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Leopardi tra poesia e scienza

DrddMa voi sapevate che Giacomo Leopardi era un appassionato di astronomia? 

Proprio così, per quanto questa notizia possa sembrarvi assurda è assolutamente vera. All’età di quindici anni, nel 1813, Leopardi scrive la Storia della astronomia dalla sua origine fino all’anno MDCCCXIII, con l’accuratezza e la dedizione di un giovane scienziato. Ne era così affascinato da ritenere che: “La più sublime, la più nobile tra le Fisiche scienze ella è senza dubbio l’Astronomia. L’uomo s’innalza per mezzo di essa come al di sopra di se medesimo, e giunge a conoscere la causa dei fenomeni più straordinari

Leopardi sembra essere innamorato del cielo, e indaga la natura, l’esistenza con passione. Ci dimostra che il sapere non è diviso a compartimenti stagni, e chi ama veramente la conoscenza non dovrebbe avere timore di spaziare dallo studio della letteratura classica alle ricerche scientifiche, o agli esperimenti chimici. Questo pensiero mi collega a Primo Levi, anni fa lessi Il sistema periodico e rimasi folgorata da quanta bellezza e quanta poesia siano presenti nella chimica! Sicuramente fu quella lettura, durante gli anni del ginnasio, a influenzare poi la scelta dei miei studi. Perciò Giacomo Leopardi e Primo Levi in qualche modo mi risultano affini. In verità ci sarebbero molti autori eclettici di cui parlare, e di cui poter riscoprire insieme i lati nascosti o meno conosciuti. E chissà se non sarà proprio questo il nostro prossimo Format… Ma adesso non vogliamo darvi troppi spoiler, seguiteci per restare aggiornati! Dicevamo, Leopardi nelle sue liriche torna costantemente a fare riferimenti alla volta notturna, ne “Alla luna”, “La sera del dì di festa” o “Le Ricordanze”. Cito il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia quando Leopardi interroga la luna (vv. 84-89):

e quando miro in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
infinito seren? che vuol dir questa
solitudine immensa? ed io che sono?

Il nostro “giovane favoloso” come direbbe Mario Martone non smette mai di stupirci e di stupirsi lui stesso di fronte al mistero della vita. Spesso mi chiedo come sia possibile nel 2024 definire ancora Leopardi un “pessimista”, con un aggettivo così vuoto! Chi può avere il coraggio di chiamare in questo modo un ragazzo di ventuno anni che riesce a imbrigliare, nello spazio ristretto di quindici endecasillabi piani, addirittura L’Infinito? E potrei parlarvi anche delle lettere inviate a Pietro Giordani, o della famosa lettera a Jacopssen in cui scrive “Io non conoscerei altra via che quella dell’entusiasmo”; oppure ad Antonietta Tommasini: “Io non ho bisogno né di stima né di gloria né di altre cose simili, ma ho bisogno d’amore”.

Leopardi per tutta la vita ricerca la felicità, e lo fa come un qualsiasi giovane, con ardore, con forza, disperandosi e lottando: è la grande battaglia in cui si sfidano sul campo il cuore e la ragione. Nell’Ottocento già riscontra quella crisi profonda propria dell’uomo moderno, dichiara di non sentirsi “mai contento, mai nel mio centro”.


Articolo di Isabella Esposito 


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