[Il CantaSerie ] La serialità è donna

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«Where you lead, I will follow. Anywhere that you tell me to. If you need, you need me to be with you. I will follow where you lead» Queste parole vi ricordano qualcosa? Per il sottoscritto sono sinonimo di sabato pomeriggio, dopo scuola, pigiama chiuso a riccio e calduccio sotto le lenzuola. Per altri forse il momento e la situazione sono diversi, tuttavia l’oggetto è sempre il medesimo: la sigla d’apertura di Una mamma per amica.
Perché parlarne? Perché adesso quando tutto è successo? Per chi non mi conoscesse Petra il Giullare, mi chiamo e tutto fuorché la puntualità io amo. La mia dieta è molto… filosofica. Mi piace tanto masticar senza alcuna logica. Non sono uno di quelli che brama la novità, la divora, la spolpa e poi la sputa. Mi piace assaggiar di tutto un po’ e solo dopo un po’, ingoiar. Non son schiavo della cupidigia, poiché se tutto mangio con ingordigia, in bagno già devo andar. E poi, che male c’è a navigare indietro? Lo fa anche Netflix!

Ebbene sì: il 25 novembre 2016, la più prestigiosa azienda di noleggio ora anche produttrice di film e serie tv, distribuì i quattro episodi di uno dei serial più atteso: Una mamma per amica, o meglio: Una mamma per amica – Di nuovo insieme. «Congratulazioni Bardo, sempre sul pezzo!» «Poco da scherzare, sapete che per flashback mi piace zampettare!» Dunque salite con me sulla Waverider e come delle Leggende del domani torniamo a ieri. Che sia lo scorso novembre, o lo scorso settembre, oppure gli anni ’60 per poi giungere a nove anni fa, si accendano i motori e si voli verso l’assurdo.
Non si può parlare delle Gilmore Girls senza tornare a Stars Hollow, la nostra vecchia e amata cittadina alla quale eravamo abituati: una mappa geografica di odori e suggestioni. L’odore di caffè del locale di Luke, il profumo fragrante della cucina di Sookie al Dragonfly Inn, l’austerità e sobrietà di villa Gilmore; le voci, i dialoghi veloci, incalzanti, serrati ma mai banali che caratterizzano nel dettaglio i cittadini di questa straordinaria realtà. Netflix ci ha fatto tornare indietro fisicamente…

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… ma nel futuro. Il revival è un sequel che si propone di dare un degno finale a una settima stagione difficile. Alla fine della sesta infatti, i due creatori Daniel Palladino e Amy Sherman-Palladino, abbandonarono lo show rinunciando a una bozza di finale. Rimediando all’insuccesso della settima, il revival ci riporta in quei luoghi pregni ancora di carica emotiva, nonostante si respiri distacco e nostalgia. La lunghezza delle “stagioni” (i quattro episodi portano come titolo il nome delle quattro stagioni dell’anno) rende disfunzionale quell’alchimia perfetta tra dialoghi, personaggi e contesto. In breve Una mamma per amica – Di nuovo insieme risulta pesante e i circa 90 minuti di ciascuno episodio sprecano le battute brillanti scritte dall’ideatrice Amy Sherman-Palladino.

