Si riparte…STAY TUNED!

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Il 2016 è iniziato e con tanti buoni propositi e tante novità e Lunedì 11 Gennaio inizia un’altra grandiosa stagione di Radio Kaos Italy che vi terrà compagnia con live, trasmissioni, eventi, aperitivi e molto altro che scoprirete man mano…ma tutto unito da due componenti fondamentali: Musica (con la “M” mauiscola) e divertimento!
Se non riuscite ad ascoltare Radio Kaos Italy H24, iniziate ad organizzarvi la settimana in base alle vostre trasmissioni preferite!
Ed allora iniziamo con il nostro nuovo Palinsesto settimanale:

Lunedì
>> KAOS LUNCH (ore 13-15) programma che vi accompagnerà dal lunedì al giovedì cambiando ogni giorno argomento. Il Lunedì è per gli appassionati di calcio e sport in generale possono godere di informazioni e divertimento
>> L’ALMANACCO DEL RISVEGLIO (ore 15-16)
>> #DISORDER (18-19), un programma di cui non anticipiamo niente e diciamo soltato: “Da non perdere!”.
>> NEWS DEL KASCO (ore 19-20), la raccolta di tutte le news curiose, i sondaggi, e i pensieri degli ascoltatori
>> AUDIO VIDEO DISCO (ore 20-21) in compagnia di Ema e Fede, simpaticissimi ed estremamente amanti della musica
>> KUTSO & THE KING (ore 21-22) prima novità del palinsesto condotto dai “Kutzo” e dal nostro Dj Piotto Piotto
>> FLAIR PEOJECT (ore 22-23) in compagnia di bartender professionisti che sveleranno i segreti del buon bere
>> TIPS (23-00) un viaggio continuo e “worldwide” attraverso le storie, le atmosfere e le contaminazioni musicali

Martedì
>> KAOS LUNCH (ore 13-15) dopo il calcio del lunedì, il martedì resterà un punto interrogativo tutto da scoprire…
>> HEAVY TIME (ore 15-16) secondo giorno di palinsesto, seconda novità per Radio Kaos Italy…tutto il Metal di ieri, di oggi e di domani!
>> ON BOARD (ore 16-17) ci porterà ad ascoltare un po’ di musica a bordo di tavole dotate di ruote o lisce come l’olio per scivolare sulle onde
>> 45SEKKI (ore 17-18) col Drastiko, la sua musica e i suoi super ospiti
>> DISC DELIRIUM (ore 18-19) è la trasmissione in inglese che vi parlerà di musica, di cinema e TV cult, accompagnandovi verso un altro livello di percezione in un più totale disc delirium!
>> BAD MEDICINE (ore 19-20) di Olivia Balzar vi darà la carica con del sanissimo rock’n’roll
>> BEERADIO (ore 20-21) si parla di una splendida bevanda gialla: la Birra e tutto ciò che gli gira intorno
>> WHITE CANOTTA (ore 21-22) personaggi, street art e musica che spacca i timpani…pulitevi bene le orecchie prima di ascoltarli
>> TOTALLY IMPORTED (ore 22-23) soul, funk, jazz, afrobeat, electronic vibes e rarities; perle nascoste del passato alternate a novità del panorama musicale indipendente, tutto rigorosamente d’importazione
>> INDIELAND (ore 23-00) a darci la buonanotte c’è la musica “oltre i soliti giri” con Simone Mercurio

Mercoledì
>> KAOS LUNCH (ore 13-15) il mercoledì tutto a base di musica
>> 100° DI LIBERTA’ (ore 16-17) dall’ ideatrice di “Smonta un televisore e accendi un’idea” un programma che parla di creatività
>> FATTORE C (ore 17-18) che sa tutto, ma proprio tutto di ciò che c’è aldilà del mainstream e dell’indie
>> EL MONO (ore 18-19) con la fantastica Amparo che ci porterà nelle zone da noi inesplorate della migliore musica sudamericana
>> ASTARBENE (ore 19-21) in cui i paladini del reggae vi faranno scoprire le migliori tunes, tutte le novità, i concerti e gli eventi della capitale
>> THE FIFTH ELEMENT (ore 21-23) altra new entry…siete pronti per due ore di HIP HOP?
>> ATAUD (ore 23-24) è il programma fatto di sonorità scure e maledette, con approfondimenti, classifiche, news, interviste, live e dj set

Giovedì
>> KAOS LUNCH (ore 13-15) per concludere in bellezza la settimana del Kaos Lunch si parla di cinema
>> LEBOWSKI BLUES FAMILY (ore 15-16) il titolo della trasmissione non vi suggerisce niente?una sola parola: Blues!
>> ITALIAN STAIL (ore 16-17) come si scrive si legge, in puro stile italiano come tutta la musica che ascolterete
>> 45 SEKKI (ore 17-18) secondo appuntamento settimanale per Drastiko ed i suoi ospiti
>> ALT! (ore 18-19) con il meglio della musica indipendente e alternativa e tanti ospiti
>> 5 BY DAN (ore 19-20) ottime notizie dal guru della musica alternativa Daniel C. Marcoccia direttore della webzine RockNow ed ex “capoccia” della rivista Rock Sound, passa da mezz’ora ad un’intera ora: Stay Tuned!
>> PULP (ore 20-21) di Maurizio Narciso, l’enciclopedia musicale che darà un po’ di sano spessore e contenuto alle chiacchiere di Claudia
>> ALL DAY & ALL OF THE NIGHT (ore 21-22) è un viaggio nel rock, per vecchi e nuovi hippy
>> RADIO SUA MAESTÀ (ore 22-23)è il baraccone di ottima musica e riflessioni su tutto ciò che piace ai giovani e ai meno giovani. Cinema, teatro, letteratura, fumetti e quest’anno anche una sapida rubrica di cucina

Venerdì
>> ROMA CHIAMA (ore 14-15) la trasmissione del comune di Roma
>> ROCK’N’BIKE (ore 15-17) è la trasmissione che vi farà pedalare. Ogni puntata 2 ospiti, 2 playlist ed un percorso diverso tra i monumenti più belli della Capitale; il tutto sulle bici elettriche di E-SmartBike.
>> ENJOY THE TRIP (ore 17-18) parte dalle derive sperimentali del pop, passa per il rock e il jazz, affonda nell’elettronica e riemerge nel soul, galleggiando tra trip hop e hip hop
>> ELECTRIC LOREM (ore 18-19) è un progetto radiofonico dedicato al mondo delle Netlables, Etichette, artisti emergenti e amanti della musica elettronica più ricercata
>> TDCS (ore 19-20) è tutto electronic, lithe club, techno, UK garage, bass, IDM, experimental
>> BAD SELECTION (ore 20-21) per chi vorrebbe ascoltare dall’elettronica all’alternative, con novità, gossip ed eventi

Sabato
>> OPEN SPACE (ore 14-16) è la vetrina offerta agli artisti di qualsiasi campo; dalla musica al teatro, dal cinema alla televisione, passando per le webseries e molto altro
>> ON MY RADIO on air (ore 16-17) con DJ MR BENNY speaker e autore dei mix Ska Rocksteady Early Reggae Two Tone
>> SCRATCHY SOUNDS (ore 17-18) Rock’n Roll con il dj dei Clash direttamente dalla United Kingdom

Siamo stati esaurienti? Organizzatevi che tra poco si comincia! Al 5 Ottobre!

[BEST OF 2015]

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A ciascuno il suo. Dopo aver realizzato una sommatoria, trasformata in classifica per la Top 33 del migliori dischi del 2015 secondo Radio Kaos Italy e in combutta con la redazione della storica rivista rock Il Mucchio Selvaggio, ecco le singole preferenze racchiuse in una ristretta e personalissima Top3 dei singoli conduttori/dj delle trasmissioni musicali della nostra emittente che ci hanno voluto rendere partecipi dei loro godimenti musicali in questo 2015 appena concluso.


Per ciascuno dei citati la mini playlist da ascoltare e commentare sulla stessa pagina YouTube di Radio Kaos Italy. Enjoy the music!

TOP3 2015 Disc Delirium con Mark Thompson Ashworth:

1) Hills – Frid;
2) Lydia Lunch – Urge to Kill;
3) Sospetto – Quattro Specchi Opachi

LINK

Il disco dei Hills è come lava che scorre nelle orecchie.
L’album di Lydia Lunch è brutale e sporco: reinterpretazioni di brani dalla sua discografia immensa.
I Sospetto sono sempre ultra-cool, punto e basta.

Top3 2015 Tips

Ant De Oto:
1) Jaga Jazzist – Starfire
2) Battles – La di da di
3) Oddisee – The good fight

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Jaga Jazzist, un frullato cosmico di jazz, fusion ed elettronica…11 musicisti nella formazione base, idee mai banali, padronanza tecnica mostruosa senza scadere nel manierismo. Belli anche i remix, su tutti quello di Todd Terje. NORWEGIANS DO IT BETTER.
Battles, pazzia e talento per il super trio americano. Presto a Roma per una preview di spring attitude.
Ironici, schizoidi e talentuosi. WHAT ELSE?
Oddisse, il rapper producer che ancora non conoscevate. Vi sorprenderà con basi formidabili legate al soul con un gusto retro, al tempo stesso fottutamente moderno.
Testi di alto livello, senza mai fare incursioni nelle tamarrate gangsta e nell’autocelebrazione. Per la serie: CHI CAZZO È KENDRIK LAMAR?

Luigi G. Giannetti:

1) Verdena
2) Willie Peyote – Educazione Sabauda
3) Four Tet – Morning/Evening

TOP3 2015 All Day & All Of The Night
Emiliano Pascucci:

1) Blues Pills – Blues Pills Live
2) Escobar – エスコバル
3) Giuda – Speaks Evil

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Ho scelto i Blues Pills xchè penso siano la miglior band emergente del momento. Uniscono blues e hard rock, con una voce femminile degna di Janis Joplin. Per me sono i Jefferson Airplane moderni.
Escobar perchè per fortuna sta rinascendo una scena garage rock in tutta europa ma soprattutto in francia sembrano capirne l’importanza.
I Giuda, infine, perché abbiamo veramente tanto buon rock in italia che viene scartato, solo xchè qui si accettano solo band che cantano in italiano. Loro sono la migliore rock band italiana per quanto riguarda i testi inglesi e le sonorità

TOP3 2015 BAD Selection
Cristiano Latini:

1) Arca – Mutant
2) Holly Herndon – Platform
3) Shlohmo – Dark Red

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“Sappiamo che sembra assurdo che qualcuno ci abbia chiesto qualcosa in merito ai migliori dischi elettronici del 2015. Eppure fra Radio Kaos Italy e Il Mucchio di gente con qualche rotella fuori posto ce ne dev’essere parecchia… Ecco qui quello che non meritiamo di raccontare, ma che questi artisti si meritano di sentirsi dire:
Arca – Mutant. Brillantissima conferma per uno dei personaggi più influenti della musica elettronica contemporanea. Drammatici deliri urbani post-apocalittici e struggenza da contorcere le viscere. Semplicemente perfetto.
Holly Herndon – Platform. Intrighi digitali che fanno della voce un mosaico infinito di specchi e riflessioni. Holly padroneggia da vera regina ritmiche spezzate fino all’inverosimile in un poliedrico mondo alieno e scintillante. Perfezionismo e bellezza.
Shlohmo – Dark Red. Poco spazio ai virtuosismi ed alle eccessive cerebrosità. Shlohmo parla di stomaco e sensazioni viscerali, mescolando scelte melodiche sanguigne ad universi ritmici footwork ed una spruzzata leggera di post-rock e dark-wave. Scuro, onirico, affascinante.”

TOP3 2015 IndieLand
Simone Mercurio:

1) Algiers
2) Iosonouncane
3) Benjamin Clementine

Gli Algiers sono per me la sorpresa dell’anno. Nei loro suoni senti Fela Kuti, Public Enemy ma senti anche il punk di Ramones e Clash tra Usa e Uk. Un patchwork sonoro che riesce però ad essere nuovo ed originale. Magia?
Iosonouncane è lo pseudonimo di Jacopo Incani ed è la versione 3.0 del terzo millenio del cantautorato classico italiano. Questo DIE arà un disco pietra miliare per la canzone d’autore italiana.
Il disco d’esordio di Benjamine Clementine pianista e cantante di origini ghanesi è qualcosa di struggente, empatico e straordinario. Una voce e una musica che fanno viaggiare con la mente e col cuore. Splendido.

TOP3 2015 Alt!
Giovanni Romano:

1) Sufjan Stevens
2) Iosonouncane
3) Viet cong

Sufjan Stevens al primo posto perché “Carrie & Lowell” è un disco semplicemente sublime. Iosonouncane perché è il miglior disco italiano dell’anno, ad ALT! si fa sempre solo musica indipendente del belpaese, e “Stormi” è la canzone più bella che sia stata scritta quest’anno. Viet cong al terzo posto perché è un disco duro, diretto, efficace, di personalità. Un debutto nella top 3 ci deve sempre stare

Giulio Falla:

1) Verdena
2) Sufjan Stevens
3) Kendrick Lamar

TOP3 2015 Radio Sua Maestà
Giuliano Leone:

1) Dan Mangan + Blacksmith – Club Meds
2) Jim O’Rourke – Simple Songs
3) Ryley Walker – Primrose Green

Luca Vastarelli:

1) Sufjan Stevens
2) Kamasi Washington
3) Colapesce

 

TOP3 2015
Amparo Devizi:

1) Naaman – The Rays of Resistance
2) Nneka – My fairytales
3) Godspeed You! Black Emperor “Asunder, Sweet and Other Distress”

 

TOP3 2015 Astarbene
Collettivo Astarbene:

1) Protoje – Ancient Future
2) Junior Kelly – Urban Poet
3) Forelock and Arawak Zero

Protoje “Ancient Future”
Una delle voci più colorate del panorama jamaicano odierno e tra i massimi esponenti del New Roots, nel marzo 2015 Protoje presenta il suo nuovo album “Ancient Future”. A due anni di distanza da “The 8 Year Affair”, album che ha affermato il nome del giovane artista, Protoje ci presenta undici brani e numerose collaborazioni, come quella con Chronixx in “Who Knows” e con Kabaka Pyramid in “The Flame”. Il tema musicale dell’intero disco è quello tipico degli anni settanta-ottanta arricchito dall’energia dei nostri giorni. E’ proprio questa la formula vincente che personaggi come Protoje stanno portando alla scena reggae mondiale, l’unione tra roots e le nuove correnti. Un lavoro che determina la voglia della youths generation ad un ritorno alle origini della musica in levare.

Junior Kelly “Urban Poet”
Lo scorso 9 Ottobre Junior Kelly è uscito con la sua ultima grande fatica: “Urban Poet”. Un album che vede un interessante intreccio tra reggae, dance hall, rnb, jazz e soul e punta ad essere il lavoro migliore dell’artista giamaicano. Prodotto dall’etichetta austriaca Irie Vibration, Urban Poet è un lavoro fresco e curato, un vero e proprio concept album che riesce a toccare i temi più cari all’artista, di coscienza sociale e di lotta. Un Junior Kelly libero di esprimersi e che conferma così la sua importanza nella scena reggae.

Forelock e Arawak “Zero”
Un progetto che nasce in terra sarda, gli Arawak, una band di eccezionali musicisti e Forelock, una delle voci più interessanti ed impeccabili degli ultimi tempi. “Zero” esce lo scorso 4 Dicembre per la neonata etichetta La Tempesta Dub. Nonostante rappresenti il primo lavoro per gli artisti si presenta come un album già maturo, grazie all’importante collaborazione con Paolo Baldini, che ha seguito la realizzazione dell’intero album. Prestigiose collaborazioni segno ancora di più il successo deli Arawak, come la traccia “Raverz” insieme agli Steel Pulse, una delle più grandi bandreggae della Gran Bretagna. “Zero” ci regala quindi dodici brani e una grande varietà di stili, ritmi e tematiche arricchiti da dub versiona cura di Paolo Baldini.

TOP3 2015 5 By Dan:

1) Marilyn Manson “The pale emperor”
2) Parkway Drive “Ire”
3) Bring Me The Horizon “That’s the spirit”

TOP3 2015
Daniel C. Marcoccia:

1) Marilyn Manson “The pale emperor”
2) Keith Richards “Crosseyed heart”
3) Noel Gallagher’s High Flying Birds “Chasing yesterday”

TOP3 2015 Fattore C
Andrea Cannizzaro:

1) Emanuele Colandrea: Ritrattati
2) Joe Victor: Blue call pink riot
3) Fabi Silvestri Gazzè: Il padrone della festa (live)

TOP3 2015 Kaos Lunch:
Antonio Aversano:

1) David Gilmour – Rattle that Lock
2) Muse – Drones
3) Coez – Niente che non va

TOP3 2015 PULP
Maurizio Narciso:

1. Ibeyi – Ibeyi
2. Montoya – Iwa
3. Godblesscomputers

Le Ibeyi sono due gemelle franco-cubane – Naomi e Lisa-Kaindé Díaz – figlie del percussionista Anga Díaz, membro storico del Buena Vista Social Club, scomparso quando le due avevano solo undici anni. La madre le ha educate alla cultura Yoruba, lingua parlata nell’Africa orientale e arrivata a Cuba oltre tre secoli fa attraverso la tratta degli schiavi. Il loro suono è frutto di questa multiculturalità e mette insieme elementi del folk tradizionale cubano con l’R&B e l’elettronica minimale, il tutto con un’attitudine tra il pop e il jazz. Un disco fuori dal tempo.

Montoya – Iwa
La sua terra è la Colombia, la sua casa è l’Italia, il suo cuore è ovunque. Iwa, è l’album di debutto di Jhon William Castaño Montoya ed è una perfetta convivenza di elettronica, folk, latin music, sinfonia classica e jazz. E’ un musicista professionista, Montoya, e le sue idee vengono tradotte in musica con un equilibrio che raramente troviamo nelle produzioni moderne.

Godblesscomputers – Plush and Safe
Godblesscomputers è il progetto musicale del bolognese Lorenzo Nada. Nella sua elettronica – dalla solida base hip-hop – si ritrovano elementi dub e calore soul, i cui battiti sintetici sono colorati da un intimismo fuori dal comune. Plush and Safe è il giusto biglietto da visita per immergersi nella sua musica.

 

Potete anche ascoltare la playlist con TUTTI i pezzi al link:
https://www.youtube.com/playlist?list=PLBdWBWdfj0GXymCVjD3p_1idxiWYH6gSM

RKI & MUCCHIO “33 giri x 33 canzoni, i migliori dischi del 2015”

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“IndieLand-Speciale 33 giri per 33 canzoni”, l’abbiamo voluto chiamare così questo “The Best of 2015”, la classifica dei migliori dischi del 2015. Parafrasando lo stesso titolo dato da Il Mucchio Selvaggio nella sua annuale cernita dei migliori lavori musicali dell’anno appena trascorso.

Per noi appassionati di musica è un gioco che ogni anno si ripete quello di mettere in fila in una personalissima classifica di quello che più ci è piaciuto musicalmente nei dodici mesi appena trascorsi. Per questa top 33 abbiamo “mischiato” le preferenze delle trasmissioni musicali di Radio Kaos Italy con quelle della redazione del Il Mucchio Selvaggio capeggiata da Elena Raugei, “capa”, caposervizio della parte musicale della storica rivista partner ufficiale da anni di IndieLand e della stessa nostra radio.
La prima parte, dalla 33 alla 21 sentirete anche alcuni dischi insoliti, particolari scelti dalla radio. Ovviamente abbiamo dovuto fare un sunto tra le rispettive preferenze mischaindo ai voti dei giornalisti del Mucchio, quindi non tutti verranno citati. Ce ne scusiamo.
Dalla ventesima posizione in su invece ascolterete la TOP 20 radiofonica ufficiale del Mucchio Selvaggio. Musica varia, di tutti i generi ma con una sola discriminante: la qualità.
Musica bella oltre i soliti giri, oltre le hit dei grandi successi commerciali che sono la morte della musica.
Se avete voglia di iniziare questo viaggio musicale alla scoperta dei Migliori Dischi del 2015 ecco il podcast ufficiale che troverete anche sulla pagina www.ilmucchio.it

Un ringraziamento particolare a Beatrice Mele (Il Mucchio), Andrea Cannizzaro e Giovina Ielardi (Radio Kaos Italy). Buone feste, buon 2016 e…enjoy! Lunga vita al rocknroll! Buon ascolto!

