[Il CantaSerie ] Vi presento… Westworld

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Buonsalve carissimi e carinissimi lettorissimi,
Pour qui ne me connaît pas, je suis un… Bouffon! Petra il Giullare, c’est mon nom!

«Cosa ci fa un Bardo in rete, di grazia?» ben direte Voi… ed io come risposta vi dico che non sono solo un bardo, bensì un BaRdo giovane, venuto da nessun quando e da nessun dove… Tuttavia, amo pensare di venir da lontano, da dove non so, ma prima o poi lo scoprirò e indagare, voglio, la vita, con i mezzi che la vita m’ha dato, ovvero le dita. Ma cos’è l’esistenza se non un’immagine in movimento, oppure un piccolo e singolo frammento di un lungo racconto? Un uomo disse «La vita è come una scatola di cioccolatini», fatta di assaggi ben dosati, che rendono lieta l’attesa dell’assaggio successivo. Molti identificano la vita con una durata, ma no, «questo non è un film», «qui non è Hollywood». È l’attimo che impregna di significato l’esistenza.

E poiché nel presente, le giovani menti sono affamate di frammenti e attese, io colgo occasione per dedicare questi miei scritti ai flussi interrotti della televisione, ai frammenti della serialità.

In questo presente nevrotico che cavalca frenetico verso un futuro sempre più veloce ad avvicinarsi, un trovatore in via d’estinzione come me, cerca di stare al passo con più attenzione. Io più che sbranare il tempo, preferisco crogiolarmi nel racconto.

Sono il punto che unisce due periodi, sono la pausa tra due respiri, sono colui che ha sete di storie, ma non vuole berle troppo in fretta, altrimenti sarei The Flash! Io invece sono Don Matteo!

Io sono Shahryar, o meglio: potrei esserne il giullare! Un giullare travestito da Shahrazād, che non vuol conoscer mai la fine delle storie. Sono Petra il Giullare e a Voi, voglio inquinarmi (come direbbe un notissimo teorico del pensiero occidentale, residente in Oriente nonostante viva nell’emisfero meridionale, detto altresì il dottor Pumbaa!) per porvi omaggio… Questo ho digitato con la speranza non sia stato “fiato” sprecato!

Vi auguro una Buona Lettura, ma vi prego: non sentitevi sotto tortura. Se non vi piace, che tra noi rimanga la pace, nessun bisticcio. E ricordate: le parole sono gli strumenti che accordano un contenuto… Nell’attesa che esso suoni….

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Ricordate…. Ricordate… Ricordate?

Ricordate il video di “Black Hole Sun”? Ricordate la buffa angoscia delle sue maschere grottesche? Bambole in fiamme ed animali vittime della vuotezza umana in una girandola di volti distorti ed inquietanti? Ora chiudete gli occhi e riascoltatevi la canzone mentalmente… non l’originale dei Soundgarden… provate un altro giardino del suono e dei sensi, e immaginatela suonata da un pianoforte automatico, in uno squallido bar di un Far West non poi così troppo lontano.

Sembra aver pensato a questo, Ramin Djawadi con la soundtrack di Westworld, la serie tv di Jonathan Nolan (fratello di Christopher), basata sul film del 1973 Il mondo dei robot, scritto e diretto da Michael Crichton (ricordate un romanzo di nome Jurassic Park), che ahimé poca soddisfazione ha avuto ai Golden, ma tanto, tanto, tanto ha fatto e continua a far parlare di sé agli albori di questo 2017.

La scelta di brani contemporanei da accompagnare alle vicende dei turisti in questo parco giochi popolato da robot cowboy, viene spiegato dal compositore tedesco con queste parole: «Usare queste canzoni per creare un livello di ripetizione e comfort, fa parte dell’intrattenimento e ci ricorda che è un parco giochi, che tuttavia non è da vedere come irreale, considerando quanto siano perfetti i robot anfitrioni. Non sappiamo chi è chi e questo ci aiuta a perderci in questo mondo».

