[KaosReview] Gang Of Four: la parabola discendente di una band storica

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C’erano una volta i Gang Of Four. Nel 1979 esordiscono con Entertainment! ed entrano nella storia: post-punk, funk, new wave dalle ritmiche ossessive che ricalcano il tormento e il panico dei loro testi di aperta critica contro una situazione politica e una società che proprio non vanno. Nel corso degli anni ’80 cambiano un po’ direzione e si adeguano ai suoni di quel decennio con batterie compresse e coretti femminili, somigliando sempre meno alla band di cui si sono innamorati artisti del calibro di Kurt Cobain, Michael Stipe e Flea dei Red Hot Chili Peppers.
Hanno vissuto un po’ di rendita, quindi, i Gang Of Four che, dopo tanti album e tanti cambiamenti di stile e formazione, sono tornati con What Happens Next.

Andy Gill (chitarra) è l’unico superstite del quartetto originario e, neanche a dirlo, il disco non c’entra molto con l’idea che abbiamo di loro. “Where the Nightingale Sings”, il primo pezzo, ci presenta il nuovo cantante John Sterry: ok la voce c’è, ma sembra decisamente annoiata e fa annoiare chi ascolta. Sarebbe stato meglio approfondire questa nuova conoscenza con il secondo brano, ma “Broken Talk” sorprende con una voce femminile, quella di Alison Mosshart dell’interessantissimo duo The Kills, meno interessante inserita in un disco come questo perché dà al tutto un sapore commerciale. Il featuring con la cantante continua con “England’s In My Bones” in cui la chitarra funkeggiante e il basso granitico riescono a dare un risultato migliore.

Volevate sapere come suonano i Gang Of Four nel 2015, quale sia la loro nuova identità? Ancora non potete, perché “The Dying Rays” è cantata dal tedesco Herbert Grönemeyer, Robbie Furze, voce e chitarra dei The Big Pink, dà una mano in “Graven Image” e il chitarrista giapponese Tomoyasu Hotei collabora in “Dead Souls”.

what happens

Tanti personaggi extra forse per sopperire alla mancanza di idee di un gruppo che di storico, ormai, ha soltanto il nome. In What Happens Next l’aggressività e la motivazione di un tempo sono totalmente assenti: se i testi sono ancora di denuncia, ci si perde nell’atmosfera industrial dominata da suoni elettronici e voci effettate, ma il risultato è quello di una ripetitività che consuma. Va bene mutare, non essere sempre uguali a se stessi, ma se il risultato è artificioso meglio lasciar perdere. What happens next? Quasi nulla.

Di Martina Sperduti