Simone Mercurio
IndieLand

Ascoltate il podcast e…VOTATE il vostro disco preferito!

Indieland – I migliori dischi del 2015 by Radiokaositaly on Mixcloud


Ascolta anche il “THE BEST 2015 by RKI”

[Kaos Live Report] RMHC – Roma Hardcore State of Mind

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NATALE IN FAMIGLIA CON LE BAND TARGATE ROMA HARDCORE STATE OF MIND: TUTTI RIUNITI IN UN APPUNTAMENTO PRE-NATALIZIO DEDICATO ALLA RACCOLTA DI GIOCATTOLI PER CENTRI D’ACCOGLIENZA.

Il RMHC non sbaglia mai: musica, amici, divertimento ed iniziative benefiche sono gli ingredienti essenziali della serata organizzata sabato 19 dicembre 2015 a Roma. Il “360 gradi” nell’affollata San Lorenzo ha ospitato volti noti e nuovi nella scena hardcore romana per un concerto tra pilastri come gli Strength Approach e i Defending Truth e piacevoli scoperte come i Tibia, al fine di raccogliere giocattoli destinati ai centri d’accoglienza.
Ad aprire la serata sono proprio i Tibia, band giovane ma con grandi potenzialità. Una sorpresa per tutti, essendo all’attivo solamente da sei mesi. Sonorità cupe ma coinvolgenti, un punk hardcore dalle sfumature black è il loro biglietto da visita. Combinazione perfetta che unisce tante preferenze e riscalda a dovere l’atmosfera. Test superato alla grande, sicuramente sentiremo ancora parlare di loro.
Dopo questa apertura con il botto, salgono sul palco i Defending Truth, ormai certezza della scena hardcore cittadina e non solo. La band infatti vanta numerosi live in tutta Italia e ha condiviso il palco con pietre miliari come i Bane e i Backtrack lo scorso 28 novembre 2015. La cosa non sorprende affatto se consideriamo che i Defending Truth nascono dalle ceneri dei Pinta Facile, leggenda dello street punk, con ex componenti di Causeffect e Buffalo Grillz e l’attuale chitarrista degli Strength Approach.
Ultimi soltanto in ordine di tempo, gli Strength Approach concludono il tutto in bellezza. Simbolo del RMHC e attivi da tantissimi anni, tra un tour europeo e le registrazioni del nuovo disco, la band torna ad infiammare la capitale. Tutti sotto il palco a saltare, nessuno escluso, la timidezza non esiste quando si tratta di far casino. Neanche le ragazze più timorose si sono salvate dal mosh, anzi son state coinvolte direttamente dalla voce di Alessandro Blasi, cantante del gruppo. La loro carica non delude mai.
Sono questi i momenti in cui ci si rende conto di quanto la scena sia bella ed unita. Quando per un momento, per una sera, si mettono da parte tutti i problemi, i litigi, i pensieri e ci si diverte davvero.

Flavia Szanto

✮JUNIOR KELLY & The Fireman Crew✮ ARRIVA A ROMA – SEGUI CON #ASTARBENE LA DIRETTA DEL CONCERTO

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Junior Kelly, classe 1969 , è una delle figure più di rilievo del panorama reggae odierno a livello internazionale. Nato e cresciuto in Giamaica, è un artista che ha sempre combattuto e predicato, tramite i suoi testi, per la giustizia sociale del suo paese.
Nel 2000, con il singolo “Love So Nice”, colpisce il grande pubblico ed entra nelle classifiche europee reggae e pop. Nel 2003 pubblica “Smile”, singolo che tiene alto il livello raggiunto da Junior Kelly e che continua a tracciare il suo percorso da pacifico predicatore della coscienza sociale e della giustizia.
Da lì, un successo e una collaborazione dopo l’altra lo hanno portato lo scorso 9 Ottobre ha pubblicare la sua ultima grande fatica: “Urban Poet”. Un album che vede un interessante intreccio tra reggae, dancehall, r’n’b, jazz e soul e punta ad essere il lavoro migliore dell’artista giamaicano.
Il 6 Dicembre arriverà a Roma per presentarlo sul palco del C.s.a. Intifada, con l’apertura degli Inna Cantina, giovane gruppo romano che si sta dando molto da fare nella scena anche a livello nazionale e con la chiusura a cura di Pakkia Crew The Green Family.

#ASTARBENE vi porterà in diretta questo grande evento sulle frequenze digitali di Radio Kaos Italy, insieme a tanti contenuti extra!

Facebook Event –> https://www.facebook.com/events/1083963894948619/

LA TEMPESTA DUB ARRIVA A ROMA – SEGUI CON #ASTARBENE LA DIRETTA DEL CONCERTO

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Il 28 Novembre si abbatte su Roma La Tempesta Dub, la nuova etichetta nata all’interno de La Tempesta Dischi, da un’idea del produttore Paolo Baldini, che nell’Ottobre 2014 uscì con il suo lavoro “Dub Files”. Da lì a progettare un mini festival itinerante insieme a Mellow Mood, Forelock e Arawak, a quanto pare, il passo è stato breve.
I Mellow Mood infatti, verso la fine del loro tour di presentazione di “2 The World”, che li ha visti impegnati in più di 60 date in giro per il mondo, avevano annunciato un piccolo tour per festeggiare e presentare la neonata etichetta. Tanta è l’attesa che si è creata intorno nei mesi scorsi, attesa accompagnata dall’annunciata uscita di “Dubfiles at Song Embassy”, il documentario che racconta il loro viaggio musicale in Jamaica e che è stato presentato lo scorso Agosto alla Reggae University del Rototom Sunsplash.
Cinque date e cinque città, che dal 21 al 29 Novembre, avrebbero infuocato le yard italiane: l’Auditorium Flog di Firenze, il Cs Rivolta di Marghera, l’Hiroshima Mon Amour di Torino, il Live Club (MI) e la tanto attesa chiusura capitolina al C.s.a Intifada di Roma.
Tanti gli artisti che si alterneranno nelle varie date insieme ai paladini della scuderia Paolo Baldini, Mellow Mood, Forelock e Arawak, che il prossimo 4 Dicembre usciranno con il nuovo ed attesissimo album. Tra gli ospiti si trova una schiera assortita di sonorità provenienti da Italia, Andrew I, Spagna, Sir Wilson, Portogallo, Richie Cambell e Jamaica, i gemelli The Gideon&Selah, Damas, Micah Shemaiah, Zacky Man e l’indiscussa attuale regina del reggae Jah9 Cunningham.

LA TEMPESTA DUB 1

#ASTARBENE e Radio Kaos Italy accompagneranno passo passo la massive romana a questo grande evento che sarà La Tempesta Dub Festival con due dirette speciali. La prima sarà Mercoledi 25 Novembre dalle 19.00 alle 21.00, dove Sealow e Ientu, insieme a Pakkia Crew The Green Family, intervisteranno telefonicamente il Dub Master Baldini, Mellow Mood e Forelock. La seconda il 28 Novembre direttamente dal C.s.a. Intifada, dove il collettivo firmato Rki riporterà in diretta l’intera serata, accompagnata da tanti contenuti extra!
Non ci resta che rinnovarvi l’invito a Sabato 28, quando si concluderà un festival che, a nostro avviso, dona tanto ad una scena che ultimamente nella capitale ha subito duri colpi e che è pronta a far vedere quanto amore e quanto fuoco ha ancora da offrire ad artisti di livello internazionale.

#ASTARBENE IS READY TO DUB!

Facebook event –> https://www.facebook.com/events/1064442716901699/?fref=ts

Thanks to : Music Coast To Coast

[Kaos Live Report + Interview]Hugo Race @Init 13/11/2015

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Ant De Oto di Tips!
@Init [Roma]
Venerdì 13 Novembre 2015

Hugo Race è uno di quei musicisti che hanno tanto da raccontare e trasmettere sul palco.
A maggio è uscito “The Spirit”, il suo ultimo album in studio, il tredicesimo inciso con la sua storica band “True Spirit” e in questo novembre è partito il suo tour europeo con ben sei date nella sua amata Italia.
Il cantante e chitarrista di Melbourne ha infatti vissuto diversi anni in Sicilia e ha collaborato con numerosi artisti italiani (Cesare Basile, La Crus, Sacri Cuori, ecc.), coinvolgendoli nelle proprie produzione o dando vista a veri propri progetti musicali (Hugo Race Fatalists).
Il nuovo disco “The Spirit”, prodotto dall’etichetta tedesca “Glitterhouse Records”, è stato ben accolto dalla critica e dal popolo del rock-blues italiano ed è in effetti un gioiellino: le atmosfere cupe e polverose della musica di Race emergono ancora una volta in tutta la loro pienezza evocativa, confermando il mix di qualità e di impatto emotivo presente fin dai primi album del songwriter australiano.
Il concerto comincia verso le 23, con il pubblico dell’INIT (peraltro ignaro dei fatti che stavano avvenendo il quel momento a Parigi) diviso fra gli amanti del blues e delle atmosfere cupe dei True Spirit e gli altri giunti per assistere al successivo concerto dei Flipper, storica band punk/hardcore californiana. Particolare da non trascurare , considerando che la performance di Hugo Race & True Spirit risulterà coinvolgente e fruibile anche per coloro che avevano fatto il loro ingresso all’INIT in attesa del secondo concerto.
Il live parte subito con la magia della voce baritonale di Hugo, accompagnato dall’inseparabile chitarra e da una sezione ritmica robusta ed efficace, composta da batteria (Brett Poliness) , basso (Chris Hughes) e occasionalmente dalle percussioni. Dall’altro lato, eccezionale il contributo dei due polistrumentisti Nico Mansy (chitarra elettrica e tastiera) e dell’italiano Michelangelo Russo, che stupisce il pubblico con tappeti e assoli a colpi di armonica, tromba, moog ed effetti.
La band propone un repertorio avvincente e mai noioso, dove il blues elettrico si sposa con estrema naturalezza con le sonorità dark e new wave, che hanno caratterizzato il percorso musicale di Race assieme ai Birthday Party e i Bad Seeds di Nick Cave (Hugo Race è stato membro di entrambe le band durante la prima parte degli anni 80).
Spiccano sicuramente il singolo “Elevate my love”con un giro di basso deciso che ricorda gli album di qualche anno fa di Barry Adamson (anche lui ex Bad Seeds), il blues graffiante e cadenzato della fantastica “Man check you woman”, il sound torbido di “Dollar quarter”, nonché le numerose citazioni e i brani del passato, macchiati di toni dark e krautrock (“Mushroom”, dei tedeschi Can)
In sostanza, un concerto che non ha affatto deluso le aspettative dei fan e che ha conquistato anche il pubblico di fede noise/punk che attendeva la performance successiva dei Flipper.
Hugo Race si diverte, presenta spesso le canzoni in italiano e si congeda dal pubblico con un sincero “Vi amo!”.
Dopo lo show l’abbiamo incontrato nel backstage per una breve intervista fatta in collaborazione fra TIPS e INDIELAND per Radio Kaos Italy.


(Ascolta l’intervista!)

INTERVISTA HUGO RACE @ INIT, ROMA
(A: Antonio De Oto; H Hugo Race)
A: Siamo qui, per RKI, ad intervistare Mister Hugo Race, dopo aver apprezzato il suo concerto. Allora, prima domanda: il tuo ultimo album è uscito nel 2015 (The Spirit, ndr) e hai prodotto numerosi album. Perché, al giorno d’oggi, le band non fanno uscire album ogni anno durante la loro carriera come, ad esempio, succedeva a cavallo degli anni ’60-’70?
H: E’ vero. Le band, un tempo, facevano uscire due o tre album all’anno. Credo che la causa sia dovuta alla quantità di musica prodotta nell’arco degli ultimi vent’anni. Oggigiorno ci sono molti artisti che hanno inciso talmente tanti album, molto più che negli anni precedenti, che c’è solo più musica; quindi penso che la gente sia satura e quando penso di andare ad incidere un disco devo chiedermi perché lo sto facendo, se sto facendo un buon disco e se sto veramente creando qualcosa di nuovo o mi sto solo ripetendo.
Infatti con l’album “The Spirit” ho impiegato sette anni prima di inciderlo perché cercavo un’ispirazione. Chiesi ai musicisti della band di comporre l’album insieme a me. E’ stata la prima volta per me fare una tale richiesta. In passato avrei scritto l’album e solo successivamente avrei richiesto i musicisti. Questa volta ho voluto creare una situazione più intima con la band. Così abbiamo lavorato per tre anni per far uscire questo progetto.
A: Qual è la linea che hai tracciato dagli anni ’80 ad oggi? Hai lavorato con molte band, The Wreckery, Dirtmusic, Fatalists, l’esperienza con Nick Cave.
Qual è il filo conduttore che hai seguito?
H: Penso che quando abbiamo iniziato a produrre musica, parlo anche a nome di band della scena musicale di Melbourne degli anni ’80, era perché pensavamo che la musica in quel momento storico non era abbastanza di qualità. Volevamo divertirci con il tipo di musica che volevamo ascoltare. Melbourne era una città molto isolata e non avevamo la possibilità di acquistare facilmente album da Londra, New York o Los Angeles, quindi abbiamo dovuto sviluppare le nostre idee. Parlo per me stesso, ma forse è vero anche per le altre persone che hanno lavorato con me nei Bad Seeds e della scena di Melbourne, abbiamo messo insieme tutto ciò che sapevamo del vero Rock ‘n’ Roll e del Blues.
A: Si, infatti, sulla scena erano presenti molte band…
H: Effettivamente c’erano due concetti diversi per quanto riguarda le band: a Sidney la radio trasmetteva il blues di Detroit, mentre a Melbourne ce n’era un’altra di cui la gente scrive libri e si cerca ancora di darle un nome.
Ora come ora, credo che avesse a che fare con il blues, nel senso di riportarlo all’entusiasmo primordiale di quel genere di musica che non proveniva dalla mente ma dall’anima.
Era questa l’idea!

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A: Ultima domanda in italiano per Radio Kaos Italy. Ti chiediamo, visto che hai vissuto tanto tempo in Italia e collaborato con grandi artisti, che noi apprezziamo molto, come Cesare Basile e Mauro Ermanno Giovanardi (La Crus), qual è il musicista italiano, se c’è, e quali sono i progetti italiani che ti hanno colpito in questi anni, che non hai conosciuto personalmente, ma con cui vorresti lavorare, che ti sono piaciuti e hai apprezzato particolarmente?
H: Difficile da dire. Come scrittore, come testi, io penso, personalmente, che Cesare Basile è molto forte. Non solo perché è un mio amico, ma perché lui è un uomo molto indipendente e segue la sua strada da sempre; perché ha prodotto cose meravigliose nel 1999 (Stereoscope, ndr), tanto tempo fa, e già sapeva esattamente cosa voleva fare. Ancora ascolto le cose che fa adesso. Infatti stiamo collaborando su alcune cose in questi giorni.
Dal punto di vista musicale, i Sacri Cuori mi hanno colpito moltissimo.
A: Tant’è che hai collaborato con loro per il progetto Fatalists.
H: Si. infatti ho iniziato a suonare con Antonio Gramentieri prima dei Sacri Cuori, eravamo amici e abbiamo suonato tanto. Poi lui ha fondato i Sacri Cuori, mentre riguardo il progetto Fatalist è stato costruito in maniera più organica.
Mi piace quello che fanno, nel senso che prendono un sacco di roba storica italiana mista con altre cose e sembra che indichi una strada per la musica italiana, magari in futuro. Nel senso di aprire la mente verso diverse forme di musica, perché se no fosse così la musica italiana rimane isolata, in Italia.
A: Noi di Radio Kaos Italy, siamo d’accordo con te su tutte queste tematiche anche perché cerchiamo proprio di supportare questo tipo di musica anche in Italia.
H: E’ molto importante. E’ una cosa importante da fare!
Traduzione: Azzurra Posteraro
Tecnico Audio, Post-produzione: Luigi Giannetti
Montaggio e simultanea: Simone Mercurio 
Intervista e live report: Ant De Oto

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[Kaos Live Report]KAMASI WASHINGTON live @Monk

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KAMASI WASHINGTON live @Monk (Roma)
10/11/2015
by Antonio A Tweed De Oto di Tips!

Kamasi Washington è sicuramente l’artista black del momento. Dopo alcuni album autoprodotti è arrivato al grande pubblico in questo 2015 con l’uscita del triplo “The Epic” che sembra aver convinto sia gli ascoltatori che la critica. Le collaborazioni con Thundercat, Kendrik Lamar e Flying Lotus (che ha prodotto “The Epic” con la sua Brainfeeder) e il valore assoluto del disco lasciavano infatti presagire un live eccellente.
L’atmosfera si dimostra subito effervescente in un Monk pieno di gente carica di aspettative che non resteranno sostanzialmente deluse. Il pubblico è quello delle grandi occasioni, appassionati di black music insieme a nutriti gruppi di persone senza dubbio incuriosite anche dall’operazione commerciale di un’etichetta di stampo elettronico che produce un disco del genere.
Il concerto inizia poco prima delle 23 e parte subito all’insegna del groove e delle citazioni free jazz e fusion. Kamasi, accompagnato da corista, rhodes e altri due fiati, viene sostenuto dalla robusta sezione ritmica composta dall’eccellente contrabbassista Miles Mosley e da ben due batteristi.
I riferimenti ad “Head Hunters” di Herbie Hancock e al Coltrane di “Transition” e “Kulu Se Mama” appaiono evidenti fin dal primo brano, chiuso dallo strepitoso solo di keytar del tastierista Brandon Coleman che infiamma letteralmente il pubblico.
Il concerto va avanti per 45 minuti di puro spettacolo, sospesi fra la magia del sax tenore di Kamasi e il trombone di Ryan Porter, un sussurro onirico, fresco ed estremamente comunicativo.
Il pubblico apprezza e segue compiaciuto, quando giunge il momento delle prime presentazioni per la band seguito dall’inaspettato mood dello standard “Cherooke”, che rimanda molto più alla bossa e all’acid jazz piuttosto che alle sonorità ricche di contaminazioni ascoltate in precedenza. Un momento di rottura forse eccessivo e che spiazza un po’ la folla, che comunque continua a seguire attenta.
Si riparte con nuovo slancio e ritmi jazz/funk, con applausi a scena aperta per i soli prima di contrabbasso e poi dei due batteristi (eccellenti tecnicamente ma forse un po’ troppo lunghi e slegati).
In sintesi, un live davvero intenso e appassionante. Unica pecca forse il poco dialogo fra i musicisti durante i soli, aspetto che ha reso la performance lievemente più fredda rispetto a quello che ci si poteva aspettare.
Il “Monk”, dal canto suo, si conferma uno dei live club più interessanti del panorama romano, aperto alle contaminazioni, attento alle novità e soprattutto in grado di accogliere un pubblico molto vario e anagraficamente eterogeneo.
La speranza, con buona dose di ottimismo, è quella che dischi e concerti del genere possano davvero avvicinare al jazz un pubblico più incline ad altre sonorità.

