Si scrive Le Mura, si legge l’amore

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Le storie di Sat Nam, il disco d’esordio della band romana raccontate da Nick, il loro angelo custode

Le premesse sono d’obbligo, le presentazioni pure, essendo il primo pezzo (nel senso di articolo) che butto giù qui.

Io sono Nick, quello che inspiegabilmente ancora non è stato cacciato da Radio Kaos, nonostante il programma Amore e Psych (ogni martedì dalle 16 alle 17) non sia altro che un susseguirsi di becere gag a sfondo droghereccio, a contornare una selezione di pregevoli brani (quelli sì) che orbitano in un contesto musicale prettamente psichedelico.

Tolto il mio Facebook (volgare e blasfemo) e la mia cerchia di amicizie dei concerti, non sono chissà che personaggio in fondo, quindi non ha senso dire “come tutti sanno”, piuttosto “per quelli che mi conoscono” sono anche “quello che risolve i problemi”, come amo dire io, della band Le Mura.
L’accezione della qualifica di cui sopra è da intendersi nel senso tarantiniano del termine, ma per comodità qualcuno dice anche “manager”.

Tra le altre attività con le quali “adoro perdere tempo” c’è anche quella di scrivere di musica, prima con XTM – Extra Music Magazine, ora con Nerds Attack.
Perdonatemi, io sono uno che i discorsi li prende belli larghi e tutto questo preambolo era per dire che quello che seguirà non sarà la mia autobiografia (grazie al cielo), bensì un articolo che parlerà di Sat Nam, il primo disco de Le Mura.
Questo ci porta al vero tema scottante della situazione, ovvero: io che scrivo su Le Mura non è un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono?

In realtà questa è la seconda volta che scrivo un articolo su di loro, la prima fu la recensione dell’ep Ah!Ah! 3 anni fa, all’epoca conoscevo solo Lolla (Gabriele Proietti, chitarrista. ndr) di vista e non eravamo neanche così amici (ora vado in giro a dire che è mia moglie). Iniziò tutto da lì, da quella recensione, seguita da una serie di svolte in cui li coinvolsi, a partire dall’apertura ai Band of Skulls all’Atlantico di Roma, dove avevo appena iniziato a lavorare come ufficio stampa.
Stavolta però non vorrei scrivere una recensione, ma una cosa più simile ad un racconto intimo ed una raccolta di aneddoti sulla genesi del disco.

Siamo saliti a Milano alla fine di giugno ed il Real Sound Studio è diventato casa nostra, in tutti i sensi, perché non potendoci permettere hotel o roba simile abbiamo dormito insieme lì dentro, chi su divani, chi su materassi gonfiabili. Tutto ciò sarebbe anche ok e molto hippie, se non fosse che a trascorrere la notte con gentaglia tipo Motoreddu (Gabriele Correddu, bassista. ndr) rischi di tutto, dalle malattie veneree allo svegliarti con le sue parti intime poggiate sulla faccia…

Per non parlare di quando si è in compagnia di Brus (Bruno Mirabella, batterista. ndr) con il quale invece potresti non andarci proprio a dormire, finendo immischiato in roba tipo meditazione trascendentale, jam session mattutine, inseguire sogni, ecc.

Alla fine è stato divertente, per chi già conosce Le Mura e per chi invece li sta per scoprire, posso dire che tirando le somme è successo tutto quello che ci si può abitualmente aspettare da loro, con l’aggiunta di un’invasione di insetti e l’apparizione di una nota pop star che ci ha fermato per strada nel cuore della notte per chiederci una cartina, perché suppongo si fosse persa. Perdonate la vaghezza, in compenso ho un consiglio d’oro per tutti: se siete di notte a Lambrate e avete fame, lasciate perdere la pizza al taglio con Just eat, fa schifo.

Visto che dopo la premessa infinita adesso sto per finire sul dispersivo, credo che forse sia meglio dire qualcosa di più specifico, come si conviene: un pezzo alla volta.

le mura

“Tutto mi sta portando a te”

Fu pensata musicalmente come apertura ideale di un concerto, perché molti pensano che certe cose siano automatiche, invece dietro le scelte di ogni band si cela una galassia di pensieri, paranoie, proiezioni, visioni e pippe mentali. La prima canzone, in un disco come in un live, è un biglietto da visita

“Facciamo un pezzo bomba?” – “Sì, ma così ce lo bruciamo subito?” – “Però con uno più d’atmosfera magari non convinci…” e via dicendo. Questa nacque col preciso intento di liberarci da questo fardello. Personalmente una delle cose di cui vado più fiero è l’aver contribuito alla ricerca di uno dei suoni di chitarra, suggerendo a Lolla una combinazione di effetti, quelli della strofa in particolare. Lolla inizialmente non era tanto convinto, ma sia io che Andrea (Imperi, voce e testi. ndr) insistemmo sul fatto che quel suono fosse pazzesco e alla fine lui ci diede retta.

