[Kaos Live Report] Siren Festival 2017: il nostro report con gallery

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Tempo di bilanci per quella che è stata la quarta edizione del Siren Festival sul quale è calato il sipario domenica.

Quattro giorni roventi di sole e musica nella bella cornice di Vasto in cui, tra un bagno al mare e oltre 30 live, si è avuta la conferma che quelli di DNA concerti hanno creato una bella realtà che ogni anno si attesta come uno degli appuntamenti più interessanti per gli appassionati di musica in Italia, un Paese in cui spesso le manifestazioni musicali nascono e muoiono nel giro di un paio di anni.

Tutto più o meno positivo quindi, anche se intendo partire da qualche nota stonata rappresentata in primis dalla difficoltà di accedere ad alcuni live per problemi di capienza, vedi su tutti quello di Apparat nel cortile del Palazzo d’Avalos e la forse un po’ criticabile scelta di destinare proprio questo palco secondario ad un artista di sicuro impatto come il producer tedesco che ormai rappresenta il main stream dell’elettronica europea.

Il Siren resta comunque una manifestazione piacevole, con una giusta affluenza di pubblico che lo rende un festival molto fruibile. Una rassegna rock che quest’anno ha visto nella sua line-up una vasta proposta di elettronica, più ampia delle edizioni precedenti.

Ok lo ammetto, a molti live di artisti in cartellone, spesso ho preferito bere dei vodka tonic in qualche baratto dei vicoli nel centro storico, ma sono gusti personali e non mi convincerò mai del fatto che la scena indie italiana sia così interessante come dicono. Ho quindi snobbato alcuni concerti specialmente quelli di artisti come Ghali, Gomma e roba del genere. Mi stupisce però l’impatto che queste band hanno pero su un pubblico più giovane, ma qui mi pongo il dubbio che oltre ai miei gusti musicali conti anche l’età.

Arrivo a Vasto il venerdì pomeriggio e per colpa del traffico mi perdo i live al Siren Beach (palco pomeridiano quasi in riva al mare).
Il mio primo approccio musicale al Siren 2017 è stato di tipo intellettuale con il reading di Emidio Clementi che, sotto il nome di Quattro Quartetti insieme a Corrado Nuccini (ex Giardini di Mirò), ha reinterpretato Eliot. Versi ossessivi stagliati su un tappeto sonoro egregiamente proposti nei giardini d’Avalos per la serie “poesia al tramonto”.

Piacevole il live degli Allah-Las, band californiana che ha suonato un apprezzabile e colorato psych-rock con venature pop.

Come detto Ghali non rientra nelle mie corde ma rimango stupito dell’affluenza che ha calamitato al main stage, un sacco di teenager e un po’ troppi genitori così, come detto gli preferisco i vodka tonic in attesa dei Cabaret Voltaire.

Da appassionato di new-wave 80’s ovviamente non posso perdermeli e alle 22:30 mi dirigo a Palazzo d’Avalos. Li avevo persi da un po’ di tempo lo ammetto e mi ritrovo un unico membro superstite che, un pò anzianotto si cimenta in un live-set ruvido e spigoloso che però ammalia con sonorità industrial di altri tempi. Breve ma intenso.

Sono circa le 23:30 ed è tempo di headliners.
Qui mi è doverosa un’ampia premessa. Sono un fan della prima ora dei Baustelle e li ritengo uno dei gruppi italici più interessanti, ma a mio avviso proporli come punta in un festival è una scelta che non avrei fatto sia per le numerose possibilità di vederli in tour un po’ ovunque sia, soprattutto per la loro risaputa insufficienza live. Ovviamente non me li perdo e mi dico che questa volta no, non sarà come le altre volte, questa volta sarà un bel live e poi vuoi mettere la produzione e post-produzione dell’ultimo album… Macchè!

Perfetta la scenografia, perfetti gli abiti di scena e lo stile dandy e volutamente decadente dei nostri, perfetta anche la cornice di synth e macchine analogiche disseminate sul palco, migliorata la voce di lui e di lei che stonano meno, ma siamo alle solite. La personalità che mettono nei dischi ti aspetti poi di ritrovarla dal vivo e invece molto stile e poca sostanza.
La set-list è stata più che apprezzabile e ha unito quasi in toto l’ultimo album alle hit del passato, ma scimmiottano un po’ troppo i Pulp e Bianconi un po’ troppo Jarvis Cocker.