Ascolta “Re Run Home”:

Sab 14 – THIRD MAN IMPOSSIBLE PARTY @Elvis Lives

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Sabato 14 Novembre 2015
@Elvis Lives – via San Francesco A Ripa, 27 – Roma
dalle ore 18:00

Sabato 14 novembre dalle ore 18 tutti all’esclusivo party di presentazione della Third Man Records Edition Duochrome Film, la pellicola per stampa di polaroid ideata, sviluppata e prodotta in collaborazione con l’etichetta discografica di Jack White!
La particolarità che caratterizza questo prodotto è nei colori con cui i vostri scatti saranno sviluppati:
il  giallo  ed il  nero  , tipici della Third Man Records e della nostra RKI.

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 “Photography using mechanical means is a beautiful art form. Digital pictures are very portable and easy to make happen, but you can’t hold the photo in your hand, or put it in a family album.
There’s a romantic feeling of pulling a photograph out of a polaroid camera, holding it your hands and showing it to others. It can’t be replaced or replicated.”

Jack White

Gli appassionati e collezionisti che il 14 novembre si recheranno presso la sede di Trastevere di Elvis Lives, potranno acquistare la pellicola ad un prezzo speciale valido solo per questo evento, ma anche soltanto provarla o farsi ritrarre per conservare il proprio scatto come ricordo.

La selezione musicale sarà a cura di Mr Nick Matt III, che proporrà un dj-set ad hoc per l’occasione, interamente dedicato sia alle produzioni della Third Man Records che ai vari progetti di Jack White, fino agli artisti che più hanno ispirato il musicista e produttore statunitense.
A coadiuvarlo ci sarà Masie DW, la dj resident di tutti gli eventi targati Elvis Lives!

 “Since the start of The Impossible Project, we’ve always collaborated with like minded people and companies, and the guys at Third Man really couldn’t be a better fit.
We both celebrate making real things, records and photos you can actually hold and pass around, and all the struggle and pride that comes with it.
The black and yellow film is also one of my favorite things to date, so I couldn’t be happier that we’re releasing it together with such a great partner.”

Oskar Smolokowski, CEO of The Impossible Project

La Impossible Project è la compagnia che, da quando la Polaroid ha smesso di produrre i “film” per lo sviluppo delle foto dei propri dispositivi, ha acquisito i macchinari originali con cui gli stessi venivano creati dalla casa madre, sviluppando una vasta gamma di modelli, dal classico intramontabile ai più particolari e ricercati. La Impossible è l’unica compagnia riconosciuta per la fabbricazione di supporti per apparecchi Polaroid. Iniziata come la missione di chi non voleva che centinaia di milioni di fotocamere diventassero polverosi ed inutili cimeli antichi, la Impossible ad oggi è una società in crescita che vanta più di 140 impiegati sparsi tra Austria, Olanda, Gran Bretagna , Francia, Stati Uniti e Cina facenti capo al quartier generale creativo che invece ha sede a Berlino e che continua nella sua opera di innovazione della fotografia analogica nell’era del digitale. Un’idea ed un progetto che sembravano pressoché “impossibili” ma non del tutto…

 “Don’t undertake a project unless it’s manifestly important and nearly impossible.”

Edwin Land, founder of Polaroid

THIRD MAN IMPOSSIBLE PARTY
PARTY – EXPO – MUSIC – FILMS

Sabato 14 novembre 2015
Dalle ore 18:00

Dj-Set Mr Nick Matt III & Masie DW
Elvis Lives Trastevere
via San Francesco A Ripa, 27 – Roma

Media partner
Nerds Attack & Radio Kaos Italy

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Da oggi RKI ha il suo “Wall interattivo”!

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Dopo l’inaugurazione del nuovo allestimento della sede non finiscono le novità,
da oggi abbiamo un Wall interattivo!

Avete Twitter? Cinguettate inserendo l’hashtag ‪#‎radiokaositaly

Avete Instagram? Hashtaggate ‬sempre con ‪#‎radiokaositaly

e finirete nella nostra TweetWall in sede!

E se proprio non riuscite a passare per vederla dal vivo, collegatevi a questo sito << QUI >>

Siamo o non siamo la miglior WEBRADIO d’Italia!?!?!?!

Halloweed Reggae Party @Intifada

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Halloween Reggae Party @Intifada
31 Ottobre 2015

Pirati..
Torna al Csa Intifada il reggae party di Halloween più atteso dalla capitale.

SABATO 31 ottobre , è Impossibile Mancare!

★HALLOWEED w BARBANERA -Pirates Reggae Party ★

Segui l’evento facebook per trovare le mappe dei tesori di Barbanera : Decine di forzieri contenenti consumazioni e ingressi omaggio nascosti per tutto il locale!

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•Special guest from 99 POSSE :

► O’ZULU

► VALERIO JOVINE

► SPEAKER CENZOU

• Dancehall by :

Pakkia Crew The Green Family

Good Vybez – 10th Anniversary –
regaleranno 100 cd mix 100% Dubplates per festeggiare i 10 anni di sound .

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N.B. VENITE VESTITI DA PIRATI PER AVERE INDICAZIONI PREZIOSE PER TROVARE LE MAPPE CHE VI CONDURRANNO AI FORZIERI DI BARBANERA CONTENENTI CONSUMAZIONI E INGRSSI OMAGGIO !
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• free smoking area
• main stage + dancehall stage
• spacial partner :
AstarbeneRadioKaos Italy & Respect Project ”street wear”
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CS INTIFADA – Via di Casal Bruciato, 15 – ROMA
Open: 23:00
ENTRY 7€

Ritorna Spaghetti Unplugged

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Cosa ci fanno nella stessa sera e sullo stesso palco di un locale romano un giovane esordiente di 17 anni che canta per la prima volta in pubblico le sue canzoni e un big che ha firmato brani cult degli anni ’90 e che continua ancora oggi ad essere uno degli artisti più apprezzati nella scena cantautorale italiana? La risposta è “Spaghetti Unplugged: il saloon romano della canzone”, evento che a partire dal 18 ottobre e per tutte le domeniche al Marmo – nuovo locale di punta del quartiere di San Lorenzo – darà occasione di visibilità e condivisione a tanti musicisti e cantautori, in un clima festoso e di scambio musicale.

A fare da padrino per la nuova stagione sarà Riccardo Sinigallia, autore e compositore tra i più talentuosi ed ispirati degli ultimi vent’anni (autore, tra l’altro, dell’intensa “A cuor leggero”, inserita nel film di Claudio Caligari “Non essere cattivo”, candidato italiano agli Oscar) che regalerà al pubblico un breve set acustico. In questo modo segnerà una ideale continuità tra il salotto di Spaghetti Unplugged e un altro significativo cenacolo romano musicale del passato: il “Locale”, che Sinigallia stesso ha frequentato e vissuto insieme a grandi colleghi come Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, Max Gazzè.

Come funziona la serata? Si tratta di un OPEN MIC: chiunque può venire, mettersi in lista ed esibirsi liberamente con 2 canzoni: almeno una deve però essere originale! Infatti l’evento vuole diventare un’occasione concreta di promozione per la canzone italiana emergente, una sorta di “palestra” per tanti esordienti, cantautori, interpreti o autori, che così possono confrontarsi e farsi le ossa.

Tanti nomi già apprezzati nel panorama musicale romano sono passati nel salotto di Spaghetti Unplugged: i TheGiornalisti, i Kutso, Margherita Vicario, Francesco Forni e Ilaria Graziano, Tommaso di Giulio, Artù. Tra i promotori dell’iniziativa, inoltre, è da segnalare Gianmarco Dottori, cantautore romano noto al grande pubblico per varie apparizioni televisive e per la vittoria dell’ultima edizione del prestigioso concorso Musicultura.

Spaghetti Unplugged è presentato da PlumCake e da Dude e ha creato inoltre un interessante network di partner che contribuiscono al suo sviluppo: la rivista musicale Cheapsound, nonché Radio Kaos Italy, la WebRadio della Capitale che grazie alla sue trasmissioni Fattore C e Alt! trasmette l’evento in diretta streaming per tutta la durata dell’Open Mic. Inoltre Spaghetti Unplugged è realizzato in collaborazione con JAGO/ind e grazie al supporto tecnico dello studio di registrazione OFFICINE ZERO.

Altra caratteristica del format è che ogni sera, a tarda notte, gli spaghetti si materializzano: pasta per tutti!

L’appuntamento con Spaghetti Unplugged dunque è ogni Domenica a Marmo, Piazzale del Verano 71, dalle 19:00.

Miteeca Festival

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Domenica 25 ottobre 2015
MITEECA FESTIVAL
Arriva al Lanificio Miteeca, T-shirts meet humans,
il festival italiano interamente dedicato al mondo della t-shirt.
Radio Kaos Italy è orgogliosa di presentare la prima edizione di “Miteeca”, il festival italiano dedicato esclusivamente al mondo della t-shirt che si propone come luogo d’incontro per appassionati e curiosi, addetti ai lavori e non, per conoscere e condividere novità del settore e creazioni originali.
Miteeca è il festival italiano dedicato al mondo della t-shirt. Uno strumento di espressione personale e un capo d’abbigliamento unico, capace di mettere insieme design, moda, artigianato, innovazione, cultura e imprenditoria.
Miteeca è un luogo d’incontro per appassionati e curiosi, addetti ai lavori e non, che avranno modo di conoscere e condividere curiosità storiche, novità del settore e creazioni originali. Una vetrina per i marchi indipendenti che vorranno proporre i propri modelli; un laboratorio didattico per scoprire il processo di realizzazione di una maglietta attraverso le principali tecniche di stampa; un punto di riferimento per produttori, stampatori, fornitori, artigiani, clienti e per chiunque non riesca a immaginare la propria vita senza una maglietta!

Dodici ora di attività dedicate alla t-shirt e all’intrattenimento:

– un percorso visivo vi accompagnerà nell’Universo t-shirt
– più di venti marchi indipendenti provenienti da tutta Italia esporranno e venderanno le loro creazioni
– laboratori didattici gratuiti di serigrafia, di stampa a caratteri mobili e di sartoria, per adulti e bambini, previa iscrizione sul sito (//www.miteeca.com/attivita/workshop-e-laboratori/)
– stampa express digitale su tessuto tutto il giorno (portate una chiavetta USB con il disegno che vorrete far stampare!)
– mostra di magliette artistiche
– street art
– esibizioni outdoor di biker
– concerti e dj set da pranzo fino a tarda notte
– punti ristoro con cibo locale ed etnico
– diretta radiofonica su Radio Kaos Italy, emittente ufficiale del festival

Radio Kaos Italy è webradio indipendente unica nel panorama radiofonico italiano. Nata nel 2009 è da anni un punto di riferimento per il mondo della musica e della cultura indipendente italiana.
Radio Kaos Italy trasmetterà l’intero Meetica dalle 13 alle 23 con vari appuntamenti. Ecco, nel dettaglio, l’intera programmazione in diretta streaming dell’evento su www.radiokaositaly.com e sulla piattaforma TuneIn.
PROGRAMMAZIONE RADIOFONICA MITEECA
13:00 – Inizio diretta con piccola presentazione e lancio concerto
14:00 – In diretta con “Fattore C” Ospite Livia Ferri
15:00 – Diretta streaming concerto Livia Ferri
16:00 – Indiesponenti intervento con change.org
16:30 – presentazione rock n bike intervista olivieri
17:00 – Diretta streaming concerto Simone Olivieri
18:00 – Diretta set “Enjoy The Trip”
18:30 – Diretta “Ataud”
19:00 – Diretta “Bad Selection”
19:30 – Live elettronico a cura di Agostino Maria Ticino
21:00 – Diretta “Alt! Ospiti: About Wane
22:00 – Diretta streaming concerto About Wane
23:00 – Saluti

Sito web del festival: //www.miteeca.com/

Per il programma dettagliato cliccata qui: //www.miteeca.com/programma/

Ingresso:
2,00 € dalle 11.00 alle 19.00
10,00 € con consumazione dalle 19.00 alle 22.00
7,00 € dalle 22.00 alle 02.00

L’APERITIVO X :: SABATO 24 OTTOBRE

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SABATO 24 OTTOBRE :: in occasione dell’inaugurazione dei nuovi studi, Radio Kaos Italy è orgogliosa di presentarvi L’APERITIVO X !
>> dj set, live music, food & drink culture, streetwear & tattoo expo… il tutto in diretta su radiokaositaly.com!

PROGRAMMA
h. 19:00 RKI REGGAE w/ On MY RADIO on Air-RADIO KAOS ITALY & Astarbene – RadioKaos Italy [ska reggae dancehall djset]
h. 20:00 Flair Project On AIR [drink culture]
h. 20:30 BeeRadio – Radio Kaos Italy
h. 21:00 On Board-Radio Kaos Italy
h. 21:30 Aidontbilivit – RadioKaos Italy
h. 22:00 RKI INDIE
h. 23:00 LE LARVE + Il Branco > LIVE!

+ presentazione della collezione invernale 2016 firmata Respect Project ”street wear”

+ esposizione di tavole e book dei tatuori del Mad Whale Tattoo Studio

BUFFET + DRINK + TESSERA 2016 :: 5 EURI!

“Vi ricordiamo che per partecipare all’Aperitivo X di questo sabato occorre possedere la tessera soci di Radio Kaos!
Per chi non l’avesse: è consigliato registrare il proprio pre-tesseramento, scrivendo direttamente alla pagina fb di Radio Kaos Italy NOME+COGNOME e INDIRIZZO MAIL, oppure mandando una mail a selectapensieri@gmail.com”

Powered by Selecta Pensieri

Avviso ai Soci di Radio Kaos Italy
Via Eugenio Torelli Viollier, 17 (METRO TIBURTINA FS)
www.radiokaositaly.com > web radio since 2009 😉

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“E’ arrivata la felicità”…

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“E’ arrivata la felicità”. No anzi. E’ arrivata una nuova fiction RAI tutta vedere e seguire con il sorriso.
Di Marcello Albanesi

Avverto subito. E’ vero, normalmente recensisco spettacoli di teatro o film.
‘Sta volta mi trovo, invece, a scrivere di una fiction televisiva.
“E’ arrivata la felicità”, in onda da giovedì 8 ottobre in prima serata su RAI UNO, di ben dodici puntate.
Il perché mi sono deciso a scriverne è presto detto. Del resto, recensire una fiction è un fatto insolito per me. Ma sono ben felice di farlo perché sono rimasto sorpreso nel constatare, minuto dopo minuto, che mi trovavo di fronte a qualcosa di completamente innovativo e diverso tanto da appassionarmi alla storia. E tutto questo mi ha spiazzato completamente, non ci sono abituato.
La prima cosa che mi è parsa di una novità sorprendente è che, incredibile, i personaggi parlano come noi esseri mortali terresti, tanto da risultare credibili e verosimili. Gli attori parlano, non recitano, senza i puntini di sospensione tra una frase e l’altra. Usano quelle espressioni quotidiane tipiche che tutti usiamo, sfondoni e parolacce comprese, perfette nel contesto. Come il vaffa di prima mattina con cui Orlando inizia la giornata scendendo dal letto dopo aver realizzato che quello di poco prima era solo l’ennesimo sogno. Eh sì, ci stava proprio tutto, povero! E, confesso, di essere rimasto io stesso stupito tanto da chiedermi: ma è veramente RAIUNO?
E non solo questo, certo.
Il figlio quindicenne Umberto si esprime si comporta e si muove esattamente come un vero adolescente. Incredibile, ma vero. Come del resto altri personaggi, le due gemelle figlie di Angelica.
E non è tutto. Ma andiamo in ordine.
La costruzione della storia è tutta basata sul flashback.
Angelica (Claudia Pandolfi) e Orlando (Claudio Santamaria) sono i protagonisti intorno a cui gravitano altre storie che si intrecciano tra loro.
Un po’ come in un confessionale dei tanti reality, i due si rivolgono -separatemente- al pubblico guardando in camera. Raccontano di quella che è stata la loro storia. All’inizio meravigliosa, sì, ma che poi diventerà un vero disastro. Un errore, la definiscono. E da questo confronto a tu per tu, a ritroso, si ricostruisce il tutto. Di come si sono conosciuti, di come il caso li abbia fatti reincontrare proprio quando pareva le loro strade si fossero divise grazie al Tango. Lo spettatore viene condotto per mano a sbirciare nelle loro vite; impara a conoscere le rispettive famiglie così profondamente diverse e il rotolo della matassa inizia a dipanarsi lentamente.
Orlando è stato lasciato, con due figli, dalla moglie (Caterina Murino) fuggita in Germania con l’amante tedesco e ne è ancora ossessionato. Angelica, divenuta vedova giovanissima con due gemelle a carico, si sta per risposare con un bell’uomo facoltoso, generoso e appassionato (Paolo Mazzarelli).
Tra le storie parallele, tra tutte, inevitabilmente, regna sovrana il legame di coppia tra la sorella minore di Angelica, Valeria (Giulia Bevilacqua) -incinta grazie alla fecondazione assistita avvenuta in Spagna- e Rita (Federica De Cola). Una coppia lesbica, quindi, costretta ad affrontare l’aperta ostilità omofobica della madre (Lunetta Savino) e del padre (Ninetto Davoli) che accondiscende tacitamente la moglie.
Una commedia sentimentale, questa, dal tono più che brillante, che mira non solo a intrattenere ma (credo e spero) a educare un pubblico semi addormentato da anni da una paccottiglia di series edulcorate, patinate e devianti.
“E’ arrivata la felicità”mira a mostrare la vita di tutti i giorni così com’è in alcune delle sue infinite sfaccettature in versione fiction -certo- ma pur sempre, in questo caso, vera.
Gli attori sono bravi, la regia è movimentata e la sceneggiatura è scoppiettante.
La novità come accennato, non è solo nel tono, nella recitazione, ma anche nei personaggi che, come la coppia lesbica, tende a portare nelle case degli italiani uno zoom che evidenzia la normalità di tante storie diffuse, sempre di più nel nostro Paese. Quelle storie che, in molti, ancora, vorrebbero far passare per astruse, sbagliate o malate e che -invece- sono assolutamente normali. Quelle storie che esistono che tanti vorrebbero fare di tutto che fossero e restassero invisibili, ma che ci circondano e sono intorno a noi e con noi.
La società cambia. Non è un’ovvietà, è una realtà che spesso non si vuole accettare.
“E’ arrivata la felicità”con il garbo che appartiene a Ivan Cotroneo, mira -dunque- a sdoganare quello che Italia si fatica a voler accettare. Coppia lesbica con figlio in arrivo compresa. Il sesso tra due persone (etero od omossesuali che siano) focoso (ben intuito e non mostrato); i turbamenti degli adolescenti alle prese con le prime tempeste ormonali. Le sconfitte amorose, che sempre segnano ma che fanno anche crescere. I confronti con le rispettive famiglie, da una parte una famiglia tipicamente destroide e omofoba, quella di Angelica che vive nel quartiere popolare di Testaccio, e quella di Orlando (Edwige Fenech, assillante ma divertente madre; Massimo Wertmuller, misurato e incisivo come sempre, nella parte del padre) benestante che vive sull’Aventino, super liberal fino all’imbarazzo.
Ecco, non fatico ad evidenziare come un prodotto come questo possa essere un vero successo. La penna creativa di Ivan Cotroneo è il deus ex machina di questa operazione supportata da Stefano Bises e Monica Rametta e dalla regia di Riccardo Milani. Viene da chiedermi del perché non ci siano più fiction di questa qualità. Un ottimo cast, bravissimi attori, un testo perfetto e una regia non monotona. Ma forse la risposta è proprio nella stessa domanda. E infine, l’ho solo su accennato sopra, c’è anche il Tango che è qualcosa di straordinario e da tanguero in erba lo posso ben dire. Fatto, prima ancora che di passione, di “abbraccio” e… Ma del Tango scriverò in un’altra occasione. Per ora godiamoci questa nuova fiction.