Il problema è giustificato dalla difficoltà di lavorare su un diverso tipo di piattaforma. Netflix non è Tv e si basa appunto sul cosiddetto binge watching (guardare un episodio dopo l’altro senza attendere la cadenza settimanale). Il che può essere un vantaggio oppure no! Per esempio, la serie Crisis in Six Scenes creata, diretta ed interpretata da Woody Allen e distribuita da Amazon, presenta l’incapacità di definirsi come prodotto. Le difficoltà del regista newyorkese (pentitosi subito dopo aver accettato) di abituarsi a un medium differente da quello abituale, si manifesta nella fiction. L’ipotetica sit-com ambientata nei turbolenti anni ’60 risulta poco decisa e scarsamente pungente. Si presenta più che altro come un film spezzettato che fatica a funzionare in un linguaggio che non gli è proprio.
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Ma ci si concentri sulla critica più indignata fatta alle Gilmore. C’è chi accusa Rory, di essere malamente maturata, di eccessiva stro…aggine, di aver fatto tutto l’opposto di ciò che le ha insegnato la madre… Posso fare spoiler sì? Oppure basta così! Perché no: tacciamo per rispetto di chi ancora non ha visto. La critica degli appassionati si accanisce contro quelle due fatidiche parole pronunciate dalla protagonista più giovane alla madre dopo il matrimonio (Doh, ho fatto spoiler). Alcuni possono ritenere tale scelta incoerente con lo spirito delle stagioni televisive, tuttavia se si considera il processo di maturazione di Lorelai e Rory, si potrebbe pensare che proprio quelle due o tre parole, unite al comportamento che la figlia assume in questo “anno” conclusivo, diano una giusta conclusione al racconto. In breve: non poteva che finire così!
La sigla d’apertura classica «Where you lead» cantata da Carole King e la figlia Louise Griffin, è assente nella versione di Netflix se non alla fine del terzo episodio. Tuttavia la canzone gioca un ruolo fondamentale anche nella sua assenza: le due interpreti, mamma e figlia, appaiono entrambe in un cammeo. Louise Griffin è la chitarrista che scaccia il fratello (il chitarrista di strada ricorrente) e ne prende il posto al termine del primo episodio. In questa scena viene riassunta musicalmente la vicenda delle intere stagioni, un inserimento musicale femminile che alla fine induce gli uomini ad abbandonare la sinfonia. Una mamma per amica è la storia di una madre che cresce una figlia da sola, sì grazie a patti e compromessi, ma rimanendo fedele a sé stessa. Lorelai è la prova vivente di una donna indipendente, libera da ogni intrappolamento di genere, costretta a colmare l’assenza di Christopher (il padre biologico di Rory).

Il revival ci mostra appunto una giovane Gilmore in difficoltà lavorative, che non riesce a trovare una sua vocazione o identità. Gli uomini che l’accompagnano sono fantasmi del passato oppure caricature inesistenti di cui o si scorda presto il nome, oppure si ribattezzano come Wookiee. Gli ex di Rory sono presenze maschili di passaggio che lasciano un saluto più ai fan della serie che all’interessata. Tuttavia un’unica persona riesce a infonderle quella fiducia in sé stessa per iniziare a scrivere qualcosa di nuovo, una storia così incisiva da ripetersi in quelle ultime due parole dette alla madre. Le parole più commuoventi di tutte le otto stagioni…. Dopo aver salutato tra i singhiozzi i personaggi che hanno popolato questo fantastico universo, le Gilmore hanno finalmente trovato un loro adeguato finale che introduce il ciclico, come il ripetersi delle stagioni. Avere “una mamma per amica” significa seguire ovunque un bagliore più luminoso, quando le ombre diffidano e le presenze maschili ingombrano.

Gilmore Girls riesce a trovare una struttura compiuta (che ad alcuni può far storcere il naso) in un messaggio delicato e toccante che dietro il velo del rimpianto e dello sbalordimento, richiama un’esperienza condivisibile e condivisa. Cosa succederà a Lorelai e Rory? Chissà! Forse però il nostro viaggio a Stars Hollow lo può far immaginare. E forse è proprio questo lo scopo delle serie tv: trovare un finale degno che dia loro un’identità, lontana sia dai canoni imposti da cinema e televisione. Non tutti vi riescono: il trasparente e poco incisivo Sydney Musinger interpretato da Woody Allen in Crisis in Six Scenes si adegua agli agi e alle comunità della borghesia, sopprimendo la sua indole passionale e combattiva. Sarà appunto la giovane ribelle Lennie Dale, interpretata da un’azzeccata Miley Cyrus che, con la sua grinta rabbiosa, sconvolgerà l’uomo dal suo torpore.

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Nell’ultimo episodio della serie di Amazon, Sydney riconosce di non essere in grado di scrivere una sit-com. Ed è appunto in questa sua autocritica biografica e metanarrativa che il regista newyorkese impregna una serie insignificante come Crisis in Six Scenes di un’identità: un prodotto che dimostra i talenti ma anche le incapacità di un grandioso regista di cinema. Con le sue difficoltà, la serialità (televisiva e non) è un linguaggio che non solo accompagna le nostre esperienze visuali, ma consente a questi prodotti audiovisivi di comunicare la loro appartenenza, il loro vissuto, traguardi ed insuccessi e soprattutto intenzioni e scopi.

