Skeleton Tree e One More Time With Feeling: nell’abisso di – e con – Nick Cave

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Abbiamo visto e sentito le ultime due intense ed emozionanti opere di Nick Cave; ecco cosa ne pensano Giorgia Melillo e Alessio Belli

«When you’re feeling like a lover
Nothing really matters anymore.»

Skeleton Tree, ovvero: quando è impossibile separare musica e vita. Sono pochi – e preziosi – gli artisti talmente grandi da abbattere la sottile e oscura separazione tra arte ed esistenza. Nick Cave è uno di questi. Non scopriamo oggi la caratura del Re Inchiostro e sappiamo quanta biografia sfoci spesso nell’annessa produzione discografica. Ma questa volta è diverso, questa volta la questione è ancora più tormentata. Skeleton Tree non solo la sua ultima opera con i Bad Seeds: è una via d’uscita, il tentativo di sopravvivenza, la fuga dal dolore e dalla morte.

Il tragico evento che ha segnato il disco: il 14 luglio 2015 muore Arthur Cave, il figlio terzogenito del cantante, dopo essere precipitato – sotto effetto dell’Lsd – da una scogliera di Brigthon. Aveva quindici anni. Una tragedia devastante, eppure sarebbe limitato definire Skeleton Tree un disco incentrato sulla perdita di un figlio: è molto di più. L’ultimo lavoro in studio di King Ink e dei fidati Bad Seeds è la murder ballad definitiva: quella di Nick Cave. Ovviamente un lutto così terribile ha sicuramente influenzato la genesi dell’opera, ma è come se Cave avesse sfogato in queste canzoni una sofferenza universale, partendo dal privato per arrivare al cosmico. È un album incentrato sul dolore, sulla disperazione più nera, sugli angoli più oscuri e tetri dell’anima.

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Le tenebre dominano. Dalla copertina al contesto sonoro (passando per il bianco e nero di One More Time With Feeling di cui si parlerà a breve) si ha l’impressione di navigare in un oceano plumbeo ed avere come solo riferimento la voce di Cave. Il suo Caronte è ancora una volta l’immenso Warren Ellis, sempre più direttore d’orchestra intento a generare tappeti sonori ben più foschi e impenetrabili rispetto a quelli onirici e suggestivi di Push The Sky Away.

Non ci sono percussioni, chitarre: solo un flusso inarrestabile proveniente dalle viscere dell’animo del cantautore. Una sequenza di istantanee simboliche e terrificanti:

«Sei caduto dal cielo
Precipitato su un campo vicino al fiume Adur
Fiori di primavera sorgono dalla terra
Gli agnelli schizzano fuori dall’utero delle loro madri.»

(“Jesus Alone”)

Passando dall’albero scheletrico che da nome al disco e per la ragazza imprigionata nell’ambra dell’omonima traccia. Eppure il momento più intenso e struggente, la canzone che molto probabilmente ricorderemo più delle altre è proprio “I Need You”, brano in cui Cave canta e confessa i sentimenti riguardanti la perdita del figlio. Una performance vocale clamorosa, da spezzare il cuore, un momento di Musica altissimo, una poesia pura come un diamante, per una ballata al pianoforte accompagnata da versi che valgono più di mille articoli, esegesi e recensioni:

«Niente importa davvero,
niente importa più davvero quando chi ami se ne è andato
Sei ancora in me, piccolo
Ho bisogno di te
Nel mio cuore ho bisogno di te.»

Nel complesso Skeleton Tree è un grande album, l’ennessimo capitolo indimenticabile della produzione di Cave. Un concept inteso e sofferto sul dolore e la perdita, un disco che richiede di essere accettato così com’è, una richiesta d’ascolto, una confessione da ascoltare dall’inizio alla fine.

AB

One More Time With Feeling: quando Nick Cave mette in parole semplici quello che hai sempre saputo ma che il tuo cervello (che non è quello di Nick Cave) non è riuscito a ricostruire sensatamente.

Esiste una branca della critica letteraria novecentesca che si serve della psicologia per interpretare i testi, asserendo che l’opera letteraria, e in generale la creazione artistica, non possano prescindere in alcun modo dall’influenza delle vicende personali dell’artista e che, queste ultime rappresentino il punto di partenza per l’analisi ermeneutica. Non è che io sia qui per dare spiegazioni che, in ogni caso, sarebbero anche piuttosto svilenti davanti ad un prodotto come One More Time With Feeling, (regia di Andrew Dominik), ma penso sia importante partire da questo punto per fugare qualsiasi tipo di curiosità morbosa, o di scetticismo della domenica. Il film documentario di Dominik, nelle sale dal 9 settembre (in Italia solo i giorni 27 e 28 settembre), uscito in concomitanza con il disco Skeleton Tree, porta un nome che è poi il verso di una delle canzoni del disco, Magneto, e allude a un modo di dire piuttosto comune tra i musicisti: ancora una volta, con sentimento, tradotto barbaramente per il pubblico italiano con “Ancora questa sensazione”. Probabilmente il senso di tutto quello che c’è da dire sul lavoro di Cave è racchiuso in questa espressione ed è da qui che sembra più logico partire.

