto di Francesca Romana Abbonato a raccontarvi del clamoroso live degli Ex Otago al Monk Roma. Buona visione!

 

Setlist:

1)Cinghiali incazzati

2) Non molto lontano

3) Amico bianco

4) Stai tranquillo

5) La nostra pelle

6) Foglie al vento (con Margherita Vicario)

7) Indiano

8) Coraggio

9) Figli degli hamburger

10) Ritmo

11) Costa Rica

12) Mare

13) Quando sono con te

14) Gli occhi della luna

15) I giovani d’oggi

[Kaos Live Report] UFOMAMMUT @TRAFFIC 25/11/2017

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Il Traffic, ormai si sa, è il baluardo romano dello Stoner Doom e stavolta ospita una quaterna sul genere, ricchissima per varietà e qualità: headliner della serata gli Ufomammut, che con il nuovo album “8” stanno spopolando nelle poche, ma memorabili, date.

I Gorilla Pulp sono già sul palco al nostro arrivo. Il pubblico è già numeroso e i viterbesi del Tufo Rock risvegliano subito in me l’orgoglio della Tuscia laziale. Hanno subito un problema tecnico con il basso che li costringe a suonare un brano senza, ma fortunatamente il Rickenbacker ritorna presto e ridare il fondo fondamentale all’esibizione.Il frontman Maurice Flee gestisce in contemporanea chitarra, microfono e smanettate di pedali, senza perdere la grinta animalesca per dominare il palco.

Il loro Stoner ha radici nei sound anni ’70, che nel nuovissimo lavoro “Heavy Lips” sono più evidenti che mai, nonché nell’hard rock, del cui panorama fanno numerose citazioni. Il palco viene ceduto agli Othei, Stoner Rock romano con diramazioni rock alternativo. Il basso fa da comanda per tutta l’esibizione, tiene letteralmente in mano tutto, mentre chitarra e voci aleggiano come vapore sul palcoscenico. Urla riverberate, quasi New Metal, esplodono sui riff più heavy. Il batterista è totalmente sul pezzo, si rimane ipnotizzati dai suoi battere catatonici sul ride.

Un trio da tenere assolutamente sott’occhio.

Al Traffic si “Stoneggia” all’interno, sottopalco, e fuori per vie classiche. L’aria è così profumata da risultare verde alla vista. E attenzione, che certe componenti sono FONDAMENTALI: danno il giusto tono all’ambiente. Un ambiente che si carica di frequenze incredibili con gli Otus. Un’esibizione che ruota intorno ai Mantra che fanno spesso da sottofondo, con l’imposizione di uno Stoner che strizza cento occhi al Doom e al Post Metal. Una formazione di 5 componenti, non comunissima da vedere nel genere, giustificata dall’evidente volontà di mantenere una ritmica e lasciare più spazio di manovra al basso e alla chitarra solista, mentre il cantante è libero di concentrarsi sul growl e la gestione degli effetti.

L’ora è prossima alla mezzanotte e il pubblico intasa la sala, quando iniziano gli attesissimi headliner. Gli Ufomammut sono un trio piemontese, che unisce lo stoner doom alla psichedelìa, attivo da ormai quasi 20 anni e, cari signori e care signore, loro sono IL SUONO. Una strumentazione da far paurosamente invidia è sicuramente uno degli ingredienti per ottenere certi risultati, ma quando te li ritrovi così, immensi, sul palco, capisci che c’è dell’altro. L’esordio di “8” è equivalente alla sua presentazione live, che ne ricalca la scaletta, a partire da Babel, che spezza subito la concezione di onda sonora. Segue Warsheep, con le sue voci disumane e consunte dai gain altissimi e Zodiac che impera con i suoi accordi sintetizzati. Lunghi momenti di viaggi onirici, che ritornano su riff pesantissimi. La resa sonora è magnifica e si percepiscono così nitidi i toni bassi che stento a credere. Con Fatum ci si smarrisce nello spazio profondo e si rientra in contatto con la materia dura al tatto solo con le seguenti Prismaze e Core, in cui si avvertono nitidamente forme di vita aliena, tra un lambda e l’altro. I volumi sono altissimi, ma persi in questo viaggio cosmico, risulta essere il normale ordine naturale. Il Fuzz sembra una lingua comune che ordina al pit di vorticare violentemente.

Wombdemonium fa da intro a Psyrcle, che conclude l’esibizione. Negli occhi degli Ufomammut si scorge un’enorme gratificazione, perché tutto è stato perfetto e il pubblico ha assorbito tutto l’umanamente possibile. Il viaggio continua, nella vita reale, con l’ascolto eterno di questo disco.

di Andrea Remoli

[Kaos Live Report] Ulver@Quirinetta 23/11/2017

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“Gli Ulver sono dei demoni onniscienti, oppure sono degli inguaribili studiosi, attenti a qualsiasi particolare”.


Questo mi sono detto entrando al Quirinetta, nel cuore del rione Monti, tra le immense architetture e il marmo lucido.
Dal gruppo norvegese più mutevole della storia della musica ci si aspetta di tutto, ma addirittura una coerenza così ponderata, nella scelta della location è incredibile.
Perché qui non parliamo di un concerto qualsiasi nell’ex teatro dietro Fontana di Trevi, ma di “Assassination of Julius Caesar” che corona il suo concept in una cornice su misura.

Della serie: “Labirinto della Masone levati, che Roma ha il Ratto di Proserpina!”

Ad aprire le danze è Stian Westerhus, chitarrista sperimentatore che affianca il tour degli Ulver come opener solista, nonché nel loro stesso spettacolo. Definirlo “chitarrista” è un eufemismo: lo strumento che imbraccia è una mera sinapsi che materializza il suo genio in suoni distorti, riverberati fino allo sfinimento. Un crogiolo in cui fondono influenze come King Crimson, Beatles, Hendrix e Goblin, con rimandi classici.
Quello che ne esce è una “free form” che alterna un acido noise ad una voce limpida e a dei tetri accordi suonati con l’archetto.
La presentazione del suo ultimo lavoro “Amputation” accompagna l’ingresso dei lupi norvegesi e diviene un intro perfetto per Nemoralia.

L’atmosfera acquista improvvisamente calore, complici i giochi di luci laser che perforano i fumi delle macchine e le retine dei presenti. Gli effetti visivi completano quei rimandi musicali degli anni ’80. La opening track del disco fornisce il primo metro di valutazione su quello che sarà il concerto: in primis Kristoffer Rygg, il frontman e unico fondatore rimasto del gruppo, che non eccelle per intonazione.
Un punto a sfavore? Direi più un contributo a rendere umana un’esibizione fedelissima alle registrazioni.

Segue Southern Gothic, un brano che non avrei mai immaginato di poter sentire collegato a Nemoralia. Ci si ricrede. 1969 fa sicuramente scattare qualche pomiciata tra il pubblico, ma sono rapito dai pentacoli sparati dai laser, non posso testimoniarlo con certezza. I microsilenzi dei bordoni mozzano il fiato.

L’apice del concerto si raggiunge quando “Garm” Rygg concede due parole alla presentazione di So Falls the World: ovviamente riguardo il fatto di suonare questa canzone proprio a Roma. Che questo fosse, già da prima, il mio pezzo preferito non lo nego, ma qui siamo davanti a momenti altissimi di esibizione, i norvegesi mettono tutta l’anima in questo pezzo magnifico. Le proiezioni laser manifestano ogni riferimento voluto al classicismo, che è il cardine di “Assassination”.

Si ritorna a un mood più ballabile sulle percussioni di Rolling Stone, si sostituiscono ovviamente le voci femminili, con un’interpretazione inaspettatamente cupa e vari arricchimenti sul finale. Ecco che inaugurano l’EP appena partorito, con Echo Chamber (Room of Tears). Anche i giochi di luce cambiano e cedono alle sole forme poliedriche, che sono il marchio di “Sic Transit Gloria Mundi”.
Tornano i synth anni ’80, con la doppietta Transverberation /Angelus Novus e rimpallano ancora con un’altra esclusiva Bring Out Your Dead.
La conclusione sembra decisiva dalle prime note di Coming Home, un pezzo prepotentemente dark, nato per essere un outro. La pacatezza con cui lasciano il palco fa sperare in un encore, che puntualmente si manifesta con la cover del gruppo Synth Pop Frankie Goes to Hollywood (estratta dall’ultimissimo lavoro): The Power of Love.

Il messaggio dei lupi è chiarissimo: “Il concerto è finito, annate a scopà!” Stavolta testimonio: le pomiciate in sala ci sono scappate e sicuramente qualcuno ha seguito anche il consiglio.

Testo: Andrea Remoli

Foto: Alessio Belli

[Kaos Live Report] Chrysta Bell @Lucerna Music Bar, PRAGA, 21/11/2017

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“She is Chrysta Bell, and she has the voice of a songbird”.

Poche parole del maestro David Lynch sarebbero abbastanza per descrivere tutto. Molti fan del regista l’avranno probabilmente conosciuta grazie alla terza stagione di Twin Peaks, in cui ci ha deliziato interpretando l’agente Tamara Preston, sempre ed immancabilmente al fianco del caro Gordon Cole. Tanti altri appassionati l’avevano sicuramente già ammirata per le sue doti canore.

La “musa” di Lynch ha lavorato a stretto contatto con lui per lunghissimi anni, da quelli iniziali più travagliati a quelli del successo vero e proprio. Nel 2017 Chrysta si è lanciata in una nuova fase della sua carriera, salutando Lynch per abbracciare John Parish, storico produttore di PJ Harvey, per la pubblicazione dell’album We Dissolve.

Il lungo tour per pubblicizzare la sua ultima fatica discografica (che passerà a breve anche per l’Italia) si è fermato in tutta Europa, ed il 21 novembre è toccato a Praga. Il Lucerna Music Bar si chiude attorno ad un palco piuttosto minimalista, in una sala già gremita con largo anticipo, che sembra quasi pronto per abbracciare l’artista al momento della sua entrata in scena.

Quando l’attesa finisce, si susseguono le sensazioni più disparate. L’immagine di uno scuro sipario sul maxi-schermo scompare, le “interferenze” si fanno più frequenti, il buio cala sulla sala. La band è pronta, Chrysta Bell sale sul palco. Con passo lento e sensuale, senza dire niente, fermandosi al centro del palco e dando le spalle al pubblico. Lynch si palesa sullo schermo per presentarci la sua musa, quella splendida donna di spalle che “canta come un usignolo”.

Chrysta Bell sul palco è molto più di una cantante. In ogni sua movenza c’è una carica di sensualità impossibile da ignorare, in ogni nota c’è tutta l’intensità di un’artista che non si limita a portare la sua voce sul palco. Le sue interpretazioni sono passionali, ricche di sofferenza quando necessario, e talmente profonde che la stessa cantante dopo i primi minuti si lascia andare ad un ‘fuck’ sussurrato dal microfono mentre riprende fiato. Dopo alcuni suoi successi come “Friday Night Fly”, alcune novità come la bellissima “Undertow” o la provocante interpretazione di “Devil Inside Me”, Chrysta si lascia la fatica alle spalle per abbracciare il consenso del pubblico. I lunghissimi applausi dopo ogni singolo sono impossibili da ignorare anche per la cantante statunitense, che accenna dei sorrisi quasi impacciati, come non si aspettasse di ricevere una simile risposta, e ringrazia timidamente la folla presente.

Poi, come se fosse necessario, ricambia tutto l’affetto del pubblico emozionando tutti i presenti con “Polish Poem”. Chitarra e basso si defilano gentilmente per lasciarle tutto lo spazio e la luce del palco. Ma in quei cinque minuti Chrysta Bell brilla di luce propria, e ci regala qualcosa difficilmente descrivibile a parole. E sarebbe ingiusto dilungarsi oltre cercando inutilmente di spiegare le sensazioni vissute durante quell’interpretazione.

La misura del tempo si perde terribilmente, Chrysta incanta tutto il pubblico e la serata si conclude fin troppo velocemente per i desideri degli spettatori presenti. L’ultimo applauso è infinito, arriva diretto fino alla cantante che si lascia andare ad un’emozionatissima ed inaspettata risata, ringraziando tutti con la stessa innocenza di una bambina che scarta il suo regalo preferito sotto l’albero di Natale. Per fortuna c’è sempre il tempo per un bis, in cui la cantante da fondo a tutta la sua energia per toccare note ancora più sorprendenti rispetto al resto del concerto. Per il grande finale si rivolge al pubblico con la famosa cover del successo di Nick Cave, “Do You Love Me?”.

Se è una domanda, la risposta è assolutamente si, Chrysta.

Testo: Mirko Braia

[Kaos Live Report] Zu @Monk Club 21/11/2017

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Negli ultimi mesi/anni più di una volta mi è stato caldamente consigliato di vivere l’esperienza di un live degli Zu, e a posteriori non posso che rammaricarmi di aver aspettato tutto questo tempo.