Dal 5 Ottobre si parte con tante novità!

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L’estate è finita ma per fortuna Lunedì 5 Ottobre comincia un’altra grandiosa stagione di Radio Kaos Italy che vi terrà compagnia con della musica di alto livello e degli speaker che spaccano!
Allora, volete organizzarvi la settimana in base alle trasmissioni, giusto? Allora dite al vostro capo, alla vostra fidanzata e al campionato di calcio che in un certo orario siete impegnati con noi perché trasmetteremo:

Lunedì
>> L’ALMANACCO DEL RISVEGLIO (ore 15-16)
>> FOOTBALL (ore 16-17) in cui anche gli appassionati di calcio e sport in generale possono godere di informazioni e divertimento
>> LA MAUVAISE REPUTATION (17-18), programma di musica alternativa presentato in francese, tratta argomenti di natura pornografica con due speaker che probabilmente si drogano.
Da non ascoltare.
>> ON MY RADIO on air (ore 18-19) con DJ MR BENNY speaker e autore dei mix Ska Rocksteady Early Reggae Two Tone
>> BAD MEDICINE (ore 19-20) di Olivia Balzar vi darà la carica con del sanissimo rock’n’roll
>> AIDONTBELIVIT (ore 20-21) vi sconvolgerà la serata… Non crederete alle vostre orecchie!
>> AUDIO VIDEO DISCO (ore 21-22) in compagnia di Ema e Fede, simpaticissimi ed estremamente amanti della musica
>> FLAIR PEOJECT (ore 22-23) in compagnia di bartender professionisti che sveleranno i segreti del buon bere
>> TIPS (23-00) un viaggio continuo e “worldwide” attraverso le storie, le atmosfere e le contaminazioni musicali

Martedì
>> CONTROCORRENTE (ore 15-16) darà voce agli ascoltatori che possono interagire e andare… Controcorrente!
>> ON BOARD (ore 16-17)
>> 45SEKKI (ore 17-18) col Drastiko, la sua musica e i suoi super ospiti
>> DISC DELIRIUM (ore 18-19) è la trasmissione in inglese che vi parlerà di musica, di cinema e TV cult, accompagnandovi verso un altro livello di percezione in un più totale disc delirium!
>> BEERADIO (ore 19-20)
>> NEWS DEL KASCO (ore 20-21), la raccolta di tutte le news curiose, i sondaggi, e i pensieri degli ascoltatori
>> WHITE CANOTTA (ore 21-22)
>> TOTALLY IMPORTED (ore 22-23) soul, funk, jazz, afrobeat, electronic vibes e rarities; perle nascoste del passato alternate a novità del panorama musicale indipendente, tutto rigorosamente d’importazione
>> INDIELAND (ore 23-00) a darci la buonanotte c’è la musica “oltre i soliti giri” con Simone Mercurio

Mercoledì
>> 100° DI LIBERTA’ (ore 16-17)
>> FATTORE C (ore 17-18) che sa tutto, ma proprio tutto di ciò che c’è aldilà del mainstream e dell’indie
>> ASTARBENE (ore 18-20) in cui i paladini del reggae vi faranno scoprire le migliori tunes, tutte le novità, i concerti e gli eventi della capitale
>> EL MONO (ore 20-21) con la fantastica Amparo che ci porterà nelle zone da noi inesplorate della migliore musica sudamericana
>> OPEN SPACE (ore 21-23) è la vetrina offerta agli artisti di qualsiasi campo; dalla musica al teatro, dal cinema alla televisione, passando per le webseries e molto altro
>> ATAUD (ore 23-24) è il programma fatto di sonorità scure e maledette, con approfondimenti, classifiche, news, interviste, live e dj set

Giovedì
>> INDIESPONENTE (ore 16-17)
>> 45 SEKKI (ore 17-18)
>> ALT! (ore 18-19) con il meglio della musica indipendente e alternativa e tanti ospiti
>> 5 BY DAN (ore 19-20) 5 proiettili selezionati dal guru della musica alternativa Daniel C. Marcoccia direttore della webzine RockNow ed ex “capoccia” della rivista Rock Sound…vi basta?
>> PULP (ore 20-21) di Maurizio Narciso, l’enciclopedia musicale che darà un po’ di sano spessore e contenuto alle chiacchiere di Claudia
>> ALL DAY & ALL OF THE NIGHT (ore 21-22) è un viaggio nel rock, per vecchi e nuovi hippy
>> RADIO SUA MAESTÀ (ore 22-23)è il baraccone di ottima musica e riflessioni su tutto ciò che piace ai giovani e ai meno giovani. Cinema, teatro, letteratura, fumetti e quest’anno anche una sapida rubrica di cucina
>> #VINOPOP (ore 23-24) Adua Villa ci accompagna alla scoperta del buon vino.

Venerdì
>> ROCK’N’BIKE (ore 15-17) è la trasmissione che vi farà pedalare. Ogni puntata 2 ospiti, 2 playlist ed un percorso diverso tra i monumenti più belli della Capitale; il tutto sulle bici elettriche di E-SmartBike.
>> ENJOY THE TRIP (ore 17-18) parte dalle derive sperimentali del pop, passa per il rock e il jazz, affonda nell’elettronica e riemerge nel soul, galleggiando tra trip hop e hip hop
>> ELECTRIC LOREM (ore 18-19) è un progetto radiofonico dedicato al mondo delle Netlables, Etichette, artisti emergenti e amanti della musica elettronica più ricercata
>> TDCS (ore 19-20) è tutto electronic, lithe club, techno, UK garage, bass, IDM, experimental
>> BAD SELECTION (ore 20-21) per chi vorrebbe ascoltare dall’elettronica all’alternative, con novità, gossip ed eventi
>> METROPOLIS ON AIR (ore 21-22), la trasmissione in cui linguaggi dell’architettura, della musica, del cinema e dell’esoterismo s’intersecano nella comunicazione metropolitana e costituiscono l’imprinting del programma.

Siamo stati esaurienti? Organizzatevi che tra poco si comincia! Al 5 Ottobre!

IO E LEI. Perché l’Amore è semplicemente Amore.

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di Marcello Albanesi.

IO E LEI sarà la commedia sentimentale dell’anno, c’è da scommetterci. Nelle sale, finalmente, da domani 1° ottobre 2015, dopo una lunga campagna stampa doverosa per un film che parla senza mezzi termini di Amore omosessuale tra due donne. Un amore Lesbico, dunque. Usiamo le parole per quello che sono, senza imbarazzo di alcun tipo. Perché (riferendomi a una battuta del film) dire, scrivere ma soprattutto essere Lesbica non è una vergogna (principio che vale per ogni tipo di orientamento sessuale, del resto!). E diciamo anche subito che non ci sono scene bollenti: niente nudi, niente sesso. Solo -a volte- quei baci dolcissimi, veri scambi d’Amore e di un’intimità presenti in (quasi) ogni coppia.
Da tempo escono articoli e interviste alla regista Maria Sole Tognazzi e alle attrici protagoniste, Margherita Buy e Sabrina Ferilli. E poiché la tematica, come detto, è l’Amore omosessuale, molta stampa si è sentita in dovere di porre domande sulla sessualità non dei personaggi, ma proprio delle attrici e della regista. In quel perfetto stile italico, sempre in bilico tra l’ipocrisia e la morbosità. Saranno lesbiche? Avranno o no vissuto amori o storielle saffiche? Tutti a cercare di carpire qualche inconfessabile segreto per fare magari il lancio sulla propria testata e lucrare stuzzicando gli appetiti di un pubblico famelico. Questo accade ogni qualvolta un attore scelga di interpretare un ruolo di una persona omosessuale. Eppure, io non ricordo che qualcuno durante una conferenza o un’intervista abbia mai chiesto a un interprete di un serial killer, se avesse mai ucciso nella sua vita. Per i ruoli di personaggi omosessuali sembra essere diverso. Così è. Frutto anche di questi tempi a dir poco bizzarri che vedono un mondo andare avanti a grandi passi e un’Italia affondare nelle proprie sabbie mobili. Così da una parte abbiamo un’Europa che ci spinge a risolvere -con tanto di multa milionaria da pagare- l’annosa e urgente questione del Matrimonio Egualitario con tutti i Diritti annessi e, dall’altra, un’Italia politica che traccheggia, prende (perde) tempo pur di mantenere il proprio potere ben saldo. Un lunga premessa questa non necessaria ma indispensabile per parlare di questa pellicola. Riscrivere solo le semplici trame non è affar mio. Andare oltre, invece sì.
Dunque, IO E LEI è una commedia sentimentale, come sottolinea la stessa regista.
Ed è vero. Si ride, si sorride, ci si commuove. Tutto scorre fluido fino ai titoli di coda.
Marina (Sabrina Ferilli) e Federica (Margherita Buy) sono due donne, non due ragazzine, ben affermate da un punto di vista professionale. Profondamente diverse per storia e origini. Ognuna con il proprio passato. Sono innamorate e da anni convivono felici. O almeno fino a quando Federica, per una serie di motivi, mette tutto in discussione.
Maria Sole Tognazzi sceglie di portare sul grande schermo la normalità, la quotidianità di una coppia che vive nel proprio agio in una società che -almeno in apparenza- l’accetta. E’ quella quotidianità fatta di piccoli gesti fatti con Amore che rendono la coppia tale. Ed è questo uno dei punti focali del film. Il fatto che una coppia omosessuale possa vivere come qualsiasi altra coppia quelle dinamiche tipiche di due persone che scelgono di condividere la propria vita. Perché l’Amore è sempre e solo Amore. Non esiste un appannaggio etero. Esiste -lo ripeto- solo l’Amore.
Ma non è tutto rosa e fiori. IO E LEI con grande delicatezza e garbo, e intelligenza, fa entrare in scena anche un altro protagonista, decisamente più subdolo ma di un certo peso: l’omofobia interiorizzata.
Federica/Buy incarna perfettamente una di quelle, ancora tante (troppe) persone che non riescono a vivere serenamente il proprio orientamento sessuale. Federica appartiene a quella schiera di persone che si vedono costantemente osservate e quindi giudicate per solo fatto di essere omosessuali. Soffrono di quell’inadeguatezza, di quel male che come un tarlo prima o poi le consumerà se non affrontata e superata. E senza retorica, questo tipo di omofobia, non nasce da sé. E’ solo il figlio di una a-cultura omofobica strombazzata, incentivata e legittimata ogni santo giorno da certa politica e religione e stampa. Quando si vive in Paese (laico, sic!) dove esiste un pressing assurdo contro la comunità Lgbtq per i motivi più diversi, quando si cresce con l’incubo di essere sbagliati, malati, depravati o addirittura ‘intrisecamente disordinati’, ecco… è possibile finire come Federica. Sì. E possibile.
“E poi… io non sono lesbica. Prima di te non ho mai amato nessuna donna!” Esclama durante un litigio acceso con Marina/Ferilli. E proprio Marina, più dolorante che arrabbiata le fa notare “Ma non vedi come lo hai detto, con quale schifo lo dici. Non c’è niente di sbagliato nell’Essere Lesbica.”

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Ecco allora che IO E LEI non è solo una commedia sentimentale per ridere (e le battute sono fulminanti e alcune davvero esilaranti) e/o commuoversi, ma è anche una commedia che fa pensare. Fa politica. Ed è importante che lo faccia. Ne abbiamo un gran bisogno di film così che rappresentino le coppie omoaffettive per quello che sono: persone che si amano e non chissà quale pericolo per l’umanità (la famigerata e inesistente teoria gender, docet).
Ed è qui che tutte le mie lodi vanno alla sceneggiatura firmata da Ivan Cotroneo e Francesca Marciano insieme alla stessa regista. Perché non era facile fare un film di questa portata, che affrontasse con tanta “normalità” l’omosessualità, meno che mai quella femminile. Perché, è noto, questa non è mai stata presa in considerazione, come non esistesse; del resto non è mai stata legata a un reato penale come per quella maschile. Non era facile, davvero. O meglio, non era facile fare un film così… in Italia. La scrittura rivela la Vita com’è in queste situazioni; i dialoghi sono assolutamente credibili, le battute geniali (quella di Anna dei Miracoli è fulminante). Si ride e la romanità esplosiva della Ferilli ci sta tutta – mai volgare, mai trascende- così come il suo essere sempre presente e ancorata a terra, in perfetta antitesi rispetto a Federica/Buy sempre un po’ svagata e sulle nuvole.
Tutto si gioca in un perfetto equilibrio.
Anche il resto del cast (Ennio Fantastichini domina) è assemblato in maniera impeccabile. Una nota di merito (ché non lo fa nessuno) alla Produzione e Distribuzione senza di loro ogni sforzo sarebbe stato vano. Dunque IO E LEI è un film da vedere Un film pulito. Un film per tutti. Un film sentimentale. Una commedia. Un vero film politico.

[Kaos Live Report] Sponz Festival

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CALITRI SPONZ FEST 2015
di Simone Mercurio

Sono passate le tre di notte, siamo madidi di sudore, “sponzati” come si dice da queste parti, dopo una sequela di balli bizzarri e musiche per noi, fino a quel momento, lontane un bel po’ dai nostri usuali ascolti.
Marcette, polke, mazurke, fox-trot, tarantelle irpine e…quadriglie batticulo. Qui molto in voga, eh si. Sonorità che, se ci avessero detto una settimana prima che avremmo ascoltato e ballato avremo presi per matti i profeti di tale “sciagura”. Eppure, eppure.

Descrivere dall’interno lo Sponz Festival diretto per il terzo anno consecutivo da quel geniale folle visionario di Vinicio Capossela rischia di essere un’avventura.
Sette giorni dal 24 al 30 agosto per un percorso itinerante all’interno di una Irpinia (alta) bellissima e suggestiva come mai avremmo creduto. Cominciamo dalla fine, dall’ultimo atto nella notte tra il 30 e 31 agosto 2105 di questo straordinario Sponz Festival dal quale ci stiamo riprendendo soltanto adesso a più di dieci giorni dal suo termine.
Evento conclusivo che si svolge sulla rupe più alta di Cairano, ovvero il Paese dei Coppoloni (Ed. Feltrinelli; 352 pp; 18 euro) che da il titolo all’ultimo libro di Capossela.

Balle di fieno come spalti, palchetto in legno. Vinicio intervista a distanza attraverso Skype il matematico Piergiorgio Odifreddi che per motivi personali ha dovuto declinare la sua presenza fisica al festival. Il pubblico, molto del quale ha seguito per tutta la settimana lo Sponz e con il quale si è man mano creata una sorta di comunità, è rapito.
A seguire arrivano i fiati macedoni di King Naat Veliov & Kocani Orkestar accompagnata anche dal liuto del greco/cretese Psarantonios, mai così a suo agio come nella rupe di questo sperduto borgo meraviglioso della nostra Italia. Vinicio sale sulla trebbiatrice volante al fianco del palco e legge e canta alternando stralci dal suo libro a suoi brani musicali.

LA TREBBIATRICE VOLANTE
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La trebbiatrice volante, la vedete nelle foto, è stata la protagonista immancabile di tutti gli eventi di questo Sponz. “Il trionfo dell’inutile” l’ha definita Capossela dal vivo e nel suo stesso libro. Un’opera artistica surreale, una trebbiatrice reale coperta dal legno e sormontata da una bicicletta senza ruote che fa girare una specie di piccolo mulino animata da uno dei personaggi surreali e quasi felliniani, protagonisti “chiave” di questo libro e dello Sponz: il Tenente Dum, che dall’alto pedala e muove le braccia come per spiccare in volo. Mentre Vinicio lo guarda, lo indica, gli sorride.

Un percoso musicale, popolare, poetico e antropologico alla ricerca e alla scoperta allo stesso tempo di culture antiche, che sono nuove e si rinnovano. Il filo conduttore del viaggio-Sponz parte e prende spunto, come detto, dall’ultimo libro di Capossela. Quel “Paese dei Coppoloni” già premiato al Premi Strega che racconta attraverso luoghi, personaggi, storie, suoni, parole e racconti quella sorta di farwest che è l’alta Irpinia, sconosciuta ai più, tra i meravigliosi e pittoreschi comuni di Calitri e Andretta, luoghi di nascita dei genitori di Vinicio, e poi la vicina Aquilonia, Conza di Campania fino alla già citata Cairano “monte Olimpo irpino” – come lo stesso Capossela lo definisce – una sorta di “stella cometa al contrario distesa sul promontorio” alto più 800 metri: il paese dei Coppoloni appunto.

“Tutte strun***e” ci dice, sorridendo sornione Giovanni, il vecchio proprietario del piccolo bar vicino al Municipio di Cairano, per poi ammettere “Cioè è vero il fatto dei coppoloni, ma è un po’ romanzato. Mettevamo questo cappello quando c’era la nebbia perchè ci dava la senzazione di starne al riparo proteggendo vista e orecchie”. “Ci chiamano così per via del cappello che alcuni di noi mettevano quando c’era la nebbia” Ci dice mentre a mezzanotte passata attende la fine dell’ultimo reading/concerto di Vinicio Capossela accompagnato dalla banda si fiati dalla Macedonia. Vinicio“il re delle botti” lo definisce Giovanni, ha reso popolari col suo libro queste zone e portato qualche migliaio di turisti in più in queste zone durante il suo festival, sino al culmine col concertone, la Notte d’Argento che hanno celebrato i primi venticinque anni di carriera, di “sposalizio con la musica” per dirla con Capossela. Ma ci torneremo sul finale di questo reportage allo splendido concerto finale nella stazione dismessa di Conza-Cairano-Andretta.

I “coppoloni” di Cairano sono 330 abitanti, disabituati ai “forestieri” come la maggior parte degli abitanti di questi luoghi, turisti che vengono accolti qui in Irpinia come dei re. Disponibili, ospitali, accoglienti, la popolazione irpina è la vera protagonista di questo Sponz.
Gli orari sono da perdita totale degli ordinati bioritmi di chi scrive, già di suo parecchio anarchico in quanto cadenza giorno/notte. Si va dal tramonto all’alba, sul programma dello Sponz non ci sono orari per i vari eventi segnalati soltanto con “tarda mattinata” “tardo pomeriggio”, “ al tramonto” “con la luna alta”. Tempistiche certamente non abitudinarie in primis per gli abitanti (spesso anziani) di queste piccole comunità coinvolte.

ANDRETTA E CONCERTO ALL’ALBA
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La carovana del terzo Sponz è partita lunedì 24 agosto prima dalla vallata del Formicoso, un altopiano che si trova nei pressi di Bisaccia e Andretta. circondati da migliaia di pale eoliche e con l’esplosiva Fanfara Tirana protagonista del concerto all’alba che ha inaugurato l’edizione 2015 del Calitri Sponz Fest . Majorettes, organettisti, banda del paese di Andretta, dal Messico i Mariachi Metzcal e la Fanfara Tirana in concerto all’alba nella vallata del Formicoso. Una terra liberata questa del Formicoso. Lunghe battaglie della popolazione, affiancata dallo stesso Capossela. Perchè in quella bella spianata volevano fare una discarica ai tempi del quarto governo Berlusconi. Avevano inviato perfino l’esercito per realizzare quel progetto e “proteggere” quella radura dalla sua stessa popolazione che la voleva libera.

