La presentazione alla Feltrinelli di Roma di “L’Amore e la Violenza”, il nuovo dei Baustelle

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Martedì 17 i Baustelle hanno presentato il loro ultimo album L’Amore e la Violenza alla Feltrinelli di via Appia.

Punto dal gelo pomeridiano di una Roma intorpidita dal freddo, trovo rifugio nel timido tepore del negozio, dove sono ancora in atto i preparativi per la presentazione. Molti sono arrivati con largo anticipo per assicurarsi un buon posto ed aspettano trepidanti l’arrivo del trio toscano, che è previsto per le 18.

Ma le 18 sono ancora lontane. Curiosando tra gli scaffali per ingannare l’attesa, noto che è in costruzione un’ampia recinzione intorno al palchetto, dove sarebbe avvenuto l’incontro. Questo perché l’ampio spazio centrale di lì a poco sarebbe stato completamente occupato dalla fila di chi aveva comprato il disco ed era in attesa della firma della band toscana. Per questo, noi semplici spettatori siamo stati costretti ad assistere da lontano, niente di insostenibile, però sai…

La presentazione comincia in orario con la proiezione del video del singolo uscito “Amanda Lear”, accolto con un applauso tanto caloroso quanto quello subito successivo per l’entrata dei Baustelle. Cos’è L’Amore e la Violenza? È un contrasto, storie difficili in musica leggera. È una reazione, al disco precedente, Fantasma, ed alle sue sonorità realizzate grazie all’orchestra sinfonica.

È pop, oscenamente pop, come lo definisce lo stesso Bianconi, le sonorità sinfoniche erano ormai state del tutto esplorate, quindi era necessario fare qualcosa di diverso, un ritorno all’elettronica ed a quel pop del primo album giovanile, Sussidiario illustrato della giovinezza, tanto da arrivare a definire questo nuovo lavoro come “Sussidiario illustrato della maturità”.

All’interno non mancheranno citazioni, riferimenti a personaggi e temi, in pieno stile Baustelle, in questo caso spesso inquadrabili nell’universo degli anni ’70 e ’80 e saranno sia testuali sia musicali. Le domande poi cominciano a spaziare altrove rispetto al disco, come una sull’imminente Sanremo, sul perché il trio toscano non abbia mai tentato la partecipazione. Bianconi risponde che i Baustelle ne possono fare a meno, la musica non appartiene e non può appartenere solo alla televisione, che sia talent o festival, chiaramente senza sminuire o criticare né i programmi in sé né chi vi partecipa, ma loro, e molti altri artisti, sono altro.

Se posso dire la mia, sono stato molto contento di questo passaggio, perché ora più che mai abbiamo bisogno di musicisti capaci di affermare e dimostrare che è possibile arrivare anche senza passare dalla scorciatoia televisiva, opprimente e deformante per i suoi inevitabili compromessi artistici. A volte è necessario togliere tutto il teatro che la televisione ha montato intorno al cantante di turno per apprezzarne le vere capacità, ma se è proprio quel teatro che cerchiamo, allora dovremo abituarci a storie di artisti usa e getta, fagocitati dal palcoscenico televisivo per 8 puntate di notorietà.

Ecco, questi non sono i Baustelle. L’incontro finisce prima che sia capace di accorgermene, speravo in qualcosa di un po’ più lungo ed approfondito, per giustificare la mia ora e mezza di attesa, ma va bene così. L’incontro, oltre ad una visione molto generale dell’album, riesce a lasciarci comunque qualche chicca, come il passaggio su Sanremo, ma anche la risposta ad una domanda dal pubblico riguardo i testi, che ha stimolato una riflessione molto bella di Bianconi: i testi sono molto importanti, perché anche nel non senso diversi ascoltatori possono trovare diverse corde a cui appigliarsi, che possono essere una parola, una frase, un concetto, che siano capaci di stimolare un pensiero, una riflessione, una riscoperta, una rilettura.

La presentazione si conclude con un pensiero all’imminente tournée, che vedrà i Baustelle in concerto a Roma all’Auditorium Parco della Musica il 23 marzo, in cui potremo ascoltare dal vivo vecchi e nuovi pezzi, tra i quali anche alcuni estrapolati dal lavoro precedente Fantasma, rivisti e riarrangiati per adeguarli ad una sonorità meno sinfonica e più in continuità con il resto del repertori.

Edoardo Frazzitta