La band romana, che prende il nome dall’album Die Tür ist Zu degli Swans, tra le tante analogie con la band di Michael Gira ne ha una che mi incuriosisce immediatamente: i tappi per le orecchie. Sì, perchè anche stavolta (come in occasione di un concerto degli Swans), mi viene suggerito di premunirmi dei suddetti tappi, soprattutto nel caso avessi avuto intenzione (come poi effettivamente sarà) di godermi lo spettacolo da pochi passi.

E dire che la serata inizia con tutt’altro mood, condizionata dalla rilassante e sorprendente esibizione di ØKAPI (al secolo Filippo Paolini), la cui musica si mescola alla perfezione con le immagini preparate da Simone Memè che passano sul proiettore. Una sorta di documentario naturalistico prende vita tra suoni spiazzanti che riprendono versi di uccelli e voli di stormi, il tutto basato sulle sperimentazioni di Olivier Messiaen (da cui il titolo dell’album Pardonne-moi, Olivier!), compositore francese e ornitologo di metà XX secolo.

A fare da contraltare all’esibizione del duo ci pensa Luca Mai, che si presenta sul palco con tutta la potenza del suo sax baritono. Per restare sul tema naturalistico intrapreso da ØKAPI, l’introduzione di “Obsidian”, una delle tante perle di Carboniferous (2009), potrebbe essere paragonata ai passi pesanti e prepotenti di un elefante. Un approccio che coinvolge subito il pubblico subito immerso nelle trame musicali insolite di questo inusuale trio. Infatti, oltre al già citato Mai, troviamo Massimo Pupillo al basso (altro membro originale della band), e Tomas Järmyr, batterista norvegese in forza agli Zu dal 2015. I tre funamboli sembrano spesso andare ognuno per conto proprio, per poi ritrovarsi nei momenti di massima esaltazione che la loro musica elargisce senza soluzione di continuità. La batteria di Jarmyr è lo splendido metronomo su cui si sfogano i deliri di Mai e Pupillo, che scovano note sempre più basse e profonde per poi esplodere in assoli trascinanti.

Momenti di apparente quiete (come l’inizio di The Unseen War”) sono solo il preludio di cavalcate prepotenti che ci entrano nelle ossa e ci investono nella loro cupa bellezza. Beata Viscera” è un altro pezzo che ti toglie il fiato, tra i cambi di ritmo e le evoluzioni di tutti gli strumenti, che diventano a turno protagonisti. Il concerto si sviluppa soprattutto sui pezzi di Carboniferous (oltre a qualche traccia di Cortar Todo), e si conclude con la magnifica doppietta “Chtonian” – “Ostia”, quando Pupillo si lascia definitivamente andare mordendo in senso letterale (oltre che in senso figurato) le corde del suo basso.

Gli Zu ci salutano dopo un’ora intensa fatta di pochissime pause e di continui saliscendi; un tappeto musicale poco omogeneo, frastagliato, che proprio per questo regala emozioni forti e non stanca mai.

Testo: Paolo SInacore

Foto: Alessio Belli

[Kaos Live Report] Father John Misty @Fabrique Milano 16/11/2017

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Giovedì scorso siamo andati a Milano per un evento molto importante: il live di  Father John Misty al Fabrique. Un concerto incredibile raccontato dagli scatti e le parole del nostro Alessio Belli.

Cosa rende Father John Misty il mio artista preferito? Tanti motivi, così preferisco iniziare dalla prima volta che l’ho ascoltato. Tre ottobre 2014, al Late Show di Dave Letterman il Nostro esegue questo brano ed è subito colpo di fulmine. Di seguito l’ascolto del magnifico I Love You, Honeybear e del precedente lavoro, l’esordio Fear Fun. Che personaggio Josh Tillman: lascia la “sicura” batteria dei Fleet Foxes – passati al Fabrique qualche giorno prima della sua data – e dopo alcuni ardui e minimali lavori da solista, plasma l’alter-ego barbuto e sempre capellone Father John Misty: un profeta-sciamano d’amore, libertà, pace e indipendenza. Fa molto hippy, ma c’è molto altro e parecchia sostanza artistica. Un talento cristallino, canzoni superbe, una voce davvero difficile da descrivere, un’indole fuori dagli schemi, acuta, ironica e spietata.

Reputo Pure Comedy –  terza e ultima fatica discografica – il suo capolavoro e uno dei dischi più importanti del 2017. Con passione e attenzione, cinismo e dolcezza, Tillman analizza i drammi dell’uomo contemporaneo (quindi anche i suoi) in un contesto fatto di Trump, social e smarrimento. Ed è proprio il brano che da il titolo all’album ad aprire la serata live al Fabrique di Milano. Prima del musicista di Rockville, sul palco si è esibita Nathalie Mering alias Weyes Blood: angelo americano sempre vicino al synth, la cui voce arriva impetuosa, misto di emotività e forza, direttamente nel petto. L’ultimo album Front Row Seat To Earth la conferma come una delle voce più preziose dell’indie-folk e anche dal vivo la resa della musica è notevole. Dopo i primi brani, confessa ai presenti che l’Italia è il suo paese preferito e io le ho creduto ciecamente fin da subito. Un opening magnifico, di cui non possiamo non citare l’esecuzione di una delle canzone più belle degli ultimi anni (a mio umile e modesto avviso):

Ecco poi apparire dal fumo e il buio Father John Misty. Dopo l’errore di rasatura condiviso sui social (cosa molto rara che il Nostro si confidi tramite questi mezzi), la barba gli è già ricresciuta e con lento incedere e mani nell’abituale cappotto lungo si avvicina al microfono. Il Fabrique è pieno eppure ora regna il massimo silenzio: si percepiscono soltanto gli otturatori delle macchinette di noi fotografi sotto palco. Si sentono così forte che Misty ci riprende, invitandoci a scattare più piano durante l’esecuzione del brano. La più bella cazziata della mia vita. La band è impeccabile ed il brano è l’esecuzione ideale per scaldare l’atmosfera. Il cantante prende subito la chitarra acustica in mano ed esegue Total Entertainer Forever. Tutti cantano gli ormai celebri versi iniziali (e di seguito, ovviamente, tutto il brano):

Bedding Taylor Swift
Every night inside the Oculus Rift

Grandi applausi e urla, mentre si prosegue con i brani di Pure Comedy. Tillman è molto concentrato: me lo aspettavo più istrione e tendente ai sermoni, invece è molto concentrato sui brani, accompagnati dalla consueta gestualità attoriale. Concentrato, ma rilassato. Dalle prime file urlano: “How are you?”  e lui risponde :”Good, thanks!” Sarà così per tutta la prima parte del live, sciogliendosi poco a poco, arrivando a ballare sulle note di “True Affection” con tanto di synth arroganti e luci viola che più Anni ’80 non si può. Simpatico aneddoto, a conferma del mood della serata: la canzone viene eseguita su richiesta. Dal pubblico urlano il titolo del brano e Father John Misty acconsente sul momento, posando la chitarra e dando il la all’esecuzione estemporanea del brano. Estasi generale.

Intanto si va a tessere una scaletta composta dai grandi classici degli album precedenti, intervallati, adesso si, da simpatici intermezzi. Tillman racconto quanto abbia amato la  vacanza italiana a Sorrento con la moglie e di come il suo outfit della serata sia fin troppo “sciallo” (perdonate l’uso della parola tratta dal dialetto romanesco, ma rende bene l’idea), quasi più adatto ad un pigiama party! Ma il cuore del concerto non è qui: è nella sua voce, nell’intensità con cui si concede ad ogni verso, nel modo in cui afferra il microfono e accompagnato solo da pianoforte e faro bianco canta Bored in USA, in uno dei momenti più alti della serata. Eppure il meglio devo ancora arrivare: la doppietta tratta da Fear Fun I’m Writing a Novel Hollywood Forever Cemetery Sings e l’amatissima I Love You, Honeybear ci consegnano un Misty scatenato e trascinante abbracciato da una band irrefrenabile e una folla al settimo cielo.

La pausa prima dei bis è breve – grazie ai calorosi cori di apprezzamento – e appena torna sul palco, Father John Misty non solo esegue la canzone più intensa, complessa e superba di Pure Comedy, ovvero So I’m Growing Old on Magic Mountain, ma regala anche quello che reputo a tutt’oggi il brano che meglio “qualifica” l’artista americano come una delle realtà più preziose in circolazione: Holy Shit. La degna conclusione di un concerto a dir poco indimenticabile. Capito perché è il mio preferito?

Foto e Testo di Alessio Belli

Setlist: 

Pure Comedy
Total Entertainment Forever
Things It Would Have Been Helpful to Know Before the Revolution

Ballad of the Dying Man

Nancy From Now On

Chateau Lobby #4 (in C for Two Virgins)

Strange Encounter

 Only Son of the Ladiesman

When the God of Love Returns There’ll Be Hell to Pay

A Bigger Paper Bag

When You’re Smiling and Astride Me

This is Sally Hatchet

The Night Josh Tillman Came to Our Apt.

Bored in the USA

True Affection (by request)

I’m Writing a Novel

Hollywood Forever Cemetery Sings

I Love You, Honeybear

Encore:

Real Love Baby

So I’m Growing Old on Magic Mountain

Holy Shit

The Ideal Husband

[Kaos Live Report] Arto Lindsay @MONK Roma 15/11/2017

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Un chitarrista leggendario è passato al MONK Roma: Arto Lindsay! Ecco le foto imperdibile del nostro Marco Loretucci.

Rome Psych Fest ci ha regalato una gustosa anteprima… l’incredibile performance di Mr. Arto Lindsay. Il chitarrista ha recentemente pubblicato il suo ultimo album di inediti battezzato Cuidado Madame: un ottimo pretesto per riammirare dal vivo il talento dello storico musicista!

[Kaos Live Report] Public Service Broadcasting @ Monk ROMA 10/11/2017

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Pur sapendo che questo ex duo (e adesso scintillante trio) londinese è oramai un habitué dei piani alti delle classifiche inglesi, non ho certo la presunzione di immaginare un Monk Club pieno in occasione del loro concerto. Ma basta guardarsi un attimo attorno per capire che mi sbagliavo di grosso.

Evidentemente le precedenti visite capitoline (e più in generale, italiane) che i Public Service Broadcasting si sono concessi negli ultimi 4 anni, hanno creato una sostanziosa e fedele fan base di J. Willgoose Esq. e soci. E poi la musica dei PSB è un’esperienza troppo particolare da poter circoscrivere all’ascolto di un album, tanto che per manifestarsi appieno nella sua genialità ha bisogno di librarsi nella dimensione live.
Le peripezie del già citato Willgoose, affaccendato fra campionatori, tastiere, due laptop e un vasto assortimento di chitarre che immancabilmente cambia all’inizio di ogni canzone (onore all’addetto costretto a prendere e portare dal backstage strumenti a corda – fra cui un banjo – per tutto il concerto), sono accompagnate dall’esuberanza di JF Abraham, altro meraviglioso polistrumentista che si prodiga fra tastiere, basso e strumenti a fiato con facilità disarmante, unita a un approccio trascinante che lo rende per molti versi il vero frontman del gruppo. A sostegno di questa miscela esplosiva, l’incessante martellamento di Wrigglesworth alla batteria costituisce la base su cui si sviluppano i piccoli capolavori di questo gruppo sui generis.
Seguendo il filo del discorso che caratterizza il loro ultimo lavoro Every Valley, il concerto inizia con due pezzi dell’album (“The Pit “e “People Will Always Need Coal”) contenenti registrazioni di messaggi propagandistici che esaltavano il lavoro in miniera – descritto come certezza per il presente e per un lontano futuro – a metà del XX secolo nel Sud del Galles. Dopo qualche entusiasmante viaggio fra le perle di Inform – Educate – Entertain e The Race for Space (vi segnalo “Theme From PSB”, “Signal 30”, “E.V.A.” e l’attesissima “Spitfire”), il train of thought di Every Valley si conclude con l’amarezza e la rabbia di “They Gave Me a Lamp” e “All Out”, in cui si affrontano argomenti spinosi come la problematica emancipazione femminile in un mondo prettamente maschile, o come gli scioperi fra i minatori britannici che in Galles, nel 1984, degenerarono in violenti scontri con la polizia. Le atmosfere create dalle musiche dei Public Service Broadcasting e dai video che scorrono alle loro spalle mandano in estasi un pubblico sempre più coinvolto, capace sia di lasciarsi andare (come in occasione di “Go!”) che di restare in silente adorazione (ad ascoltare la catartica “The Other Side”).
Il breve encore si chiude con “Gagarin” e il solito gran finale rappresentato da “Everest”, cavallo di battaglia che si staglia nella fitta nebbia artificiale e ci avvolge nella sua morbidezza, permettendo ai Public Service Broadcasting di congedarsi con stile.
Willgoose annuncia più volte durante la serata che li rivedremo presto, e mi vien da pensare una sola cosa: spero tanto abbia ragione.