Mi ha colpito molto una cosa: finisce il concerto e nessuno si affanna a chiedere il bis o fischiare per il rientro, anche io penso sia tutto finito e vedo la gente andare via, passa qualche minuto e loro rientrano sul palco in una piazza dimezzata. Ora va bene che c’era Apparat dopo qualche minuto su un altro palco ma se un live ti rapisce, non giri i tacchi e vai via subito dopo l’ultima nota.

Dopo questa scena arrivo alla conclusione che forse non era un mio pregiudizio o una mia mancanza di fiducia nei confronti di Bianconi e soci, manca forse qualcosa ai Baustelle dal vivo e credo, con una dura sentenza, che possono fare dischi deliziosi ma non concerti memorabili.

La mia prima giornata si conclude con il dj set di Apparat. Sicuramente in questo primo giorno è di gran lunga la performance più acclamata, c’è davvero un sacco di gente e il cortile d’Avalos si dimostra incapace a contenere l’affluenza al punto tale che viene chiuso l’accesso suscitando molte proteste da parte di chi, pur avendo pagato il biglietto rimane fuori.

Siamo cosi al secondo giorno (per me secondo, ma terzo giorno del festival), è sabato fa caldissimo e tra un po’ di mare e qualche live pomeridiano aumenta l’attesa per quello che è la performance che a me interessa di più.

Degno di nota in questa seconda serata è stato il concerto di Ghostpoet, un live che definirei elegante. Luci basse, abito nero e una voce davvero intensa. Atmosfera cupa, molto intima e con un’ottima presenza scenica il 34enne inglese mi ha rapito, la sua è una voce davvero imponente.

Ammetto di non aver assistito fino in fondo al concerto perché, per me era troppa l’attesa degli Arab Strap così, visto la difficoltà di accesso al Cortile d’Avalos per Apparat, mi dirigo lì con ampio anticipo. Mi spalmo sulla transenna e dopo circa mezz’ora fa il suo ingresso in scena questo pacioccone scozzese un po’ burbero che risponde al nome di Aidan Moffat e che resta il principale imputato per la creazione del post-rock anni 90.
Ovviamente sono di parte, ma credetemi è stato un live perfetto nonostante il rapporto birre in lattina/canzoni per Aidan sia stato quasi 1:1.

La set-list non è stata molto generosa come quantità a dire il vero ma è stato un collage perfetto di Philophobia, The Week Never Starts Round Here e soprattutto The Last Romance.
La caratteristica principale degli Arab Strap è la precisione del suono che rimane sempre maniacale nonostante le incursioni violente della cassa dritta. I bassi ti prendono allo stomaco e le chitarre ti tramortiscono ma quando entra il cantato, la voce di Moffat ti coccola pur con testi graffianti.
Di sicuro è stato questo il picco di questa edizione del Siren.
Dopo circa un’ora e un quarto gli Arab Strap salutano e tra il pubblico ci si guardava intorno compiaciuti e tutti, ma proprio tutti avevano parole di elogio per il barbone scozzese che più di una volta si era lamentato del “fuckin’ hot in Vasto”.
Il mio festival si chiude con Trentmoeller sul main stage di Piazza Del Popolo.
Un live scenicamente imponente e spettacolare nell’accezione più classica del temine, premiato con un’affluenza di pubblico maestosa.
Colore predominante sul palco era ovviamente il nero dei tanti elementi della band in cui Trentemoeller era un perfetto direttore d’orchestra post moderno.
La sua produzione musicale come risaputo è molto dinamica e la proposta dal vivo è fedele alla versatilità stilistica del danese. Ha saputo far ballare davvero tutti incessantemente con una mescolanza di generi impressionante: rock, ambient, house, iper-melodie, il tutto sempre condito di matrice techno.
Se non ci fossero stati gli Arab Strap sarebbe stato il protagonista indiscusso.

Finisce cosi anche quest’anno questo il Siren che nonostante qualche critica che ho argomentato rimane una bella realtà che merita il plauso di tutti. In Italia è già da eroi la continuità dei progetti figuriamoci quando questi sanno regalare anche sorrisi e spensieratezza.