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Proprio al Formicoso, da questo luogo simbolico e suggestivo, circondati dalle sconfinate vallate irpine, dalle colline, dai campi a perdita d’occhio e dominata in lontananza dal monte su cui domina il paese di Andretta, si da il via al lungo cammino-festival-rassegna-spettacolo-carovan-circo di Vincio che con un lanoso copricapo serbo, recita, canta e lancia la settimana di Sponz.
C’è il palco, c’è la trebbiatrice volante che viene “svelata” al pubblico e c’è Vinicio con la Fanfara Tirana a scaldare l’ambiente poco prima dell’alba.
Vincio stesso al sorgere del sole scende davanti al palco in mezzo al suo pubblico e si mette a “pogare” le musiche della Fanfara. Fino a cadere per terra stremato, ma protetto dai suoi fan e dagli amici che gli fanno da cordone

Se c’è una cosa di particolare e unico in questo festival, rassegna o kermesse che dir si voglia è che si tratta di qualcosa di realmente mai visto e difficile di spiegare. C’è un artista, un cantautore tra i più importanti dela sua generazione che ha origini in questi luoghi, in cui da giovanissimo ha vissuto le estati muovendo i primi passi musicali e innamorandosi di certi suoni, di quel “popolare” che spesso in tanti tendiamo a snobbare. La banda del paese o l’orchestra della processione. L’orchestrina che suona liscio al matrimonio, l’organettista e il violinista che suonano liscio e polke ai veglioni, perfino il “matto” del villaggio, il contastorie ha il suo spazio e viene nobilitato e fatto arte e poesia in questo festival, nel libro e nella stessa musica del “maestro Vinicio”. Con questo festival Capossela festeggia i 25 anni di carriera e i primi 50 anni di vita. Questo festival sembra la rappresentazione plastica che chiude il cerchio e rende vivo, vivido e visibile questo quarto di secolo di musica e parole dell’artista irpino.
Siamo tutti abituati a festival musicali con uno o più palchi per ospitare nomi altisonanti della musica. Concerti “classici” che si susseguono uno dopo l’altro. Ecco lo Sponz non è nulla di tutto questo.

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Lo Sponz è come una sorta di Cammino di Santiago musical culturale. A tappe, senza palco o quasi, per le strade, tra la gente, a dorso di un muloo trainati da una ruspa o da una trebbiatrice. Nei luoghi spirituali come la Badia di San Vito nei pressi di Aquilonia, “terra di frontiera” spiega Vinicio con la Basilicata. Qui sorge anche la grande quercia.

E proprio sotto al maestoso e grande albero secolare si susseguino artisti popolari che cantano e suonano le loro canzoni i loro ritmi. Ci sono i Makardia nati nel 2011 tra Aquilonia e la vicina Lioni, capitanati dalla voce di Filomena D’Andrea, con Virginio Tenore e Amilcare D’Andrea. C’è ancora la Fanfara Tirana, ci sono i Mariachi con i loro costumi e le loro chitarre. Ma non sono veri concerti quelli di questo festival. La musica è musica per pensare e per ballare, per fare comunità. Musica per accompagnare letture, pranzi sulle balle di fieno, chiacchiere e scambi di battute tra la carovana errante che ha deciso di seguire Vinicio in questo percorso “per recuperare i Siensi, il buon senso perduto nel rapporto con natura. – ha spiegato Capossela stesso alla sua maniera – Camminare ben accompagnati è una grande occasione di pensiero. E’ l’occasione buona per abbandonare la condizione di sedentari e prendere quella del nomade. Nomadi di breve corso, ma nomadi, in una sacca di tempo al riparo del tempo. (…) – dice ancora – Questo è il tempo che vi proponiamo di prendervi in questi sette giorni, il tempo della ri-creazione del mondo. Auscultate voi stessi – continua ancora Capossela – percorrendo una terra antica. Banchettatela insieme, ballatela, bevetela, pensatela, in comunione, come un simposio. ”. Parola di Vinicio. E per chi come noi ha vissuto quest’esperienza è davvero una sensazione particolare.

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NOTTE D’ARGENTO

Unica concessione a un concerto più o meno “normale” è quello della penultima serata dello Sponz 2015, sabato 29 agosto.
Si festeggia, come dicevamo, il quarto di secolo di carriera musicale per Vinicio e allora si fanno le cose in grande. La location della serata è quella di una vecchia stazione dismessa che il cantautore dal palco chiede che venga riaperta, perchè trattasi di importante snodo per chi vive in questa zona piuttosto isolata d’Italia, alle falde del monte sovrastato dal mitico paese di Cairano.
Il palco questa volta è grande, quello delle grande occasioni con tanto di torri laterali e sponsor alcolico in bella vista di una nota marca di tequila. Unico sponsor del festival ci dicono, oltre i contributi europei ricevuti per la realizzazione di questa settimana che certamente valorizza e incrementa il turismo di questa dimentica (spesso) parte di Campania.

ll concerto è a pagamento mentre il resto della settimana i vari venti erano gratuiti.
Si paga però soltanto 15 euro per un concerto che inizia alle 10 di sera e che – lo diciamo subito – terminerà alle 5.30 della mattina successiva. Sette ore di show, spettacolo in cui il mattatore e festeggiato Capossella sfoggia tutto il suo guardaroba di abiti e cappelli di scena. O almeno così credevamo. Perchè, interpellati da noi, più di un abitante, barista o negoziante di Calitri dove Capossela ha preso casa e vive durante l’inverno, ci ha confessato che anche in giornate ordinarie il suo look non cambia affatto “Anche quando viene a fare la spesa viene con poncho o colbacco, magari accompagnato dal suo cane Crocco, un bastardino che tiene legato ad una corda anziché ad un guinzaglio”. Tant’è.

Lo show intervalla due canzoni di Vinicio e due/tre dei suoi ospiti amici. Sia alternano gli artisti già nominati. Guest star della serata il grandissimo Howe Gelb che canta tre canzoni della sua discografia solista post Giant Sand e poi suona la chitarra durante l’esibizione successiva di Vinicio con la formazione texana dei Los Texmaniacs.

Vinicio per una brutta laringite che ha cercato di curare non ha la sua voce al massimo della potenza, ma è generoso e da grande animale del palcoscenico da tutto se stesso sul palco. “Mi hanno punturato per bene prima del concerto “ si scusa quasi col pubblico, oltre diecimila persone, che lo applaude. Come nella migliore delle tradizioni delle feste tra amici musicisti e delle jam improvvisate, i brani singoli si mischiano a lunghissime parti strumentali in cui si fondono diverse scuole e culture musicali. Dall’elettrorock di Gelb al mambo dei Texmaniacs, ai mariachi (“Non può esserci una festa senza Mariachi!” esclama il nostro) fino al folk più popolare della meravigliosa Banda della Posta.

LA BANDA DELLA POSTA & VINICIO
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Merita una citazione a parte questa formazione, che altro non è che un’orchestra di anziani musicisti che si esibiva in matrimoni locali e si esercitava provando la sua musica nel giardino di Calitri davanti all’ufficio postale. Un’orchestra che ripropone un repertorio popolare fatto di quadriglie, mazurke, polke, valzer e tarantelle degli anni ’20 e ’30.

Il gruppo oggi è persino prodotto da Vinicio Capossela, che pubblica per la sua etichetta La Cupa il primo album della formazione campana. Non solo, trattandosi di eccezionali e bravi musicisti Vinicio li ha istruiti e gli ha fatto imparare e suonare il suo repertorio, portandosi poi l’intera anziana formazione di ultrasettantenni in tour con lui attraverso l’Europa a suonare i suoi brani. E la Banda della Posta accompagna Vinicio nella parte centrale di questa lunghissima maratona musicale in cui un generoso Capossela cede il suo pubblico anche a diversi e folkloristici personaggi di queste terre citati sul suo libro.

Da Ciccillo Di Benedetto lo storico cantante-ristoratore citato nella canzone Al veglione che apre la serata a l’omerico Testa di uccello, cieco e veggente, profetico e racconta storia che Capossela rende felice concededogi una buona ventina di minuti sul palco.

Pausa vocale che serve al “nostro” per preparare l’ugola al gran finale dello show.
Intorno alle 4.30 del mattina oltre metà della platea cede, crede che lo show sia terminato dopo “appena” sei ore di musica, il palco sembra spegnersi e i fonici provano a lanciare musica da deflusso del pubblico. Niente da fare. Vinicio risale sul palco spiazzando i tecnici con Mariachi e Texmaniacs e urla “Vogliamo premiare chi resiste, resistendo anche noi fino all’aba sul paese dei coppoloni!”, scandisce osservando davanti a se e alle spalle del pubblico il monte con in cima Cairano e il cielo che comincia a schiarirsi. L’atmosfera è decisamente magica e più intima con la platea dimezzata e in un finale totalmente improvvisato. Almeno così ci appare. Dietro al palco osserviamo una luna piena che cala, mentre dalla parte opposta il cielo si va rischiarando preparandosi al sole. Con il brano Ovunque Proteggi si accoglie l’alba e i lunghi e commossi ringraziamenti di Vinicio Capossela fanno da titoli coda su questa splendido Sponz 2015.

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[Kaos Live Report] Zurich OpenAir

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Zurich OpenAir: cala il sipario sulle rassegne estive.
di Antonio Cammisa

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Con l’Openair di Zurigo si chiude la stagione estiva delle grandi rassegne musicali.
Per me è stata la prima volta in un festival svizzero e francamente non sapevo di preciso cosa aspettarmi, certo la line-up era molto varia e a colpirmi sono stati subito nomi come Tame Impala, Interpol e Fatboy Slim e così decido di richiedere un accredito a nome di RKI.
Pensando alla Svizzera le prime cose che ti vengono in mente sono il cioccolato e la Street Parade, ma da 5 anni si tiene anche questo festival appena concluso di cui vi parlerò in breve.
Confesso di non sapere bene come impostare questo articolo perché questo festival mi ha convinto solo a metà, ma andiamo con ordine: arrivo a Zurigo il 26 Agosto, giorno di inizio della rassegna elvetica e mi reco a ritirare l’ accredito.
Quello che mi colpisce, cosa abbastanza scontata visto che siamo in Svizzera, è la precisione e puntualità dei mezzi per raggiungere la location.
Il festival si tiene nei pressi dell’aeroporto cittadino in un enorme distesa di prati e terra (per fortuna a differenza degli anni precedenti non ha piovuto).
L’ allestimento è abbastanza scarno, c’è un solo vero e proprio palco convenzionale, a contorno del quale ci sono 3 grossi tendoni da circo che rappresentano gli altri stage. Infine c’è Cube Stage un grosso cubo dentro il quale si accalcano gli amanti della dance.
La maggior parte degli stand sono dedicati a cibarie etniche di ogni dove, mentre sono ben pochi quelli strettamente correlati alla musica.
Ad illuminare l’ enorme area ci sono della file di luci (anche un po tristi se vogliamo) in perfetto stile circense.

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Ma ora torniamo alla musica; come dicevo non mancano grossi nomi pescati tra quelli più in voga della scena rock-indie internazionale, ma siamo pur sempre in Svizzera è si sa che il rock da queste parti non rappresenta la massima passione per gli svizzeri. A completare la line-up infatti c’è una sfilza di nomi provenienti da quell’elettronica non sempre raffinata e in alcuni casi davvero un po’ “truzza”.
Il 26 è la prima giornata del festival e attesissima è l’esibizione degli Alt-j. Non mi sento di dire che la loro è stata una performance memorabile primo perché non sono mai stato un loro grande fan e in secondo luogo ammetto che sono stati penalizzati dall’orario ancora diurno che ha reso del tutto vano il loro spettacolo di luci. Voto 5.
Verso le 20:30 nel Tent stage invece è stato molto piacevole il concerto di Asgier con il suo folk melodico che viene dalla fredda Islanda. Voto 7.
Headliner della prima serata sono i The Libertines, band inglese che non rimarrà nella storia se non per il nome del “gossippato” Pete Doherty. Concerto appena sufficiente dal sound tipico delle band inglese un po’ casinare. Voto 6.

FOTO THE LIBERTINES

Il secondo giorno do forfait snobbando non senza qualche rimpianto i Tv On The Radio e gli Stereophonics.
Il 3° e 4° giorno si entra nel vivo del festival e cerco di non perdermi neanche un concerto anche se sabato 29 è stata dura raggiungere Glattburg perchè nel centro di Zurigo c’era davvero il delirio per la Street Parade che ha paralizzato la città con il suo milione di partecipanti. Questo a conferma di quanto dicevo in apertura riguardo la connessione tra Zurigo e la musica elettronica.
Venerdi 28 raggiungo la location del festival e mi precipito subito nel Tent Stage ad ascoltare i Balthazar, gruppo belga a mio avviso molto piacevole che non è però ancora riuscito a raggiungere la dovuta fama. Finito questo concerto per me inizia l’attesa per gli Interpol, ma c’è un piacevolissimo intermezzo in cui mangio un panino ascoltando i Seed che, anche se sono lontanissimi dai miei gusti musicali, devo dire hanno un impatto live davvero impressionante.
Intorno alle 23 mi reco nuovamente sotto il tendone Tent Stage per piazzarmi nelle prime file e con notevole sorpresa mi accorgo che non c’è ressa. La gente si è spostata nelle aree dance e per gli Interpol ci sono i veri rockettari del festival. Mi sento più a mio agio tra loro. Tempo mezz’ora e, come sempre elegantissimi fanno il loro ingresso sul palco gli Interpol. Un’ora e mezza circa di live preciso e potente in cui Paul Banks tiene botta con la sua voce cavernosa. Nota per i detrattori: non stecca affatto, ma confesso che in chiusura All The Rage Back Home sembra non essere alla portata delle sue corde vocali. Finito il concerto il sottoscritto riesce anche a recuperare una reliquia: un plettro di Paul Banks !!! Voto 8

FOTO INTERPOL

Dopo gli Interpol si chiude praticamente la parentesi rock pura della giornata e si riparte di elettronica. Tra tutti scelgo ovviamente Fatboy slim. Live impressionante, ha praticamente schiaffeggiato il pubblico con tutti i suo pezzi più noti e un visual da paura. Voto 9
Per me la giornata potrebbe chiudersi anche qui essendo davvero soddisfatto da questi due live, ma decido di tirar tardi per non perdermi verso le 3:30 i Siriusmodeselektor. Non mi convincono molto, ma confesso che hanno attirato un casino di gente. Voto 6,5.

FOTO FATBOY SLIM

Eccoci a sabato, ultimo giorno. Sveglia tardi e colazione guardando in tv la diretta della Street Parade….il caos!!! Indeciso se andare in centro a ballare o raggiungere l’ OpenAir vince la mia vena rockettara e seppur tardi mi trovo in perfetto orario per gli Hot Chip. La loro è davvero una bella commistione tra indie ed elettronica. Voto 7.
Alle 22 in punto è la volta dei Kasabian. Non li avevo mai visti dal vivo e forse li avevo sempre snobbati anche perchè non mi entusiasmavano su disco, ma vederli sul palco è tutt’ altra cosa. Suoni potentissimi e davvero un ottima presenza scenica. Voto 7.
Tuttavia le vere star dell’ ultima giornata sono i Tame Impala. Ero davvero curiosissimo di vedere un loro live e devo dire che non hanno deluso affatto le mie aspettative. A mio avviso il concerto di questi freakettoni australiani rappresenta l’apice del festival. Una set list di circa 15 pezzi introdotta dalla splendida Let it Happenen, singolo dell’ultimo album Currents performato quasi per intero insieme alle più note hit dei due precedenti album. L’atmosfera che riescono a creare questi australiani è davvero onirica e entusiasmante al tempo stesso. Nella loro musica c’è un misto di psichedelia e dream-pop il tutto farcito di proiezioni ipnotiche. Voto 9

FOTO TAME IMPALA

Durante la serata pensavo che nonostante ci fosse la Street Parade e i numerosi after party correlati, al festival c’era più gente dei giorni precedenti e introno all’ 1 capisco il perchè: il live di Paul Kalkbrenner che da queste parti è un po’ come i Rolling Stones per gli inglesi. Letteralmente il delirio, senza dubbio il live con il maggior numero di pubblico in tutta la durata del festival. Il tedesco è costretto a due bis che gli fanno sforare l’orario sul programma. Ascoltare dal vivo il brano Aaron però confesso che è un esperienza memorabile. Voto 7
Dopo Kalkbrenner tutti sono caldi nonostante i prezzi altissimi al bar e l’epilogo è l’esibizione di Skrillex. Ora qui devo dire che sono rimasto sconvolto da quanta gente si è letteralmente fiondata nel Tent Stage. Il ragazzetto entra sul palco con effetti speciali quasi cinematografici ma personalmente, a parte questi fronzoli scenici, confesso che non mi è piaciuto affatto. Musica troppo commerciale e troppi teenagers e truzzi che ballavano mentre io mi chiedevo cosa ci facessi lì. Decido che la mia esperienza può chiudersi qui, torno a casa dando riposo ai miei timpani in un tram silenzioso riflettendo sul fatto che in Svizzera Kalkbrenner porta il doppio del pubblico degli Interpol e Skrillex il triplo dei Tame Impala……Paese che vai usanza che trovi !!!

PIOTTA, THE NIRO E OTTO OHM a IO SUONO CON DAMIANO 2015

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“Io Suono con Damiano” quest’anno compie sette anni e per l’occasione il festival è “maxi”. Saranno infatti tre gli ospiti della VII edizione del festival musicale gratuito, nato per ricordare il musicista Damiano Malvi giovane musicista di Campo di Carne, allievo del Conservatorio di Latina e docente presso la scuola media “Volpi” di Cisterna, scomparso il 14 maggio 2009 in un tragico incidente stradale.
Sabato 5 settembre il rapper Piotta, il cantautore The Niro e la band Otto Ohm saliranno sul palco del campo sportivo “G. Buzzi” di Campo di Carne per un live tutto romano. Radio Kaos italy sarà official partner dell’evento.
Di seguito qualche informazione sugli artisti presenti al festival:

Piotta – nome d’arte di Tommaso Zanello, è un rapper romano che ha raggiunto il successo nel 1998 con la hit “Supercafone”, per poi continuare a mietere successi soprattutto con hit estive come “La mossa del giaguaro” e “La grande onda”. Negli anni Piotta ha maturato una forte consapevolezza musicale che lo ha portato ad abbandonare le musicalità scherzose per abbracciare tematiche più toste e vicine al mondo della strada. Per questo non chiamatelo più “Er”. Attualmente Piotta è impegnato in un intensa attività live a seguito dell’uscita del suo ultimo album, Nemici, che presenterà anche a Io Suono con Damiano.

The Niro – cantautore polistrumentista romano, Davide Combusti è attivo sul panorama italiano dal 2008, la sua musica prende spunto da artisti come Radiohead e Jeff Buckley e può vantare una carriera giovane, ma già ricca di successi. The Niro ha diviso molti palchi con grandi nomi della musica internazionale come Deep Purple, Amy Winehouse, Lou Barlow. Ha all’attivo 4 dischi, di cui tre in inglese (The Niro, Best Wishes, The Ship) e uno in italiano 1969, che contiene anche l’omonima canzone con la quale ha partecipato a Sanremo 2014 tra le nuove proposte.

Otto Ohm – la band romana ha scalato le classifiche italiane soprattutto grazie ad hit estive come Amore al terzo piano e Crepuscolaria e poi Fumodenso e Oro nero. Nel 2007 tornano nelle radio con il singolo di Daniele Silvestri A me ricordi il mare. La loro carriera non si ferma e tra il 2009 il 2011 fanno uscire altri due album e singoli di successo. A gennaio 2015 la band ha presentato l’ultimo album di inediti Boxer che contiene anche il singolo “Vedere la vita che va”, il quale sta ottenendo una buona rotazione radiofonica nella maggiori radio italiane.

Come ogni anno, oltre alla musica live la manifestazione, da sempre gratuita, darà spazio anche ad artisti locali e all’artigianato locale; sarà inoltre presente uno stand gastronomico che proporrà panini e birra. Non resta quindi che darvi appuntamento a sabato 5 settembre 2015 presso il della musica internazionale come Deep Purple, Amy Winehouse, Lou Barlow. Ha all’attivo 4 dischi, di cui tre in inglese (The Niro, Best Wishes, The Ship) e uno in italiano 1969, che contiene anche l’omonima canzone con la quale ha partecipato a Sanremo 2014 tra le nuove proposte.