Anche il testo mi affascina molto. In generale è già da un po’ che Andrea ha iniziato a fare un lavoro monumentale sul proprio stile di scrittura. A me piaceva il suo simbolismo criptico dei primi tempi, ci trovavo dentro la mia realtà, riusciva ad essere onirico e tangibile allo stesso tempo. Però il lavoro di una band spesso consiste anche nel sapersi mettere in gioco per confrontarsi con le realtà circostanti e, sebbene non esista un’altra band come Le Mura, la decisione fu quella di avvicinarci a tematiche più quotidiane, usando parole più abbordabili.

In questa canzone però il “traguardo” resta ignoto. E’ come saltare su un treno in corsa per non si sa dove. Per un attimo ti sembra di capire, ma poi la prospettiva cambia e ti spiazza nuovamente, catapultandoti in uno scenario diverso. Mi diverte soprattutto l’idea che si possa dare a quel “te” un’interpretazione diversa: la droga, il Diavolo, l’amante, la morte, la libertà… ognuno di noi ha la sua. Anch’io.

“Tilt”

Una delle mie preferite. Tempo fa eravamo sicuri che sarebbe stata un singolo, così io mi feci venire in mente un’idea per un ipotetico video, roba malata, con l’idea di concentrare tutto il male possibile della società odierna in una sequenza di scene emblematiche ed oltraggiose. Se potrò permettermi gli avvocati magari un giorno lo faremo!

Del resto con un testo così è difficile non viaggiare con la fantasia, è una storia di violenza domestica, anzi, di un vero e proprio femminicidio, che non viene “esaltato” bensì raccontato direttamente dal punto di vista della mente dell’assassino. Un esperimento narrativo intrigante, pieno di frasi ad effetto e tanti spunti di quel cantato-recitato che Andrea sa far rendere alla grande.

Credo che “dimmi che cazzo di gioco è tirare i sassi ad un alveare” sia una delle frasi più fiche che abbia mai sentito in vita mia. La parte strumentale del brano si sposa alla grande con tutta la storia. Lolla vola, Motor che Brus lo incalzano come due treni impazziti. Non c’è pace, mai. La frenesia sonora prende forma e diventa palpabile, tra presagi di follia e visioni danzanti su quel ritmo incessante che da senso e ragion d’essere al delirio.

“La donna giusta”

Avevamo già quasi una ventina di pezzi papabili per un disco che avrebbe dovuto contenerne nove o dieci. Una notte Andrea mandò una nota vocale con questo nuovo provino. Sembrava mandato così, tanto per, una sorta di esperimento “pop”. Decido comunque di inoltrarlo a Gno, che poi sarebbe Mr Maciste Dischi, lui ci chiama e ci dice che siamo pazzi perché è una bomba e pensavamo di tenerla fuori.

Ci fu un enorme lavoro di arrangiamento, perché quando andammo in studio esisteva solo la versione chitarra e voce. A mio parere la vera chicca del brano è il suono del riff che fa sembrare la chitarra di Lolla un synth, partorito in una sessione estesa ad oltranza in un torrida serata di inizio luglio, facendoci dimenticare dello spazio e del tempo, mentre tutto il resto della nazione assisteva alla partita dell’Italia contro la Germania agli Europei.

Morale della favola: chi tifa Lolla non perde mai. Quando ascolto questo pezzo però non posso non pensare anche alla ciliegina sulla torta, quel cameo di Roberto Dell’Era registrato però i primi di ottobre a Roma. Praticamente Roby era in città perché doveva suonare con i Winstons al Rome Psych Fest, così approfittai del pomeriggio per sequestrarlo dopo il soundcheck e portarlo a tutta velocità dagli amici del White Rock Studio per incidere il suo featuring.

“Tapis Roulant”

Probabilmente la canzone con la storia più rocambolesca dietro. Sembrava dovesse essere modificata, scartata, stravolta… e alla fine l’abbiamo scelta come primo singolo ufficiale.