Testo di Paolo SInacore

Foto di Alessio Belli 

Setlist:

1. The Pit
2. People Will Always Need Coal
3. Theme From PSB
4. Signal 30
5. Korolev
6. E.V.A.
7. Progress
8. Go to the Road
9. Night Mail
10. Spitfire
11. They Gave Me a Lamp
12. All Out
13. The Other Side
14. Go!
15. Lit Up

Encore
16. Gagarin
17. Everest

[Kaos Live Report] Giorgio Poi @Monk 03/11/2017

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Varrebbe la pena di andare a vedere Giorgio Poi anche solo per sentire come iniziano i suoi concerti.

Il live dei Gastone (che ci perdiamo in pieno a causa di cena-trucco-birre-passo lento), e quello degli halfalib, un trio di tastiera e voce, sax e chitarra e batteria, anticipa l’ingresso di questo giovanotto con una felpa troppo grande e l’orecchino che manda bagliori di luce ogni qualvolta il fumo erogato da qualche bocchettone segreto si dirada un po’.

Gli halpalib ci incuriosiscono subito, perché il cantante parla con voce sommessa e nel pezzo di apertura ci canta un “riposa la testa, riposa le ossa” che veramente ci rimescola un po’ dentro. Non siamo sicuri di essere in grado di inquadrarli in un genere di riferimento, e in comunque poco ci importa, rimaniamo lì ad ascoltarli da cima a fondo, pensiamo per tutto il tempo che i loro pezzi in inglese (cioè tutti gli altri, tranne il primo) siano belli, ma meno belli del primo, la sala si popola rapidamente.

Giorgio Poi entra sempre da solo sul palco, è una specie di ometto da fiaba, però è anche uno che potrebbe essere il fratello del tuo migliore amico, attacca con Paracadute, il quinto pezzo del suo disco Fa Niente, canta solo accompagnato dalla chitarra con la voce dritta, anche se effettata, che ti racconta tutte le parole con precisione, che forse in bocca ad un altro, non avrebbero avuto significato.

Paracadute, cantata con l’accompagnamento della chitarra soltanto, è una canzone malinconica e distante, come un’eco di qualcosa che ti manca, senza che tu sappia esattamente cosa sia. Ma è quando Giorgio Poi canta “i sogni degli altri, che noia mortale” e cioè il momento in cui il batterista ed il bassista (Matteo Domenichelli e Francesco Aprili) salgono sul palco e cominciano a suonare anche loro, che tutta diventa come il mare di novembre, brumoso e confortante.

Giorgio Poi ha dei musicisti incredibili al seguito, e ne è cosciente, lo dice sempre, ogni volta che gli si fa un complimento dopo un live, e anche se non esiste più, con uno come lui, il concetto del musicista che è anche una rockstar inavvicinabile, un semidio, un mito, il pubblico lo chiama a voce altissima, improvvisa coretti, sa a memoria i nuovi singoli usciti poco fa, Semmai e Il Tuo Vestito Bianco, che poi viene anche ripetuta per l’encore.

Non è un caso che ci sia stato un riferimento al mare, poco fa, perché nella scrittura di Giorgio Poi il mare è un dato importantissimo, che ricorre quasi in ogni canzone, come la distrazione, i cinema e la difficoltà di comunicare, e allo stesso modo ritorna nella cover che viene riproposta in tutti i live, Il Mare D’Inverno, raccontata direttamente a noi come se fosse una storia che conosciamo bene, ma che ci va di riascoltare tutte le volte, soprattutto se viene fuori in modo così spontaneo e disarmante.

È così per l’altra cover, Ancora di Malgioglio, che sostituisce il pezzo de I Cani, Aurora (altra cover bellissima ce Giorgio Poi regala durante le sue date) sorprendendoci, dandoci un bel colpo di grazia.

Il concerto (ufficialmente, senza il bis), finisce con Niente Di Strano, forse il più famoso singolo, cantato a squarciagola da tutto il mare di persone che riempie la sala, Giorgio Poi ci ringrazia e brinda a noi, dice che da tempo voleva suonare al Monk perché è come casa sua, e lo crediamo bene, nel pubblico occhieggia metà della scena musicale indipendente romana, l’altra metà non la vediamo, forse, perché c’è ancora troppo fumo.

 

[Kaos Live Report] Fink @Quirinetta 02/11/2017

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L’amatissimo cantautore britannico ha regalato al pubblico romano un live bellissimo: ecco le foto della nostra Marta Bandino.

Fink – ovvero Fin Greenall – dopo l’annuncio del nuovo Resurgam  si conferma come uno dei musicisti  più apprezzati e seguiti nel circuito indie. Un talento messo ancora in mostra ieri sera durante il bel live al Quirinetta: godetevi i nostri scatti per riviverlo!

[Kaos Live Report] Primal Scream @Viteculture Festival – Ex Dogana 16/07/2017

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Continua la nostra estate di musica live al Viteculture Festival e questa volta è il turno dei Primal Scream

In una domenica romana segnata dalle doppie date degli U2 dedicate al loro capolavoro The Joshua Tree allo Stadio Olimpico di Roma, c’è spazio anche per un’altra band a dir poco leggendaria, quella di Mr. Bobby Gillespie e Co.

Non nascondo l’emozione nel trovarmi di fronte per la prima volta – avrei colmato volentieri la lacuna l’anno scorso, ma la schiena di Gillespie era di parare diverso – ad un gruppo che da decenni segna la storia della musica con album capitali e opere altrettanto degne del più vivo interesse. Dal 1991, annata dell’epico Screamadelica ai fasti degli Anni ’00 con Beautiful Future e More Light, fino al luccicante synth-pop di Chaosmosis della scorsa annata, i Primal Scream continuano con scavata maestria ad intrattenere la loro legione di fan e i nuovo adepti figli della Brittaniamania.

Prima di parlare dei loro live, soffermiamoci sui due opening – tutti italiani – della serata: Lilian More e /handlogic. Energico trio rock tuttochitarre il primo, rarefatto ed elettrico il secondo, di marcata matrice radioheadiana. Finite le proprie esibizione tra gli applausi, le due band lasciano il palco ai Primal Scream.

Se appaia prima Bob Gillespie o la sua camicia questo non riusciamo a dirlo: sappiamo solo che nemmeno il tempo di accompagnare il loro ingresso con il giusto boato che la band inizia a suonare “Movin up“: un vero e proprio inno. L’accoglienza è calda e le varie macchine fotografiche e gli smartphone oltre al frontman del gruppo si concentrano anche sulla bassista Simone Marie Butler. Direi più che giustamente. I volumi non sono altissimi (cause delle recenti lamentele del vicinato?) ma la resa è buona. Gillespie, dopo un inizio un pò meccanico, in cui ripete dei gesti più perchè “di ruolo” e obbligati (tipo l’invitare il pubblico a battere le mani), inizia a sgranchirsi e prenderci gusto. Dopo “Dolls” e “It’s all right, It’s Ok” una fantastica esecuzione di “(Feeling like a) Demon Again” sancise l’esplosione definitiva del concerto in una grande festa, in cui gli hooligans della band di Glasgow possono letteralmente scatenarsi ad ogni brano, fino ai cori finali di “Come Together”.

Un bel live, una band storica, una festa che ancora rimbomba nel cielo romano. Cosa chiedere di più a questa domenica di metà luglio?

[Kaos Live Report] Moderat @Ex Dogana 14/07/2017

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Spesso mi chiedo: “Quanto volte avrò sentito questa canzone?” Non perchè voglia effettivamente documentare o fare statistiche numeriche su quelli che sono i miei ascolti musicali, ma poichè dopo anni mi rendo conto di come l’infatuazione per determinati brani non sembra – fortunatamente – calare e il bisogno di ascoltarli ripetutamente rimane immutato. L’interrogativo salta spesso fuori durante l’ascolto di “A New Error” dei Moderat e qualora iniziassi davvero a quantificare gli ascolti dovrei ragionare su cifre stratosferiche.

Si, perchè da quel lontano 2009 “A New Error” rappresenta uno dei momenti chiave della mio personale incontro con il mondo musicale elettronico “alto” ed è bellissimo vedere come le emozioni che ancora oggi mi provoca non siano minimanente in declino. Capirete allora la mia felicità quando il brano è stato eseguito quasi all’inizio del live tenuto dai Moderat venerdì scorso 14 luglio all’Ex Dogana.

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Passate le 22:00 Sascha Ring (per gli amici conosciuto anche con il nome di Apparat) e il duo Modeselektor formato da Gernot Bronsert e Sebastian Szarzy si avvicina alle console e fa partire il primo brano della serata, tratto del loro ultimo bellissimo album III, “Ghostmother”. L’abbraccio del pubblico romano è caloroso ed euforico come al solito e il trio apprezza tanto affetto, dimostrato anche nella passata data romana dello Spazio 900.
La resa live è ottima e i brani nella loro veste live mantengono inalterate i loro pregi: la basi si sentono nitide, i suoni e la voce di Sasha idem.
Davvero notevole anche l’accompagnamento visivo del concerto con le proiezioni ipnotiche alle spalle dei Moderat durante la performance. Da segnalare “il gioco di braccia” che segue la già citata “A New Error” o la carrellata quasi fumettistica alla Marvel in cui appaiono le iconiche copertine dei dischi sul finale.

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La selezione dei brani è composta principalmente della canzoni di III, intervallati da ottimi momenti di pura trance techno. Non sono mancati i “classici” come “Bad Kingom” e “Rusty Nails” – superfluo dire come abbia reagito il pubblico – anche se personalmente dal vivo credo che niente superi “Milk”: uno dei miei pezzi preferiti dei Moderat e forse uno dei più rappresentativi della loro produzione, eseguito dal vivo prima in solo da Gernot Bronserte poi con il supporto del resto del trio.

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Il pubblico che ha colmato l’Ex Dogana è in quella sorta di magica sospensione che solo la musica di quest’unica e fantastica fusione artistica riesce a generare: passare dalla delicatezza ed emotività del cantato e la melodia, alla possente scarica dei battiti, dall’euforia e il movimento alla sentita partecipazione. I Moderat percepiscono questo stato, queste sensazione da parte del pubblico e ringraziano per il coinvolgimento. Magnifico.

Brano dopo brano “Les Grandes Marches” si chiude in maniera trionfale anche questa volta, lasciando spazio ad un altro culto della scena come Ellen Allien, regalando al pubblico dell’Ex Dogana una serata davvero indimenticabile.

di Alessio Belli

Tracklist:

Ghostmother

A New Error

Running (Remix)

Eating Hooks (Siriusmo Remix)

Rusty Nails

Animal Trails

Reminder

Les Grandes Marches

Nr. 22

Milk

Bad Kingdom

Intruder

[Kaos Live Report] Gazzelle- Canova @Viteculture Festival, Ex-Dogana 11/07/2017

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Un mare di folla l’altra sera all’Ex Dogana per assistere al doppio live di Gazzelle e Canova! Un’infuocata – in tutti i sensi – serata di musica romana che ha visto sul palco due nomi del momento ma anche Galeffi e Cinemaboy, in questo indiemnticabile appuntamento del Viteculture Festival. Ma ora basta parlare: ecco le foto della nostra Marta Bandino!

[Kaos Live Report] Mark Lanegan @Parco Rosati 11/07/2017

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Gargoyle: così si chiama l’ultimo disco di Mark Lanegan e devo dire che il nostro ha fatto centro anche questa volta. Gargoyle: un nome che evoca notte, mistero, intrigante oscurità. Direi che non siamo lontani dal personaggio Lanegan, a come ce lo immaginiamo. Merito della sua voce, della musica, della sua storia e di tutte le perle musicali prodotte.

Gargoyle è un gran bel disco e dopo il primo felice ascolto non riesco – tanto per cambiare – più a farne a meno. Leggermente sotto Blues Funeral ma sicuramente il lavoro migliore degli ultimi anni. Grinta rock, voce sempre rauca e vissuta che ci fa innamorare come la prima volta, riuscendo a passare dai momenti più energici – “Death’s Head Tattoo”, “Nocturne”, “Emperor” – agli scorci emozionanti, lenti e dolenti di “Goodbye to Beauty”. Insomma, passano gli anni ma i motivi per vedere il caro Mark non mancano: eccoci qui allora pronti ad ammirarlo nella data romana a Parco Rosati.

Dopo averlo fotografato per la Radio Kaos Italy qualche mese in un live molto bello e intimo al Monk Roma, eccoci ancora una volta a narrare le gesta di Duke Garwood, eccelso chitarrista ormai fidato braccio destro di Lanegan, con cui incide dischi e si accompagna nei tour. La formula è la stessa del Monk: voce, chitarra e batterista al fianco. Intenso come sempre, Mr. Garwood è l’opening perfetto per questa serata live e lo ritroveremo anche dopo nella performance di Lanegan. Il pubblico apprezza e mentre scende dal palco oltre ad un autografo riesco a strappargli anche la promessa di tornare nella Capitale il prima possibile.

Poi il palco si svuota e si attende solo il nostro Gargoyle. Ah, quasi dimenticavo: un’altra caratteristica di questa figura è la sua staticità. L’immmobile fissità e fierezza con cui scorge l’orizzonte e il mondo che lo circonda. Esattamente come Mark Lanegan sul palco. Una possente sagoma piantata al centro del palco, la quale oltre al braccio verso il microfono non offre molti altri movimenti. E’ uno dei suoi tratti caratteristici e per quanto ami ammirare le gesta di molti animali da palco – vedi report Depeche Mode di due settimane fa – mi piace l’idea di questo cantautore superstite del Grunge e di scontri con svariati demoni che non ha nulla da offire se non “solamente” le sue canzoni. E’ uno dei pochi che può permetterselo.

