[Kaos Live Report] Nicolas Jaar Live all’Ex Dogana: il resoconto della serata

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Potrei raccontare di come si è svolto il concerto di Nicolas Jaar il 21 giugno, restando assolutamente neutrale, o facendovi una cronaca dettagliata e piena di critiche, potrei tentare una via di mezzo e cercare di accontentare tutti. Oppure potrei fare come in certe puntate speciali di Topolino in cui scegli tu il finale e i personaggi dal cui punto di vista ti va di vedere la storia. Immaginiamo, quindi, quattro ideali spettatori, e un solo inizio, un incipit guida: lo Spring Attitude è finito da quasi un mese, a salutarci con un sacco di energia c’era stata la live band di Clap!Clap! (alias Cristiano Crisci, l’uomo con le molle sotto i muscoli) e noi ve lo avevamo raccontato. Tornando all’alba dalle Ex Caserme Guido Reni si poteva già vedere il faccione di Jaar campeggiare tra gli alberi dei viali, con l’annuncio di una bella coda per il festival primaverile romano.

Esaltazione e felicità, trepidazione perché dopo averlo annoverato tra i migliori lavori del 2016, averlo citato e passato più volte in varie trasmissioni, avergli dedicato una intera puntata monografica, restava solo di vederlo dal vivo questo giovanotto statunitense di origini cilene.
L’Ex Dogana, teatro delle manifestazioni più svariate, sia d’inverno che d’estate, apre le porte agli spettatori alle 20.00 circa, si prevede che il concerto inizi solo due ore e mezza dopo. Il palco è quello del Molo Nuovo, la serata è caldissima e si spera che quel lasso di tempo concesso prima dell’inizio della performance, serva a sistemarsi con comodo, senza intoppi e senza file.

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Spettatore 1: Sono un fruitore medio che ha il biglietto da tempo, l’ho comprato in anticipo perché Jaar mi piace, ho voglia di ballare e ho sentito che al Sònar ha pompato come un matto, arrivo lì per le 21.30, ho già il biglietto che vuoi che succeda. Daje.

Spettatore 2: Sono un fruitore medio che non sa chi sia Jaar, ho voglia di andare all’Ex Dogana perché ho finito gli esami/sono in ferie/ho voglia di divertirmi in mezzo alla settimana senza preoccuparmi del lavoro, probabilmente strillerò in tutte le pause o i silenzi, ho sentito che ci sta tipo un dj-set o qualcosa del genere, dicono che inizia alle 22.30, leggo biglietti disponibili. Mi dico che forse sarà meglio arrivare un’ora prima. Daje.

Spettatore 3: Ho comprato il biglietto in prevendita sei mesi fa, amo Jaar e quello che produce, sono curioso di sentirlo suonare dal vivo, voglio mettermi sotto palco, sotto cassa così mi arriva meglio la botta sonora di The Governor, il mio pezzo preferito. Devo solo ritirare il mio biglietto, mi avvio un’ora prima, alle 21.30, perché così mi sistemo, surfo sulla gente e arrivo a contare i peli del naso di Jaar. Daje.

Spettatore 4: Ho un omaggio o un accredito, ci vado non troppo presto sennò mi annoio e fa caldo. Tipo le 21.30. Daje

Immaginate come se queste quattro categorie di spettatore standard si decuplicassero all’infinito occupando tutto lo spazio esterno all’Ex Dogana, gonfiandosi come quegli asciugamani compressi che diventano enormi solo bagnandoli, nello stesso orario esatto, manco si fossero dati tutti appuntamento per un flash mob. Nella confusione fatta di sudore dietro le ginocchia, palate di accendini confiscati, americani visibilmente spiazzati dalla divisione promiscua delle code, comincia quello sfilacciamento di vetri rotti, note al piano, rumori spezzati che ti fanno pensare alle cose lontane, non tue, che forse possedevi una volta ma che adesso a stento ricordi, che è poi la musica (soprattutto) dell’ultimissimo Jaar.

Un live di questo tipo è come una sonata di musica classica, ha dei movimenti e un crescendo che progressivamente ti portano altrove, ma deve essere un percorso a due, durante il quale è vietato distrarsi così come è vietato perdere anche solo qualche minuto, e quindi capirete bene che anche lo spettatore numero 2, nonostante la sua evidentemente scarsa preparazione, sente un leggero velo di rabbia nel momento in cui è costretto ad ascoltare l’intro del concerto tra i vari “Giacomo mi ha lasciato stavolta non lo perdono” e i “per favore tirate fuori tutte le bottiglie e gli accendini dagli zaini”.

dkjdtubi di luce che fanno cose molto belle mentre in sottofondo passano quelli che sembrano i preliminari per un live incentrato su Sirens, l’ultimo lavoro, e che invece sul più bello sterza sempre, e prende un sentiero inesplorato, uno stradone immenso, una pista tra le montagne. Basta fidarsi di quel che si sta ascoltando, con la certezza di non essere delusi, e infatti è tutto equilibrato, è un’altalena di intimismo quasi estremo, che ti fa sentire un voyeur, e coinvolgimento da mano a paletta. Dopo Three Sides Of Nazareth e The Governor Jaar ci regala una perfomance di No, singolo estratto dall’ultimo disco ed unico pezzo abbastanza radiofonico, tutta a favore dei nostri occhi, proteso verso il pubblico a raccontare questa storia che intreccia le radici delle sue personali origini, con quella del paese da cui è emigrata la sua famiglia, il Cile.

Nel mezzo dei brani ci sono interi quarti d’ora di flusso di coscienza, e risulta facile immaginare Nicolas Jaar colto da pensieri improvvisi, guizzi di ispirazione e intelligenza da riversare in musica, per concludere con una rarefattissima Space Is Only Noise If You Can See, così diversa dalla versione su disco che ti dà l’impressione che ti fanno quelle persone che non vedi da tanto tempo e di cui ricordi vagamente i tratti somatici ma manco troppo bene.

Poco prima dell’una ci avviamo verso l’uscita, qualcuno diretto all’aftershow, gli altri chissà dove, e per l’ultima volta ci troviamo in fila tutti insieme, mescolati come al principio, i fan, quelli con la prevendita, quelli col bracciale che ti faceva accedere all’area vip. Abbiamo dimenticato la rabbia e la frustrazione di quando eravamo all’ingresso, ma rimane la sensazione di aver perso qualcosa, di aver mancato quel dettaglio piccolo che ti avrebbe aiutato a risolvere tutto, e a fare chiarezza. Rimane il senso di qualcosa di bellissimo ma inafferrabile, come quelle figure di sogno, che la mattina non sai più nemmeno se eri tu a sognarle veramente.