[Kaos Review] “Verso le Meraviglie”, il nuovo album degli STAG

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Sono passati ben cinque anni da Atlas of Thoughts, il primo cd di Marco Guazzone e Stag, ora semplicemente STAG. Cinque lunghi anni che hanno visto i ragazzi muoversi in più campi e direzioni. Hanno alternato il cinema al teatro, ai live e soprattutto alla composizione del nuovo album.

E in questo lasso di tempo, gli STAG sono cresciuti e maturati. L’affiatamento che c’è sempre stato tra i quattro si è sublimato ormai in un’unica entità, STAG appunto. Lontani, eppure così ancora vivi i ricordi di quando Marco si sedette al pianoforte diretta da Stefano sul palco dell’Ariston a Sanremo. Da quel Guasto intonato a notte fonda a oggi. Quanta strada!

Verso le Meraviglie, è questo il titolo del nuovo (capo-)lavoro.
Che sia un prodotto che abbia a che fare con il viaggio è chiaro già dalla copertina del cd (splendida opera di Matteo Guazzone), quel veliero in mare che va chissà dove, e dalle mappe al suo interno. Non c’è una meta vera e propria, prefissata, da raggiungere. C’è però tutta la bellezza che solo il momento del cammino stesso, può offrire. È un viaggio emotivo, questo degli STAG che non lascia nulla all’immaginazione.

Non vi illudete di poterlo ascoltare con il semplice udito e certo non solamente una volta.
Verso le meraviglie va ascoltato con il cuore, o se preferite, con l’anima perché è a questa che sembra rivolgersi. Dodici tracce più una ghost. Una più bella dell’altra alcune uscite già come singoli (“To the wonders”, “Down”, “Oh Issa!”), alternando lingua italiana a quella inglese, nel loro perfetto stile.

Il ritmo è accattivante, a volte intimistico, travolgente o melodico. Lasciatevi pure trasportare dalla musica in sé ma fate in modo anche di assaporare la bellezza assoluta, disarmante, dei testi (tutti riportati, quelli in inglese anche tradotti). Pura poesia.

Versi in alcuni casi struggenti, è vero, che fanno posto però, sempre, alla speranza e soprattutto a una forma di riscatto, a una rinascita. Un vero e proprio rito di iniziazione dove attraverso una morte metaforica non può seguire che una nuova vita. Quelle parole non sono buttate a caso, non sono scritte a tavolino per fare rima o riempire una strofa o per strabiliare. Ogni sillaba è scritta con il sangue della vita, dell’esperienza, del vissuto.

Sono parole vere, tanto più che risuonano e splendono in tutta la loro potenza proprio grazie alle emozioni che, inevitabili, suscitano. Ascoltare quei versi vuol dire fare da cassa di risonanza non tanto a quel buio velato che aleggia, quanto alla Luce e al Nuovo che avanza. Gli STAG sembrano riportare in musica spezzoni della propria vita, condividendoli con noi tutti; mettono a disposizione i risultati di una nuova conoscenza acquisita.

Gli STAG giocano con le note e si spingono oltre, sperimentano travalicando i propri confini pur mantenendo la cifra stilistica che li contraddistingue sin dal loro esordio.
Ognuno che li abbia già ascoltati, ho constatato che ha la propria canzone preferita. Io, perdonatemi, non riesco a stilare una classifica, ché le amo tutte.

“Helm”, “Le mie ombre”, “Kairòs”, “Da te”… Davvero non so scegliere. L’ultima traccia, “I’m free”, chiude il cerchio, a mio avviso quella più “sperimentale” tra tutte, nell’accezione più alta e bella che si può dare al termine.. Perfetta in ogni sua parte e nel suo significato ultimo. Ecco, allora, forse questa è la mia canzone.

Perché mi ci rispecchio in pieno. Ma come sempre parlare troppo di un Cd è controproducente, è bene che ognuno ne fruisca come meglio crede. Non posso che lasciare che siate voi allora a godere di questo ultimo lavoro STAG.

Di Marcello Albanesi

MARCO GUAZZONE: voce, seconde voci, pianoforte, tastiere, programming
STEFANO COSTANTINI: tromba e flicorno, seconde voci, tastiere, chitarra acustica
GIOSUE’ MANURI: batteria, percussioni, drum machine
EDOARDO CICCHINELLI: basso, tastiere, programming
Prodotto da STAG
Etichetta Inri / Management: Metatron