[Kaos Live Report] Rotting Christ – Dewfall – Shadow Throne – Scuorn – Nomura @Traffic Live Club

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Siamo al 10 Marzo 2017, data romana del Thy Mighy Italian Rituals e ovviamente parliamo dei Rotting Christ, ospitati dal Traffic Club. A fare da cornice uno splendido sottobosco “black” del sud Italia.

Manco a farlo apposta, arrivo preciso spaccato con l’inizio del concerto e i Nomura iniziano a scaldare un pubblico piuttosto interessato. La band barese suona un blackened hardcore violento e diretto e quella punta di black metal nelle sonorità li rende inaspettatamente azzeccati per l’apertura dell’evento. Il cantante è una branda e domina la scena, riff incalzanti, breakdown profondi; una perla nera che spero di vedere nuovamente dal vivo.

Ora sta al prossimo attesissimo gruppo: gli Scuorn. Il progetto è stato avviato da pochissimo da “Giulian Scuorn Latte”, che ha assoldato ottimi musicisti per portarlo in giro per l’Italia, avendo destato l’interesse generale della scena estrema.

Mentre aspetto, mi faccio un giro per i vari stand in cerca di qualcosa che possa soddisfare il mio spirito di accumulatore di merchandise: un negozietto con scatole in legno, fatte a mano, e tavole Ouija incise con il pirografo (tra cui una bellissima con un demone, a tema Rotting Christ), poi passo a dare un’occhiata alle locandine dell’evento, anche queste bellissime e faccio un po’ la polvere davanti agli stand delle band: il caprone su una maglietta dei Rotting Christ mi dice “comprami” e lo stand degli Scuorn mi attira con il suo Parthenope appena uscito e con dei quadrucci caratteristici di Giulian, in cima al Vesuvio con un mandolino. Questo “Black Metal Partenopeo” sembra avere già il suo perché.

Sono le 21.30 e raramente ho visto così tanta gente per una band d’apertura. Gli Scuorn arrivano sul palco attraverso una coltre immensa di fumo: il Vesuvio si prepara a travolgerci ed erutta sulle note di “Fra Ciel’ e Terr’”, un travolgente pezzo epic black dove le parti sinfoniche si alternano con tammuriate e pitipù, suonati direttamente sul palco da Giulian.

Il pubblico inizia a fondersi talmente tanto con l’atmosfera creata, che spuntano dei tamburelli anche tra la folla (forse comprati nell’angolo del merchandise, altri lanciati direttamente dal front-man) e cominciano ad andare a ritmo, scampanellando con i blast beat compulsivi di David Folchitto.

Giulian contempla il pubblico dietro la sua maschera nera da commediante e con ironia e calma partenopea sbotta in un “Roma, ch’avimm’ a fa?” e dà il via a “Sibilla Cumana” e a “Virgilio Mago”, altri tributi alla terra natia, con un black dai tratti malinconici, che richiama fortemente l’appartenenza napoletana, immagino il tutto eseguito da un’orchestra di mandolini in perenne trillo.

Il fumo continua ad uscire dalla bocca del vulcano immaginario, rendendo gli intermezzi ancora più suggestivi, siamo prede della tammuriata e il battito cardiaco si scandisce con i colpi del Tricche-ballacche.
L’esibizione arriva al termine con “Sanghe Amaro”, canzone sul sangue di San Gennaro. Viene spontaneo pensare che i misteri religiosi siano di per sé dipinti di macabro e che senza di essi il black metal avrebbe metà delle fonti d’ispirazione.

Gli Scuorn se ne vanno nella fitta foschia, proprio come sono entrati e si beccano questo voto alto in pagella. Il parere è sicuramente unanime e lo si vede anche nel backstage dove, tra chiacchiere e foto, Giulian non riesce ad andare a gestire lo stand del merchandise. Lui ovviamente è un signore, come ci si aspettava, e non si nega a nessuno.

Seguono gli Shadowthrone, altra band black sinfonica, che però sembra un po’ sottotono rispetto alle altre. Non riesco ad ascoltarli per più di dieci minuti e preferisco godermi il relax su un tavolo all’aperto, temperato da un fungo riscaldante.

È il momento dei Dewfall, sempre impeccabili. Mantengono il loro buon livello e non deludono minimamente le aspettative. Dopo anni che non assisto ad un loro live, noto un notevole miglioramento sull’impatto scenico e si prendono la grossa responsabilità di gestire il Traffic pieno per gli headliner.

