[KaosLiveReport] Goduria black con D’Angelo & The Vanguard @Auditorium Parco della Musica

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  Roma, Auditorium Parco della Musica, ore 21: caldo torrido e soffocante, la gente inizia ad affollare la cavea progettata da Renzo Piano. La birra ci rinfresca per circa 15 minuti ma non è infinita: così torniamo a fare i conti con afa e sudore, in attesa che le luci si abbassino e inizi, puntualissimo, lo show: fa il suo ingresso l’avanguardia – tre coristi, due chitarristi, bassista, batterista, tastierista, sax e tromba – e il groove prende vita e avvolge gli spettatori in estasi, fino all’ingresso di Michael Eugene Archer, cantante, chitarrista, pianista e compositore meglio noto come D’Angelo: ladies and gentlemen, D’Angelo & The Vanguard!

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  Reduce dal suo terzo album Black Messiah, pubblicato a quindici anni di distanza dal precedente Vodoo, il poliedrico artista statunitense si presenta, come ci aspettavamo, con un look decisamente eccentrico: guanti da motociclista, cappello d’altri tempi e soprabito bucherellato di cui farà a meno dopo pochi minuti, a differenza del chitarrista alle sue spalle che si è esibito in impermeabile e cappellino di lana, senza mai toglierli per tutta la serata nonostante il clima a dir poco tropicale. Ma quello che colpisce non è tanto il look dei personaggi sul palco, quanto la passione e l’energia che ci mettono nel suonare: questo il pubblico lo sente, tant’è che dopo neanche 30 secondi il parterre e buona parte della tribuna si alzano in piedi, cedendo a un’irresistibile voglia di ballare.

  D’Angelo è un animale da palcoscenico: non sta fermo un minuto, improvvisa passi di danza con i coristi, passa dalla chitarra al pianoforte in un modo così naturale che neanche te ne accorgi, stringe le mani agli astanti e porge loro il microfono in più occasioni: ogni volta che si rivolge ai presenti urlando: “Roma, how are you doing?” la gente risponde con un boato. E la sua voce… Wow, ti sciogli, e non certo per il caldo. Un timbro che sa essere soave ma anche potente e un falsetto graffiante che lascia di stucco e mi fa pensare: “Ehi, Prince, spostati a destra che D’angelo ha messo la freccia e vuole sorpassare, sarebbe anche l’ora”.

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  Gli arrangiamenti non sono mai scontati, e i brani si evolvono in digressioni ed evoluzioni pazzesche e coinvolgenti, al punto che prendendo la scaletta ci rendiamo conto che effettivamente hanno suonato “poche” canzoni: sicuramente ci accontentiamo, visto che hanno compensato la carenza quantitativa con l’eccellenza qualitativa.

  Dopo l’interludio a metà concerto, il cantante sparisce e si materializza sul palco una chitarra classica: è chiaro che stanno per suonare l’intro di Really Love, che si dilata per permettere a Michael l’ennesimo cambio d’abito. Una attesa piacevole ed eccolo sul palco con un poncho nero a deliziarci con una performance eccelsa, con tanto di improvvisazione finale in forma di botta e risposta tra voce e chitarra. Neanche il tempo di realizzare quello che è appena successo, ché l’artista alza il pugno al cielo, dedicando Charade alle “victims of police brutality”: ennesimo momento toccante di una serata surreale e irripetibile.

  Durante la classica pausa prima del gran finale la folla non sta più nella pelle, applaudendo senza sosta e chiamando a gran voce: “Nino! Nino! Nino!” generando curiosità e ilarità anche nei musicisti appena rientrati, che sorridono presi bene tanto quanto noi (anche se in realtà è più probabile che in origine il coro si riferisse a Pino Palladino, il grandissimo bassista della formazione).

 

  E così, dopo un gran solo di batteria, la festa di ritmi afro, R&B, Funk e NeoSoul finisce in bellezza con una perla di rara dolcezza, Untitled, eseguita con una convinzione e una passione ammirevoli. E quasi senza accorgercene, vediamo uno a uno i membri di questa straordinaria band lasciare il palco, mentre la parole e la musica delicatamente si esauriscono lasciando solo un tappeto sonoro di basso e pianoforte e infine solo lui, l’eroe della serata, D’Angelo, che per l’ultima volta canta: “How does it feel?”, ci ringrazia, e ci lascia estasiati e con una punta d’amaro in bocca.

  L’amaro in bocca perché avremmo continuato ad ascoltarlo rapiti per altre sei ore senza difficoltà. Quindi se non avete problemi economici fate una cosa: regalatevi un biglietto del treno o dell’aereo per una delle sue prossime date europee e correte a sentirlo: fate ancora in tempo, e ne vale veramente la pena.

Di Pedro Manuel Pereira