The Sea: il film sul bambino palestinese che voleva vedere il mare

Il bambino che voleva vedere il mare e il Paese che non voleva guardarsi allo specchio

Ci sono film che cominciano con una guerra.
Altri con un’esplosione.
Altri ancora con una bandiera o una dichiarazione politica.

The Sea, invece, comincia da qualcosa di molto più semplice.
E proprio per questo molto più devastante.

Un desiderio.

Quello di un bambino palestinese che vuole vedere il mare.

Khaled non vuole attraversare il mondo.
Non vuole diventare un simbolo.
Vuole solo raggiungere quella linea azzurra che esiste a poca distanza da casa sua e che, nella sua vita, è già diventata leggenda.

Vive vicino a Ramallah. Il Mediterraneo è a circa un’ora di distanza. Eppure per lui è irraggiungibile, perché tra il desiderio e l’acqua esistono checkpoint, permessi, controlli, divieti.

Ed è qui che il regista israeliano Shai Carmeli-Pollak compie il gesto cinematografico più potente del film: non parte dalla geopolitica, ma dall’infanzia.

Non costruisce una tesi.
Non chiede allo spettatore di schierarsi davanti a un’ideologia.
Chiede qualcosa di molto più difficile: guardare un bambino a cui viene negata una cosa elementare. Muoversi verso il mare.

Il checkpoint, l’infanzia e la libertà negata

Quando Khaled viene fermato durante una gita scolastica e costretto a tornare indietro mentre i compagni proseguono, qualcosa si spezza.

È quel momento silenzioso in cui un bambino capisce che il mondo non è uguale per tutti.

Allora scappa.

Attraversa clandestinamente Israele, rischiando la vita, senza conoscere davvero la strada e senza parlare la lingua. Porta con sé soltanto l’ostinazione pura di chi non accetta che il proprio sogno venga respinto da un timbro.

Dall’altra parte c’è suo padre, Ribhi.
Un uomo che lavora illegalmente in Israele perché la manodopera palestinese, quando serve, trova sempre il modo di oltrepassare i confini.

Quando scopre che il figlio è scomparso, lascia tutto per cercarlo.

Sa che ogni controllo può costargli l’arresto.
Sa che può perdere il lavoro e la possibilità di mantenere la famiglia.
Eppure attraversa città, periferie e posti di blocco inseguendo Khaled e, insieme a lui, l’idea che l’amore possa ancora trovare spazio dentro un sistema costruito per interrompere.

The Sea: un road movie minimo e immenso

The Sea è un road movie essenziale.

Un tragitto breve che diventa odissea.
Un desiderio innocente che diventa accusa.

Il film non ha bisogno di alzare la voce, perché la sua immagine centrale è già insopportabile: un bambino che vive vicino al mare e non può raggiungerlo.

Qui il mare non è paesaggio.
Non è vacanza.
Non è evasione poetica.

È il confine più crudele proprio perché naturale.

Esiste. È lì. Non appartiene a nessuno.
Non conosce documenti né muri.
Eppure diventa proibito.

Il mare diventa così la misura esatta della libertà negata: ciò che per alcuni è quotidiano, per altri diventa rischio; ciò che per alcuni è svago, per altri è attraversamento clandestino.

Shai Carmeli-Pollak e il lato umano del conflitto

Mescalito Film, che distribuisce il film in Italia, definisce The Sea un coming-of-age capace di trasformare “un desiderio semplice” in una sfida per la dignità, l’infanzia e la libertà di movimento.

Ed è probabilmente questa semplicità a renderlo politicamente esplosivo.

Il film non costruisce mostri e non cerca scorciatoie ideologiche.
Carmeli-Pollak ha dichiarato di voler mostrare “il lato umano” di ciò che accade, qualcosa che spesso non arriva nei notiziari.

Ed è proprio questo approccio a rendere ancora più evidente il sistema che separa i personaggi.

Il regista non osserva la realtà da una posizione neutra o distante.
Shai Carmeli-Pollak è un ebreo israeliano cresciuto in Israele e da anni impegnato nell’attivismo per i diritti dei palestinesi.