A me inizialmente non convinceva per il testo. Ricordo che ci fu un periodo in cui dissi ad Andrea “no guarda, secondo me musicalmente ci sta, ma il testo boh, non lo so. Ma poi che significa ‘boogie mix’ e ‘boostramigs’? E se poi la gente non capisce? E poi ‘tapis roulant’ non ti sembra cacofonico…?!”. Provai anche a suggerirgli innesti e modifiche con i miei soliti riferimenti stupefacenti, ma fortunatamente Andrea non mi diede retta. Anche l’andazzo funky che c’era nella prima versione non me la faceva proprio amare.

Insomma, praticamente sono sempre stato il nemico numero uno di questo pezzo, mi piaceva davvero solo il riff iniziale e fosse stato per me forse non l’avrei neanche messa nel disco, anche perché tra le tracce rimaste fuori c’era anche una certa “Nick non scherza mica” e un po’ sotto sotto rosicavo. Poi però il lavoro sul brano fatto in studio a Milano grazie ad Ette l’hanno resa una mina pazzesca, a partire da un riarrangiamento molto più vicino a sonorità psych, supportato dalla sporca e rombante sessione ritmica di Motor e Brus.

Tant’è che una sera feci ascoltare il disco al mio amico Ricky (che poi sarebbe The Lira), il quale mi disse che secondo lui “Tapis Roulant” era la più forte di tutte. Ci ragionai ed effettivamente cambiai punto di vista fino a proporla come primo singolo, anche Andrea aveva avuto idee simili ed eravamo d’accordo, quindi alla fine è andata così. Come se non bastasse poi il videoclip che uscirà di qui a poco è un viaggio senza fine. Preparatevi.

“Tu non capisci niente Jack”

Questa invece è la preferita di Gno. La cosa alla quale sono più affezionato di questo brano è che c’è il testo con più spunti tratti da cose dette o successe tra amici e conoscenti di Andrea. Apparentemente è un dialogo con questo fantomatico Jack, ma ovviamente i diretti interessati si godono in maniera particolare tutti i riferimenti a loro legati.

Per quanto mi riguarda c’è una frase frutto di un alterco notturno tra me ed il povero Lolla mentre eravamo in viaggio per l’Islanda. Ci trovavamo a Londra (tappa intermedia) e dormivamo su due materassi gonfiabili a casa di amici. Io ad un certo punto russavo troppo e lui giustamente mi iniziò a muovere, per farmi smettere. Svegliandomi mi rivolsi a lui con tono furente e gli occhi iniettati di sangue dicendogli “aò! calcola che me devi toccà er meno possibile!” per poi rimettermi a dormire nel giro di due secondi. Una frase che non lasciò indifferente il buon Andrea, che ne colse tutto il potenziale e decise di renderla in un certo qual modo immortale insieme a tanti altri spaccati di vita vissuta suoi e di altri amici.

“Las Veglia”

Un altro pezzo longevo, pensato per far ballare ed esorcizzare i demoni della quotidianità, a partire dal primo nemico di ognuno di noi, la sveglia. La cosa più particolare successa lavorando su questo pezzo è sicuramente quella che riguarda il tempo… paradossalmente, visto il soggetto in questione. Il buon Ette (Ettore Gilardoni, il produttore artistico di Sat Nam) ha infatti intuito che per rendere il brano ancora più “danzereccio” sarebbe stato opportuno rallentare il tempo. Noi che invece avevamo sempre avuto una visione più “punk” della questione, ci siamo dovuti ricredere e poi, trascinati dal groove è uscito il sole nello studio e la deriva spiaggesca ha preso il sopravvento.

“Che cazzo mi frega”

Non ricordo quale venne fuori prima tra questa e “Tornerò in Salento a vomitare”, fatto sta che entrambe rappresentano al massimo il lavoro di Andrea sull’aprirsi verso testi più leggeri, ma non per questo senza un significato dietro, anche se in apparenza o meglio solo dal titolo, potrebbe sembrare un pezzo senza troppe pretese di comunicare un messaggio.

L’idea era che questo pezzo potesse diventare una specie di inno, ma non al menefreghismo fine a se stesso, bensì una risposta di ribellione universale a tutto quello che di effimero prova ad invaderci il cervello ogni giorno, dalla tv ai social, fino ai giochetti della ragazza di turno in cerca di attenzioni.

