Mogwai, “Every Country’s Sun” : la nostra recensione

0

Recensire i Mogwai, per me, non è semplicissimo. Nel corso degli anni sono stato tra quegli ascoltatori che si è fatto estraniare dalle atmosfere cerebrali di “Superhero of bmx” e “Stanley Kubrick”, ho cullato la malinconia con la melodia di basso di “Helicon1”, ho volato sopra la sinfonia delay di “Fear Satan” e ho sognato a occhi aperti le scogliere del Mar del Nord e i vicoli grigi di Glasgow, sugli intrecci chitarristici di “I love you, im going to blow up your school”
Il legame che ho con la loro musica è viscerale, per questo l’annunciazione di un loro nuovo lavoro ha sempre generato in me una certa apprensione.

Devo confessare , a dirla tutta, che questa eccitazione è un po scemata dopo l’uscita di Hardcore will never die, but you will (2011), che secondo mio parere è un po lo spartiacque tra quello che furono e intuirono gli scozzesi a fine secolo scorso: basta ascoltare “You Are Lionel Ritchie”, e altre sonorità che recentemente abbracciano (synth-pop e new wave) con l’intento di rigenerare con un po di brio “popular” la propria proposta, pezzi come “Mexican Grand Prix” e “Margaret Thatcher” fanno parte di questa categoria. Purtroppo, almeno per quanto mi riguarda, molti di questi pezzi suonano un po come un vacuo manierismo che mal si addice all’elevato spessore, e carattere, musicale a cui ci avevano abituato i glaswegians.

Ora arriviamo all’ultima creatura Every Country’s Sun, che purtroppo conferma tutto quello che di meno positivo era già emerso dal 2010 a oggi. Le mie già poche aspettative rispetto a questa pubblicazione si vanno a sommare alla defezione di John Cummings, membro storico e sottovalutato, che con la sua Telecaster era spesso responsabile della affascinante profondità sonora del gruppo (ascoltare la sua parte “Im Jim Morrison, I’m Dead” o in “2 rights make 1 wrong” per esempio). Partiamo dagli aspetti che non mi hanno convinto negli abbondanti 58 minuti di questa ultima fatica. Ci viene riproposta una versione meno incisiva delle gloriose e muscolose “Glasgow Mega Snake” e “Batcat”, dal nome “Old Poison”. Troviamo ancora una proposta “pop” (brit stavolta…), una non indimenticabile “Party In The Dark”, e uno dei punti più bassi della loro intera carriera; “Coolverine”: un pezzo che sembra scritto da una band di adolescenti infatuati per gli altri alfieri del genere God Is An Austronaut.

Per ritornare almeno ai buoni livelli delle ultime sonorizzazioni cinematografiche (si, loro ancora eccezionali), ci vengono in soccorso pezzi come “aka 47”, “20 size”, “Don’t believe the fife” e la title track dell’album. Proprio quest’ultima è il picco massimo dell’album, l’unica canzone che ci porta “realmante” da qualche parte e esprime la caratteristica che ha elevato la musica del gruppo rispetto ad altre band analoghe: l’emozione fatta melodia che implode nel rumore. Un giro di bass keyboard come apripista, arpeggi di chitarra in delay, un drone di basso come tappeto, una batteria stentorea e una coda di effettistica e distorsioni abbacinanti rispolverano, rinfrescandolo con suoni attuali, lo schema vincente che tanto ci ha emozionato nel corso degli anni. L’elemento più positivo dell’intera proposta è sentire un Martin Bulloch, finalmente, sugli scudi. La sua batteria si divincola dal quel ruolo “metronomico” che lo aveva limitato soprattutto durante la prima parte di carriera della band.

Purtroppo questa manciata di brani non cambia la sostanza; l’album sembra confezionato per toccare più sonorità possibili e dare una continuata commerciale alla band senza realmente lasciare qualcosa di longevo. Lungi da me criticare la fattura tecnica e qualitativa della produzione, tra l’altro dietro al mixer troviamo quel Dave Fridmann di C.O.D.Y. e Rock Action (capolavori del genere), ma nel complesso manca quel mordente e quella empatia che erano il valore aggiunto delle opere che hanno creato e reso unico il mito “Mogwai”. In conclusione una non esaltante sufficienza, soprattutto tenendo conto della alta qualità riscontrabile in larga parte della loro discografia. Da completista della band rimango speranzoso in un’altra immensa colonna sonora, genere che sembra far tornare (e dare) quella illuminante ispirazione che non fa splendere più gli album in studio.

Di Marco Loretucci