L’inizio è fragoroso: le tracce d’apertura dei sopracitati album, “Death’s Head Tattoo” e “Gravedigger’s Song”. Il suono è corposo, energico, ottima resa e grande apporto della band. La potenza è nella selezione dei brani e nell’annessa magnetica performance dell’autore. Il pubblico è caldo – non solo per la temperatura – e apprezza sia delle chicche ripescate dell’Ep (prezioso) Here Comes The Weird Chill come “Wish You Well”, sia la amate scariche rock di “Hit The City”: purtroppo per questa canzone non c’era PJ Harvej a duettare con il nostro, ma ce ne faremo una ragione.

Di momenti indimenticabili ce ne sono stati tanti anche questa volta, il mio? La magia, il silenzio e quall’atmosfera sognante che si creata quando Lanegan, con la sua rude dolcezza ha cantato questi versi qui:

“On the marble street
A procession spills in
At the White Sea wall
Waves crash and crash again
Darkness shining
Then disappearing
Day follows night, night follows day
Comes like a stranger then it drifts away
Day follows night, night follows day

Goodbye
Goodbye to beauty
Goodbye to beauty

In a mansion above
The ceremony begins
On a bandstand below
The conductor laments
The dogs are whining
Something’s changing
Day follows night, night follows day
Makes like a friend before it slips away
Day follows night, night follows day

Goodbye
Goodbye to beauty
Goodbye to beauty”

Si, credo che “Goodbye to Beauty” sia stato il momento più intenso del live, senza nulla togliere alla gioia con cui ho assistito a “Ode to Sad Disco” e “Methamphetamine Blues”. La scelta è caduta sulla produzione recente del nostro Gargoyle: molti momenti dall’ultimo disco ovviamente, più Phantom Radio e Blues Funeral fino a Bubblegum, con qualche – graditissima – eccezione che ha coinvolto “Deepest Shade” dal disco di cover Imitations in cui omaggia il suo “fratello” e compagno di battaglia Greg Dulli eseguendo questo brano dei Twilight Singers.

Tra gli applausi e le urla che accompagnano l’uscita di scena dopo “Head”, ecco tornare Mark Lanegan per i bis. Il primo è “Killing Season” , il secondo è un’altra cover riconosciuta subito. La chiusura perfetta: “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division. Brano seminale della più importante band degli ultimi trent’anni ascoltato in tantissime versioni ma che fatto “alla Lanegan” appare in una veste nuova,molto personale. Concluso questo inno eterno, tutti in piedi al cospetto del Gargoyle, il quale, come consuetudine, congeda tutti con lieve accenno dalla mano. E a noi va benissimo così. Goodbye to beauty, goodbye Gargoyle.

Report di Alessio Belli
Foto di Francesca Romana Abbonato

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[Kaos Live Report] Fatboy Slim @Ex Dogana 09/07/2017

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Are we having fun yet?

Se passiamo molte delle nostre serate all’Ex Dogana (e ci va benissimo) è anche colpa del Just Music Fest. Giunto alla sua terza edizione, l’evento continua a trasformare Roma in un gigantesco dancefloor, grazie anche ad un line-up di altissimo livello. Dopo aver visto il nostro amato Jarr eccoci questa domenica nove luglio alla corte di un certo Fatboy Slim.

Che dire, difficile per il sottoscritto essere di parte e rimanere indifferente davanti a questo nome: sono effettivamente cresciuto con i suoi cavalli di battaglia e la sua produzione – insieme a quella dei Chemical Brothers e Daft Punk – è stata il mio primo, e poi sempre più viscerale e approfondito – approccio con la musica elettronica. Passati gli anni di grandi inni – “The Rockfeller Skank”, “Praise You”, “Right Here, Right Now”, “The Weapon of Choice” – Mr. Norman Cook continua ad essere un nome amatissimo e molto richiesto in tutto il mondo, continuando a far scatenare milioni di fan euforici in tutto il mondo. Che anche quella di questa sera sarà la sua ennesima data indimenticabile?

La risposta arriva in un lampo. Mr. Norman Cook poco dopo le nove sale sul palco acclamato calorosamente dalla folla che ha colmato l’Ex Dogana. Magro e con camicia colorata, il nostro Fatboy Slim appare come un adulto rimasto sempre un pò ragazzo, con una irrefrenabile voglia di divertirsi e di far divertire. L’inizio è clamoroso: basta un attimo appena per riconoscere le note di “Praise You” e vedere il Nostro accompagnare con le mani, come un direttore d’orchestra, il coro della folla. Il tempo di scaldarci e il singolo di You’ve Come a Long Way, Baby sfuma nel fragore di altro amatissimo brano: “Eat, Sleep, Rave, Repeat”.

Una doppietta da k.o. che prosegue in un intenso e soprattutto divertente set in cui il dj inglese non si risparmia e mostra tutta la sua carica, assecondando e incitando l’irrefrenabile pubblico romano. Così, tra un rifacimento di “Psycho Killer” e movimenti molto brasiliani, tutta l’Ex Dogana si è goduta l’ennesima festa targata Fatboy Slim.

Dopo di lui, un altro nome di primo piano in questa serata estiva elettronica romana: niente meno che Daddy G dei Massive Attack in console!
A lui la missione, perfettamente riuscita, di proseguire la serata tenendo alta la carica del pubblico.

Sotto una splendida luna piena, si chiude così un’altro bellissimo appuntamento con il Just Music Fest. Alla prossima: noi ci saremo.

PS

Potete ammirare la scritta Are we having fun yet? sul computer che Fatboy Slim usa durante il live. La risposta la sapete.

di Alessio Belli

[Kaos Live Report] Michael Kiwanuka @Auditorium Parco della Musica di Roma 22/06/2017

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Il 22 giugno, nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma per il Luglio Suona Bene, si è fermato il tempo. Per un’ora e mezza il pubblico si è ritrovato a viaggiare in uno spazio cosmico, guidati dalla voce unica e pura di Michael Kiwanuka.

Il chitarrista inglese, tournista di Adele, ha portato nella capitale la sua magia sonora. Il lungo intro di “Cold Little Heart” accompagna i presenti ad allacciarsi le cinture e a preparasi per il decollo.

La voce graffiante e sincera del capitano Kiwanuka tranquillizza sin dalla prima nota gli ospiti della sua navicella. Non è un caso che, da quando è uscito l’album Love & Hate, il chitarrista di Londra stia acquisendo sempre più importanza nel mondo musicale di oggi. Perché il un momento storico in cui si dà sempre più spazio agli effetti e all’autotune, ascoltare e perdersi nelle frequenze vocali di questo ragazzo inglese è qualcosa di meraviglioso.

La prima parte del viaggio si apre con brani tratti dall’ultimo lavoro (“Cold Little Heart”, “One More Night”, “Falling” e “Black Man In A White World”, “Place I Belong”). Decollo perfetto: un misto tra atmosfere sognanti, ritmi incalzanti e calma apparente. Calma che si raggiunge quando si fa un salto indietro, al 2012, quando vengono eseguite, dall’album Home Again, “I’m Getting Ready” (canzone tradotta ed interpretata anche da Ron (“Mi Sto Preparando”), presente tra il pubblico romano, e “Rest”, suonata con il solo aiuto del basso.

Le sonorità psichedeliche riaccendono i motori verso l’ultima visita al pianeta Kiwanuka. “Rule The World”, “The Final Frame” e “Father’s Chile” accompagnano i turisti a viaggiare con la mente, attraverso i ricordi e le speranze insite in ognuno dei presenti. I musicisti si prendono i meritati applausi congedandosi per la sosta prima del ritorno a casa. Con “Run Like The Breeze” e “Home Again”, la navicella fa il suo atterraggio sulla terra.

Il capitano Kiwanuka lascia il pubblico estasiato con un messaggio di speranza, “Love & Hate”.

“I need something, give me something wonderful”

La standing-ovation finale è tutta meritata. Abbiamo assistito a qualcosa di magico, puro e sincero. Il presente e il futuro della musica avrà come protagonista indiscusso il capitano Michael Kiwanuka: voce perfetta e arrangiatore di brani che si fanno ascoltare ed amare.

Di Luigi Giannetti

[Kaos Live Report] Depeche Mode @Stadio Olimpico 25/06/2017

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Una band leggendaria, uno Stadio e una Capitale ad accoglierla, una folla in adorazione pronta ad abbracciarla. Uno dei live più attesi dell’estate romana. Si, stiamo parlando del concerto dei Depeche Mode allo Stadio Olimpico di Roma. Noi c’eravamo ed ecco il nostro report.

Estate 2001: ho 15 anni e MTV passa a ripetizione “i miei tormentoni estivi”: i R.E.M. con “Imitation of Life”, “Elevation” degli U2 e “Freelove” dei Depeche Mode.Un’estate fantastica. Parto da qui non per dirvi i fatti i miei, ma perché i Depeche Mode fanno parte di quell’Olimpo con cui sono cresciuto e che sento ancora molto vicino. E’ un discorso che si muove su due livelli, due binari: amo e seguo con viva passione le realtà più indipendenti ed emergenti e allo stesso tempo ancora mi emoziono con la musica dei Padri precedentemente citati. Per continuare il duplice discorso vi dico che ho vissuto -e vivo – due “storie” dei Depeche Mode: quelli mitici di Black Celebration e Violator e gli attuali degli anni ’00, in bilico tra alterne fortune artistiche e dischi in vetta alle classifiche e sold-out negli stadi di tutto il mondo.

Exciter, l’album con cui li conobbi, è un lavoro sufficiente con ottimi singoli; Play The Angel è senza dubbio il lavoro più bello dai tempi di Ultra; Sounds of the Universe e Delta Machine sono piuttosto mediocri, mentre Spirit è ben fatto.

Detto ciò, iniziamo la cronaca della giornata. Alle sedici in punto i cancelli si aprono e la corsa per stare più vicini al palco è uno sforzo che nonostante il caldo vale la pena fare. Alle 20:00 il palco si anima: l’opening act è pronto. Gli Algiers sono schierati. Scoprire il loro nome come gruppo di apertura è stata una grandissima notizia. Dopo due lavori come l’omonimo esordio e The Underside of Power dell’anno scorso, la band si è imposta come una delle realtà più originali e avvincenti del panorama indie mondiale. Agli Algiers è toccata la sorte che spesso capita a molti nomi giovani – e spesso misconosciuti al grande pubblico – chiamati ad aprire i pesi massimo della musica mondiale: una bella performance davanti un folto pubblico per lo più disinteressato. Peggio per loro. Franklin James Fisher ha tenuto alla grande il palco offrendo la solita ottima performance vocale ed uno scatenato Ryan Mahan si è concesso non pochi balli tra un passaggio e l’altro tra basso e sintetizzatori. Vi rivogliamo a Roma il prima possibile. Davanti un pubblico tutto per voi.

Il set degli Algiers dura una quarantina di minuti, ergo: se i Depeche Mode sono puntuali, manca davvero poco…
E come risposta, alle 21:00 l’aria esplode. Dalle casse esce “Revolution” dei Beatles e di seguito una versione remixata di “Cover Me”. Poi i monitor si illuminano con variopinti colori e uno alla volta i Depeche Mode entrano sul palco accompagnati dall’ovazione dello Stadio. Martin Gore sulla sinistra, Christian Eigner alla batteria al centro, Andrew Fletcher con gli occhiali da sole si schiera dietro le macchine sulla destra e accanto il fidato Peter Gordeno. Parte “Going Backwards”. Ma dov’è Dave Gahan?

Lo sentiamo cantare ed ecco apparire in alto la sua silhouette, nella parte sovrelevata del palco dietro i tastieristi. L’Olimpico è un unico boato di accoglienza e amore per la band inglese. L’euforia è alle stelle e abbiamo appena iniziato. Senza colpo ferire ecco un’altro brano trascinante (dal vivo ancora di più) tratto da Spirit: “So Much Love”. Per questi due brani la performance è supportata da animazioni e filmanti by Anton Corbijn: ora però le telecamere puntano sui nostri eroi e i maxischermi sono tutti per loro.

La successione è un perfetto mix tra classici del passato e brani dell’ultimo lavoro. Sarà scontato da dire, ma i Depeche Mode dal vivo sono il solito spettacolo unico ed emozionante. Lasciate stare le solite critiche sterili riguardo il baraccone che continua ad andare avanti solo per soldi (cosa che in parte è vera, ci mancherebbe): i DM continuano ancora a far ballare e tenere con il fiato sospeso migliaia e migliaia di spettatori di tutte le generazioni. La resa live è ottima e brani come “Wrong” e “A Pain That I’m Used To” risultano ancora più avvincenti e aggressivi in queste vesti. Un bel video accompagna la splendida “In Your Room”. Dave Gahan è in forma strepitosa e si conferma ancora il più grande perfomer in circolazione. Il pubblico è ai suoi piedi e non può che assecondare tutti i gesti ed incitazioni. E che dire di Martin Gore? Come se niente fosse ci regala una doppietta del calibro di “A Question of Lust” – “Home” eseguita accompagnato solo al pianoforte? Forse il momento più emozionante del live.

