C’è una magia rara che si compie quando il tempo agisce da galantuomo e restituisce ad un’opera d’arte il posto che le spetta, un concetto che appare quantomeno doveroso quando ci si trova a celebrare i quarant’anni di questo disco, entrato di diritto nell’olimpo dei capolavori più complessi e affascinanti mai partoriti nel nostro Paese.
Per comprenderne appieno la portata storica e culturale è necessario calarsi nella Firenze dei primissimi anni ‘80, un periodo in cui, mentre l’Italia mainstream si cullava tra le rassicuranti melodie e testi del pop televisivo, l’underground del capoluogo toscano era un crocevia di influenze post-punk e new-wave.
In questo fermento i Litfiba rappresentarono un elemento di rottura devastante, forte di un’atmosfera densa, oscura ed incredibilmente magnetica che permeava i loro primissimi lavori.
Dopo le uscite iniziali, tra cui Yassassin e Transea, il 1985 aveva segnato un punto di svolta con Desaparecido, il primo vero lavoro in cui cominciava ad emergere con prepotenza il loro innato gusto mediterraneo e multi-etnico, che li distingueva dal resto della scena new e dark wave europea.
È, però, nell’anno successivo che la band esprime il massimo potenziale di questa visione. 17 Re, pubblicato nel 1986, si presenta infatti come un disco dotato di una ricchezza timbrica e compositiva che all’epoca, in Italia, semplicemente non esisteva.
All’interno delle sue tracce, la dark-wave si intreccia in maniera viscerale con la musica latina, lasciando che le chitarre di Ghigo dialoghino costantemente con fisarmoniche, vocoder, organi, clavinet, archi, synth di Antonio Aiazzi.
A sorreggere un’impalcatura armonica e melodica così articolata interviene una sezione ritmica monumentale, dove il drumming inconfondibile del compianto Ringo De Palma si fonde alla perfezione con il basso penetrante e pulsante di Gianni Maroccolo, creando un tappeto su cui si staglia un Piero Pelù in stato di grazia assoluta (o nel prime, se preferite).
I suoi testi, concepiti come opere teatrali, spaziano con disinvoltura dall’impegno sociale al sacro de-sacralizzato, dall’urgenza di giovinezza alla crudeltà umana, con le costanti note di amore rivolte al processo creativo, alla pace ed alla libertà.
Ed è proprio la libertà l’essenza di 17 Re, un album che rifiuta categoricamente gli schemi asfissianti del mercato discografico per svincolarsi da strutture e generi predefiniti, contenendo al suo interno una vastità di suggestioni che l’Italia del tempo faticò a metabolizzare al primo impatto.
Eppure, con il passare dei decenni, questa pietra miliare è stata consacrata come il vero fulcro della Trilogia del Potere che, assieme a Desaparecido e Litfiba 3 – affiancata da gemme dal vivo come Aprite i vostri occhi e Pirata – costituisce un vertice assoluto del rock italiano.
Ed è proprio la libertà l’essenza di 17 Re, un album che rifiuta categoricamente gli schemi asfissianti del mercato discografico per svincolarsi da strutture e generi predefiniti, contenendo al suo interno una vastità di suggestioni che l’Italia del tempo faticò a metabolizzare al primo impatto.
Eppure, con il passare dei decenni, questa pietra miliare è stata consacrata come il vero fulcro della Trilogia del Potere che, assieme a Desaparecido e Litfiba 3 – affiancata da gemme dal vivo come Aprite i vostri occhi e Pirata – costituisce un vertice assoluto del rock italiano.
Vederli portare questo repertorio sul palco ancora oggi restituisce una sensazione quasi surreale; ho visto degli artisti sulla soglia dei 70 anni sprigionare un’energia feroce e suonare con la stessa urgenza ed attitudine dei ragazzini di Via De’ Bardi 32.
In questa dimensione live, una menzione d’onore e di grande rispetto va a Luca Martelli: sostituire un’anima fondante e sensibile come quella di Ringo De Palma rappresentava un compito titanico, ma Luca è riuscito a calarsi nel suo spirito in punta di piedi, mantenendo allo stesso tempo una presenza scenica e potenza sonora travolgenti.
Ha saputo incastrare la propria cifra stilistica all’interno delle ritmiche originali senza mai mancare di rispetto al passato, ma anzi elevandolo ed adattandolo ai nostri giorni.
Recuperare e studiare questa porzione di storia della musica italiana è per me imprescindibile. Un’alchimia compositiva ed esecutiva di questo livello, nel nostro Paese, non si è più ripetuta.
Articolo di Vincenzo Sammartino