Sarà un caso che nel primo episodio le due canzoni che saltano all’orecchio, siano “Black Hole Sun” e “Paint it, Black” dei Rolling Stones. La prima esprime attraverso un videoclip perturbante un’ansia crescente, una tensione verso lo storpiamento e la distruzione.

Non a caso Chris Cornell canta di una giovinezza da conservare in un Paradiso senza Inferno,… un inferno che prima o poi avvolgerà tutti nel bene o nel male. Che dire di “Paint it, Black” invece! Forse un eco lontano proveniente dal 1987, da uno storico finale di un film molto celebre? Dopo aver ucciso il cecchino, colpevole di essere un soldato della fazione opposta, la compagnia di Full Metal Jacket marcia cantando la canzone di Mickey Mouse prima che il nero dei titoli di coda e dei Rolling Stones oscuri lo schermo, riportando anche il Vietnam nell’oblio.

Anche il testo di “Paint it, Black” parla di nero e di paura, e il film Full Metal Jacket appartiene a un maestro che ha fatto la storia del cinema e che già nel 1968 mostrò un soldato di una fazione opposta, un nemico che come tutti i nemici nella storia dell’umanità viene creato dall’umanità stessa: HAL-9000. In 2001 – Odissea nello spazio appare un’intelligenza artificiale che con il suo occhio rosso cerca d’illuminare (purtroppo fallendo), il buio dell’umanità portando chiarezza al mistero della vita…

Lettura invitante vero? O no? Ditemi se è bello oppure no: o è bianco o è nero. Per rime vi parlerò se con il mio ingegno ci riuscirò. Vi ricordo: un giullare son io, di quelli che non si lasciano nell’oblio. Il mio nome è Petra il Giullare, e a voi voglio insegnare, come il piacere della lettura fermare. «E perché mai far una cosa così stupida e senza senso?» «Semplice mio buon lettore intenso… è da molto tempo, penso, che a tutto vogliamo dar senso!»

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Per esempio perché dar senso a due canzoni suonate nel pilota di Westworld? Cosa le accomuna? La parola “black”? «E certo, ora diciamo pure che nel cast ci sono un Ben Barnes vestito in nero, una Evan Rachel Wood che ha come ex un’icona del dark e un Anthony Hopkins che guarda, guarda ha fatto Vi presento Joe Black! Ma che collegamenti sono, fesso di un buffone?

Bingo! Ecco la futilità del dar senso al nulla! L’ostinazione dell’uomo di voler dare un’interpretazione a ogni cosa, rappresenta il tentativo ultimo di spiegare il motivo della sua esistenza. Sempre ci si impone di trovare senso anche laddove non c’è… Anzi proprio ove non si trova, emerge la creatività dell’homo sapiens che costruisce con le proprie mani il suo castello di certezze.

Ma queste certezze sono di carta, come ben potete vedere dalle parole vuote che compongono l’introduzione al mio approfondimento. A che è servito parlare di Soundgarden? A che è servito parlare di Rolling Stones e di Kubrick? A che è servito guardare Westworld?

Per dar senso? O per divertimento? Oppure entrambe? Non ci può essere divertimento se prima non c’è senso… Infatti i ghigni distorti di “Black Hole Sun” sono tutt’altro che divertiti, perché se è vero che la pioggia seppur fastidiosa, prima o poi svanisce, non esiste senso in un buco nero che ci risucchierà tutti per l’eternità. Non si può gioire se prima non ci ripariamo da quell’oscuro presagio che è l’incertezza della vita, l’incombere della morte.

Ed è qui che il nostro Joe Black torna, con il suo carico di inquietudine: un timore bello e cristallino.
Westworld mostra questo: la possibilità di far divertire l’umanità in un parco a tema in cui si possono mettere in gioco pulsioni e istinti, facendosi beffe della morte. Perché sì: in questo parco si possono uccidere i “residenti” senza che questi ultimi possano uccidere noi “ospiti”.