Andando per gradi, chiunque si aspetti di guardare un documentario – verità, pieno di drammi, e di piagnistei, e genitori e fratelli gemelli distrutti, può benissimo risparmiarsi la delusione (e la visione) perché One More Time With Feeling, checché ne dicano i detrattori, è un lavoro elegante e dignitoso su ciò che accade se un artista nel pieno della creazione viene investito da un evento catastrofico e totalizzante, che forse risucchia e ruba tutto, o forse spinge verso l’alto, troppo in alto, e costringe a guardarsi senza riconoscersi. Il mutamento della propria immagine allo specchio, il cambiamento nel rapporto con gli altri, con il lavoro, ma soprattutto con quello strato che ci si ritrova a grattare fino in profondità nel momento in cui si dà vita a un qualsiasi tipo di prodotto artistico, sconvolgono a tal punto Nick Cave che per tutto il film lo si vede oscillare tra una vanità da sempre elegantemente mostrata (il feticcio dei capelli neri come la pece, e foltissimi) e una mesta discrezione, come una specie di ripensamento unito alla necessità di esorcizzare certe sensazioni, parlandone. Il tutto potrebbe benissimo essere riassunto dalla grazia e dalla voce delicatissima di Suzie Cave, che nel precedente lavoro 20.000 Days On Earth era stata descritta come la donna originale, la donna in cui si riuniscono tutte le fantasie erotiche mai sognate, la quale non ostenta mai nulla, racconta una storia perché forse ne ha bisogno, senza che possa venire in mente che lo stia facendo per un qualsiasi altro motivo che non sia l’onestà intellettuale e la necessità. La sensazione che il lavoro sul disco e sul film sia un punto definitivo, una specie di chiusa (come nell’attività di Nick Cave se ne ricordano tantissime altre seguite ad avvenimenti più o meno incisivi della sua vita) è, per me, fortissima, proprio per via del titolo del film. L’idea che si richieda un ultimo sforzo di sentimento per il bis, a fine concerto, è l’unica che resiste fortissima, aggrappata al cervello, dopo il finale distruttivo come non lo era stato il film fino a quel momento. Ed è importante anche se ci si sforza di considerare feeling nel suo significato pieno e senza tradurlo, come una serie di sensazioni date da immagini, secondo la poetica dei testi di Nick Cave da almeno due dischi a questa parte, per capire che non è la narrazione lineare che si deve ricercare, ormai.

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Tutto il film è girato con tecnologie per permettere la visione in 3D, ed è in bianco e nero, fatta eccezione per la scena, caldissima e calmante, in cui viene suonata “Distant Sky” che, strutturalmente, sia nel disco che nel film ha la stessa funzione che aveva, a suo tempo, “Death is not the end”, ultima traccia di Murder Ballads, con la differenza che in quel caso si trattava, dopo nove tracce infarcite di omicidi terribili ed efferati crimini generici, di una chiusa ironica che faceva riferimento ad un aldilà inesistente, e qui invece è allo stesso tempo un messaggio di tranquillizzante calma dopo una disperazione sorda, e una speranza lievissima.

Non ho potuto non fare una comparazione immediata con un film meraviglioso di Shinya Tsukamoto, un capolavoro chiamato Vital in cui il protagonista recupera la memoria e affronta la morte della propria compagna praticando su di lei, durante un corso di medicina, un’autopsia riuscendo così a riconoscerne il corpo, e studiandolo all’interno e all’esterno, a concretizzare il dramma, rendendolo umanamente superabile. Sebbene i due prodotti viaggino su binari completamente diversi, uno materiale e concreto, e l’altro del tutto spirituale, c’è una corrispondenza di esigenze che non ho potuto non notare, e che al di là dell’interpretazione e del significato, colpiscono profondamente, e per giorni, rimangono attaccati alle pareti della gola, raschiandole un po’.

Quello che ho voluto dire è che la sensazione che ti rimane negli occhi, alla fine di One More Time With Feeling, non è l’immagine di un uomo che ha subìto un lutto e ha creato due prodotti artistici vicendevolmente dipendenti sulla base di questo, ma è piuttosto l’abbagliante certezza di aver capito qualcosa in più su quello che certe volte ti si agita dentro senza che tu possa capire di che si tratta.

GM