Intanto lo show va avanti, con il pubblico che canta con uguale intensità la giovane “Where’s the Revolution” come le vecchie Everything Counts, capace di riportarci fino al 1983, anno di Construction Time Again e farci ballare come se gli anni ’80 non fossero mai finiti. Poi un momento che difficilmente dimenticherò. Quel rumore di vecchio treno, quell’ingranaggio persistente. E’ l’intro di “Stripped”. E come se non bastasse poco dopo il suolo dello stadio trema letteralmente poichè nessuno dei presenti può esimersi dallo scatenarsi sotto le notte di “Enjoy the Silence” e “Never Let Me Down Again”. La felicità totale. Ma non siamo ancora giunti alla fine.

Gruppi sparsi di “ultrà” del gruppo intonano Just Can’t Get Enough ma è ancora uno struggente Gore con “Somebody” ad emozionarci aprendo la strada ad una cover molto attesa: quella di “Heroes” di David Bowie. Esecuzione magistrale, un grande omaggio alla nostra Stella Nera. Poi un riff che tutti conosciamo, ipnotico e avvincente come sempre: quello di “I Feel You”. Infine un sospiro, un sussulto: è il gran finale e lo Stadio trema ancora. E’ Personal Jesus. Concluso il brano la band si abbraccia e si inchina davanti ai suoi fedelissima fan romani. Un concerto che aggiunge ancora più aurea e leggenda ad una nome che ha fatto la storia della musica e continua ancora a farci felici con le sue canzoni. Scusate se è poco. Da fan il mio sogno di sentire dal vivo la mia cara vecchia “Freelove” non è stato esaudito. Ma il cuore è lo stesso di quella estate del 2001.

Setlist:

Revolution
(The Beatles song)

Cover Me (remix)

Going Backwards

So Much Love

Barrel of a Gun

A Pain That I’m Used To

Corrupt

In Your Room

World in My Eyes

Cover Me

A Question of Lust

Home

Poison Heart

Where’s the Revolution

Wrong

Everything Counts

Stripped

Enjoy the Silence

Never Let Me Down Again

Encore:

Somebody

Walking in My Shoes

“Heroes”
(David Bowie cover)

I Feel You

Personal Jesus

Di Alessio Belli

[Kaos Live Report] Nicolas Jaar Live all’Ex Dogana: il resoconto della serata

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Potrei raccontare di come si è svolto il concerto di Nicolas Jaar il 21 giugno, restando assolutamente neutrale, o facendovi una cronaca dettagliata e piena di critiche, potrei tentare una via di mezzo e cercare di accontentare tutti. Oppure potrei fare come in certe puntate speciali di Topolino in cui scegli tu il finale e i personaggi dal cui punto di vista ti va di vedere la storia. Immaginiamo, quindi, quattro ideali spettatori, e un solo inizio, un incipit guida: lo Spring Attitude è finito da quasi un mese, a salutarci con un sacco di energia c’era stata la live band di Clap!Clap! (alias Cristiano Crisci, l’uomo con le molle sotto i muscoli) e noi ve lo avevamo raccontato. Tornando all’alba dalle Ex Caserme Guido Reni si poteva già vedere il faccione di Jaar campeggiare tra gli alberi dei viali, con l’annuncio di una bella coda per il festival primaverile romano.

Esaltazione e felicità, trepidazione perché dopo averlo annoverato tra i migliori lavori del 2016, averlo citato e passato più volte in varie trasmissioni, avergli dedicato una intera puntata monografica, restava solo di vederlo dal vivo questo giovanotto statunitense di origini cilene.
L’Ex Dogana, teatro delle manifestazioni più svariate, sia d’inverno che d’estate, apre le porte agli spettatori alle 20.00 circa, si prevede che il concerto inizi solo due ore e mezza dopo. Il palco è quello del Molo Nuovo, la serata è caldissima e si spera che quel lasso di tempo concesso prima dell’inizio della performance, serva a sistemarsi con comodo, senza intoppi e senza file.

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Spettatore 1: Sono un fruitore medio che ha il biglietto da tempo, l’ho comprato in anticipo perché Jaar mi piace, ho voglia di ballare e ho sentito che al Sònar ha pompato come un matto, arrivo lì per le 21.30, ho già il biglietto che vuoi che succeda. Daje.

Spettatore 2: Sono un fruitore medio che non sa chi sia Jaar, ho voglia di andare all’Ex Dogana perché ho finito gli esami/sono in ferie/ho voglia di divertirmi in mezzo alla settimana senza preoccuparmi del lavoro, probabilmente strillerò in tutte le pause o i silenzi, ho sentito che ci sta tipo un dj-set o qualcosa del genere, dicono che inizia alle 22.30, leggo biglietti disponibili. Mi dico che forse sarà meglio arrivare un’ora prima. Daje.

Spettatore 3: Ho comprato il biglietto in prevendita sei mesi fa, amo Jaar e quello che produce, sono curioso di sentirlo suonare dal vivo, voglio mettermi sotto palco, sotto cassa così mi arriva meglio la botta sonora di The Governor, il mio pezzo preferito. Devo solo ritirare il mio biglietto, mi avvio un’ora prima, alle 21.30, perché così mi sistemo, surfo sulla gente e arrivo a contare i peli del naso di Jaar. Daje.

Spettatore 4: Ho un omaggio o un accredito, ci vado non troppo presto sennò mi annoio e fa caldo. Tipo le 21.30. Daje

Immaginate come se queste quattro categorie di spettatore standard si decuplicassero all’infinito occupando tutto lo spazio esterno all’Ex Dogana, gonfiandosi come quegli asciugamani compressi che diventano enormi solo bagnandoli, nello stesso orario esatto, manco si fossero dati tutti appuntamento per un flash mob. Nella confusione fatta di sudore dietro le ginocchia, palate di accendini confiscati, americani visibilmente spiazzati dalla divisione promiscua delle code, comincia quello sfilacciamento di vetri rotti, note al piano, rumori spezzati che ti fanno pensare alle cose lontane, non tue, che forse possedevi una volta ma che adesso a stento ricordi, che è poi la musica (soprattutto) dell’ultimissimo Jaar.

Un live di questo tipo è come una sonata di musica classica, ha dei movimenti e un crescendo che progressivamente ti portano altrove, ma deve essere un percorso a due, durante il quale è vietato distrarsi così come è vietato perdere anche solo qualche minuto, e quindi capirete bene che anche lo spettatore numero 2, nonostante la sua evidentemente scarsa preparazione, sente un leggero velo di rabbia nel momento in cui è costretto ad ascoltare l’intro del concerto tra i vari “Giacomo mi ha lasciato stavolta non lo perdono” e i “per favore tirate fuori tutte le bottiglie e gli accendini dagli zaini”.

dkjdtubi di luce che fanno cose molto belle mentre in sottofondo passano quelli che sembrano i preliminari per un live incentrato su Sirens, l’ultimo lavoro, e che invece sul più bello sterza sempre, e prende un sentiero inesplorato, uno stradone immenso, una pista tra le montagne. Basta fidarsi di quel che si sta ascoltando, con la certezza di non essere delusi, e infatti è tutto equilibrato, è un’altalena di intimismo quasi estremo, che ti fa sentire un voyeur, e coinvolgimento da mano a paletta. Dopo Three Sides Of Nazareth e The Governor Jaar ci regala una perfomance di No, singolo estratto dall’ultimo disco ed unico pezzo abbastanza radiofonico, tutta a favore dei nostri occhi, proteso verso il pubblico a raccontare questa storia che intreccia le radici delle sue personali origini, con quella del paese da cui è emigrata la sua famiglia, il Cile.

Nel mezzo dei brani ci sono interi quarti d’ora di flusso di coscienza, e risulta facile immaginare Nicolas Jaar colto da pensieri improvvisi, guizzi di ispirazione e intelligenza da riversare in musica, per concludere con una rarefattissima Space Is Only Noise If You Can See, così diversa dalla versione su disco che ti dà l’impressione che ti fanno quelle persone che non vedi da tanto tempo e di cui ricordi vagamente i tratti somatici ma manco troppo bene.

Poco prima dell’una ci avviamo verso l’uscita, qualcuno diretto all’aftershow, gli altri chissà dove, e per l’ultima volta ci troviamo in fila tutti insieme, mescolati come al principio, i fan, quelli con la prevendita, quelli col bracciale che ti faceva accedere all’area vip. Abbiamo dimenticato la rabbia e la frustrazione di quando eravamo all’ingresso, ma rimane la sensazione di aver perso qualcosa, di aver mancato quel dettaglio piccolo che ti avrebbe aiutato a risolvere tutto, e a fare chiarezza. Rimane il senso di qualcosa di bellissimo ma inafferrabile, come quelle figure di sogno, che la mattina non sai più nemmeno se eri tu a sognarle veramente.

[Kaos Live Report] Twelve Foot Ninja – Uneven Structure – Omega @ Traffic Live – 04/05/17

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Giovedì 4 Maggio c’è stato, finalmente, il debutto dei Twelve Foot Ninja in suolo italiano e romano, al Traffic Live Club davanti ad un gremito pubblico, supportati dagli Uneven Structure (touring band) e Omega.

Il pubblico già ben presente ad inizio serata supporta la band romana Omega, alla prima apertura importante e non delude assolutamente, assicurandosi certamente nuovi fans; la band esegue brani dal loro primo album Ocean’s Paradox Chapter 1 che presto sarà disponibile al pubblico.

Seconda band sul palco e via con i francesi Uneven Structure che presenta il loro nuovo album La Partition uscito il 21 aprile. Un set vario che colpisce il pubblico, molti dei quali già a conoscenza della band. Le differenze tra il precedente album Februus e quest’ultimo lavoro sono facilmente notabili e rendono interessante il loro concerto; infatti si passa da momenti più ambient e larghi a breakdown djent che portano i fans a scatenarsi nel pit.

Quando arriva il momento dei Twelve Foot Ninja l’aria è già carica di risate e voglia di spaccare tutto, risate portate dalla scelta della band di mandare brani di Lionel Richie e classici del funk anni 80′ per rilassarsi prima dell’ora metal. La setlist è a dir poco perfetta e contiene brani da i due album Outlier e Silent Machine oltre a Manufacture of Consent presente nell’EP Smoke Bomb.

Un concerto semplicemente fantastico e che, grazie alla presenza dei fans, fa capire alla band che l’Italia è la loro seconda casa, senza alcuna ombra di dubbio.

1) Collateral
2) Vanguard
3) Mother Sky
4) Kingdom
5) Post Mortem
6) Point of You
7) Deluge
8) Manufacture of Consent
9) Shuriken
10) Coming For You
11) Invincible
12) Sick
13) Adios
14) One Hand Killing

[Kaos Live Report] Ozaena – Skulljack – Lady Reaper @ Wishlist – 29/04/17

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Sabato 29 Aprile è avvenuto il release party del nuovo album degli Ozaena, per Time To Kill Records, intitolato “Necronaut”, presso il Wishlist club. La serata ha avuto inizio con i Lady Reaper, band che presto aprirà i concerti dei Grave Digger per le date italiane, presentando i brani del loro solido primo lavoro, registrato presso il The Lab studio.

Secondi a salire sul palco sono il power trio Skulljack, heavy metal colmo di attitudini hardcore, pur enfatizzando quelle origini che chiaramente riportano ai mitici Motörhead.

Arriva il momento degli headliner Ozaena che ci presentano subito con prepotenza i brani del loro nuovo album Necronaut, un lavoro estremamente solido, venuto fuori grazie all’esperienza sui palchi e alla maturità musicale che, sapientemente, ha aiutato i giovani ragazzi nella scrittura di questo album.

Presenti anche brani dal loro precedente lavoro Beneath The Ocean ed una cover con dedica dei Pantera, I’m Broken. Locale colmo di fans carichi e pronti a supportare la scena metal underground che cresce sempre di più e nel caso degli Ozaena, permette di effettuare tour europei; il Wishlist è pian piano diventato un locale che supporta la scena metal e su cui ci si può fare sempre affidamento.

[Kaos Live Report] Romics 2017: i primi scatti!

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La Fiera di Roma ha ospitato dal 6 al 9 aprile uno degli eventi più attesi dell’anno: ovvero la XXI edizione del Romics!

