La canzone che fece gridare “l’indie è morto”, ma che in realtà portò l’indie al centro della musica italiana.
Correva l’estate del 2017. Dopo l’esplosione dell’indie e della trap, la musica italiana stava vivendo una trasformazione profonda. In quel momento i Thegiornalisti pubblicarono Riccione, destinata a diventare uno dei tormentoni dell’estate.
Il brano esplose subito: radio, spiagge, playlist ovunque. La band guidata da Tommaso Paradiso si consacrò definitivamente nel pop italiano.
Ma proprio quel successo creò una frattura. Per una parte del pubblico, Riccione segnava l’abbandono dell’estetica indie: le malinconie urbane e la scrittura imperfetta lasciavano spazio a un immaginario estivo, levigato e radiofonico.
Il punto però non era solo musicale, ma culturale. In quel periodo l’indie veniva ancora visto come l’opposto del pop commerciale: anti-mainstream, ruvido, alternativo. Riccione rompeva questa distinzione, portando quella sensibilità dentro il pop più totale.
Da lì nacque la frase simbolo: “l’indie è morto”.
In quello stesso clima esplose anche la dimensione ironica del fenomeno, con la parodia delle The Giornalai dei Le Coliche, che trasformò quell’estetica in caricatura e amplificò il dibattito.
Eppure, proprio qui sta il paradosso: Riccione non è la fine dell’indie, ma la sua assimilazione. Dimostra che una sensibilità nata ai margini poteva diventare linguaggio pop senza scomparire.
A distanza di anni, la canzone appare meno come una rottura definitiva e più come un passaggio di fase: il momento in cui l’indie smette di essere opposizione al pop e diventa parte del suo linguaggio.
Forse, quindi, Riccione non è il giorno in cui l’indie è morto. È il giorno in cui è diventato pop.
Articolo di Rocco Foggia