Otto Ohm – la band romana ha scalato le classifiche italiane soprattutto grazie ad hit estive come Amore al terzo piano e Crepuscolaria e poi Fumodenso e Oro nero. Nel 2007 tornano nelle radio con il singolo di Daniele Silvestri A me ricordi il mare. La loro carriera non si ferma e tra il 2009 il 2011 fanno uscire altri due album e singoli di successo. A gennaio 2015 la band ha presentato l’ultimo album di inediti Boxer che contiene anche il singolo “Vedere la vita che va”, il quale sta ottenendo una buona rotazione radiofonica nella maggiori radio italiane.

Come ogni anno, oltre alla musica live la manifestazione, da sempre gratuita, darà spazio anche ad artisti locali e all’artigianato locale; sarà inoltre presente uno stand gastronomico che proporrà panini e birra. Non resta quindi che darvi appuntamento a sabato 5 settembre 2015 presso il campo sportivo “Buzzi” di Campo di Carne, ad Aprilia, per un’esplosiva serata rap, rock & reggae-dub tutta made in Roma.

Zurich OpenAir : la Svizzera nell’ Europa dei festival che contano.

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di Antonio Cammisa.

Quando si mettono in relazione le parole Svizzera e musica la prima cosa che viene in mente è la Street Parade di Zurigo. In realtà da qualche anno (5 precisamente) c’ è anche un altro evento di cartello che attira circa 60mila persone: Zurich OpenAir.
Con questo festival la Svizzera entra di prepotenza nel panorama dei festival europei di cartello.
A dispetto di quello che i più pensano la Svizzera sa offrire non solo musica elettronica, ma anche altri generi che trovano un sunto nel festival di cui stiamo parlando. Dal 26 al 29 agosto lo Zurich OpenAir propone un caleidoscopio musicale che vedrà esibirsi oltre 50 band sui 3 palchi nell’ area allestita nei pressi dell’ aeroporto cittadino.

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Di solito per un festival che si tiene alla fine dell’ estate, quando tutti gli altri concorrenti hanno già calato il sipario, è difficile mettere in cartello nomi che non sono stati già visti e sentiti in altre nazioni. A tal proposito quello che colpisce nella line-up è l’ inannellarsi di nomi davvero importanti e in alcuni casi veramente esclusivi come la reunion dei The Libertines di Pete Doherty, il frontman controverso che vanta una collezione di copertine musicali e di gossip.
Tornano sul palco anche i Tv On The Radio, il primo dei tanti progetti del leader Tunde Adebimpe, e si danno una spolverata anche gli Hot Chip che approdano nella città elvetica proponendo live il nuovo album che si è fatto attendere 3 anni.

Tuttavia il vero poker d’ assi calato dagli organizzatori svizzeri è rappresentato da Interpol, Alt-j, Tame Impala e Fatboy Slim.
I newyorkesi Interpol (uno dei gruppi preferiti dal sottoscritto) hanno riportato in auge la wave di fine anni ’70 tenendo come stella polare gli epici Joy Division. In un genere che non lascia molto spazio all’ originalità il gruppo di Paul Banks ha saputo dare lustro al decadentismo post-punk.
Gli Alt-j rappresentano il gruppo indie per antonomasia degli ultimi anni raggiungendo una notorietà impressionante con soli 2 album all’ attivo.
Per quanto riguarda i Tame Impala, beh se devo dirla tutta, sono forse il gruppo che suscita in me maggiore curiosità. Sono davvero entusiasta all’ idea di vederli nella loro performance live che immagino sarà di sicuro impatto. Se i già citati Interpol hanno provveduto a rivalutare la new wave, gli australiani hanno rivalutato la psichedelia. Porteranno anche sul palco dell’ OpenAir il loro ultimo lavoro discografico Currents, osannatissimo dalla critica internazionale.
Fatboy Slim non ha bisogno di molte presentazioni, uno dei leader indiscussi e padri della dance moderna.

Se non siete indie o hipster con i risvolti ai pantaloni e barbe lunghe e neanche cupi introspettivi con il santino di Ian Curtis, e preferite invece muovervi e saltare, anche per voi lo Zurich OpenAir ha molto da offrire: Paul Kalkbrenner con la sua techno vi farà ballare fino allo sfinimento e Siriusmodeselector (nati dall’ unione del producer Siriusmo e i Modeselektor) con il loro live set ammalieranno gli amanti dell’ elettronica da ascolto.

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Ancora non vi ho convito a valutare l’ ipotesi di una gita oltralpe? Allora vi faccio qualche altro nome: Bastille, The Kooks, Stereophonics, Kasabian, Seed e davvero molti altri gruppi di fascia B che vale la pena ascoltare.

Se proprio devo muovere una mia personalissima critica alla line-up direi che trovo in Skrillex una nota stonata, ma ripeto è una questione di gusti personali e siamo sempre in una nazione dalla vocazione elettronica.

Per chiudere vi invito a visitare il sito ufficiale del festival e scaricare la relativa App, molto funzionale da usare come guida nelle 4 giornate a Zurigo, città che tra l’ altro merita di per sé di essere visitata.
Questa è una delle ultime chiamate per gli amanti della musica e dei migratori musicali visto che a fine agosto l’ estate volgerà al termine. Tanto vale prendere l’ ultimo treno e farsi trovare belli carichi dall’ incombere del ritorno alla normalità che durerà tutto l’inverno.

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www.zurichopenair.ch

[KaosLiveReport] dEUS celebrano i loro primi 20 anni e incantano Villa Ada.

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di Simone Mercurio ( IndieLand).
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25 Luglio 2015 – Villa Ada

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“Viva Belgio e viva Italia! Celebriamo i primi 20 anni dei dEUS!” urla Tom Barman cantante e leader della band di Anversa ospite sabato 25 luglio del palco di Villa Ada all’interno del festival Roma Incontra Il Mondo.
Dal 2006 che i dEUS non calcavano un palco romano e sono tornati con un live di un’ora e quaranta minuti davvero straordinario. Arrivano sul palco alle 22.30 circa dopo l’apertura con gli amici romani Mamavegas capitanati dalla voce di Emanuele Mancini straordinari anche loro per quaranta minuti sul palco. La band romana è in questi giorni in tour per presentare la sua ultima fatica “Arvo” pubblicata a ad aprile di quest’anno. Attivi da 6 anni, al loro secondo album, i Mamavegas arrivano a Villa Ada dopo il successo della data al Vasto Sirens Festival. “Secondo album e secondo centro per i Mamavegas – ha recensito Fabio Guastalla su Il Mucchio Selvaggio – La crescita della band rispetto agli esordi appare evidente, così come la padronanza di registri non necessariamente attigui. Talentuosi e spregiudicati: avanti così”.

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A pubblico già riscaldato, semmai ce ne fosse bisogno col caldo torrido di questo sabato sera romano umidificato ancor di più dal laghetto della splendida villa romana, salgono sul palco i cinque dEUS, capitanati dal canante Tom Barman col violinista e tastierista Klaas Janzoons nella band belga sin dal suo esordio nel 1991.L’esordio discografico ufficiale dei dEUS sarà poi nel 1994 col piccolo capolavoro “Worst Case Scenario”.
La partenza è con la ritmica elettrica e onirica di Slow quinta traccia di “Vintage Point” il disco numero cinque della band pubblicato nel 2008, mentre – a seguire – dal primo album arriva Via. I dEUS sono una di quelle formazioni poco inquadrabili in un genere. In quasi due ore di live così come nel loro repertorio le variazioni di suono e le ispirazioni sono innumerevoli. Arrangiamenti e brani che fanno ben capire di che pasta siano fatti Barman & C. e la loro cultura musicale.

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Rock, punk, funky, sprazzi di rap, blues, jazz, musica elettronica in cui si riconoscono l’influenza di artisti differenti quali Velvet Underground, Primal Scream, Captain Beefheart, Charles Mingus, Radiohead e Leonard Cohen e in un paio di brani sembra di sentire perfino quelle sonorità elettroblack più cupe che hanno influenzato personaggi come Tricky.
In scaletta venti brani ma soltanto tre (Quatre Mains, Girls Keep Drinking e Sirens) dall’ultimo disco “Following Sea” pubblicato alla fine del 2012. Una scelta decisamente anti.commerciale che ci fa apprezzare ancor di più questi ragazzacci belgi.

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Barman è un animale da palcoscenico, urla, balla si scuote, incita il pubblico. Emoziona quando imbraccia la chitarra acustica e propone forse il brano più celebre dei dEUS, quell’Instant Letter che parte come una classica rock ballad tra Springsteen e Bobby Gillespie nelle ballate più folk dei suoi Primal Scream post-“Screamadelica” per poi terminare in un vortice sonoro di ritmiche impetuose e schitarrate. Non c’è sosta per la band, davvero strepitosa dal vivo. Su tutti lo stesso Janzoons tra violino e percussioni elettriche, loop station e tastiere. La funkeggiante Fell Off The Floor, Man dal vivo è esplosiva. Dopo un’ora e mezza la band esce dal palco ed e immediatamente richiamata sul palco. Barman ringrazia Roma, urla “viva Belgio e viva Italia” e poi ricorda che dal 2006 che non veniva a suonare nella Capitale d’Italia con la sua band. La conclusione di uno strepitoso live arriva con il violino e l’incedere scanzonato e forsennato di Suds & Soda, il brano/capolavoro che nel lontano 1995 apriva folgorando tutti, il primissimo disco di questa meravigliosa band. Ladies and gentleman, the dEUS!

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Roma è SMART CAMP: una finestra sul Futuro a Villa Ada.

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Il 18 e 19 luglio – Il primo parco urbano dedicato all’innovazione culturale, tecnologica e sociale

Nel cuore verde di Villa Ada – Roma incontra il Mondo, il 18 e 19 luglio 2015 arriva Smart Camp: una no-stop di due giorni di fitta programmazione per scoprire le più interessanti novità in materia di tecnologia, sostenibilità e innovazione culturale…per rendere Roma sempre più smart e a portata di “ambiente”.
Green Technology, nuove frontiere, giovani proposte innovative, buone pratiche ed esperienze eccellenti per regalare al pubblico un assaggio di futuro all’insegna della vivibilità, una finestra sulle potenzialità offerte su qualità della vita, attraverso workshop ludici e didattici, incontri e momenti di confronto aperti a tutti, contest di idee e tanto altro.

Smart Camp - Villa Ada Roma incontra il mondo

Dopo il successo dello scorso anno, con un’edizione che ha coinvolto moltissimi operatori e curiosi, Smart Camp si svolgerà il 18 e 19 luglio nella cornice di Villa Ada e avrà una dimensione nazionale: accoglierà le migliori realtà dell’innovazione del panorama italiano dalla cultura al design, dall’artigianato digitale alla domotica, dall’educational alla ricerca scientifica, dalle energie rinnovabili all’agricoltura sinergica.
Con quattro aree di attività (Talk, Make, Play, Show), con conferenze informali, aperitivi-network, workshop, openlab e speech per incontrare, lavorare e imparare da makers, artigiani digitali, creativi, smart communities, fablab, Smart Camp trasformerà l’isolotto di Villa Ada in uno spazio catalizzatore in grado di produrre uno shock positivo sul pubblico, stimolando suggestioni, dinamiche di creazione, collaborazione e condivisione nella direzione dell’innovazione tecnologica, del design e della smart community.
“La vita sociale, l’ambiente, la cultura, il lavoro sono ambiti oggi in grande trasformazione, che le nuove espressioni del fare e le nuove forme di collaborazione stanno ridefinendo in un’ottica di compatibilità e sostenibilità” ha dichiarato Walter Celletti, ideatore e coordinatore della rassegna. “Smart Camp è il luogo in cui queste visioni possono esprimersi, raccontarsi, fare pratica, conoscersi e connettersi per attivare nuovi ragionamenti, dar vita a suggestioni, a nuove forme di business”.
Smart Camp sarà presente su web, social network e app grazie alla capacità comunicativa di partner come Funweek.it, tra i principali content provider italiani, supporter sin dalla scorsa edizione. Smart Camp è un progetto nato dall’incontro tra Social Energy, start up innovativa nel settore delle energie rinnovabili e del social innovation, e LSD | Lostudiodorme, laboratorio multidisciplinare di design della comunicazione, in collaborazione con Social Fablab e Vite Culture.
Info: www.smartcamp.it

[KaosLiveReport] Goduria black con D’Angelo & The Vanguard @Auditorium Parco della Musica

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  Roma, Auditorium Parco della Musica, ore 21: caldo torrido e soffocante, la gente inizia ad affollare la cavea progettata da Renzo Piano. La birra ci rinfresca per circa 15 minuti ma non è infinita: così torniamo a fare i conti con afa e sudore, in attesa che le luci si abbassino e inizi, puntualissimo, lo show: fa il suo ingresso l’avanguardia – tre coristi, due chitarristi, bassista, batterista, tastierista, sax e tromba – e il groove prende vita e avvolge gli spettatori in estasi, fino all’ingresso di Michael Eugene Archer, cantante, chitarrista, pianista e compositore meglio noto come D’Angelo: ladies and gentlemen, D’Angelo & The Vanguard!

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  Reduce dal suo terzo album Black Messiah, pubblicato a quindici anni di distanza dal precedente Vodoo, il poliedrico artista statunitense si presenta, come ci aspettavamo, con un look decisamente eccentrico: guanti da motociclista, cappello d’altri tempi e soprabito bucherellato di cui farà a meno dopo pochi minuti, a differenza del chitarrista alle sue spalle che si è esibito in impermeabile e cappellino di lana, senza mai toglierli per tutta la serata nonostante il clima a dir poco tropicale. Ma quello che colpisce non è tanto il look dei personaggi sul palco, quanto la passione e l’energia che ci mettono nel suonare: questo il pubblico lo sente, tant’è che dopo neanche 30 secondi il parterre e buona parte della tribuna si alzano in piedi, cedendo a un’irresistibile voglia di ballare.

  D’Angelo è un animale da palcoscenico: non sta fermo un minuto, improvvisa passi di danza con i coristi, passa dalla chitarra al pianoforte in un modo così naturale che neanche te ne accorgi, stringe le mani agli astanti e porge loro il microfono in più occasioni: ogni volta che si rivolge ai presenti urlando: “Roma, how are you doing?” la gente risponde con un boato. E la sua voce… Wow, ti sciogli, e non certo per il caldo. Un timbro che sa essere soave ma anche potente e un falsetto graffiante che lascia di stucco e mi fa pensare: “Ehi, Prince, spostati a destra che D’angelo ha messo la freccia e vuole sorpassare, sarebbe anche l’ora”.

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  Gli arrangiamenti non sono mai scontati, e i brani si evolvono in digressioni ed evoluzioni pazzesche e coinvolgenti, al punto che prendendo la scaletta ci rendiamo conto che effettivamente hanno suonato “poche” canzoni: sicuramente ci accontentiamo, visto che hanno compensato la carenza quantitativa con l’eccellenza qualitativa.

  Dopo l’interludio a metà concerto, il cantante sparisce e si materializza sul palco una chitarra classica: è chiaro che stanno per suonare l’intro di Really Love, che si dilata per permettere a Michael l’ennesimo cambio d’abito. Una attesa piacevole ed eccolo sul palco con un poncho nero a deliziarci con una performance eccelsa, con tanto di improvvisazione finale in forma di botta e risposta tra voce e chitarra. Neanche il tempo di realizzare quello che è appena successo, ché l’artista alza il pugno al cielo, dedicando Charade alle “victims of police brutality”: ennesimo momento toccante di una serata surreale e irripetibile.

  Durante la classica pausa prima del gran finale la folla non sta più nella pelle, applaudendo senza sosta e chiamando a gran voce: “Nino! Nino! Nino!” generando curiosità e ilarità anche nei musicisti appena rientrati, che sorridono presi bene tanto quanto noi (anche se in realtà è più probabile che in origine il coro si riferisse a Pino Palladino, il grandissimo bassista della formazione).

 

  E così, dopo un gran solo di batteria, la festa di ritmi afro, R&B, Funk e NeoSoul finisce in bellezza con una perla di rara dolcezza, Untitled, eseguita con una convinzione e una passione ammirevoli. E quasi senza accorgercene, vediamo uno a uno i membri di questa straordinaria band lasciare il palco, mentre la parole e la musica delicatamente si esauriscono lasciando solo un tappeto sonoro di basso e pianoforte e infine solo lui, l’eroe della serata, D’Angelo, che per l’ultima volta canta: “How does it feel?”, ci ringrazia, e ci lascia estasiati e con una punta d’amaro in bocca.

  L’amaro in bocca perché avremmo continuato ad ascoltarlo rapiti per altre sei ore senza difficoltà. Quindi se non avete problemi economici fate una cosa: regalatevi un biglietto del treno o dell’aereo per una delle sue prossime date europee e correte a sentirlo: fate ancora in tempo, e ne vale veramente la pena.

Di Pedro Manuel Pereira

[KaosLiveReport] Lorenzo live 2015: Un DJ e un “paraculo” d’autore che sa “fare” musica?

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SIMONE MERCURIO
LIVE REPORT/Padova, Stadio Euganeo 30 giugno 2015

Dopo la copertina che gli ha dedicato, tra mille polemiche, lo storico indierock magazine Il Mucchio Selvaggio, abbiamo voluto vederlo dal vivo questo Lorenzo 2015 nel suo tour negli stadi. Cogliamo dunque la palla al balzo in occasione della sua unica data nel Triveneto, all’Euganeo di Padova.
Lo stadio è pieno, 42 mila persone, il pubblico è quello delle grandi occasioni. E’ martedì sera e sono tutti per Lorenzo Cherubini da queste parti.
Un artista “mainstream”, uno che fa musica “popolare” Jovanotti, con un pubblico “generalista” sin dai suoi esordi alla fine degli anni 80 con Claudio Cecchetto e Radio Deejay. Questo è il biglietto da visita dell’artista a chi lo giudica ascoltando solo alcuni hit discutibili della sua discografia.
Un “musicista”, Lorenzo Cherubini, che dagli addetti ai lavori del mondo musicale alternativo e/o indipendente è stato sempre visto come la kryptonite per il superuomo della DC Comics. La copertina e l’intervista “critica” al personaggio Jovanotti sul Mucchio di marzo 2015 lo hanno lievemente sdoganato e ha creato non poco dibattito tra i “duri e puri” del mondo indie e chi invece, come chi scrive o come Damir Ivic autore della controversa intervista, non tutto è da “bruciare” del personaggio/fenomeno e della sua musica.
Chi volesse può ascoltare l’opinione dello stesso Ivic, penna storica del Mucchio, intervistato ai microfoni del nostro programma IndieLand

Indieland – Giovedì 19 Marzo 2015 by Radiokaositaly on Mixcloud

Con queste premesse andiamo al live report dello show. Due ore e mezza per uno spettacolo, lo diciamo subito, grandioso dal punto di vista dell’intrattenimento e della qualità dei musicisti in campo. Show imponente a cominciare dai numeri e dalla produzione milionaria.
Un palco con 800 mq di schermi led e uno stage lungo oltre 80 metri per delle ramificazioni del palco lunghe oltre 70 metri che permettono di suonare agli artisti praticamente abbracciati dall’intero stadio. Lo show inizia con il video di un Jovanotti virtuale al fianco di un ologramma di Ornella Muti, e prende il via proprio dalla voce del “mentore” Cecchetto che introduce Jovanotti sul palco.
Gli abiti di scena del “giovanotto” ormai quasi cinquantenne cambiano con i ritmi di un’attempata top model. L’ingresso è con indosso un’armatura metallizzata che ricorda proprio la copertina di «Lorenzo 2015 cc».