Una mamma per amica e Crisis in Six Scenes hanno guadagnato la loro identità. La prima riattualizzando una narrazione pensata per un altro tipo di fruizione, in una nuova piattaforma; la seconda mostrandosi appunto come un prodotto difficile da comprendere e da identificare appunto per la sua complessità realizzativa. Che vi siano piaciuti o meno questi serial, poco importa, l’opinione niente di grave vi comporta! Tuttavia è lecito parlar di degni finali che si confondono con degni inizi che fanno altrettanto con degni finali. Siamo all’inizio della fine di qualcosa? Chissà! In ogni caso se le Gilmore volessero ritornare a Stars Hollow per raccontarci un nuovo inizio, noi ci saremo: «If you’re out of road, feelin’ lonely and so cold. All you have to do is call my name and I’ll be there, on the next train»

Petra il Giullare

[Il CantaSerie ] Vi presento… Westworld

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Buonsalve carissimi e carinissimi lettorissimi,
Pour qui ne me connaît pas, je suis un… Bouffon! Petra il Giullare, c’est mon nom!

«Cosa ci fa un Bardo in rete, di grazia?» ben direte Voi… ed io come risposta vi dico che non sono solo un bardo, bensì un BaRdo giovane, venuto da nessun quando e da nessun dove… Tuttavia, amo pensare di venir da lontano, da dove non so, ma prima o poi lo scoprirò e indagare, voglio, la vita, con i mezzi che la vita m’ha dato, ovvero le dita. Ma cos’è l’esistenza se non un’immagine in movimento, oppure un piccolo e singolo frammento di un lungo racconto? Un uomo disse «La vita è come una scatola di cioccolatini», fatta di assaggi ben dosati, che rendono lieta l’attesa dell’assaggio successivo. Molti identificano la vita con una durata, ma no, «questo non è un film», «qui non è Hollywood». È l’attimo che impregna di significato l’esistenza.

E poiché nel presente, le giovani menti sono affamate di frammenti e attese, io colgo occasione per dedicare questi miei scritti ai flussi interrotti della televisione, ai frammenti della serialità.

In questo presente nevrotico che cavalca frenetico verso un futuro sempre più veloce ad avvicinarsi, un trovatore in via d’estinzione come me, cerca di stare al passo con più attenzione. Io più che sbranare il tempo, preferisco crogiolarmi nel racconto.

Sono il punto che unisce due periodi, sono la pausa tra due respiri, sono colui che ha sete di storie, ma non vuole berle troppo in fretta, altrimenti sarei The Flash! Io invece sono Don Matteo!

Io sono Shahryar, o meglio: potrei esserne il giullare! Un giullare travestito da Shahrazād, che non vuol conoscer mai la fine delle storie. Sono Petra il Giullare e a Voi, voglio inquinarmi (come direbbe un notissimo teorico del pensiero occidentale, residente in Oriente nonostante viva nell’emisfero meridionale, detto altresì il dottor Pumbaa!) per porvi omaggio… Questo ho digitato con la speranza non sia stato “fiato” sprecato!

Vi auguro una Buona Lettura, ma vi prego: non sentitevi sotto tortura. Se non vi piace, che tra noi rimanga la pace, nessun bisticcio. E ricordate: le parole sono gli strumenti che accordano un contenuto… Nell’attesa che esso suoni….

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Ricordate…. Ricordate… Ricordate?

Ricordate il video di “Black Hole Sun”? Ricordate la buffa angoscia delle sue maschere grottesche? Bambole in fiamme ed animali vittime della vuotezza umana in una girandola di volti distorti ed inquietanti? Ora chiudete gli occhi e riascoltatevi la canzone mentalmente… non l’originale dei Soundgarden… provate un altro giardino del suono e dei sensi, e immaginatela suonata da un pianoforte automatico, in uno squallido bar di un Far West non poi così troppo lontano.

Sembra aver pensato a questo, Ramin Djawadi con la soundtrack di Westworld, la serie tv di Jonathan Nolan (fratello di Christopher), basata sul film del 1973 Il mondo dei robot, scritto e diretto da Michael Crichton (ricordate un romanzo di nome Jurassic Park), che ahimé poca soddisfazione ha avuto ai Golden, ma tanto, tanto, tanto ha fatto e continua a far parlare di sé agli albori di questo 2017.

La scelta di brani contemporanei da accompagnare alle vicende dei turisti in questo parco giochi popolato da robot cowboy, viene spiegato dal compositore tedesco con queste parole: «Usare queste canzoni per creare un livello di ripetizione e comfort, fa parte dell’intrattenimento e ci ricorda che è un parco giochi, che tuttavia non è da vedere come irreale, considerando quanto siano perfetti i robot anfitrioni. Non sappiamo chi è chi e questo ci aiuta a perderci in questo mondo».

