Concerto Primo Maggio 2026, Radio Kaos Italy vi racconterà il dietro le quinte

Woodstock all’italien?

C’è un momento, ogni anno, in cui Piazza San Giovanni in Laterano smette di essere soltanto uno spazio urbano e torna a funzionare come infrastruttura culturale temporanea.

È qui che il Concertone del Primo Maggio , attivo dal 1990 e ormai stabilmente il più grande concerto gratuito d’Europa, si ridefinisce come dispositivo pubblico: non solo spettacolo, ma luogo in cui musica, lavoro e trasformazioni sociali vengono messi in relazione.

Alla conferenza stampa RAI di questa edizione, il direttore artistico Massimo Bonelli insiste proprio su questo punto: il Concertone non è una semplice somma di performance, ma un racconto costruito attraverso la musica italiana contemporanea, capace di restituire il Paese nella sua complessità creativa.

Un racconto che, inevitabilmente, passa anche dal lavoro — soprattutto quello creativo — oggi sempre più centrale e, al tempo stesso, sempre più esposto a condizioni non sempre stabili.

È in questo contesto che il riferimento a Woodstock, evocato dal direttore Intrattenimento Prime Time Williams Di Liberatore durante la conferenza, assume una funzione precisa: non un paragone nostalgico, ma l’idea di un’agorà culturale, uno spazio di massa in cui la musica diventa presa di parola collettiva.

Se Woodstock rappresentava un magma creativo generazionale, il Concertone oggi ne rilegge la forma dentro un sistema profondamente cambiato, dove il conflitto non è più esterno alla cultura, ma interno ai suoi processi produttivi.

La line-up di quest’anno restituisce tutta questa complessità senza cristallizzarla in compartimenti stagni, ma lasciandola respirare come un organismo vivo, fatto di stratificazioni, ritorni e nuove traiettorie.

Da un lato emerge la continuità di percorsi artistici ormai consolidati, come quello dei Litfiba di Piero Pelù e Ghigo Renzulli, affiancati dalla formazione storica con Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo: una presenza che porta sul palco non soltanto un repertorio, ma una storia costruita nel tempo, attraversata da identità forti, mutazioni sonore e passaggi generazionali.

Il ritorno di 17 Re — brano simbolico del 1986, che dà il nome al primo album degli allora outsider del rock italiano pur restando escluso dalla tracklist originaria — assume così un valore che va oltre la semplice riproposizione nostalgica.

A quarant’anni di distanza, la ripubblicazione dell’album si configura come gesto di continuità artistica, capace di rimettere in circolo un immaginario fondativo e di riaffermare come certe esperienze non appartengano solo al passato, ma continuino a dialogare con il presente, rigenerandosi in nuovi contesti.

È proprio in questa tensione tra memoria e trasformazione che si inserisce il senso più profondo del Concertone: uno spazio condiviso in cui il tempo musicale non procede per fratture nette, ma per sovrapposizioni, eredità e reinvenzioni.

Accanto a una storia già sedimentata, infatti, si muove una scena più recente e pienamente attiva — da Serena Brancale a Chiello, dalle Bambole di Pezza a Ditonellapiaga, fino a Sayf e altri — che rappresenta una contemporaneità in costante ridefinizione, capace di assorbire influenze, rimescolare linguaggi e ridefinire continuamente il proprio statuto.

A questo mosaico si aggiungono poi le voci emerse dai vocal talent, espressione di una trasformazione ormai strutturale dell’ecosistema musicale: percorsi di accesso alla visibilità sempre più rapidi, ma proprio per questo bisognosi di nuove forme di consolidamento artistico.

Non si tratta più soltanto di figure “emergenti”, bensì di protagonisti inseriti in una filiera culturale che vive di accelerazioni, esposizione immediata e continui riallineamenti.

In questo scenario, la continuità artistica non coincide più soltanto con la durata, ma con la capacità di restare significativi attraversando mutamenti di formato, pubblico e linguaggio: una persistenza dinamica, in cui tradizione e innovazione smettono di opporsi per diventare parte dello stesso racconto.

Dentro questa architettura, il tema del lavoro dignitoso, richiamato dall’amministratore delegato RAI Giampaolo Rossi, si estende naturalmente al lavoro creativo.

Non come eccezione, ma come parte di un sistema produttivo reale, dove la creatività è al tempo stesso espressione e professione. La questione non riguarda soltanto la visibilità, ma il riconoscimento della produzione culturale come lavoro pieno, con tempi, competenze e condizioni specifiche.

La conduzione segue la stessa logica di struttura aperta. Big Mama, Arisa e Pierpaolo Spollon costruiscono una presenza corale e non gerarchica, che riflette un’idea di racconto creativo distribuito più che centralizzato.

La leggerezza evocata da Spollon attraverso Italo Calvino diventa una chiave di accesso alla complessità: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore” (Lezioni americane, 1988).

Il ritorno di Madame con Disincanto introduce un ulteriore livello: quello in cui esperienza personale e produzione artistica coincidono sempre più, rendendo visibile come il lavoro creativo includa oggi anche dimensioni intime, biografiche e vulnerabili.

In parallelo, la presenza di Riccardo Cocciante richiama un’altra modalità di costruzione del valore artistico, più lenta e stratificata, legata a una diversa economia del tempo e del riconoscimento.

Ritornando alle dichiarazioni del direttore artistico Massimo Bonelli, i valori sociali trasformati in intrattenimento rappresentano, in realtà, il movimento inverso: l’intrattenimento come spazio di negoziazione pubblica del valore culturale.

La domanda sul futuro della musica, l’ascolto attivo del pubblico, la costruzione condivisa del significato spostano il Concertone da evento a processo.

Così, non si limita a rappresentare la musica italiana contemporanea: la mette in scena come ecosistema in trasformazione, dove visibilità, lavoro e creatività si ridefiniscono continuamente.

Ed è proprio in questa instabilità condivisa che trova oggi la sua forma più interessante: quella di un’agorà culturale in cui la musica non descrive soltanto il presente, ma ne rende leggibili le condizioni di possibilità.

E allora la domanda resta aperta: cosa significa oggi riconoscere davvero il lavoro creativo come lavoro, quando è proprio la sua natura a oscillare continuamente tra visibilità, precarietà e trasformazione?

di Rossella Logiurato e Giada Ciavattella

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