I suoni sono saturi al punto giusto e lasciano spazio ai dialoghi delle chitarre, mentre il basso fa la sua porca figura e si aggiudica uno speciale bollino qualità.
In qualche modo i Dewfall sono l’altra faccia del metal italiano, se contrapposta agli Scuorn: il repertorio è di alta qualità ma si basano ancora molto sulle influenze scandinave. Tutto sommato ritengo che ci sia ancora bisogno di entrambi, purché si sappia emergere da una folla di band-fotocopie, con qualcosa di valore tra le mani.
In definitiva: promossi a pieni voti.

Siamo giunti agli headliner, la sala è piena e attende solo loro: i Rotting Christ, band di punta del metal ellenico, che Roma ospita almeno per la decima volta.
La band dei fratelli Tolis ha prima fatto la storia del Black Metal, sin dai primi anni ’90, per poi diventare una pietra miliare di tutto lo scenario estremo, riconosciuti per le sperimentazioni in studio e le esibizioni impressionanti.

Come annunciato dal nome stesso del tour, il punto focale del concerto sarà The Mighty Contract, primo album della band, che infatti inaugura la loro entrata sul palcoscenico allo scoccare della mezzanotte e viene eseguito per intero nei primi tre quarti d’ora di concerto.
Ad essere sbalorditivo è quanta resa possa avere un album così datato, riprodotto con le sonorità attuali della band, decisamente più raffinate dall’esperienza.

Il primo disco scorre come uno tsunami, senza la minima interruzione. Nessuno dà i minimi segni di stanchezza, nemmeno il leader Sakis, che sfoga le corde vocali come se avesse venti anni di meno, le chitarre danno il loro meglio nei giri e negli assoli di “Exiled Archangels” e “Coronation of the Serpent”.

Il pubblico è bollente dopo il repertorio old-school, che funge da iniziazione per la litania che seguirà, si sta strettissimi e l’ossigeno non sembra sufficiente con le persone così accalcate.

Il repertorio prosegue con estratti ben più recenti come “Elthe Kyrie” e “Ze Nigmar” dall’ultimissimo “Rituals”, la gettonata cover “Societas Satanas” (ormai come fosse loro), che ci trascinano nel rito del loro satanismo in salsa ortodossa.
Capisco di aver percorso ogni cerchio dell’Inferno proprio quando Sakis viene letteralmente posseduto da Baphomet, di cui assume la posizione rituale con braccia e mani. Siamo tutti preda della litania e ripetiamo scandita ogni sua parola “Apage… Satana”, non si scappa.

Subito i greci approfittano del nostro status di servi demoniaci per invocare un circle-pit, che si innesca con un confuso wall of death, all’attacco di “Archon”. Mi ritrovo sul ciglio del “pit”, ma vale la pena prendersi qualche gomitata sullo sterno pur di godere del ricambio d’ossigeno provocato dal pogo violento.

La calma dura ancora per poco tempo perché “In Yumen Xibalba” mi rende vittima di una furia inaspettata e mi ritrovo nel pogo feroce per un paio di minuti d’odio. Mi chiedo se il tanfo che pervade le mie narici non venga dall’oltretomba maya, ma poi realizzo che proviene dalla schiena intrisa di sudore di un gigante pelato che ho addosso.

I Rotting non si staccano da “Kata Ton Daimona Eay Toy” ed incalzano con “Grandis Spiritus Diavolos”. È tutto meraviglioso, una messa nera come la morte.
Dopo oltre un’ora e mezza di esibizione serratissima, sembrano prendersi i primi dieci secondi di pausa prima del bis, ed eccoli tornare sotto un intro riconosciuto alla prima nota (manco Sarabanda): “Χ Ξ Σ”, che in alfabeto greco altro non è che il numero della Bestia, il 6 6 6.

La potenza sacrilega sale, anche i termometri segnano 666°, sicuramente sarà divampato un incendio sul luogo sacro più vicino, me lo sento. Dentro invece è il gelo dell’anima della Giudecca.
Poi Sakis urla: “NON” e rispondo unanime con la sala: “SERVIAM”, il loro storico cavallo di battaglia, che conclude ogni loro concerto. Torniamo sulle sonorità della vecchia scuola che ci riportano oltre l’Acheronte con una consapevolezza Luciferiana: “Non servirò”, il rifiuto dell’angelo caduto verso Dio. Non può esserci finale migliore.

Con questo sbattezzamento di massa abbiamo concluso, sono a dir poco soddisfatto quanto sfiancato, non resta che darci appuntamento alla prossima!

Andrea Remoli