Ha raccontato che l’idea del film nasce anche dall’ascolto ripetuto di quel desiderio: vedere il mare da lontano, sapendo di non poterlo raggiungere.

Nel film, gran parte del cast e della troupe sono palestinesi, mentre la produzione è firmata da Baher Agbariya di Majdal Films.

E questa collaborazione è già, di per sé, un fatto politico.

Non perché trasformi il cinema in propaganda.
Ma perché restituisce al cinema la sua funzione più alta: creare uno spazio in cui chi è separato nella realtà possa almeno costruire insieme una storia.

Gli Ophir Awards 2025 e le polemiche in Israele

The Sea è diventato rapidamente un caso cinematografico e politico.

Agli Ophir Awards 2025 — gli Oscar israeliani — il film ha vinto cinque premi, tra cui:

  • Miglior Film
  • Miglior Sceneggiatura
  • Miglior Attore protagonista
  • Miglior Attore non protagonista
  • Miglior Colonna sonora originale

La vittoria ha reso The Sea il candidato ufficiale di Israele agli Oscar 2026 come Miglior Film Internazionale.

Ed è qui che il cortocircuito diventa enorme.

Un film israeliano, diretto da un regista israeliano ebreo e realizzato insieme a professionisti palestinesi, racconta la storia di un bambino palestinese e vince il più importante premio cinematografico nazionale israeliano.

Ma proprio quella vittoria scatena la reazione del ministro della Cultura israeliano Miki Zohar, che accusa il film di sostenere una narrazione filo-palestinese e annuncia tagli ai finanziamenti pubblici degli Ophir Awards.

Perché The Sea fa paura

Forse The Sea non fa paura perché mostra qualcosa di nuovo.

Fa paura perché mostra qualcosa di evidente.

Mostra che la vita quotidiana, quando attraversata dall’occupazione, può trasformarsi in una sequenza di autorizzazioni negate.

Mostra che un’infanzia può essere amministrata da un checkpoint.

Mostra che la distanza non è solo geografica, ma anche una distanza di diritti, possibilità e respiro.

Mostra che esistono bambini per cui persino il mare ha bisogno di un permesso.

In questo senso, The Sea non è soltanto un film sulla Palestina.

È un film sulla libertà di movimento.
Sulla paternità.
Sulla dignità.
Sulla ferita invisibile di crescere sapendo che il proprio desiderio più semplice può essere considerato una minaccia.

In Italia, il film è arrivato il 6 maggio 2026 con una proiezione evento distribuita da  Mescalito Film in oltre 130 sale.

La serata ha incluso un collegamento con Francesca Albanese, Enzo Porpiglia di  Medici Senza Frontiere, Giulia Innocenzi e la Global Sumud Flotilla in navigazione verso Gaza.

Vista l’alta richiesta, nuove proiezioni sono state programmate in tutta Italia tramite  The Sea – Proiezioni.

Questo arrivo italiano non è un semplice dettaglio distributivo.

È parte del senso stesso del film.

Perché The Sea arriva in un momento storico in cui l’immagine della Palestina rischia continuamente di essere consumata, polarizzata, ridotta a posizione.

E invece il film riporta tutto alla scala più difficile da negare: quella umana.

Un bambino.
Un padre.
Una strada.
Il mare.

Quattro elementi semplici.
Abbastanza semplici da sembrare universali.
Abbastanza potenti da diventare insostenibili.

Perché alla fine The Sea non ci chiede di commuoverci.

La commozione, da sola, sarebbe troppo facile.

Ci chiede di capire che cosa significa vivere dentro una realtà in cui persino il sogno più innocente deve attraversare il sospetto, il controllo, la paura.

E allora il mare non è più soltanto mare.

Ma nel suo andare e venire infinito porta con sé, in giro per il mondo, una domanda.

Chi ha diritto alla bellezza?
Chi ha diritto all’infanzia?
Chi ha diritto a desiderare?
Chi ha diritto a essere libero?

The Sea non urla.

Fa una cosa più piccola.
E forse più pericolosa.

Ci prende per mano e ci porta davanti al mare.

Poi ci mostra chi può entrarci.

E chi, invece, deve ancora attraversare un mondo intero per poter sognare di arrivare alla riva.

Articolo di Sylvie Renault

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