MAESTRI DI SCACCHI AL TEATRO HAMLET DI ROMA

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Giuseppe Renzo e Alessandro Carvaruso firmano a quattro mani l’interessante testo, andato in scena al Teatro Hamlet a Roma, “Maestri di scacchi” e diretto dallo stesso Carvaruso. Nel nuovissimo teatro romano a due passi dal Pigneto, diretto dalla vulcanica Gina Merulla, ho assistito non tanto a uno spettacolo – come immaginavo e speravo – quanto a una grande lezione di non-regia o più semplicemente a una brutta regia.
Recensire uno spettacolo è un compito a volte infame. Vero è che mi sono tornate in mente le parole della indomita Paola Borboni che – poco prima di morire – rimpiangeva amaramente l’assenza oggi dei “fischi” che tanto fanno crescere e maturare. E mentre il tempo passava, il dramma scorreva, una voce continuava a rimbombarmi dentro e mi ripeteva “che peccato!”.
Peccato per l’occasione persa; peccato per non aver saputo impiegare o anche sfruttare al meglio gli attori e le attrici; peccato per non aver saputo (o voluto) dare risalto alla scena; peccato per non aver voluto ‘giocare’ con le luci, rimaste terribilmente fisse e fredde, più adatte a un tavolo di un obitorio. Peccato perché il testo, invece, rivela una certa sensibilità, manifestava numerosi spunti che potevano essere sviluppati all’interno della messa in scena. Peccato, infine, che troppo spesso – evidentemente – ci si macchia di hýbris (ὕβϱις ) nel voler fare tutto da soli. E non tutti ne sono all’altezza.
Su una tipica scacchiera, si confrontano i Bianchi e i Neri, cinque pedine per fazione, le ultime ancora in vita. Perchè gli Scacchi sono un vero e proprio gioco di guerra. Regine, pedoni, torri, cavalli e alfieri. Cinque figure che rappresentano un universo umano. Si combattono ognuno usando le proprie ‘armi’, seguendo le regole già fissate fino alla eliminazione fisica reale. E come ben viene evidenziato dal flyer, è vero, è una “è una metafora: la metafora della vita. Un’intera esistenza ridotta ad una sola partita in cui devi dare il massimo, in cui ogni mossa può essere risolutiva o fatale.”
In una partita c’è sempre chi vince e chi perde. Quasi sempre.
Ebbene in un contesto così sottile, eppure vasto, di questo tema, gli attori e le attrici proprio come pedine, fisse sul loro quadrante danno vita al dramma. Si muovono con fare a tratti marziale; le voci si incrociano alternandosi ma sempre su volumi eccessivi e non efficaci. La partita si risolve, si chiude. Si ricomincia. Eterna lotta alla sopravvivenza.
Tuttavia, ahimé lo dico con dolore e rammarico, lo spettacolo si perde in urla sgradevoli e mancanza di intensità. Tutto o quasi appariva esteriore e artefatto, nulla che portasse alla commiserazione, alla compassione o a un’emozione sinceramente sentita. Eppure gli attori sono lì che sudano, si impegnano, ce la mettono tutta si vede Ma ben poco arriva.
Rimane la scoperta di un testo teatrale bello e intenso. Rimane la visione di qualche bravo attore e brava attrice, che pure si notava, nonostante tutto. Perché una carenza di regia rischia sempre di fare del male non solo al Teatro ma agli attori soprattutto.
Rimane anche l’imbarazzo, tutto mio.

Di Marcello Albanesi