C’è anche un riferimento allo yoga, con il motto “Sat Nam” che poi avrebbe dato il titolo al disco dopo una serie di ballottaggi e proposte che preferirei non menzionare. Inoltre nascosto in questo pezzo ci sono dentro anche io che emetto un verso apparentemente senza senso, ma che in realtà noi sappiamo benissimo a cosa si riferisce, anzi, a chi. È un omaggio affettuoso ad un personaggio che conosciamo, un amante della musica come se ne vedono pochi in giro, ma svelarlo e dichiararlo apertamente rovinerebbe la magia, quindi chi lo indovina è bravo.

“Adesso sei pronta”

Il pezzo più vecchio di tutti, perché questa canzone faceva parte anche del primissimo ep de Le Mura, ’Tutto è oltre’, quello autoprodotte. Personalmente mi piace l’idea che leghi il vecchio al nuovo, chiuda un cerchio, eccetera. Su YouTube c’è ancora la vecchia versione ed è interessante sentire come il sound sia cambiato da allora.

I ragazzi facevano tutto un altro genere e questa per esempio suonava molto Depeche Mode. Io neanche li conoscevo. Prima si chiamava solo “A.S.P.” ed è stata totalmente stravolta, velocizzata e resa sferragliante dal riff di Lolla.

“Tornerò in Salento a vomitare”

Sulla scia di “Che cazzo mi frega”, anche questa canzone è caratterizzata da una precisa idea di fondo, quella di far ballare e che fosse in qualche modo evocativa, per la voglia di divertirsi, legandola a tutta una serie di dinamiche tipicamente estive, dalla festa sulla spiaggia alle ragazze, gente che rimorchia, gente che parla, ma soprattutto che beve.

Una storia tutt’altro che surreale, che potrebbe raccontare chiunque, se solo se la ricordasse. Quello che non tutti sanno è che per decidere la parola “sbronza” c’è stato una specie di conclave, non se ne veniva più fuori, per un periodo Andrea provava a dire “bomba”, poi io ai live gli cantavo “stronza” ed altri amici altre cose ancora… lascio alla vostra immaginazione.

“Bestemmierò”

Ecco, questo è il capolavoro del disco, conservo ancora il primo provino che mi mandò Andrea una notte tramite nota vocale di whatsapp. Era appena abbozzata, suonata con la chitarra scordata, ma era già da brividi secondo me, io l’avrei messa sul disco pure in quella versione. Fu amore al primo ascolto.

È facile notare questo pezzo all’interno della produzione de Le Mura, perché è l’unico lento, ma in realtà c’è molto di più a conferirgli la sua aura di unicità. Scherzando una volta la definii “la ballata dei cazzi duri dal cuore tenero”, la verità è che raramente ho sentito pezzi così intensi, ma semplici al tempo stesso.

C’è la malinconia che convive con una prospettiva di luce, la rassegnazione che va a braccetto con la speranza, la consapevolezza che diventa forza in un momento di dolore e riflessione. Tra i provini c’erano due versioni, una con la chitarra acustica più ritmata e un’altra decisamente più spaziale e psichedelica. Io preferivo ovviamente quella più psych, ma sapevo anche che quella con l’acustica sarebbe stata più orecchiabile, così alla fine le abbiamo unite, impreziosendo il tutto con due collaborazioni fantastiche di due cari amici, Lino Gitto dei Winstons al piano e Daniele Di Iorio al sax.

Già la prima volta che i ragazzi suonarono “Bestemmierò” (all’Asilo Occupato di L’Aquila) Daniele salì sul palco e ci improvvisò sopra, un esperimento che conquistò tutti, così abbiamo voluto ricreare anche quell’atmosfera magica anche nella versione in studio ed il disco non si poteva chiudere meglio.

Ok, di dischi ne escono a migliaia ogni giorno, me ne rendo conto, per molti la musica è un sottofondo, per altri invece scandisce il ritmo della vita meglio del battito del proprio stesso cuore.
La musica è fatta di tante cose che si mischiano con altre ancora, ispirazione, sogni, speranze che fanno i conti con il mercato, l’hype, l’ansia, ecc.
Ci sono storie di vite, coincidenze, intrecci, impicci, che si uniscono in un unico flusso e alla fine portano alla nascita di un disco.
Questo è il nostro primogenito e sono orgoglioso di avervelo raccontato. Buon ascolto.

Link Spotify: //spoti.fi/2lUZ7ZD

Nick Matteucci