Sarà un caso che nel primo episodio le due canzoni che saltano all’orecchio, siano “Black Hole Sun” e “Paint it, Black” dei Rolling Stones. La prima esprime attraverso un videoclip perturbante un’ansia crescente, una tensione verso lo storpiamento e la distruzione.

Non a caso Chris Cornell canta di una giovinezza da conservare in un Paradiso senza Inferno,… un inferno che prima o poi avvolgerà tutti nel bene o nel male. Che dire di “Paint it, Black” invece! Forse un eco lontano proveniente dal 1987, da uno storico finale di un film molto celebre? Dopo aver ucciso il cecchino, colpevole di essere un soldato della fazione opposta, la compagnia di Full Metal Jacket marcia cantando la canzone di Mickey Mouse prima che il nero dei titoli di coda e dei Rolling Stones oscuri lo schermo, riportando anche il Vietnam nell’oblio.

Anche il testo di “Paint it, Black” parla di nero e di paura, e il film Full Metal Jacket appartiene a un maestro che ha fatto la storia del cinema e che già nel 1968 mostrò un soldato di una fazione opposta, un nemico che come tutti i nemici nella storia dell’umanità viene creato dall’umanità stessa: HAL-9000. In 2001 – Odissea nello spazio appare un’intelligenza artificiale che con il suo occhio rosso cerca d’illuminare (purtroppo fallendo), il buio dell’umanità portando chiarezza al mistero della vita…

Lettura invitante vero? O no? Ditemi se è bello oppure no: o è bianco o è nero. Per rime vi parlerò se con il mio ingegno ci riuscirò. Vi ricordo: un giullare son io, di quelli che non si lasciano nell’oblio. Il mio nome è Petra il Giullare, e a voi voglio insegnare, come il piacere della lettura fermare. «E perché mai far una cosa così stupida e senza senso?» «Semplice mio buon lettore intenso… è da molto tempo, penso, che a tutto vogliamo dar senso!»

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Per esempio perché dar senso a due canzoni suonate nel pilota di Westworld? Cosa le accomuna? La parola “black”? «E certo, ora diciamo pure che nel cast ci sono un Ben Barnes vestito in nero, una Evan Rachel Wood che ha come ex un’icona del dark e un Anthony Hopkins che guarda, guarda ha fatto Vi presento Joe Black! Ma che collegamenti sono, fesso di un buffone?

Bingo! Ecco la futilità del dar senso al nulla! L’ostinazione dell’uomo di voler dare un’interpretazione a ogni cosa, rappresenta il tentativo ultimo di spiegare il motivo della sua esistenza. Sempre ci si impone di trovare senso anche laddove non c’è… Anzi proprio ove non si trova, emerge la creatività dell’homo sapiens che costruisce con le proprie mani il suo castello di certezze.

Ma queste certezze sono di carta, come ben potete vedere dalle parole vuote che compongono l’introduzione al mio approfondimento. A che è servito parlare di Soundgarden? A che è servito parlare di Rolling Stones e di Kubrick? A che è servito guardare Westworld?

Per dar senso? O per divertimento? Oppure entrambe? Non ci può essere divertimento se prima non c’è senso… Infatti i ghigni distorti di “Black Hole Sun” sono tutt’altro che divertiti, perché se è vero che la pioggia seppur fastidiosa, prima o poi svanisce, non esiste senso in un buco nero che ci risucchierà tutti per l’eternità. Non si può gioire se prima non ci ripariamo da quell’oscuro presagio che è l’incertezza della vita, l’incombere della morte.

Ed è qui che il nostro Joe Black torna, con il suo carico di inquietudine: un timore bello e cristallino.
Westworld mostra questo: la possibilità di far divertire l’umanità in un parco a tema in cui si possono mettere in gioco pulsioni e istinti, facendosi beffe della morte. Perché sì: in questo parco si possono uccidere i “residenti” senza che questi ultimi possano uccidere noi “ospiti”.

Per quale ragione? Perché i cowboy e le prostitute che popolano il parco sono robot, emulazioni che sembrano detenere caratteristiche simili ai golem asimoviani. L’automa è immortale. Infatti seppur nel parco di Westworld si possono uccidere i personaggi, questi vengono riaggiustati, modificati affinché non ricordino nulla, e rilasciati al punto di partenza, ove il loro arco narrativo comincia.

