[Kaos Live Report] Zola Jesus @MONK Roma 14/11/2017

0

È martedì sera, fa molto freddo, la settimana è piena di concerti ed eventi, e al Monk c’è una tale Nicole Hummel (o Nika Roza Danilova) che suona, completamente sola senza opening, dalle 22.00.

Il Monk è insolitamente poco popoloso, ma non ci aspettavamo un’affluenza esagerata per questa artista, sappiamo bene che non è per tutti la sua musica, anzi.

Alle 22.15, inaspettato, sale sul palco un giovanotto con una maglia attillata nera, scalzo, pensiamo sia un tecnico che controlla i microfoni, invece si presenta come Devon Marsh (il nome, mezzo sbiascicato, lo abbiamo chiesto all’ingresso) dice che canterà qualche canzone, timidamente come se fosse la prima volta, e mette su 5 o 6 basi dal suo portatile.

Ha una voce molto potente e colorata, con la mano destra solfeggia, ma al terzo pezzo si sente l’assenza di uno scheletro sonoro più consistente, e quindi attendiamo ai lati del palco, mentre la sala si popola piano piano. La violinista e il bassista salgono sul palco da soli, alle spalle uno sfondo nero puntinato di bianco, che dà l’idea di poter vedere da vicino il segnale assente del televisore, trasforma l’ambiente in un enorme set in bianco e nero, magari quello della famosa puntata 8 della terza stagione di Twin Peaks, dove tutto diventa come in un film dell’orrore anni ’50, ed è indicativo visto il legame di Zola Jesus con il regista David Lynch.

E proprio Zola Jesus entra sul palco strisciando per terra, con i lunghi capelli neri che le danzano sulla fronte nascondendo il viso, e le braccia color avorio che sbucano dal nero del vestito di ciniglia drappeggiata. Sembra di vedere un ragno che punti una preda ghiottissima, o una banshee, oppure ancora, per riprendere un po’ l’idea data dalla copertina dell’album, della vernice nera che scivoli su una superficie idrorepellente.

Zola Jesus è molto minuta, ma ha una potenza nella voce che è, a volte, il suo limite più grande su disco, perché appiattisce i suoni e tiene tutto fermo lungo una linea dritta che però, lascia che i pezzi rimangano un po’ freddi e distante.

Al contrario, dal vivo, diventa tutto più sfumato, i contrasti netti di bianco e nero rimangono ma solo nell’aspetto estetico superficiale. Le canzoni del nuovo album (l’artista apre con Veka e Soak) sono potenti ma vibranti di passaggi sussurrati, anche perché Zola Jesus è costretta a controllare con attenzione uno strumento che potrebbe davvero sopraffarla: basti pensare che le volte in cui si ritrova a cantare distante dal microfono, perché impegnata in salti, balli meccanici, headbanging, la sua voce si alza comunque chiara al di sopra dell’entusiasmo della folla.

Ad un momento di imbarazzo e poco coinvolgimento del pubblico, per via dell’eccessiva carica pop del brano Dangerous Days (tratto infatti dal disco peggio riuscito, Taiga), ne seguono alcuni molto significativi, sospesi, come quando l’artista, dopo aver spiegato di conoscere solo bestemmie in italiano, e averne lanciata una così, gratis, dice con semplicità che seguirà una canzone, dedicata a sua zia, che si è suicidata lo scorso anno.

Dopo svariati pezzi tratti da Okovi, Conatus e Stridulum, e abbracci al pubblico, Zola Jesus attacca con l’ultimo pezzo, Exhumed, una Cavalcata delle Valchirie di archi, tratta dall’ultimo disco, che però suona subito strana, non si sa se per colpa di un errore della violinista o dello sfarfallio delle basi registrate, ma un pizzico di delusione c’è, anche da parte dei musicisti.

Nicole, però, canta e si dimena senza curarsene. L’encore è intima e brevissima, si chiude questo concerto irreale e strisciante come una pianta rampicante, Zola Jesus con la sua pelle di marmo esce dalle cortine chiuse del palco del Monk, lo fa come se sparisse, tornando fumo, e polvere.

Report: Giorgia Melillo
Foto: Alessio Belli

 

Setlist

Veka

Soak

Dangerous Days

Hikikomori

Witness

Siphon

Clay Bodies

Wiseblood

Remains

Night

Vessel

Exhumed

Encore:

Skin