[Kaos Live Report] ORk live @ MONK – 14/03/17

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Martedì 14 marzo è avvenuto il ritorno a Roma di un super gruppo composto da Pat Mastelotto, Colin Edwin, Carmelo Pipitone e Lef, stiamo parlando degli ORk. Presso il Monk, la band ha regalato ai fans accorsi dei momenti semplicemente stupendi, uno show che è sembrato quasi come guardare un film e venire colpiti dalla colonna sonora che ti lascia assolutamente a bocca aperta.

Lo show vede come opening act Marco Machera, bassista dalla grande esperienza acquisita grazie ai live con Tony Levin, Paul Gilbert e tanti altri; il suo concerto anticipa un pò le armonie che poi gli ORk ci presenteranno e con la sua mezz’ora ci scalda perfettamente le orecchie per ciò che di li a poco arriverà.

Gli ORk subito ci fanno ripassare il precedente album, Inflamed Rides, suonando Breakdown e Funfair con una carica ed una chimica diversa dal live dell’anno scorso, il tempo passato insieme in tour per il mondo li ha uniti musicalmente e personalmente e il risultato è questa potenza e sintonia indescrivibile. I comici siparietti della band sul palco spezzano bene i brani e vedere Colin e Pat che provano a parlare italiano ci fa sempre ridere di gusto.

Fine del ripasso e via di brani dal nuovo album Soul of An Octopus. “Searching for the Code” e “Collapsing Hopes” ci portano nei nuovi ORk, dei brani che sembrano essere vere e proprie colonne sonore che ti permettono di viaggiare con le emozioni come con pochi gruppi li fuori, il tutto poi impreziosito dalla presenza di Eleuteria Arena al cello che arricchisce il sound già completo della band.

Arrivano i brani che personalmente reputo i migliori del nuovo lavoro e gli ORk ci deliziano con “Till the Sunise Comes”, “Scarlet Water”, “Dirty Rain” e “Capture or Reveal”, quest’ultima preceduta dal primo singolo “Too Numb” e da “Jellyfish”, brano in stile Tool del primo lavoro. Quando arriva il momento di salutare i fans, Pat Mastelotto ci descrive l’ultimo brano che di lì a poco andranno ad eseguire e ci parla un po’ dell’attuale situazione americana e della paura che gli americani hanno sia che gli altri hanno di loro e spera che tutto prima o poi vada per il meglio.

Oltre a questo significato, Pat ci ricorda che l’anno scorso abbiamo perso tanti musicisti eccezionali e dedica questo brano anche a loro, detto questo la band esegue, con l’aggiunta anche di Marco Machera al secondo basso, “I’m Afraid of Americans” di David Bowie, che come successivamente ci rivelerà lo stesso Pat, nel ritornello cambia leggermente le parole in “I’m Afraid For Americans, I’m Afraid For The World”.

La performance volge al termine e i musicisti dopo aver smontato gli strumenti si regalano minuti con i fans tra foto, chiacchiere e autografi; vedere gente che di martedì sera si muove per un concerto fa sempre strano a Roma essendo che purtroppo, le stesse persone ci hanno abituato all’esatto contrario, ma quando band del genere calcano questi palchi, è impossibile rimanere a casa.