[Kaos Live Report] Helmet @ Traffic – 23/02/2017

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In questo anticipo di primavera romana, mi ritrovo a ripercorrere a ritroso la via Prenestina per tornare nel mio quartiere natale: Tor Sapienza. Questa volta il piccolo spostamento non è legato a una visita alla mia famiglia, ma da una piacevole (spoiler) riscoperta di uno dei mie affetti musicali adolescenziali: gli Helmet.

Per tornare agli Helmet ho dovuto ripercorrere, a ritroso anche in questo caso, la mia passione per la musica, fino a fermarmi a metà anni 90 quando ho scoperto il surf e conseguentemente mi avvicinai a molti gruppi in voga tra gli amanti degli sport da tavola.

Lungo la consolare romana che mi divide dal Traffic (sede del concerto), scopro che molti aspetti urbanistici sono mutati nel corso di questi anni, ma allo stesso tempo l’anima popolare di questa immensa periferia, è rimasta immutata. Concetto applicabile anche al percorso musicale degli Helmet, band formatasi nel lontano 1989 in quel di New York City, che nel corso degli anni ha cambianto radicalmente formazione escluso Page Hamilton (chitarra e voce), mantenendo, e confermandolo anche questa notte (altro spoiler), questa anima granitica imbevuta di suono stridente.

D’obbligo una piccola parentesi sulla storia della band: si forma, come già accennato, a New York nel 1989, per volonta di Page Hamilton (chitarra e voce), Peter Mengede (chitarra), Henry Bogdan (basso) e John Stanier (batteria) (attualmente nei Battles, ascoltateli).

Il gruppo si pone come intento quello di produrre un suono pesante ma lontano dalla retorica metal di massa; quindi nella loro creatura, ampiamente riconducibile al più hard dei sottogeneri del rock, troviamo una forte caratterizzazione che li discosta non poco dal resto di quella proposta musicale. Innazitutto nell‘aspetto tecnico si distinguono per il loro perfetto mix di riff metal sincopati (il noto “staccato” provveduti dalla chitarra di Page), dall’accompagnamento ritmico corposo e dal time signature spesso contorto ad opera del basso di Bogdan e dalla sopraffina batteria di Steiner.

Il tutto è condito da sonorità stridenti e rumorose, in perfetta attitudine musicale newyorkese e da delle liriche che sono molto vicine alla poetica nichilista comune all’alternative rock degli anni 90. Quello stilistico è un altro tratto con il quale si pongono ai margini delle masse, rinnegando con sdegno i costumi della capelluta e borchiata scena metal e esibendo un look casual fatto di ordinari capelli corti, t-shirt debrandizzate, jeans e sneakers.

Appena arrivato nella venue del concerto, mi stupisce, positivamente, che l’oltranzismo suddetto non sia abbracciato anche dal pubblico odierno. La discreta folla è formata da persone delle più disparate scelte stilistiche e collocazioni anagrafiche. Il Traffic si conferma uno dei mie locali preferiti fin da subito. In apertura ho assisto a due ottimi opening-set. Il primo – “scimmiesco” e davvero potente – è quello dei romani MalClango. Di seguito il live degli Local H; un duo proveniente da Chicago, che ci stordisce con un sound 90s tagliente e reverberato, sicuramente agevolato dagli ottimi volumi del locale prenestino, uno dei pochi a proporre un set degno di ospitare hard music.

Dopo una decina di pezzi, alcuni eseguiti con l’aggiunta di Kyle Stevenson (attuale batteria Helmet) e Dan Beeman (attuale seconda chitarra Helmet), il duo lascia il palco al tecnico degli Helmet.

Posizionati e patchati tutti gli strumenti, oltre una cospicua quantità di birre in lattina, Page Hamilton e (attuali) soci possono dare il via ad un esibizione che sarà sorprendentemente esplosiva. Tutti i timori legati al tempo che passa, ai cambi di formazione o ai nuovi lavori che su disco non hanno entusiasmato, vengono spazzati via dalla solida, ma versatile, chitarra di Hamilton che alterna momenti ritmici, melodici a stridule digressioni rumoristiche.

Senza nulla da togliere all’ottimo apporto ritmico del resto del quartetto formato da: Dan Beeman (guitar), Dave Case (basso), Kyle Stevenson (batteria), ho l’obbligo morale di rimarcare l’importanza che ha avuto la chitarra di Hamilton (di formazione jazz) per la nascita del genere Nu Metal. Impossibile, ascoltandola, non cogliere l’influenza che ha avuto per gruppi come Korn, System of a Down e Deftones, per quanto lo stesso Hamilton non apprezzi essere identificato con questo genere.

La scaletta, ovviamente, propone molti pezzi dal loro ultimo lavoro (Dead to the World, 2016), che dal vivo si dimostrano piu godibili e esaltanti. Ma le vere sferzate di energia provengono dai ripescaggi effettuati da Strap It On (1990), Betty (1994) e soprattutto da Meantime (1992), che con i suoi sei pezzi in scaletta è l’album piu citato durante la serata.

Il gruppo si dimostra molto rodato, e mi colpisce l’efficace e precisa parte bassistica di Dale, che con la scritta Nostromo sul cappellino, si dimostra un infallibile timoniere della parte ritmica. Page si intrattiene in due occasioni con il pubblico per ripassare un po il suo non fluidissimo italiano, ed essendo un po alticcio presenta il suo batterista come un barista e il suo bassista come un ca**o dorato.

Durante questo exchange linguistico, il pubblico romano si dimostra espansivo come sempre (si potrebbe fare una rubrica solo per catalogare le esclamazioni duranti i concerti capitoli), degno di nota l’appellativo “AH ZAMPOGNARI!”, gridato da un ragazzo durante questo demenziale siparietto. L’apice di esaltazione della serata coincide con l’encore: aperto da una mastodontica “Unsung” e chiusa da una sempre immensa “In the meantime”, esecuzioni tanto energiche e laceranti da non poter trattenere un pogo abbastanza concitato che si protrae senza sosta per tutta la durata delle cinque canzoni scelte come coda dell’esibizione.

In sintesi abbiamo assistito a una avvincente e travolgente esibizione musicale, che apparentemente non mi sembra abbia deluso nessuno: dai fan della prima ora, forse un po preoccupati e prevenuti a causa delle varie defezioni rispetto la formazione originale, alle nuove leve che hanno potuto assitere all’esecuzione live di alcuni tra i piu pesanti brani della storia dell’alternative rock.

Gli Helmet ci continuano a insegnare che la sostanza deve prescindere dalla parte cosmetica e che per dire qualcosa veramente distintivo bisogna guardare le masse dai margini discostandosene* (estratto dal brano “Ironhead”), e loro lo continuano a fare con deflagranti bordate sonore.

*«Time to take
What I know
Keep it in and
Live here all alone»

Setlist:
You Borrowed
Life or Death
Wilma’s Rainbow
Life or Death (Slow)
Bad News
Enemies
Better
I ? My Guru
Red Scare
FBLA II
In Person
Bad Mood
Driving Nowhere
Encore:
Unsung
Give It
Sam Hell
Milquetoast
In the Meantime

Marco Loretucci