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Teatro d’élite?

Il pubblico è vittima di un impietoso tradimento dei critici.

In un 2002 più che mai vicino ad oggi, usciva per Bollati Boringheri un lucido libello di Carla Benedetti, intitolato, caparbiamente, Il tradimento dei critici. La saggista rintracciava tra i maggiori responsabili dell’inaridimento della critica i suoi più fervidi protagonisti, rei di aver intrapreso un servizio meschino a favore di cliente, più che di pubblico.

Mi tornano in mente le sue pagine durante una conversazione post-teatro. Un’amica mi propone una domanda semplice, formulata con la dolce ingenuità di chi inizia a frequentare il teatro in età adulta, in risposta ai miei colpevoli sofismi da critico sull’acclamato Masnadieri in scena in questi giorni al Teatro Basilica. Cito, affidandomi alla memoria: “Il regista crea lo spettacolo solo per chi riesce a capire queste sottigliezze?”. 

Ai più questa domanda sembrerà banale, ma cela un’inquietante verità: la critica teatrale scrive per lo più per gli artisti, uffici stampa bagordi e nerd. E il pubblico semplice? Come non escluderlo dall’apprezzamento dell’intreccio tra eleganti riflessioni universitarie?

Chiunque di voi si sia imbattuto nella Divina Commedia nei suoi studi, si ricorderà dei vari livelli di comprensione del testo, dal letterale all’anagogico. I critici dovrebbero, allo stesso modo, offrire di ogni spettacolo una riflessione in grado di abbracciare tutti questi livelli, le redazioni variare il target. Ma ad oggi il pubblico resta l’amante più tradito. 

Articolo di Serena Spanò