10 ANNI DI “SUCCO DI ZENZERO”

Nel 2016 la trap italiana non era ancora diventata un’industria. Era una scena caotica, divisiva, spesso derisa, ma proprio per questo sembrava viva.

In quel contesto usciva Succo di zenzero, il mixtape di Wayne Santana dentro l’universo della Dark Polo Gang: uno dei progetti che meglio raccontano quel momento in cui la trap italiana stava ancora costruendo se stessa.

Riascoltarlo oggi significa tornare a un periodo in cui la trap italiana non somigliava a niente di già visto.

Le produzioni di Sick Luke erano fredde, liquide, piene di riverberi e melodie sospese; Wayne Santana usava l’autotune più per creare atmosfera che per inseguire la hit.

Non c’era ancora la struttura “perfetta” del pop-trap moderno: c’era un linguaggio in formazione.

Tracce come “Pesi Sul Collo”, “Tokyo Hotel”, “Lacrime” e “Bang Bang” con Sfera Ebbasta non sembravano costruite per piacere a tutti.

Sembravano frammenti di un immaginario preciso: internet, lusso ostentato, malinconia digitale, estetica vaporwave e cloud rap filtrata attraverso Roma.

La Dark Polo Gang all’epoca veniva spesso ridotta a meme o provocazione. Ma proprio lì nasceva qualcosa di più interessante: un’identità.

Non cercavano legittimazione nel rap tradizionale italiano. Non imitavano davvero gli Stati Uniti. Non si inserivano in una scena già definita. La stavano creando.

Tra il 2015 e il 2018 la trap italiana ha avuto una finestra rara: quella in cui non era ancora mainstream, ma aveva già trovato una lingua riconoscibile.

Dischi come XDVR, Crack Musica e Succo di zenzero raccontano proprio questo: un momento in cui tutto era ancora instabile, ma proprio per questo più creativo.

Oggi quella stagione viene guardata con nostalgia perché rappresenta un’idea precisa: la sensazione che la trap italiana, per un breve periodo, non stesse inseguendo nessuno.

Stava semplicemente esistendo con un’identità propria, riconoscibile e irripetibile.

Articolo di Redazione

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