[Kaos Live Report] UFOMAMMUT @TRAFFIC 25/11/2017

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Il Traffic, ormai si sa, è il baluardo romano dello Stoner Doom e stavolta ospita una quaterna sul genere, ricchissima per varietà e qualità: headliner della serata gli Ufomammut, che con il nuovo album “8” stanno spopolando nelle poche, ma memorabili, date.

I Gorilla Pulp sono già sul palco al nostro arrivo. Il pubblico è già numeroso e i viterbesi del Tufo Rock risvegliano subito in me l’orgoglio della Tuscia laziale. Hanno subito un problema tecnico con il basso che li costringe a suonare un brano senza, ma fortunatamente il Rickenbacker ritorna presto e ridare il fondo fondamentale all’esibizione.Il frontman Maurice Flee gestisce in contemporanea chitarra, microfono e smanettate di pedali, senza perdere la grinta animalesca per dominare il palco.

Il loro Stoner ha radici nei sound anni ’70, che nel nuovissimo lavoro “Heavy Lips” sono più evidenti che mai, nonché nell’hard rock, del cui panorama fanno numerose citazioni. Il palco viene ceduto agli Othei, Stoner Rock romano con diramazioni rock alternativo. Il basso fa da comanda per tutta l’esibizione, tiene letteralmente in mano tutto, mentre chitarra e voci aleggiano come vapore sul palcoscenico. Urla riverberate, quasi New Metal, esplodono sui riff più heavy. Il batterista è totalmente sul pezzo, si rimane ipnotizzati dai suoi battere catatonici sul ride.

Un trio da tenere assolutamente sott’occhio.

Al Traffic si “Stoneggia” all’interno, sottopalco, e fuori per vie classiche. L’aria è così profumata da risultare verde alla vista. E attenzione, che certe componenti sono FONDAMENTALI: danno il giusto tono all’ambiente. Un ambiente che si carica di frequenze incredibili con gli Otus. Un’esibizione che ruota intorno ai Mantra che fanno spesso da sottofondo, con l’imposizione di uno Stoner che strizza cento occhi al Doom e al Post Metal. Una formazione di 5 componenti, non comunissima da vedere nel genere, giustificata dall’evidente volontà di mantenere una ritmica e lasciare più spazio di manovra al basso e alla chitarra solista, mentre il cantante è libero di concentrarsi sul growl e la gestione degli effetti.

L’ora è prossima alla mezzanotte e il pubblico intasa la sala, quando iniziano gli attesissimi headliner. Gli Ufomammut sono un trio piemontese, che unisce lo stoner doom alla psichedelìa, attivo da ormai quasi 20 anni e, cari signori e care signore, loro sono IL SUONO. Una strumentazione da far paurosamente invidia è sicuramente uno degli ingredienti per ottenere certi risultati, ma quando te li ritrovi così, immensi, sul palco, capisci che c’è dell’altro. L’esordio di “8” è equivalente alla sua presentazione live, che ne ricalca la scaletta, a partire da Babel, che spezza subito la concezione di onda sonora. Segue Warsheep, con le sue voci disumane e consunte dai gain altissimi e Zodiac che impera con i suoi accordi sintetizzati. Lunghi momenti di viaggi onirici, che ritornano su riff pesantissimi. La resa sonora è magnifica e si percepiscono così nitidi i toni bassi che stento a credere. Con Fatum ci si smarrisce nello spazio profondo e si rientra in contatto con la materia dura al tatto solo con le seguenti Prismaze e Core, in cui si avvertono nitidamente forme di vita aliena, tra un lambda e l’altro. I volumi sono altissimi, ma persi in questo viaggio cosmico, risulta essere il normale ordine naturale. Il Fuzz sembra una lingua comune che ordina al pit di vorticare violentemente.

Wombdemonium fa da intro a Psyrcle, che conclude l’esibizione. Negli occhi degli Ufomammut si scorge un’enorme gratificazione, perché tutto è stato perfetto e il pubblico ha assorbito tutto l’umanamente possibile. Il viaggio continua, nella vita reale, con l’ascolto eterno di questo disco.

di Andrea Remoli