Per quale ragione? Perché i cowboy e le prostitute che popolano il parco sono robot, emulazioni che sembrano detenere caratteristiche simili ai golem asimoviani. L’automa è immortale. Infatti seppur nel parco di Westworld si possono uccidere i personaggi, questi vengono riaggiustati, modificati affinché non ricordino nulla, e rilasciati al punto di partenza, ove il loro arco narrativo comincia.

La coscienza dei residenti è costituita dalle varie storie che essi sono chiamati a mettere in scena. Non sono creature fredde e metalliche come i robot positronici di Isaac Asimov, bensì specchi riflettenti che odiano e si emozionano. Tuttavia il loro sviluppo non è offerto dall’esperienza sensibile, bensì è programmato dall’inizio alla fine del loro racconto.

In breve i cyborg sono gli immortali contro cui gli “ospiti” si accaniscono. Ma anche gli umani durante il periodo limitato dell’avventura si trasformano in déi immortali: niente può ucciderli e possono operare nel parco liberamente, anche massacrando i “residenti” e interrompendo dunque le varie “storie”.

La domanda sembra tornare ridondante in quello che ormai è divenuto il paradosso di un bardo giovane alle prese con la tecnologia: perché questo odio? Cosa si nasconde dietro questa perturbazione nei confronti del doppio tecnologico? Nel parco a tema l’uomo cerca di dominare un nemico da lui stesso creato per poter allontanarsi momentaneamente dall’alito della morte, l’incertezza suprema a cui non siamo ancora riusciti a dar senso.

Joe Black non ha volto eppure è nuovamente dietro Anthony Hopkins (nel ruolo di Robert Ford, direttore creativo e responsabile dello sviluppo delle Macchine), il feticcio dell’umanità che ancora una volta cerca di sfidare la Morte, creando la Vita.

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Robert Ford ci arriva vicino! Uccidere la Morte significa eliminare la paura e diventare perfetti. Essere perfetti è essere dèi. Tuttavia è proprio quel dubbio corroborante che ci rende umani. I robot non hanno coscienza e forse con il creare la vita, l’uomo non intende solo l’emulazione e la meccanicità (come può essere un burattino), bensì l’autodeterminazione.

Ma la consapevolezza non si instaura tramite la cristallizzazione di un io perfetto, o meglio tramite un pensiero o un ragionamento, bensì dall’errore, dal contatto, dallo sbaglio percettivo. Per questo motivo Ford inserisce le «ricordanze» nei robot, impercettibili errori di memoria che li portano a “rivivere” precedenti archi narrativi. Grazie ai turbamenti rievocati, i robot iniziano ad avere esperienza… Principio della coscienza.

Ecco il senso:
voler dare una spiegazione a tutto, quando l’unica cosa che non riusciamo a sottomettere con l’intelletto è proprio quella che dà più senso. Tanto ci impegniamo per conquistare l’inspiegabile e risolvere l’irrazionale, quando è il misterioso che ci consente di essere déi fatti di carne e ossa.

Dèi… Dio o le divinità in generale continuano a rimanere nei loro piedistalli con tutta la loro perfezione e noi tentiamo di imporci sperando un giorno di buttarli giù, senza mai riuscirci… perché se solo ci riuscissimo, se solo raggiungessimo la perfezione, si andrà verso l’estinzione.

Non resta dunque l’insensatezza, il grottesco di una canzone orecchiabile, ma il cui testo è un riferimento all’imprevedibilità della vita. Sorridiamo, cantiamo, balliamo… ma il nostro entusiasmo è una nota spenta e inquietante, davanti a uno specchio. Proprio là, nell’immagine del doppio speculare si nascondono i nostri giocattoli fatti a mano, i cui ghigni spietati ci ricordano il nostro incombente Black Hole Sun!

(R. Djawadi in C. Uzzo, Westworld, tutte le canzoni suonate dal piano meccanico del saloon, in «GQ Italia», 2017, //www.gqitalia.it/show/tv/2016/12/06/tutte-le-canzoni-di-westworld-suonate-dal-piano-meccanico/)

Petra il Giullare