Consapevoli del rischio, abbiamo mandato la nostra scatenata Laura Aurizzi, e queste sono le sue foto! Se non vi trovate, tranquilli: ce ne saranno delle altre…

ROMICS

[Kaos live report] Iosonouncane + Cesare Basile live @ Villa Ada – 06/07/2016

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Non è un granché cominciare un resoconto di un concerto (o di due concerti, in realtà) ammettendo una propria mancanza grave che sarebbe potuta passare sotto silenzio facilmente, con uno sguardo rapidissimo a Wikipedia o a qualche intervista sparsa sul web.
Però è chiaro che il resoconto del concerto, soprattutto per chi non ha potuto parteciparvi, è una specie di atto di fede, e io non me la sento di tradirvi.
Sono arrivata a Villa Ada con calma, assieme ai miei amici, mi sono messa sotto al palco, ho ricevuto un messaggio di un amico in ritardo:
– O ma iosonouncane ha iniziato?-
– No tra poco ci sta il gruppo spalla, ma sticazzi.-
Ecco. È una debolezza piuttosto ovvia, e spero diffusa. Vai al concerto di qualcuno che ti piace tantissimo, ma prima speri che il gruppo spalla, o chi apre, o insomma chiunque ci sia prima sul palco, pure i tecnici che accordano, si diano una mossa. Quindi pochissimo rispetto nei confronti di chi si sta prendendo l’onere di scaldare un pubblico che non è venuto per lui. O che forse è venuto per lui ma tu non lo sai perché è chiaro che sei lì per IOSONOUNCANE. Altre volte, onestamente, la mia impazienza è stata in larga parte giustificata, e pure troppo rispettosa, ma con Cesare Basile ho toppato come una scema qualsiasi.
Sul palco ci sono tre personaggi veramente diversi, e allo stesso modo carismatici, e sebbene ricordi a stento il nome di due di loro: Cesare Basile, e mi sembra abbastanza semplice, e Simona, rimangono ben impressi i suoni ampi, i testi meravigliosi e la complicità. È banale far caso all’aspetto dell’intesa tra i musicisti, e alla capacità di entrare in empatia con il pubblico, ma diventa importantissimo in una data come quella di ieri, e presto capirete perché.
Cesare Basile canta, a volte in siciliano, con una voce potentissima, che si arrampica su per le orecchie, e ti intrappola come l’edera, ti fa rimanere immobile come un pupazzetto con la testa a molla, che segue una partita di tennis e non sa bene chi guardare. Perché Simona Norato (ok, appena cercato su Internet) sottile e nodosa come i rami più alti dei fichi, non riesce a star ferma mentre suona quella decina di strumenti che si trova sotto mano: tastiere, percussioni, flauto traverso, chitarra, e si dimena e fa dei controcanti che sono bellissime urla, e sussurri, e altre grida, mentre Massimo Ferrarotto (ho controllato anche questo perché non era giusto non dare il merito al terzo componente del gruppo) scandisce il tempo a volte come se fossimo nel mezzo di una parata militare, altre come le cicale, nelle pinete. È tutto così bello, che quasi ti dimentichi che dopo suonerà ancora qualcuno, perché Cesare Basile racconta tutti i modi in cui i siciliani hanno mandato affanculo il potere, o perché col pugno alzato dice “Dopo una canzone d’amore ci deve sempre essere una canzone d’anarchia”, e se ne va ringraziando, e ringraziano anche Simona Norato con un inchino, e dei baci, e gli occhi luminosi, e Massimo Ferrarotto con le bacchette alzate.
Capisco che tutto è stato fatto con un criterio meraviglioso, che un’isola ha parlato di sé, e che tutto il caldo e il sale del Mediterraneo avranno modo di levarsi altissimi sopra il vapore del lago, fino a farci entrare in una dimensione altra, in cui Cesare Basile ci ha condotto tenendoci per mano, e sorridendo, e parlando di amore ed anarchia.
Poi sale sul palco IOSONOUNCANE, assieme ad una donna bellissima, anche lei vestita di nero, che sembra una di quelle prime donne che devono aver creato il mondo, che è Serena Locci e altri tre giovani allampanati e seri. Prendono posto. Non salutano il pubblico, si mettono a suonare e basta.
Quello che sento, che riconosco, che mi fa sentire le budella dalle parti delle caviglie, è l’attacco di Che cosa sono le nuvole di Modugno, che poi è il titolo del cortometraggio di Pasolini, che poi è una ripresa dell’Otello e insomma l’insieme delle cose mi fa ringraziare che l’umanità esista e produca musica. Tutto mixato con Tanca e con le percussioni, e con i campanacci, tantissimi campanacci ed è un Caos primordiale e penso proprio a quella frase che Otello dice a Desdemona prima che tutto precipiti “[…] e se smetto di amarti, torna il Caos” (Otello, III, II) e in un certo senso è così anche per tutto il concerto di IOSONOUNCANE.
È caos che ti fa vibrare qualcosa che hai sempre sentito di possedere, qualche ricordo di pomeriggi sospesi, di campagna bruciata di sterpaglia e di aghi di pino e pietre caldissime, e incrostazioni saline sugli scogli, ed è freddezza totale, mancanza di comunicazione, ma soprattutto disagio.
Jacopo Incani (che poi è sempre lui, IOSONOUNCANE) ha una voce a tratti potente e a tratti acida e altissima quando poi, curvo sul suo synth, si volta e urla “Sveglia” ai musicisti e ti mette a parte di una situazione di inadeguatezza, come se stessi spiando qualcosa di assolutamente privato, ché ti sembra anche poco educato applaudire, e non sai mai quando farlo, come ai concerti di musica classica quando non sei certo che sia finito il movimento. Ed è quindi un oscillare continuo tra la sorpresa della musica perfetta, meravigliosa come il grembo della madre, terribile come la nascita, e il sospetto che IOSONOUNCANE non sia esattamente felice di suonare per un pubblico. È chiaro che fa parte tutto di un patto precedentemente sottoscritto per cui l’uomo che è stato capace di usare la parola sole per circa 34 volte in un solo disco senza che significasse mai la stessa cosa, non ha da sprecarsi troppo per instaurare un rapporto che lo faccia benvolere dal pubblico, perché è impossibile, è da folli non apprezzare. Mandria sul finale è proprio un colpo di grazia, tutto ciò che puoi aver pensato di terribile viene risucchiato completamente dalla coda infinita del brano, e dalla parte cantata sul finale, che non ti aspetteresti se non avessi (come me) ascoltato il disco circa 23.980 volte, e che rigenera il caos, solo per richiuderlo bene in una scatola che è fatta di mille comandi, e di leve, e di rotelle, che verrà aperta al prossimo concerto per ridare vita al ciclo, un po’ come il sole che insegue il sole.

Giorgia Melillo

[Kaos Live Report] Black Sabbath “The End Tour” @Arena di Verona 13/06/2016

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Di seguito riportiamo la testimonianza del concerto dei Black Sabbath all’Arena di Verona per il “The End Tour”, ultimo della storica band a cura dell’inviata Martina Cipriano, che ringraziamo.

Unica data Italiana del “The End” tour dei Black Sabbath nella storica e per questo fortemente suggestiva cornice dell’Arena di Verona. Spendendo qualche parola per il pre-show devo dire di aver felicemente notato più che per altri grandi concerti una grande varietà di persone composta da gente di tutte le età fuori dall’anfiteatro a fare la fila già dalle prime ore pomeridiane:dal ragazzino quindicenne alle irriducibili teste bianche per le quali nutro un grandissimo rispetto (spero di restare così fedele alla musica anch’io). Gente accomunata nonostante l’età dalla stessa espressione fiera della loro presenza all’estremo saluto,malinconica e già nostalgica per l’imminente dipartita dei padri dell’Heavy Metal. Precursori tra l’altro di molti sottogeneri che altrimenti oggi non avrebbero avuto vita. Questo spiega la presenza all’evento di un altro tipo di varietà:quella puramente musicale. E’ affascinante in questo contesto più che in altri vederti passare davanti persone con magliette di gruppi dal genere diametralmente opposto a quelle che ti son passate davanti un attimo prima;sempre debitori,sia i fans che i nomi stampati su quelle magliette,chi in un modo,chi in un altro al genio dei Black Sabbath. I cancelli dell’ Arena aprono verso le 19 e di li a poco il difficile compito di apertura live tocca ai Rival Sons,gruppo Statunitense che sta seguendo i Sabbath nel “The End” tour ormai da parecchie date. Osservando le reazioni del pubblico a me vicino penso di poter parlare a nome di una gran fetta di esso dicendo che parecchie persone han saputo della loro esistenza solo in quel momento. Molti son stati piacevolmente sorpresi da questo hard/blues rock “alla Led Zeppelin” molto caldo,graffiante ma raffinato giusto per la location e per iniziare a stuzzicare gli animi. Frontman abbastanza coinvolgente,nei limiti del possibile visto che dopotutto l’emozione per quello che sta per succedere annebbia un po’ il trasporto dei presenti facendoli rimanere seduti ma pur sempre rispettosi della notevole proposta di questi ragazzi. Segue come di consueto la pausa che serve a dissetarsi, rinfrescarsi, fare razzia al merchandise o per gli iperemotivi come la sottoscritta per prepararsi psicologicamente al rito che sta per cominciare. Tutta l’Arena è già in delirio quando sul maxischermo appare la proiezione di un videogioco ambientato in uno scantinato industriale dove abita un Demone che sputa fuoco e fa apparire la scritta “The End”, non c’è più nessuno seduto e le regole del luogo che sta ospitando un evento tanto lontano dai suoi soliti standard vanno un po’ a farsi benedire. Le sagome dal buio si avviano sul palco ed è l’incipit di un rito vero e proprio:le campane a morto scandiscono l’inizio di uno dei pezzi più cupi e stupendamente tetri che siano mai stati scritti,è l’immensa “Black Sabbath”, sorpresa per alcuni,certezza per chi tiene d’occhio la scaletta da tempo immemore,il pezzo non viene da un album ma “dall’album”, siamo nel 1970 e Black Sabbath è il primo brano che in quegli anni un ragazzino ha l’immenso piacere di ascoltare dopo aver acquistato l’album,se incazzato,triste e curioso come sei a quell’età non t’innamori così devi essere davvero un po’ sterile sentimentalmente. A me è successo,il disco era di Papà e dopo averlo ascoltato l’ho ringraziato infinite volte per avermi consigliato,si è aperto un mondo scuro ma ricco di consapevole speranza ed ho imparato ad amare alla follia certe ritmiche e certi suoni grossi carichi di una bellezza terrena inumana. Durante il brano il pubblico resta quasi interamente in religioso silenzio:meritato e dovuto. Si continua con “Fairies wear boots” brano a cui personalmente sono particolarmente legata dall’adolescenza,è un brano simpatico,un elogio ed una condanna alla “follia”,è accolto con leggerezza dal pubblico che ovviamente verso la fine,conclusa la parte del testo con “So I went to the doctor, see what he could give me. He said “Son, son, you’ve gone too far..`cause smokin’ and trippin’ is all that you do.”” impazzisce sulle note della trascinante parte strumentale a chiusura malinconica di un brano tanto autoironico ed irriverente. Si passa ai tempi di Master Of Reality con due pietre come “After Forever” ed “Into the Void”,quest’ultima particolarmente apprezzata dal pubblico vista la sua prestanza ad eccentuare l’inconfondibile timbro di Ozzy durante le strofe più parlate che cantate. E qui mi fermo a spendere qualche parola sul nostro caro Principe delle Tenebre:regge benissimo tutto il concerto alla faccia di chi non ha comprato il biglietto perchè “tanto Ozzy non canterà bene”,come suo solito inizia benissimo,perde qualche colpo nella parte centrale ma si riprende alla grande per il finale.Aiutato dalla setlist che comprende brani molto suonati pensata anche,credo,per fargli riprendere fiato,abbiamo comunque a che fare con un signore di quasi 70 anni che dopo tanti bagordi e vita sregolata ci concede ancora le sue caratteristiche corsette ai lati del palco per incitare le ali dell’Arena,fa jogging sul posto e si inginocchia più volte per ringraziarci del nostro calore. Chiaramente non ci si poteva aspettare da lui una performance da ragazzino,contando che tutte le critiche non varranno praticamente nulla quando ci ricorderemo di lui e di quello che ha combinato per la musica direi che lunedì sera l’ho ammirato davvero tanto. Dopo Into the Void è la volta di “Snowblind”, unico estratto dal Volume IV, mio favorito dopo Black Sabbath che ottiene una risposta ancora più incredibile del pubblico soprattutto durante l’assolo di Iommi che per tutto il concerto non sbaglia un colpo, composto ed irremovibile come sempre al suo strumento, proprio come il collega Geezer. Si procede con “War Pigs” che viene cantata a squarciagola dalla platea e dalle gradinate,nuovo passo indietro con “Behind the Wall of Sleep” e “N.I.B.” che mi hanno fatto versare anche qualche lacrima,avanti veloce di ritorno a Paranoid con “Hand of Doom”immensa e toccante coi cori di tutti,”Rat Salad”,la strumentale per eccellenza che ci ha permesso di apprezzare il gran lavoro dietro le pelli di Tommy Clufetos che va a sostituire l’insostituibile Bill Ward ma che ha convinto tutto il pubblico che è stato a dir poco entusiasta del suo lungo assolo. Ed infine a chiudere la triade da Paranoid tocca ad “Iron Man”,attesissima ed impossibile assente accompagnata da un indescrivibile coinvolgimento di tutti. Si sente che stanno per arrivare le ultime battute e come brano successivo abbiamo l’unico estratto da Technical Ecstasy ovvero la conturbante “Dirty Woman” seguita dalla miracolosa “Children of the Grave” che lascia infine spazio al brano simbolo di questo gruppo, “Paranoid”, cantato da tutti, forse anche dalla sicurezza e dal vecchietto Veronese al bar fuori dall’Arena. Una Setlist completamente anni ’70,davvero molto apprezzata nonostante l’assenza di brani ed album fondamentali, anche se possiamo ragionare relativamente in questo modo dato che non c’è niente che non sia fondamentale nella loro carriera.I Black Sabbath lasciano il palco e ci salutano davanti al maxischermo con la scritta “THE END” già così toccante… quando Ozzy aggiunge -“Thank you. You’re number one. God bless you all”.