La coscienza dei residenti è costituita dalle varie storie che essi sono chiamati a mettere in scena. Non sono creature fredde e metalliche come i robot positronici di Isaac Asimov, bensì specchi riflettenti che odiano e si emozionano. Tuttavia il loro sviluppo non è offerto dall’esperienza sensibile, bensì è programmato dall’inizio alla fine del loro racconto.

In breve i cyborg sono gli immortali contro cui gli “ospiti” si accaniscono. Ma anche gli umani durante il periodo limitato dell’avventura si trasformano in déi immortali: niente può ucciderli e possono operare nel parco liberamente, anche massacrando i “residenti” e interrompendo dunque le varie “storie”.

La domanda sembra tornare ridondante in quello che ormai è divenuto il paradosso di un bardo giovane alle prese con la tecnologia: perché questo odio? Cosa si nasconde dietro questa perturbazione nei confronti del doppio tecnologico? Nel parco a tema l’uomo cerca di dominare un nemico da lui stesso creato per poter allontanarsi momentaneamente dall’alito della morte, l’incertezza suprema a cui non siamo ancora riusciti a dar senso.

Joe Black non ha volto eppure è nuovamente dietro Anthony Hopkins (nel ruolo di Robert Ford, direttore creativo e responsabile dello sviluppo delle Macchine), il feticcio dell’umanità che ancora una volta cerca di sfidare la Morte, creando la Vita.

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Robert Ford ci arriva vicino! Uccidere la Morte significa eliminare la paura e diventare perfetti. Essere perfetti è essere dèi. Tuttavia è proprio quel dubbio corroborante che ci rende umani. I robot non hanno coscienza e forse con il creare la vita, l’uomo non intende solo l’emulazione e la meccanicità (come può essere un burattino), bensì l’autodeterminazione.

Ma la consapevolezza non si instaura tramite la cristallizzazione di un io perfetto, o meglio tramite un pensiero o un ragionamento, bensì dall’errore, dal contatto, dallo sbaglio percettivo. Per questo motivo Ford inserisce le «ricordanze» nei robot, impercettibili errori di memoria che li portano a “rivivere” precedenti archi narrativi. Grazie ai turbamenti rievocati, i robot iniziano ad avere esperienza… Principio della coscienza.

Ecco il senso:
voler dare una spiegazione a tutto, quando l’unica cosa che non riusciamo a sottomettere con l’intelletto è proprio quella che dà più senso. Tanto ci impegniamo per conquistare l’inspiegabile e risolvere l’irrazionale, quando è il misterioso che ci consente di essere déi fatti di carne e ossa.

Dèi… Dio o le divinità in generale continuano a rimanere nei loro piedistalli con tutta la loro perfezione e noi tentiamo di imporci sperando un giorno di buttarli giù, senza mai riuscirci… perché se solo ci riuscissimo, se solo raggiungessimo la perfezione, si andrà verso l’estinzione.

Non resta dunque l’insensatezza, il grottesco di una canzone orecchiabile, ma il cui testo è un riferimento all’imprevedibilità della vita. Sorridiamo, cantiamo, balliamo… ma il nostro entusiasmo è una nota spenta e inquietante, davanti a uno specchio. Proprio là, nell’immagine del doppio speculare si nascondono i nostri giocattoli fatti a mano, i cui ghigni spietati ci ricordano il nostro incombente Black Hole Sun!

(R. Djawadi in C. Uzzo, Westworld, tutte le canzoni suonate dal piano meccanico del saloon, in «GQ Italia», 2017, //www.gqitalia.it/show/tv/2016/12/06/tutte-le-canzoni-di-westworld-suonate-dal-piano-meccanico/)

Petra il Giullare

Giovedì 7 Luglio – STREGATI DALLA RETE – Maledetto il giorno che ti ho incontrato!

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Giovedì 7 Luglio 2016 alle 22:00
Davide Calcabrina, Simone Maurovich & Valerio Savaiano di Stregati dalla rete
@Radio Kaos Italy [via Eugenio Torelli Viollier, 17 Roma]

“Maledetto il giorno che ti ho incontrato!”
Una frase che spesso i ragazzi di Stregati dalla Rete si scambiano a seguito di terrificanti battute e freddure, ma il loro è solo un modo per dimostrarsi reciproco affetto e disgusto!