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La band, come sempre per il Cherubini, è di altissimi livelli. Da decenni ormai Jovanotti si circonda di musicisti grandiosi che ben nascondono le dèfaillance vocali nel “nostro”. Un artista che nasce disc jockey nei rimpianti anni ’80 e che – secondo chi scrive – non ha mai smesso di esserlo neanche con la carriera di cantante.
Lorenzo Cherubini è un dj nell’anima. Un accumulatore di energia che mette insieme i suoni, i ritmi, le parole, la saccheggia e se ne nutre nei suoi viaggi, nell’incontro con altri musicisti, shakera, mixa/mischia tutto insieme con la preparazione (e la paraculaggine) di chi di musica vive, la mastica, la capisce, la assimila e la racconta. Un copia/incolla di alta scuola insomma.
La musica e il ritmo corrono sul palco con la tuta sfavillante di Lorenzo, accompagnato da effetti visual che offrono un live show “totale”, multimediale e interattivo. Cherubini è un intrattenitore e showman. Può piacere o meno ma è un “paraculo sincero” che sa fare spettacolo e che è capace come pochi a tenere un palco per oltre due ore senza risparmiarsi. Se non altro è da omaggiare la preparazione atletica.
I musicisti sul palco sono instancabili e impagabili. Su tutti il fido Saturnino Celani, da 25 anni al fianco di Jovanotti e forse oggi il più grande bassista italiano e tra i primi al mondo . Sul palco con lui, Riccardo Onori e il giovanissimo Danny Bronzini alle chitarre , Franco Santarnecchi al piano, Christian «Noochie» Rigano alle tastiere, Gareth Brown alla batteria e Leonardo Di Angilla alle percussioni. Nella sezione fiati il sassofonista veneziano Mattia Dalla Pozza (da sottolineare l’assolo su «Musica»), poi ancora Federico Pierantoni, Glauco Benedetti, Mattia Dalla Pozza e Antonello Dal Sordo.

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In conclusione, quello che salta all’orecchio per chi scrive (ed è amante di ben altri suoni della “tribù di IndieLand” – ndr), Jovanotti tra gli artisti “pop” è sicuramente tra quelli più aperti alle novità e a quello che arriva dal cosiddetto mondo underground.
Come spiega e scrive anche Damir Ivic, Jovanotti non si lascia imporre gli artisti con cui collabora o che ospita nel disco dagli usuali intrecci tra management e case discografiche. Ha scelto in prima persona di collaborare con artisti indie come Antibalas e Sinkane in quest’ultimo disco. Nel 2013 ha fatto aprire i suoi show ai Tre Allegri Ragazzi Morti, ha dichiarato il suo amore per band “nostre” come gli Arcade Fire, porta la figlia a vedere i Vampire Weekend, è cresciuto con James Brown, Run Dmc, Public Enemy e Beasty Boys e la sua band italiana preferita si chiama Verdena. Un curioso musicale, e nei suoi suoni si sente. A dispetto della zeppola. Dobbiamo dunque preoccuparci dei gusti di Jovanotti e dei suoi riferimenti tutt’altro che pop? “Sarà la musica che gira intorno”, cantava un grande italiano.

Prossimamente “Lorenzo negli stadi 2015” sarà:
– 4 luglio 2015, Firenze – Stadio Artemio Franchi
– 5 luglio 2015, Firenze – Stadio Artemio Franchi
– 8 luglio 2015, Bologna – Stadio Dall’Ara
– 12 luglio 2015, Roma – Stadio Olimpico
– 18 luglio 2015, Messina – Stadio San Filippo
22 luglio 2015, Pescara – Stadio Adriatico
26 luglio 2015, Napoli – Stadio San Paolo
30 luglio 2015, Bari – Arena della Vittoria

[KaosReview] Le pillole estive di Radio Kaos Italy

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È Venerdì: se sei un lavoratore stai per tornare a casa distrutto, pronto a pianificare il week-end; se sei uno studente non importa che giorno sia oggi, stai bestemmiando perché siamo in piena sessione estiva; che tu faccia parte o meno di queste due categorie, in settimana è uscita un botto di musica nuova: avrai sicuramente bisogno di una mano per non perdere troppo tempo nella audio-spazzatura estiva, quindi ecco KaosReview in versione pillole!
Weaves – Il quartetto di Toronto, dopo un esordio in sordina con 2014 EP, irrompe con questo brano che anticipa l’imminente uscita del loro primo album: avranno trovato la quadra? A giudicare da “Tick” e dai suoi riff a dir poco contagiosi diremmo di sì.

Eagles Of Death Metal – Dopo sette anni di assenza, torna la band fondata da Jesse Hughes e Josh Homme (Queen’s Of The Stone Age), con Complexity, un singolo all’altezza del loro nome e con una copertina a dir poco meravigliosa: tutto ciò in attesa del nuovo LP, Zipper Down, che non vediamo l’ora di ascoltare (ma ci toccherà aspettare fino ad Ottobre).

Beirut – È fresco di uscita il nuovo singolo del collettivo capitanato da Zachary Francis Condon: scelte musicali in continuità con la produzione passata e un ottimo video che ci terrà sulle spine in attesa dell’uscita del disco a Settembre.

No Joy – Negli ultimi anni ho diffidato parecchio dei cosiddetti gruppi “Shoegaze” post anni ’90: ma ai No Joy concediamo una chance. Una voce eterea supportata da Fuzz a go go, momenti di puro Noise Rock e altri più puliti e Pop friendly, in continuo bilico tra il sound quasi-Dark dei Cranes e quello più Rock degli Adorable: queste le caratteristiche di More Faithful, terzo lavoro in studio del complesso di Montreal, sicuramente tra i più interessanti della scena attuale; metteteci anche che “I am an eye machine”, la decima traccia, è una perla assoluta.

RATATAT – A cinque anni dal loro ultimo LP, il duo newyorkese torna col suo inimitabile connubio di digitale e analogico: Magnifique esce il 17 Luglio, ed è anticipato da questo fantastico video che anima oltre 4000 illustrazioni firmate dallo stesso Evan Mast (bassista e synth).

Toro y Moi – Uno dei producer più in forma del momento condivide, a sorpresa, una traccia che lo riporta sui sentieri dell’Elettronica, con un video alquanto no-sense, di fronte alla controversa installazione pop-architettonica “Prada Marfa”. Brano suggestivo e intrippante oltre ogni aspettativa.

Hudson Mohawke – Il produttore scozzese che giovanissimo (classe ’86) ha conquistato le attenzioni di nientepopodimeno che Kanye West, ottiene anche il consenso della critica col suo secondo full-lenght: Lantern. Un disco d’impatto e anticonvenzionale, tra suoni Pop e contaminazioni Synth-Rock, a condire un’Elettronica curata nei minimi dettagli, impreziosita qua e là dalle voci di Antony Hegarty, Miguel, Irfane e Jhené Aiko.

Dan Deacon – Nel nostro percorso in pillole, ci troviamo di fronte a uno che vi farà venir voglia di farne ricorso (alle pillole, quelle vere): il performer statunitense pubblica il video di “Meme Generator”, tratto dal suo ultimo album Gliss Riffer, in un tripudio di effetti grafici e cross-mediali: infatti sugli elementi della clip si basa anche un gioco interattivo (troverete il link nei dettagli del video qui sotto).

M.I.A. – Dulcis in fundo, il produttore francese Surkin’s Gener8ion coinvolge una delle migliori rapper (etichetta che le va certamente stretta) in circolazione nel singolo che da il nome al suo nuovo EP: The new International sound pt. II. Un progetto ambizioso ed evocativo, che parte col piede giusto grazie a un video coinvolgente e una M.I.A. in forma smagliante.

Stay kaos, stay asleep & stay tuned.

Di Pedro Pereira

[KaosReview] Il debutto di Jamie XX, il ritorno di Joey Bada$$ e la svolta di Major Lazer e Noyz Narcos.

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È arrivata l’estate, quel periodo magico in cui gli ormoni si riprendono da lungo torpore, e in cui volenti o nolenti siamo costretti ad ascoltare anche solo di sfuggita musica di merda nei baretti / localetti / chioschetti sulle spiagge. Quante volte vi sarà capitato di andare a prendere anche solo una grattachecca e di dovervi sorbire due strazianti minuti di Bob Sinclair? Ecco, parlo proprio di questo; a bordo del suo skate supersonico fluttuante ci viene in aiuto un guerrigliero cyborg in grado di spazzare via le nullità dalle radio mondiali (almeno questa è la mia speranza, in parte ci è già riuscito): Major Lazer ha pubblicato il primo di Giugno il suo terzo album, Peace is the mission, e il singolo Lean On è balzato subito in testa alle classifiche di Spotify con 2,75 milioni di ascolti giornalieri.

Avvalendosi della collaborazione di numerosissimi artisti di fama internazionale e provenienti dalle scene più disparate – si va dal Pop stracommerciale con Ariana Grande e Ellie Goulding all’Hip Hop con 2 Chainz e Pusha T, passando dal Reggae di Tarrus Riley e Chronixx e identità meno chiare come quelle di Elliphant e Mø – il progetto capitanato da Diplo fa irruzione definitivamente nella scena mainstream, conquistando e contaminando con ritmi nuovi degli spazi che erano autoreferenziali e banali da anni. Certo, col passare del tempo si può dire che il suo sound si faccia sempre più inflazionato, ma a questo punto è giunta l’ora di smetterla di ridurre tutto il Pop a spazzatura: grazie a questo artista riferimenti Moombathon, Trap e Dancehall fioriscono e si evolvono in accostamenti di generi inesplorati, per approdare a un pubblico vastissimo che non conosce tali realtà e potrebbe giovarne per allargare i propri orizzonti (non succederà, ma, francamente, ‘sti cazzi).
Peace is the mission è un disco che divide la critica ma che personalmente mi ha convinto al 100%: c’è bisogno anche di lasciar esplodere il proprio lato coatto, e questo è lo strumento migliore per farlo.
Sempre il primo è uscita la perla di Noyz Narcos e Fritz The Cat: Localz Only (trovate la maggior parte dei brani nella playlist sottostante).

C’è poco da dire: le basi del Gatto ovviamente non deludono mai, si viaggia tra americanate coinvolgenti, sofisticati ritmi western e interludi R&B; e Noyz, nonostante un flow a mio avviso leggermente monotono, si conferma uno dei rapper più in forma della ahimè povera scena italiana, blastata in molti dei testi con la sua proverbiale grevità e il suo cinismo made in TruceKlan.
Il 2 Giugno segna invece la pubblicazione di uno dei migliori dischi dell’anno secondo molte testate: se Jamie XX (quello degli XX, of course) ci aveva già stupiti con una gran mole di produzioni da favola, il suo album di debutto conferma a pienissimi voti la sua ascesa nell’olimpo dei producers.

Un lavoro fluido ed essenziale, perfetta sintesi di stile e tecnica compositiva, che esplora ogni declinazione dell’Elettronica contemporanea. Impreziosiscono il tutto co-produttori e autori del calibro di Four Tet, Alicia Keys, Erlend Oye, Brian Wilson, Hugh Masekela e molti altri; inoltre, dell’incredibile classe con cui Smith è riuscito a riunire attorno a sé Young Thug e Popcaan in “I know there’s gonna be (good times)” ne avevamo già parlato qualche settimana fa: da ascoltare, per forza.
Dulcis in fundo torniamo all’Hip Hop, ma questa volta ci spostiamo negli Stati Uniti. Torniamo indietro nel tempo di 12 giorni per proporvi At.Long.Last.A$AP, 18 ricchissime tracce raccolte nel secondo LP di A$AP Rocky, fuori il 25 Maggio scorso.

Il rapper di Harlem torna a far parlare positivamente di sé, rivoluzionando il proprio sound per arrivare a una soluzione innovativa che fonde Hip Hop e strumentazione analogica: certamente come altri prima di lui, ma mantenendo nei testi e nel flow le stesse spinte e pulsioni che lo avevano portato al successo con Long.Live.A$AP. Con l’apporto essenziale non solo di musicisti esperti (Danger Mouse, Hudson Mohawke, Mark Ronson) ma anche di grandi producer (Hector Delgado, Juicy J, Jim Jonsin) e innumerevoli voci illustri (Kanye West, M.I.A., Lil Wayne, Future, Joe Fox, Schoolboy Q, Mos Def) quest’album non poteva che risplendere e ottenere il consenso di pubblico e critica.
Non posso quindi che salutarvi con la perla LSD, meraviglioso viaggio psichedelico che apre le porte a qualcosa di più del semplice Rap come credevamo di conoscerlo. Touché.

Stay Kaos, have a trip & stay tuned.

Di Pedro Pereira

[LoSciaguratoGuido] I “botti” del San Paolo chiudono una Serie A scontata

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Il weekend appena trascorso ha rappresentato l’ultimo giorno di scuola del nostro amato campionato. Non c’era praticamente più nulla da dire, se non nella finale Champions del San Paolo di Napoli tra la squadra di casa e un’agguerrita Lazio. Come ogni alunno ritardatario che si rispetti, anche queste due squadre hanno aspettato l’ultimo giorno per farsi interrogare dal prof. “Campo di Giuoco”. L’una per farsi perdonare delle troppe occasioni perse nel corso della stagione e di obiettivi e aspettative non confermate rispetto all’inizio dell’anno “scolastico”, l’altra per alzare la propria media voto e confermare i progressi nonostante fosse una di quelle squadre che “potrebbe ma non ha i mezzi per impegnarsi abbastanza”. L’interrogazione finale ha sostanzialmente confermato l’andamento della stagione e ha premiato la Lazio in tutte le “materie”. Solida in difesa, nonostante i due gol subiti, cinica e spietata in attacco, talvolta il prof l’ha dovuta fermare per l’eccessivo agonismo e l’intensità nello “studio”! il fatto di essere la squadra con il maggior numero di falli fatti nel torneo testimonia proprio l’aggressività e la determinazione che la Lazio ha messo in ogni partita, per recuperare velocemente i palloni. Il Napoli invece è stato rimandato! Oltre ad avere un grosso problema in matematica (54 gol subiti in campionato sono eccessivamente troppi per una squadra che vuole ambire al vertice), l’alunno presenta gravi problemi di concentrazione, non si possono infatti fallire delle occasioni del genere in casa, sbagliando un rigore con Higuain (non è il primo che fallisce in stagione) dopo che si è rimontato dallo 0-2, ma soprattutto i gol presi ieri sera entrano di diritto nella videoteca della Gialappa’s Band qualora si decidessero a ritornare in onda con Mai dire Gol. Pazzesche le ripetute disattenzioni difensive nella partita, con il portiere e la difesa sicuramente sotto accusa, ma anche il partente Coach che non ha saputo porre rimedio agli equilibri deficitari del proprio sistema difensivo. L’integralismo nel modulo, ma non nella scelta degli uomini (36 formazioni diverse in 38 partite di campionato), fanno di Benitez un allenatore sicuramente apprezzabile, ma che non ha dimostrato di sapersi adattare al calcio italiano. Con la promozione ottenuta a suon di bei “voti”, gli aquilotti di Roma attendono un bel premio dal “papà Lotito” che dovrà allestire con un mercato attento una squadra capace di ben figurare anche nei preliminari di Champions e di reggere tre competizioni nella prossima stagione.
Insomma, un altro campionato dalle poche sorprese e dagli esiti scontati va in archivio. La distanza di punti dalla Juventus alla Roma è esattamente quella dell’anno scorso anche se a punti più bassi. L’avanzamento in Champions dei bianconeri e l’affacciarsi al calcio che conta dei giallorossi hanno fatto perdere alle due squadre parecchi punti per strada; il dato interessante è squisitamente “geopolitico”. Per la prima volta dopo non so quanti anni, le squadre romane occupano posizioni di vertice e rappresenteranno (speriamo entrambi) il calcio italiano in Champions, oltre alla Juventus ovviamente. Le genovesi scalzano le milanesi che rimangono fuori dall’Europa dopo l’ennesimo campionato anonimo. In coda, il Cagliari saluta la serie A dopo 11 anni mentre alla scontata retrocessione del Cesena, si aggiunge il fallimento del Parma, sportivo ed economico. Da pubblico encomio i giocatori e il mister dei ducali che sebbene consapevoli del destino nebbioso che li attende, hanno onorato il campionato facendo addirittura più punti di quelli portati a casa prima della dichiarazione di fallimento del tribunale.
Si, sono sempre molto duro nei confronti della Serie A, forse perché sono cresciuto con un campionato diverso. Nella MIA Serie A militavano campioni del calibro di Batistuta, Crespo, Baggio Weah, Del Piero, Maldini, Ronaldo, Veron e tanti altri. Tutti vedevano l’Italia come un punto di arrivo, non come una transitoria tappa per crescere tatticamente. Ora non è più così, il calcio italiano, che ricordo è la quarta industria del nostro Paese, è mal gestito, arcaico, con molti passi da compiere, soprattutto per quanto riguarda la questione stadi e sicurezza. Però ammetto che quando finisce il campionato, aspettare tre mesi, in assenza delle competizioni per le nazionali, per veder rigiocare una partita, un po’ mi manca. Poi penso alla difesa del Napoli e a come è fallito il Parma, e un po’ mi passa….

Guido Cittadini

[LoSciaguratoGuido] A mà Domenica, anzi Lunedì, ce sta il Derby

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Lunedì 25 Maggio è andato in scena il derby di Roma numero 177 della storia. Eccezionalmente spostato al Lunedì per volere del socio occulto del calcio Lotito, con buona pace dei tifosi “lavoratori” che hanno dovuto rinunciare allo stadio. Eppure, nonostante il giorno feriale, lo stadio si presentava quasi del tutto pieno (salvo lo spettacolo vergognoso dei settori vuoti per tenere a distanza le due tifoserie), e due sono le spiegazioni razionali possibili: o erano tutti barbieri, oppure la febbre che accompagna il Derby di Roma da sempre, costringe datori di lavoro a concedere permessi e ferie varie. Bene, dopo che Lotito ha dato l’ok e che tifoserie hanno sfoderato le coreografie più belle, lo spettacolo è potuto finalmente iniziare. E che spettacolo…. Tutti alla vigilia davano favorita la Lazio, squadra in salute, che non ha demeritato in coppa Italia e che vuole a tutti i costi rovinare nuovamente la festa ai cugini e di nuovo Maggio. Scavalcarli in classifica e giungere al secondo posto sarebbe un sogno, ma soprattutto soffiargli 50 Milioni di euro per la diretta qualificazione in Champions significherebbe smantellare il “progetto” giallorosso che ogni anno come in una partita di bocce, arriva vicino al boccino, quasi lo sfiora, ma non lo porta a casa mai. Solo che a bocce così il punto arriva, a calcio la sala trofei rimane scarna. Ma fortuna che c’è il Derby che consola e che vale una stagione nella stagione. E lo porta a casa la Roma!!! Un colpo di testa di un difensore dal nome quasi impronunciabile (Yanga-Mbiwa) che non segnava da oltre un anno, consegna ai giallorossi la vittoria, il secondo posto e un bel gruzzoletto da investire sul mercato, ma soprattutto consegna a se stesso il vantaggio di non pagare più caffè in città, di non ricevere multe quando passa in una delle mille ZTL della capitale, e, forse, la gloria eterna. Lotito vorrebbe rigiocarla la partita e dopo che ai cugini di campagna, notoriamente laziali, è scomparso il sorriso in tribuna Monte Mario, la festa romanista può legittimamente partire. Nei derby tutto è concesso, purché si rimanga nel lecito ovviamente. Tutto è sfottò, ed è bello così, immaginare che il pizzicarolo sotto casa ci prenda in giro, o che l’edicolante quando ci consegna il giornale ci dice “Ahò, ‘ate rubbato pure stavorta eh?!”. E’ il derby baby, chi perde ce deve sta! Il derby a Roma è importante proprio per questo: perché cambia l’equilibrio della nostra quotidianità. E chi lo sopporta il capoufficio romanista quando vince la Roma? Peggio ancora se il tifo diviso tra moglie e marito fa contendere lo scettro di “prima squadra della famiglia!”. E’ bello! Ed è per questo che sarà sempre speciale; anche se un giorno non contasse per l’Europa ma per lo spareggio in serie B. Purtroppo alcuni idioti che si fanno chiamare tifosi non lo prendono così e continuano ad accoltellarsi fuori lo stadio in nome di non si sa che cosa, ma vabbè, meglio ignorare. Vince la Roma, e Totti e compagni festeggiano con magliette simpatiche sotto la SUD; il capitano viene portato in trionfo, è la nemesi del tifo romanista. Forse il 26 Maggio 2013 è definitivamente cancellato? L’aver rintanato i biancazzurri di nuovo nelle prigioni tirchie del mercato lotitiano non varrà forse come un trofeo, ma non per i tifosi della Roma e neanche per quelli della Lazio, costretti per l’ennesimo anno a chiudere la stagione sotto i rivali. Garcia e i suoi ragazzi si sono presi prepotentemente una fetta di ferie in più, hanno riallacciato il rapporto con i tifosi, e sono matematicamente ai blocchi di partenza della prossima stagione con una consapevolezza economica e psicologica da far invidia a qualsiasi laziale. Non se la devono passar bene in questo momento: perdere un derby è sempre un trauma, dopo una coppa Italia sfumata per due pali ancor di più e domenica va in scena la finale Champions a Napoli. E se dovessero perdere tutte e 3 in giorni? A quel punto varrebbe ancora il 26 Maggio? Non vorrei essere mai nei panni di Lotito, meno che mai in questo momento. Con Carpi e Frosinone in serie A e la prospettiva di 3 sconfitte in 10 giorni che costerebbero gli obiettivi, non cercati ma voluti, di una stagione intera….sarà forse il caso di concludere con un Ex nihilo, nihil – Dal nulla, nulla ? L’ultima giornata di campionato ce lo saprà raccontare…

[PrimaveraSound2015] RKI incontra le band italiane: Fabryka

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Ultimo appuntamento dedicato alla presentazione delle 3 band italiane che suoneranno al Primavera Sound, è la volta dei Fabryka.