Black Sabbath

Un concerto che non dimenticherò mai personalmente, uno dei più importanti a cui abbia mai assistito. Apprezzabili anche le immagini sul maxischermo, spesso psichedeliche, condite per un po’ da ricordi datati ’78 dal Tour di Never Say Die, un omaggio ai vecchi Black Sabbath che stiamo per salutare. Unica nota negativa: i volumi; troppo bassi per un concerto Metal, ma dopotutto la regola in Arena è quella, anche i suoni potevano essere più curati, mi sarebbe piaciuto sentire a volte meglio Tony e dei suoni in generale più puliti anche se tralasciando questi piccoli difetti quello che abbiamo sentito lo abbiamo sentito sicuramente bene proprio grazie al luogo in cui eravamo. Probabilmente ci sarebbero stati volumi più alti e molti più partecipanti in un luogo aperto, ma l’Arena ha creato una magia in più, favorita dalla pioggia sottile che è scesa per tutta la durata dello show rendendo tutto piacevolmente malinconico. Concerto ENORME sotto tutti i punti di vista.”

Black Sabbath The End

[Kaos Live Report] Robert Glasper Experiment live @ MONK CLUB – 21/04/2016

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Robert Glasper è, senza dubbio, tra i jazzisti più influenti nel panorama mondiale contemporaneo. La grande attesa per questa “prima romana” con il progetto “Experiment” (all’attivo i due splendidi album “Black Radio” e “Black Radio 2” impreziositi da illustri collaborazioni) era per questo inevitabile.
La sala risulta subito piuttosto affollata e seguire con attenzione il concerto è stata in effetti una piccola impresa. Alle 22:30 in punto, Glasper si presenta sul palco assieme alla fantastica band che lo accompagna: Casey Benjamin al sax, keytar e vocoder, Mark Colemburg alla batteria e il bassista Burniss Travis II.
Poche chiacchiere e subito tanta buona musica, in un ipotizzabile viaggio fra jazz, hip hop e neo soul, dove gli omaggi ad alcuni grandi artisti come Nirvana, J Dilla e Common, già presenti nel citato doppio album “Black Radio” prendono vita e ipnotizzano il pubblico senza distinzione di età e di preferenze musicali.

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Il livello è altissimo, il pianista di Houston regala tappeti vellutati che si insinuano con grande classe fra le trame che disegnano basso e batteria, lasciando spesso spazio alle melodie sapientemente disegnate al sax, al vocoder e al keytar da Casey Benjamin (una specie di Mr. T di A-Team più sorridente e scanzonato).
Il concerto è un fiume in piena di improvvisazione, i brani sono molto più lunghi e complessi rispetto alle versioni originali; la carica “live”, scandita dall’eccellente Mark Colenburg, risulta subito evidente rispetto al disco, anche se, ad onor del vero, non possiamo negare di aver più volte sentito la mancanza delle voci ospiti (Erykah Badu, Mos Def, Bilal, ecc.).
Ecco, forse l’unica vera pecca del concerto è stata la mancanza di una vera e propria voce solista e l’eccessivo utilizzo del vocoder che, alla lunga, poteva risultare stucchevole.
Il concerto va avanti per circa due ore, in un susseguirsi di eccellenti soli (su tutti quello di Burniss Travis II al basso), citazioni di pietre miliari del rock e dell’hiphop (“Smells like thin spirit “ e “Fall in love”) e applausi scroscianti del pubblico.
Le attese sono state rispettate, protagonisti della serata certamente la grande qualità tecnica di tutti i musicisti e la capacità di Glasper di fungere da straordinario collante fra passato e futuro, in una dimensione dove il jazz trova spazio per azzeccate incursioni nel neo soul, nell’elettronica e nel rock.

Ant De Oto

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[Kaos Live Report] Marta sui tubi live @ Quirinetta – 07/04/2016

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Giovedì 7 Aprile il Quirinetta ha ospitato un grandissimo gruppo italiano nella loro sala gremita di fan. I Marta sui Tubi sono tornati con un nuovo album intitolato “LoStileOstile” che hanno presentato live davanti ad un teatro stracolmo di fans in visibilio per il loro ritorno.
La band siciliana apre le danze sulle note di “Amico Pazzo” tratto dal nuovo album a cui farà seguito la famosa “Il Primo Volo” cantata a squarciagola da tutti i presenti. Quattro tracce del nuovo album si susseguono tra urla ed applausi del pubblico tra cui il singolo “Spina Lenta”, “Da Dannato”, “+D1H (Più di Un’ora)” e “Un Pizzico di Te”. Sulle note di “Cromatica” il pubblico è quasi commosso grazie al ricordo vivo di Lucio Dalla, co-interprete del brano dalla raccolta “Salvagente”, pubblicata nel 2014 (brano già pubblicato in “Carne con gli Occhi” del 2011). Il pubblico è già ampiamente emozionato, ma sulle note di “Dispari” si lascia andare ancora di più fino a cantare per l’intera durata del brano interagendo con la band. Due brani del nuovo album si succedono e a “Rock + Roipnoll” il cantante, Giovanni Gulino, esorta il pubblico a stare attenti quando si è alla guida e si augura di non dover passare nuovamente una situazione simile a quella narrata durante il brano. Da “LoStileOstile” è tutto e quindi i “Marta” sfornano una carrellata di storici successi, cantati dalla prima all’ultima nota dal pubblico, tra cui “Post”, “Divino”, “La Spesa”, “Vorrei”, “Niente in Cambio” dedicata ai loro figli e per concludere “Coincidenze”.
Tutto il pubblico si aspettava un ritorno sul palco per alcuni brani, ma la Reprise non avviene ed i Marta sui Tubi salutano tutti tornando nel backstage. Il teatro Quirinetta risulta essere sempre più uno degli ambienti migliori dove ascoltare musica ricercata e di un certo livello grazie alle loro proposte mensili capaci di coprire qualsiasi gusto musicale. Il concerto è stato davvero entusiasmante grazie alla performance del trio rock che non ha di certo disatteso le aspettative.

Giuseppe Negri

[Kaos Live Report] Tre Allegri Ragazzi Morti @ Atlantico Live – 09/04/2016

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C’era una volta una notte fonda, ed era bella. L’avanspettacolo di Davide Toffolo e dei suoi Allegri Ragazzi Morti è finito da un po’, ma si sente ancora nell’aria.

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E’ una tradizione ormai, per i Ragazzi morti, farsi mandare a quel paese dal proprio pubblico. E’ una rottura degli schemi goliardica, una grande condivisione di palco che sfocia immancabilmente in una sorta di indefinita impazienza, poiché tutti sanno che dopo una serie interminabile di “Vaffanculo”, il concerto riprenderà più forte che mai!

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Se poi come quinto allegro ragazzo morto aggiungiamo uno scoppiettante Adriano Viterbini, la faccenda si fa sempre più interessante. Una chitarra impeccabile, che neanche di fronte ai problemi del mixer di sala si è fermata, e che in ogni canzone trovava uno spazio per trasmettere il suo sound graffiante nelle nostre teste. Perfino nel brano “Puoi dirlo a tutti” (Primitivi del futuro, 2010), con una sonorità prettamente reggae, la chitarra di Viterbini ha donato delle piccole ma incisive sfumature, per nulla invadenti, rispettandone i canoni e la struttura ma trasformando la suddetta canzone in uno stupendo crossover reggae/rock/blues.

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Essere diventati Inumani che cosa avrà comportato per i Tre Allegri Ragazzi Morti?
La risposta va cercata tra le pagine dei fumetti, nelle orme del teatro, nelle maschere e nelle chitarre elettriche, dove questi personaggi e queste creature dimorano.
Mostri. Normali. Inumani.
Sono passati più di 20 anni e l’immaginario di questo gruppo è sempre stato tanto mutevole, quanto fedele alle sue radici. Dal Punk-Rock alla Cumbia, dal Rock’n’Roll al Dub.
Una grande performance, un ottimo connubio di vecchio e nuovo, di rivisitato e sperimentale, uno spettacolo che ha conquistato l’Atlantico di Roma.

Francesco Spina
ph. Federico Babusci

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[Kaos Live Report] Battles live @ Quirinetta – 30/03/2016

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Con l’arrivo ufficiale della primavera, non poteva mancare il ritorno di Spring Attitude Festival. L’ormai consueto appuntamento capitolino della tre giorni della musica elettronica è fissato per la fine di maggio.
L’apertura delle danze però, si è svolta mercoledì 30 marzo al Teatro Quirinetta con un concerto di una delle migliori live band degli ultimi anni: Battles.
Ci si aspettava il pubblico delle grandi occasioni e la risposta è stata calorosa.
Prima della band newyorkese e prima di entrare nella sala principale del teatro, l’attenzione è rivolta alla piccola grotta dove si esibiscono i giovani talenti Kaitlyn Aurelia Smith e i torinesi NIAGARA.
Due modi di intendere i suoni elettronici, due mondi piuttosto differenti che hanno accompagnato i Battles per le tre date italiane.
L’americana Kaitlyn Aurelia Smith ha giocato con le atmosfere dei suoi sintetizzatori modulari mischiandole ad un cantato subacqueo e metallico al tempo stesso. I NIAGARA, invece, tornano sulle scene con un nuovo album, Hyperocean, e con un live di forte impatto sonoro.
Peccato per la scelta logistica della grotta per lo svolgimento dei due live di apertura, troppo piccola per contenere le tutto il pubblico e con acustica un po’ troppo ovattata.
Ma d’altronde, non appena ci spostiamo nella sala principale dove suoneranno i Battles ci accorgiamo subito che il palco può essere occupato da una sola band.
La scenografia è stretta, gli strumenti sono tutti allineati con la batteria minimale di John Stanier (Helmet, Tomahawk), che regna e mette timore con il ride messo a due metri di altezza, alla sua destra le due tastiere del polistrumentista Ian Williams (Don Caballero) e a sinistra i pedali e gli effetti del chitarrista/bassista David Konopka (Lynx).
Alle spalle della band una fila di sei amplificatori a sovrastarli, come fossero delle guardie a protezione dei regnanti.

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Dopo essere entrati sul palco uno alla volta, il Battles danno vita ad un concerto che il numeroso pubblico della primavera musicale romana difficilmente dimenticherà.
L’inizio è affidato a Dot Com, brano in levare con atmosfere acide, ideale per scaldare i timpani dei presenti.
La prima parte del concerto è un salto tra canzoni del nuovissimo album La Di Da Di (2015) e del suo precedente Gloss Drop (2011). Proprio da quest’ultimo viene estratto il singolo Ice Cream. E qui si apprezzano in particolar modo le “randellate” del batterista Stenier, che unisce la precisione di un metronomo ad una grande potenza ritmica e scenica. E’ lui il pendolo che ipnotizza, mentre i suoi fidi compagni di palco sfoderano campionature a go-go, strutturando il brano con precisione matematica.
Si torna al nuovo, precisamente a FF Bada, brano dai tratti orientali con le chitarre che si inseguono e si rispondono e che ci portano alla più sperimentale Futura, semplice nell’approccio che trasporta il pubblico su mondi fiabeschi e cinematografici, concludendo la prima parte del concerto.
Dopo un breve saluto al pubblico, i Battles tornano al vecchio proponendo in sequenza B + T, Tras 2 e IPT 2, tracce tratte dai primi lavori della band statunitense EP C/B EP (2004).
Un ritorno allo scorso decennio che si conclude con la saltellante Atlas, il singolo che li ha portati alla notorietà e unico brano del live tratto dall’album del 2006, Mirrored.
E’ l’apice del concerto. Il pubblico, ormai in visibilio, si lascia trasportare dall’ultimo brano caratterizzato da atmosfere più funk, Summer Simmer.