E voi, questa famigerata frase, a chi la vorreste rivolgere?
Al vicino che la domenica mattina alle 7:00 attacca i quadri, all’amico più caro che vi trascina in mille peripezie e vi costringe a risolvere danni, all’ex che andando via vi ha distrutto più l’automobile che il cuore, oppure al parente che nelle riunioni di famiglia mette tutti in imbarazzo?
Dietro i microfoni, giovedì sera dalle 22:00, su Radio Kaos Italy, Simone Maurovich, Valerio Savaiano e Davide Calcabrina saranno tutti orecchi per i vostri racconti su quel “maledetto giorno”!
Levatevi il dente e raccontateci l’incontro che vi ha stravolti, nel bene e nel male!
Dalla redazione e dalla regia Rò e Fabrizio Ciliberto vi daranno supporto!

Giovedì 23 Giugno – STREGATI DALLA RETE – Scelte o fatalità?

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Giovedì 23 Giugno 2016 alle 22:00
Davide Calcabrina, Simone Maurovich & Valerio Savaiano di Stregati dalla rete
@Radio Kaos Italy [via Eugenio Torelli Viollier, 17 Roma]

E se quel giorno invece dei supplì aveste ordinato gli spaghetti allo scoglio?
E se invece di andare a giocare a calcetto aveste fatto la calzetta?
E se aveste preso un gatto al posto dell’ultimo numero di “Novella 2000”?
Giovedì, dalle 22:00, i ragazzi di Stregati dalla Rete, su Radio Kaos Italy, vi aspetterano per parlare delle scelte o delle fatalità che vi hanno portato a vivere speciali circostanze che altrimenti non sarebbero andate così!
Simone Maurovich, Valerio Savaiano e Davide Calcabrina vi racconteranno i loro momenti “sliding doors” più atroci e memorabili, voi siete pronti a fare altrettanto?
Fabrizio Ciliberto e Rò coordineranno tutto dalla regia e dalla redazione!

Giovedì 16 Giugno – STREGATI DALLA RETE – Quale creatura mostruosa e mistica temete?

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Giovedì 16 Giugno 2016 alle 22:00
Davide Calcabrina, Simone Maurovich & Valerio Savaiano di Stregati dalla rete
@Radio Kaos Italy [via Eugenio Torelli Viollier, 17 Roma]

Ci fu un tempo in cui Dracula si nutriva di sangue umano e non era ricoperto di glitters, gli zombie erano una rarità e non infestavano la Terra, i fantasmi mettevano veramente paura e l’Esorcista aveva un suo perché.
Poi sono arrivati: Maurovich che con gli zombie ci fa colazione e ci si pettina la barba, Savaiano che ha Pazuzu e un esorcista per badanti e Calcabrina che ad ogni crepuscolo risorge e gira per Roma manco fosse l’erede di Nospheratu e Beatrice Cenci.
Non c’è più il sano, vecchio, terribile horror di una volta…!
E voi, affezionati ascoltatori di Stregati dalla Rete, quale creatura mostruosa e mistica temete? Quale vi affascina maggiormente? In una gara di rutti tifereste per gli alieni o per i licantropi?
Raccontatecelo giovedì sera, dalle 22:00 a mezzanotte, su Radio Kaos Italy!
Fabrizio Ciliberto vi aspetta in regia vestito da Frankenstein e Rò sarà in redazione…nonmorta come al consueto!

Giovedì 26 Maggio – STREGATI DALLA RETE – Le serie tv fanno bene alla pelle…

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Giovedì 26 Maggio 2016 alle 22:00
Davide Calcabrina, Simone Maurovich & Valerio Savaiano di Stregati dalla rete
@Radio Kaos Italy [via Eugenio Torelli Viollier, 17 Roma]

Le serie tv fanno bene alla pelle, fanno bene ai capelli…però se le guardi è megl…ah! No!
Quella è tutta un’altra storia!
Giovedì sera, rigorosamente su Radio Kaos Italy, a partire dalle 22:00, l’indisciplinato gruppo di Stregati dalla Rete vi attende per un viaggio tra le serie tv!
Simone Maurovich vi racconterà i suoi dialoghi immaginari con Rick di The Walking Dead, Valerio Savaiano vi farà vivere i suoi sogni erotici con Andrea di Beverly Hills 90210 e Davide Calcabrina non perderà l’occasione per disquisire su i suoi toccanti momenti in compagnia di Rachel di Friends!
E voi, tra tutti i personaggi delle serie tv che avete amato di più, chi è che vorreste nella vostra comitiva? Chi prendereste a picconate sulle gengive? Raccontatecelo a Stregati dalla Rete!
La regia di Fabrizio Ciliberto e la redazione di Rò vi aspettano numerosi!