Dentro le storie degli altri, sprazzi di me” è un esordio che colpisce per lucidità e misura. ZANI costruisce un disco che non ha fretta di affermarsi, ma sceglie di osservare, raccogliere e restituire.
È proprio in questa postura che si trova la sua forza: ogni brano sembra nascere da uno sguardo attento, mai invadente, capace di cogliere dettagli e trasformarli in narrazione.
La scrittura è precisa, essenziale, ma non fredda. Nei pezzi più intimi come “Ballerina” e “Lentiggini” emerge una sensibilità che lavora sulle sfumature delle relazioni, tra attrazione e distanza, memoria e contraddizione.
In altri momenti, come “Rondine” o “Due passi indietro”, il tono si fa più fragile, quasi sospeso, lasciando spazio a silenzi e tensioni che raccontano più delle parole.
C’è anche una dimensione esterna, urbana, ben rappresentata da “Funky Milano”, dove il ritmo accompagna un senso di smarrimento collettivo, mentre tracce come “Universo” e “California” aprono a riflessioni più interiori, quasi contemplative.
Il disco riesce così a muoversi tra fuori e dentro con naturalezza, senza mai perdere coerenza.
Non mancano episodi più leggeri e narrativi come “Sorbetto” e “Alice”, che aggiungono dinamismo senza spezzare il tono generale, così come momenti più diretti e emotivi in “Siracusa” e “Stupide Ragioni”, dove il coinvolgimento si fa immediato e sincero.
Dal punto di vista sonoro, ZANI parte da una base indie con influenze funk e soul, ma amplia il proprio linguaggio con elementi rock e passaggi acustici.
Il risultato è un sound vivo, suonato, che mantiene sempre un forte legame con la dimensione live.
È un disco che non cerca risposte definitive, ma apre spazi. E proprio per questo riesce a restare, con discrezione ma profondità.