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I Battles lasciano il palco, giusto il tempo di una breve pausa, per poi ritornarvi a concludere il travolgente concerto con gli ultimi due brani in scaletta: HI/LO e la splendida The Yabba. Quest’ultimo brano, primo singolo di La Di Da Di, chiude alla perfezione un concerto che ha esaltato il numeroso pubblico del trio newyorkese.
Il sudore grondante che viene fuori dalla camicia inzuppata di Stainer dice tutto su quanto la band metta anima e corpo in quello che fa.
La musica elettronica, talvolta, sembra trasmettere un senso di freddezza da parte di chi la produce; qui, invece, ci troviamo di fronte a dei professionisti che non si tirano indietro a mostrare il loro amore verso il loro lavoro e verso i fan.
Come Ian Williams che ritroviamo ai piedi del palco a fine concerto, ancora sudato e affannato dalle fatiche del live, a scambiare due chiacchiere e qualche foto con i suoi ammiratori.
I Battles si confermano una delle migliori band live del panorama internazionale: la potenza della parte ritmica di Stainer e la matematica dei suoni loopati di Williams e Konopka, in un mix tra elettronica e rock stoner/metal, formano in effetti un genere a se stante e che soltanto il supergruppo di New York riesce creare.
Spring Attitude inizia alla grande la sua stagione musicale, partendo in quinta con un gruppo lontano da quel che ci si potrebbe aspettare dalla kermesse romana, ma che ha messo tutti d’accordo: è stato piacevole e divertente notare i volti sorpresi di quella fetta di pubblico che, pur abituata a sonorità spesso molto differenti, ha saputo comunque apprezzare e applaudire i suoni incalzanti e ossessivi che hanno riempito le sale del Teatro Quirinetta.

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Luigi Giannetti

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Wolfmother: “Victorious”

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Il nuovo disco dei Wolfmother è disponibile dal 19 Febbraio e dopo molti ascolti ci siamo fatti un’idea. Il loro tipico sound anni 70 non li abbandona mai ed in questo album sono presenti contaminazioni sempre più forti che richiamano i Led Zeppelin, sopratutto nel brano “Best of A Bad Situation”. Se ciò che si cerca è un sound graffiante e molto old school, con i Wolfmother non ci si può mai sbagliare, specialmente ascoltando i brani “Gypsy Caravan”, “Victorious”, “Simple Life” (uno dei brani più velenosi di tutto il CD) ed “Eye of the Beholder”. Il brano “Baroness” ci fa viaggiare in quelle ambientazioni blues-rock tipiche dei Cream ed Iron Butterfly con un ritornello davvero accattivante; il brano “Pretty Peggy” è sicuramente il più radiofonico, ma assolutamente nel senso più positivo possibile in quanto risulta essere una ballad romantica dalla struttura e dalle melodie praticamente perfette.
Un album che piacerà sicuramente ai fan del rock anni 70, dei riff accattivanti e delle armonie piene di significato e mai banali. Andrew Stockdale ritorna alla grande con questo album che suona old school, ma mai vecchio, senza rinunciare al suo stile e alla sua personalità.

Wolfmother “Victorious”
Voto: 4,5/5
Consigliato: Sì

Giuseppe Negri – Heavy Time

[Live report] Goblin Rebirth live @ Planet Live Club – 06/03/2016

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I Goblin Rebirth nascono nel 2010 quando Fabio Pignatelli, Agostino Marangolo (membri originali) Aidan Zammit (membro dal 2005) incontrano Danilo Cherni e Giacomo Anselmi, decidendo di suonare insieme e li abbiamo ritrovati il 6 marzo sul palco del Planet Live Club di Roma.
La loro performance ha inizio alle 21:30 con il primo brano “Killer on the Train” dall’album “Non ho Sonno” del 2001, seguita dalla famosissima “Buio Omega” tratta dall’ album del 1997 e soundtrack del film 1979, entrambi omonimi. Il terzo brano è “Dr. Frankestein”, seguita da altri classici dei Goblin, comprese colonne sonore e brani inediti del repertorio comprese le due tracce, unite tra loro, “Mad Puppet” e “Death Dies”. Il gruppo esegue anche tre brani presenti nel loro album intitolato “Goblin Rebirth” uscito nel 2015: “Mysterium”, “Forest” ed “Evil in The Machine”. In “Forest”, la band ha invitato la magnifica cantante Roberta Lombardini a cantare con loro portando una nuova atmosfera nelle loro esecuzioni dal vivo. Il concerto volge al termine con i due brani storici “Suspiria” e “Profondo Rosso”, sempre accompagnati dai caratteristici effetti visivi presenti per tutto il concerto sullo schermo dietro la band. Da programma, l’ultimo brano dovrebbe essere “Goblin” come bis, ma la band non lo esegue.
Un concerto di altissimo livello: d’altronde si sta parlando di un’istituzione dell’horror prog italiano che mai ha disatteso le aspettative, con delle performance sempre caratteristiche, con suoni ed ambientazioni mai banali e sempre perfetti.
Vi ricordiamo le loro ultime pubblicazioni “Goblin Rebirth” e “Alive” disponibili su vari supporti multimediali.

Giuseppe Negri

[Kaos Live Report + Interview]Hugo Race @Init 13/11/2015

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Ant De Oto di Tips!
@Init [Roma]
Venerdì 13 Novembre 2015

Hugo Race è uno di quei musicisti che hanno tanto da raccontare e trasmettere sul palco.
A maggio è uscito “The Spirit”, il suo ultimo album in studio, il tredicesimo inciso con la sua storica band “True Spirit” e in questo novembre è partito il suo tour europeo con ben sei date nella sua amata Italia.
Il cantante e chitarrista di Melbourne ha infatti vissuto diversi anni in Sicilia e ha collaborato con numerosi artisti italiani (Cesare Basile, La Crus, Sacri Cuori, ecc.), coinvolgendoli nelle proprie produzione o dando vista a veri propri progetti musicali (Hugo Race Fatalists).
Il nuovo disco “The Spirit”, prodotto dall’etichetta tedesca “Glitterhouse Records”, è stato ben accolto dalla critica e dal popolo del rock-blues italiano ed è in effetti un gioiellino: le atmosfere cupe e polverose della musica di Race emergono ancora una volta in tutta la loro pienezza evocativa, confermando il mix di qualità e di impatto emotivo presente fin dai primi album del songwriter australiano.
Il concerto comincia verso le 23, con il pubblico dell’INIT (peraltro ignaro dei fatti che stavano avvenendo il quel momento a Parigi) diviso fra gli amanti del blues e delle atmosfere cupe dei True Spirit e gli altri giunti per assistere al successivo concerto dei Flipper, storica band punk/hardcore californiana. Particolare da non trascurare , considerando che la performance di Hugo Race & True Spirit risulterà coinvolgente e fruibile anche per coloro che avevano fatto il loro ingresso all’INIT in attesa del secondo concerto.
Il live parte subito con la magia della voce baritonale di Hugo, accompagnato dall’inseparabile chitarra e da una sezione ritmica robusta ed efficace, composta da batteria (Brett Poliness) , basso (Chris Hughes) e occasionalmente dalle percussioni. Dall’altro lato, eccezionale il contributo dei due polistrumentisti Nico Mansy (chitarra elettrica e tastiera) e dell’italiano Michelangelo Russo, che stupisce il pubblico con tappeti e assoli a colpi di armonica, tromba, moog ed effetti.
La band propone un repertorio avvincente e mai noioso, dove il blues elettrico si sposa con estrema naturalezza con le sonorità dark e new wave, che hanno caratterizzato il percorso musicale di Race assieme ai Birthday Party e i Bad Seeds di Nick Cave (Hugo Race è stato membro di entrambe le band durante la prima parte degli anni 80).
Spiccano sicuramente il singolo “Elevate my love”con un giro di basso deciso che ricorda gli album di qualche anno fa di Barry Adamson (anche lui ex Bad Seeds), il blues graffiante e cadenzato della fantastica “Man check you woman”, il sound torbido di “Dollar quarter”, nonché le numerose citazioni e i brani del passato, macchiati di toni dark e krautrock (“Mushroom”, dei tedeschi Can)
In sostanza, un concerto che non ha affatto deluso le aspettative dei fan e che ha conquistato anche il pubblico di fede noise/punk che attendeva la performance successiva dei Flipper.
Hugo Race si diverte, presenta spesso le canzoni in italiano e si congeda dal pubblico con un sincero “Vi amo!”.
Dopo lo show l’abbiamo incontrato nel backstage per una breve intervista fatta in collaborazione fra TIPS e INDIELAND per Radio Kaos Italy.


(Ascolta l’intervista!)

INTERVISTA HUGO RACE @ INIT, ROMA
(A: Antonio De Oto; H Hugo Race)
A: Siamo qui, per RKI, ad intervistare Mister Hugo Race, dopo aver apprezzato il suo concerto. Allora, prima domanda: il tuo ultimo album è uscito nel 2015 (The Spirit, ndr) e hai prodotto numerosi album. Perché, al giorno d’oggi, le band non fanno uscire album ogni anno durante la loro carriera come, ad esempio, succedeva a cavallo degli anni ’60-’70?
H: E’ vero. Le band, un tempo, facevano uscire due o tre album all’anno. Credo che la causa sia dovuta alla quantità di musica prodotta nell’arco degli ultimi vent’anni. Oggigiorno ci sono molti artisti che hanno inciso talmente tanti album, molto più che negli anni precedenti, che c’è solo più musica; quindi penso che la gente sia satura e quando penso di andare ad incidere un disco devo chiedermi perché lo sto facendo, se sto facendo un buon disco e se sto veramente creando qualcosa di nuovo o mi sto solo ripetendo.
Infatti con l’album “The Spirit” ho impiegato sette anni prima di inciderlo perché cercavo un’ispirazione. Chiesi ai musicisti della band di comporre l’album insieme a me. E’ stata la prima volta per me fare una tale richiesta. In passato avrei scritto l’album e solo successivamente avrei richiesto i musicisti. Questa volta ho voluto creare una situazione più intima con la band. Così abbiamo lavorato per tre anni per far uscire questo progetto.
A: Qual è la linea che hai tracciato dagli anni ’80 ad oggi? Hai lavorato con molte band, The Wreckery, Dirtmusic, Fatalists, l’esperienza con Nick Cave.
Qual è il filo conduttore che hai seguito?
H: Penso che quando abbiamo iniziato a produrre musica, parlo anche a nome di band della scena musicale di Melbourne degli anni ’80, era perché pensavamo che la musica in quel momento storico non era abbastanza di qualità. Volevamo divertirci con il tipo di musica che volevamo ascoltare. Melbourne era una città molto isolata e non avevamo la possibilità di acquistare facilmente album da Londra, New York o Los Angeles, quindi abbiamo dovuto sviluppare le nostre idee. Parlo per me stesso, ma forse è vero anche per le altre persone che hanno lavorato con me nei Bad Seeds e della scena di Melbourne, abbiamo messo insieme tutto ciò che sapevamo del vero Rock ‘n’ Roll e del Blues.
A: Si, infatti, sulla scena erano presenti molte band…
H: Effettivamente c’erano due concetti diversi per quanto riguarda le band: a Sidney la radio trasmetteva il blues di Detroit, mentre a Melbourne ce n’era un’altra di cui la gente scrive libri e si cerca ancora di darle un nome.
Ora come ora, credo che avesse a che fare con il blues, nel senso di riportarlo all’entusiasmo primordiale di quel genere di musica che non proveniva dalla mente ma dall’anima.
Era questa l’idea!

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A: Ultima domanda in italiano per Radio Kaos Italy. Ti chiediamo, visto che hai vissuto tanto tempo in Italia e collaborato con grandi artisti, che noi apprezziamo molto, come Cesare Basile e Mauro Ermanno Giovanardi (La Crus), qual è il musicista italiano, se c’è, e quali sono i progetti italiani che ti hanno colpito in questi anni, che non hai conosciuto personalmente, ma con cui vorresti lavorare, che ti sono piaciuti e hai apprezzato particolarmente?
H: Difficile da dire. Come scrittore, come testi, io penso, personalmente, che Cesare Basile è molto forte. Non solo perché è un mio amico, ma perché lui è un uomo molto indipendente e segue la sua strada da sempre; perché ha prodotto cose meravigliose nel 1999 (Stereoscope, ndr), tanto tempo fa, e già sapeva esattamente cosa voleva fare. Ancora ascolto le cose che fa adesso. Infatti stiamo collaborando su alcune cose in questi giorni.
Dal punto di vista musicale, i Sacri Cuori mi hanno colpito moltissimo.
A: Tant’è che hai collaborato con loro per il progetto Fatalists.
H: Si. infatti ho iniziato a suonare con Antonio Gramentieri prima dei Sacri Cuori, eravamo amici e abbiamo suonato tanto. Poi lui ha fondato i Sacri Cuori, mentre riguardo il progetto Fatalist è stato costruito in maniera più organica.
Mi piace quello che fanno, nel senso che prendono un sacco di roba storica italiana mista con altre cose e sembra che indichi una strada per la musica italiana, magari in futuro. Nel senso di aprire la mente verso diverse forme di musica, perché se no fosse così la musica italiana rimane isolata, in Italia.
A: Noi di Radio Kaos Italy, siamo d’accordo con te su tutte queste tematiche anche perché cerchiamo proprio di supportare questo tipo di musica anche in Italia.
H: E’ molto importante. E’ una cosa importante da fare!
Traduzione: Azzurra Posteraro
Tecnico Audio, Post-produzione: Luigi Giannetti
Montaggio e simultanea: Simone Mercurio 
Intervista e live report: Ant De Oto

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