Moonlight: la recensione in anteprima

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Cambia la data di uscita al cinema di uno dei film più attesi della stagione. Uscirà quindi il 16 febbraio Moonlight di Barry Jenkins. Dopo essersi aggiudicato il Golden Globe come miglior film drammatico ed essermelo perso alla Festa del Cinema di Roma, ho finalmente recuperato con l’anteprima stampa romana del 1 febbraio.

Incentrato sulla vita di un ragazzo di colore nato in un quartiere problematico di Miami, Jenkins al secondo lungometraggio dopo Medicine for Melancholy, stupisce ancora. Tre capitoli per tre fasi della vita di Chiron. Infanzia, adolescenza ed età adulta. Per farlo la scelta è stata quella puntare su tre attori diversi per ogni stagione.

I tre attori (nell’ordine Alex Hibbert da favola, Ashton Sanders e Trevante Rhodes) non si sono mai incontrati nel corso delle riprese del film, eppure sono stati in grado di comunicare lo stesso tipo di sentimenti in età e situazioni diverse.

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Il film affonda le radici nel testo del drammaturgo Tarell Alvin McCraney, anche lui come il regista di Miami, di colore, nato e cresciuto negli stessi quartieri malfamati al fianco di madri tossicodipendenti. Si intitolava “In moonlight black boys look blue”.

Moonlight del titolo è proprio quella luce nell’oscurità. Quella imprevista e che invece lascia intravedere ciò che non vorresti conoscere di te stesso e non vorresti mostrare neppure gli altri. Non a caso una scena chiave avviene proprio al chiaro di luna. Dalla fusione di ricordi personali di Jenkis con il testo di McRaney si è arrivati al film di cui scrivo oggi. Protagonista della storia è quindi Chiron ma al pari della comunità che lo circonda. La stessa che capisce cose su di lui, prima di lui.

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La trama non la racconto volutamente perchè espressa in poche righe potrebbe persino sviare. Moonlight è un film universale, dal grande respiro e che si rivolge a tutti. A chi almeno per una volta nella vita è costretto ad indossare una maschera. A chi vive il disagio di essere accettato. A chi non trova mai l’istante esatto in cui essere se stesso.

È una storia di scoperta, accettazione, disagio, vulnerabilità, virilità e compassione senza pietismo. Di come la realtà che ci circonda influenza il nostro percorso di crescita. Jenkins ha la capacità di raccontare con una chiave poetica e un lirismo cui siamo disabituati. Una scelta stilistica che fa innamorare e cattura dal primo frame. L’uso di riprese strette sui personaggi sa farti entrare in un attimo in contatto con la profondità dell’animo.

Complice una superba sceneggiatura e le musiche di Nicholas Britell (già apprezzato ne La Grande Scommessa e ancor più di recente in Free State of Jones), il film che ne vien fuori è davvero una meraviglia, per gli occhi, la testa ed il cuore.

Andate, vedetelo, parlate ai vostri amici di Moonlight e infine scrivetemi se ho scritto puttanate. Sono pronto alla sfida.

Alessandro Giglio