Come i media costruiscono il racconto della realtà e influenzano la nostra percezione dei fatti.
Nel 1972 Marco Bellocchio dirige Sbatti il mostro in prima pagina, un film con Gian Maria Volonté che, a oltre cinquant’anni di distanza, continua a raccontarci qualcosa di fondamentale sul rapporto tra informazione, potere e propaganda.
Nelle sequenze iniziali compare anche un giovanissimo Ignazio La Russa, ripreso durante una manifestazione anticomunista a Milano. È il ritratto di un’Italia attraversata da forti tensioni politiche, in cui anche l’informazione diventa terreno di scontro.
Il protagonista, Giancarlo Bizanti, è un caporedattore disposto a piegare le notizie alle proprie convenienze politiche.
Una scena emblematica mostra come la scelta di un titolo possa cambiare il significato di una vicenda: il fatto resta lo stesso, ma cambia il modo in cui il pubblico è portato a interpretarlo.
È qui che si nasconde il cuore del film: non serve inventare una notizia per manipolare la realtà.
A volte basta scegliere le parole, le immagini e ciò che merita di finire in prima pagina.
Quando un sospettato viene trasformato in un colpevole agli occhi dell’opinione pubblica, il confine tra informazione e propaganda si fa pericolosamente sottile.
È per questo che Sbatti il mostro in prima pagina è un film da riscoprire ancora oggi.
Tra televisione, giornali e social network, siamo continuamente esposti a racconti che influenzano il nostro modo di pensare.
La propaganda non agisce soltanto attraverso le bugie, ma anche attraverso la selezione dei fatti e il modo in cui vengono raccontati.
La realtà è una cosa. Il modo in cui ci viene raccontata può cambiarne completamente la percezione.
Articolo di Elisa Biagi e Rocco Foggia