Tra i gruppi italiani che si esibiranno a Barcellona, senza nulla togliere agli altri due, i Fabryka sono sicuramente i più maturi, anche solo per uscite discografiche alle spalle. Band barese, laboratorio musicale in divenire e contenitore di sonorità indie-pop, shoegaze e pop-rock con punte di elettronica; il tutto mirato a creare atmosfere intensissime. Puntano proprio al coinvolgimento dei sensi, come loro stesso spesso dicono, e a stimolare una sorta di viaggio interiore in chi li ascolta.
Il loro percorso inizia nel 2008 con “Istantanea”, ma é con “Echo” (2012) che la band fa il primo scatto in avanti avvalendosi anche di collaborazioni importanti come quella di Max Casacci (Subsonica) e Tommaso Ceraulo (Perturbazione).

Fabryka

Nel 2015 invece esce “Sparkles” un vero e proprio EP lungo, cambiano le atmosfere e la comunicazione visiva dei loro live, non è una trasformazione ma l’ apice di un percorso di ricerca quasi maniacale mirata al coinvolgimento sensoriale del pubblico. I suoni prendono sfumature oniriche ed eteree e si integrano a pulsazioni più ritmiche, tratti ossessive. Un album molto più energico, sicuramente più oscuro reso tale anche dall’ incremento dell’ utilizzo dei synth e di chitarre che si fanno taglienti. Degne di nota nella tracklist sono “The Unheard” e l’omonima “Sparkles”.
Li abbiamo raggiunti al volo mentre partivano per Barcellona e gli abbiamo fatto due domandine veloci.

Fabryka

Ciao ragazzi benvenuti a RKI !!! Subito una domanda di ordine tecnico. La componente elettronica ha preso sempre più spazio nel vostro percorso fino al vostro album appena uscito. Leggendo di voi parlate spesso di atmosfere e visioni. La scelta è dettata da questo?

Ciao ! Sì diciamo di sì. La linea lungo che abbiamo cercato di seguire è stata quella di una ricerca minuziosa lavorando sulle atmosfere ad esempio la traccia “The Unheard” è per noi il brano più rappresentativo dell’ EP anche dal punto di vista testuale. In definitiva è una riflessione sulla parte più individualista e superficiale della nostra società. Un invito ad ascoltare ciò che non si vuole sentire e vedere. In questo contesto la componente elettronica ne aumenta l’ enfasi.

Non siete nuovi a palchi importanti ma cosa avete pensato quando vi hanno contattato dal PS?

Ogni live è comunque un’ esperienza che ti arricchisce sia sotto l’ aspetto professionale che umano. Conosci nuovi contesti e soprattutto ti confronti con musicisti internazionali. In tal senso quest’ avventura al PS, oltre a stimolarci, siamo sicuri ci arricchirà e incrementerà il nostro aspetto creativo.

In un contesto come il PS dove ci sono un sacco di concerti che pubblico cercate o sperate di accattivare?

Nei festival internazionali il pubblico è molto attento. Noi come abbiamo già detto puntiamo molto a creare atmosfere e cercare di coinvolgere emotivamente chi ci ascolta. Suoniamo per la prima volta al PS ma sappiamo benissimo cosa ci aspetta.

VI facciamo un enorme in bocca al lupo allora e visto che siete in partenza buon viaggio !!!

Crepi ‘sto lupo e grazie per l’ attenzione che state dedicando al progetto.

29 maggio Day Pro Stage @ 5:30pm
29 maggio H&M Stage @ 9:00pm
30 maggio Parc la Ciutadela @ 12.30pm

www.wearefabryka.com

 

[PrimaveraSound2015] RKI incontra le band italiane: The Shalalalas

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Secondo appuntamento di presentazione delle band italiane al Primavera Sound: The Shalalalas. Duo romano il cui progetto prende forma nel 2013 con l’ uscita delll’ EP “The Fucking Shalalalas”. Nello scorso aprile esce il loro primo LP “There are 3 las in Shalalalas”.

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Il loro è un dream-pop elegante e diretto, è come un abbraccio in cui abbandonarsi e sognare. Sara ha una voce soave e pulita e l’ intrecciarsi del suo canto con quello di Alessandro crea una bella trama per “ballads” semiacustiche che sembrano d’altri tempi. In questo album del 2015 è evidente l’ influenza di gruppi attuali come i Belle and Sebastian e, ancor di più, tutto quel panorama folk americano anni ’60 e ’70 quando senza tanti fronzoli si faceva musica per emozionare.
Il nome The Shalalalas (con 3 la badate bene come dice simpaticamente anche il titolo del disco) ti accenna un sorriso sulle labbra solo a sentirlo. Quando metti su il disco poi, quel sorriso ti rimane per tutta la durata della tracklist. 13 brani in cui le due voci sembrano fare piroette sonore con lo scopo di rilassare chi le ascolta e portarlo in una dimensione di positività e spensieratezza che ti fanno dire alla fine dell’ ultima traccia “beh ne è valsa la pena”. The Shalalalas sono un ottimo e simpatico antidepressivo.

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Nome curioso il vostro, lo leggi e ti chiedi chissà che genere fanno….come nasce?

Prima ci chiamavamo The fucking halalalas per la canzone degli Arctic Monkeys, dove Turner canta “What you’re waiting for? Sing another fucking shalalala!” Ci piaceva il contrasto tra una parolaccia e una parola che esprime immediatamente il senso di leggerezza. Poi per una serie di motivi abbiamo tolto il fucking, ma il nome attuale forse si addice di più a quello che facciamo!

Quali sono le vostre influenze musicali e i vostri ascolti?

Ascoltiamo di tutto. Per quanto riguarda le influenze maggiori sul nostro sound, sicuramente ci rifacciamo ai Velvet Underground più melodici. Poi ci sono Belle and Sebastian, Moldy Peaches, Pixies e tanto indie rock anni ’90-2000.

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Vi hanno contattato dal Primavera, quando avete letto la mail cosa vi siete detti?

In un primo momento abbiamo rischiato lo svenimento. Una volta ripresi, abbiamo capito che si trattava di una grande opportunità di crescita musicale.

Con tutti quei concerti concentrati in quei 4 giorni che pubblico mirate ad accattivare con il vostro live?

Probabilmente ci sarà un pubblico abbastanza misto. Cercheremo di fare delle scalette più tirate del solito e più adatte ai palchi grandi. Non a caso con noi suonerà anche un bassista, Federico Camici, per riempire un po’ il sound.

Quali sono stati i feedback dopo l’annuncio della vostra presenza al PS?

C’è stato grande entusiasmo da parte di tutti, soprattutto tra i nostri amici musicisti, molti dei quali hanno registrato delle parti nel nostro disco.

28 maggio Ray Ban Stage @ 6:00 pm
30 maggio H&M Pro stage @ 1:00am
31 maggio Martini Stage @ 1:30pm

[PrimaveraSound2015] RKI incontra le band italiane: Denis The Night and The Panic Party.

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Questo vuole essere il primo di tre articoli che noi di Radio Kaos Italy dedichiamo alla presentazione delle band italiane inserite nel cartellone del Primavera Sound di Barcellona. Il festival catalano quest’ anno ospiterà 3 gruppi italiani e oggi vi parliamo dei Denis The Night and The Panic Party.

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Premetto che il loro è un progetto veramente figo !!! A mio avviso molto esportabile. Definirli non è semplice, sono un vero e proprio caleidoscopio sonoro in cui colori, suoni e visioni si mescolano in maniera vorticosa. La linea a cui ricondurre la loro musica vede sicuramente una matrice shoegaze e lo-fi che però trova ampio eco nella carica elettronica che fa da perimetro all’ intero progetto. Da poco è uscito il loro omonimo EP composto di 5 tracce abbastanza eterogenee tra loro. Bilanciato, sia come singole tracce sia come proposta complessiva, questo lavoro discografico vede più pop (Androgynous) alternati ad altri più intensi per l’ impostazione lo-fi (UDU). C’ è spazio anche per sfumature dance o funky di sicuro impatto live.
Li abbiamo contattati per fargli qualche domanda.

Quali sono le vostre influenze musicali e i vostri ascolti?

Ascoltiamo musica dura e musica tenerona a seconda del bisogno; il doom e la no-wave, il pop (che piace ad Alessandro) e lo speed metal dove è fondamentale il doppio pedale. Qualche nome di bands? Qui davanti a me tra stereo e scrivania ho: Slayer, Adolescents, Neil Young, James Chance and The Contorsions, Type O Negative ecc.

Cosa ci si deve aspettare da un vostro live?

Che Nicola faccia un solo in tapping con il basso mentre Alessandro ride alla batteria e lo incita. Poi, probabili pazzie da parte di Eleonora (cantamte) . Il tutto condito con un muro di distorsione. E incrociamo le dita.

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Come siete stati contattati dal Primavera Sound e quale è stata la vostra reazionequando vi hanno contattato?

Mangiavamo, a Milano, una piadina Romagnola; era l’ora di pranzo ed era il mese di Febbraio, mi pare, e con noi c’era Livio Magnini, il nostro produttore artistico. Quattro amici al bar in pratica. Ci arriva la chiamata, al solito concitata, di Antonella Lavini (compagna storica di mille avventura, e nostra promoter) che ci avvisa di essere stati selezionati al festival. Eleonora, la più agitata del gruppo (seconda solo ad Antonella) riferisce la notiziona e tutti, felici increduli e contenti brindiamo con coca cola, acqua con bollicine e fanta. Dei veri rocker insomma!

La vostra proposta musicale sembra essere molto esportabile come sonorità? In tal senso quale strada state percorrendo?

La strada attualmente più trafficata da noi è via Roma a Fano che porta in sala prove. Stiamo lavorando molto con l’Inghilterra, complice un’amicizia ed un rispetto che ci lega a Mark Jones della Wall of Sound e a Mike Marsh (Exchange Studio) . Le ambizioni ed i progetti sono tanti ovviamente, ci faremo trasportare dal vento, senza pensieri. Vedremo che aria tira.

Quali sono stati i feedback dopo l’ annuncio della vostra presenza al PS?

Molto positivi e, di questo, siamo davvero contenti. Ci stanno scrivendo dalla Cina, dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra , dal nord della Francia… speriamo di fare i bravi, di suonar bene, dormire un po’, bere poco, mangiare paella… e di vederci presto anche in terra marchigiana!
Beh ragazzi che dirvi allora…..in bocca al lupo da noi di RKI !
Grazie ragazzi, crepi il lupo ci vediamo a Barcellona.

27 maggio Day Pro Stage @ 1:30pm
28 maggio Ray Ban Stage @ 9pm
28 maggio H&M Stage @ 1:00pm

www.denispanicparty.com

 

Di Antonio Cammisa

[KaosReview] Maggio/Giugno 2015: le uscite più roventi in arrivo!

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Quando nel giro di pochi mesi escono album clamorosi – vi abbiamo raccontato Wire, Tyler The Creator, Young Fathers, Toro y Moi, Sufjan Stevens e Kendrick Lamar, solo per citarne alcuni – è normale che ci sia, a un certo punto, un periodo di magra: fortunatamente le uscite discografiche non si limitano agli LP, e qualcuno è riuscito ad allietare, in un modo o nell’altro, le nostre orecchie.

Gli Spoon aprono le danze con merito, essendo riusciti a rendere onore a un pezzone dei Cramps, “TV Set”, con una cover azzeccatissima, realizzata per la colonna sonora di “Poltergeist”, che non stravolge il brano della storica band Garage Punk newyorkese, esprimendone anzi la sfrontata schizoidia in chiave moderna e personale; e non era affatto facile riuscirci senza risultare banali o peggio, caricaturali.

Martedì 19 è uscito “Satellites”, primo singolo estratto da In Another Life, quinto album di Bilal fuori a fine Giugno. Il cantante Neo Soul conferma le sue eccezionali doti canore con una canzone dalle sfumature Pop e densa di significati, che emergono anche grazie a un video strano ed evocativo: identità e ruoli sociali sono argomenti difficili da trattare, ma Bilal lo fa con grande abilità, in un pezzo il cui unico difetto è quello di non essere immediato, e che necessita di più ascolti per essere apprezzato a pieno; ma ne vale la pena anche solo per il passaggio al minuto 3:22.
Se vi piace il Folk, sicuramente non vi sarete persi Dark Bird Is Home, l’ultimo disco di The Tallest Man On Earth. Il belloccio svedese torna a tre anni di distanza dalla sua terza fatica discografica, confermando una tendenza all’arricchimento della componente strumentale delle proprie canzoni: si notano piccoli accorgimenti (in primis l’intrusione, qua e là, di archi e fiati) che portano ad arrangiamenti meno lineari di quelli del recente passato; ma non sempre il cambiamento è sintomo di miglioramento, e questo lavoro risulta meno graffiante rispetto ai suoi predecessori.

Resta una certa tendenza al Lo-Fi che non guasta e ricorda tempi migliori: nel complesso è un album onesto, che perde qualcosa nella parte centrale (quinta e sesta traccia stavano per farmi mollare…) per poi risplendere nel finale: se è la prima volta che ascoltate la voce di Kristian Matsson e vi piace “Beginners”, allora i primi due dischi fanno sicuramente per voi.
Il 2015 sembra un buon anno per le reunion: infatti Martedì i Faith No More hanno pubblicato Sol Invictus, settimo album che vede la luce a ben 18 anni di distanza dal precedente.

Chi pensava nel solito fiasco da ritorno alle armi rimarrà deluso: la formazione statunitense torna con un LP che trasuda metallo, con atmosfere più cupe che in passato e richiami ai gloriosi fasti dell’Heavy Metal sparsi qua e là: quest’opera risente degli innumerevoli side project che hanno coinvolto i vari membri, primo fra tutti il cantante Mike Patton (ricordiamo le collaborazioni con John Zorn, Dillinger Escape Plane, Peeping Tom e altre cosucce tranquille e per nulla eccentriche… No no) la cui voce è, per me, la vera star di Sol Invictus: una performance a dir poco esuberante e, quanno ce vo’ ce vo’, very sexxxxy.
Come detto in apertura, cosucce carine che meritano un paio di ascolti, ma nulla di fondamentale. Ci vengono in aiuto tre entità musicali, nate più o meno recentemente. Uso questo termine in quanto i tre video che vi proponiamo di seguito sono stati girati per la musica di tre collaborazioni decisamente particolari e diverse fra loro:

I primi sono gli FFS. E chi minchia sono? Il nuovissimo supergruppo che sancisce il ritorno dei Franz Ferdinand insieme a una delle più storiche e quanto mai unica ed inimitabile band Glam Rock: nientepopodimeno che gli Sparks. Da questa bizzarra combinazione nasce un pezzo sorprendentemente fresco e piacione, condito da un video che non potrà non farvi girare la testa. Letteralmente.

Ci sono un inglese, uno statunitense e un giamaicano… Non è l’intro di una barzelletta, ma la nuova geniale trovata di Jamie XX: l’affermatissimo produttore londinese regala ai propri adepti un meraviglioso estratto dal suo prossimo album In Colour (uscita programmata per l’1 Giugno): “I know there’s gonna be (good times)” è un piccolo capolavoro dell’Elettronica contemporanea, che mischia con lungimiranza questo genere a due mondi distanti eppure mai come oggi così vicini come quello della Dancehall, rappresentato dall’astro nascente Popcaan, e quello dell’Hip Hop, con la presenza del rapper ventiduenne Young Thug. Un rapporto che speriamo sia duraturo e soprattutto fecondo, che funga da esempio per molti altri produttori.

Chiudiamo con quella che, come potete vedere, è una gran bella coattata: anche qui ci troviamo di fronte ad un featuring formidabile, quello fra uno dei migliori beat maker italiani, Fritz da Cat, sulla cui base viaggia l’ormai re indiscusso della scena Rap romana, il truceboy Noyz Narcos. Li avevamo già visti in azione precedentemente in altri brani, e tornano insieme per un intero album, Localz Only, che uscirà il primo di Giugno. “Con ‘sta roba andate fori de capoccia”: fidatevi delle sue parole, e godetevi ‘sto video diretto da Alberto Salvucci, che a quanto pare è il Robert Rodriguez de Noantri.
KaosReview tornerà presto con molte altre novità e, come potete vedere da queste anticipazioni, ne ascolteremo delle belle. Stay tuned, stay Kaos.

[PrimaveraSound2015] I gruppi da non perdere secondo RKI

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Manca una settimana esatta all’ inizio della 15esima edizione del Primavera Sound. Molti di voi

avranno già il volo prenotato e in attesa di partire staranno spulciando su Spotify i gruppi da

ascoltare barcamenandosi tra i palchi catalani. La line up è infinita e, tralasciando i nomi di grosso

calibro che sono imprescindibili, vi abbiamo preparato dei suggerimenti da annotare sulla

efficacissima APP ufficiale che Primavera Sound quest’ anno ha creato per rendere pià agevole il

vostro programma giornaliero di concerti. Questi sono i gruppi che Radio Kaos Italy vi consiglia di

non perdere.

VIET CONG

Band canadese che si colloca a metà strada tra post-rock e ortodossia wave. Sono alla loro prima

uscita discografica e sembrano aver convinto proprio tutti. Ritmiche intense di basso e atmosfere

mescolate con synth e noise.

SUN KIL MOON

“Benji” è stato uno degli album più eleganti di matrice cantautorale del trascorso 2014. La voce

intimista e malinconica di Mark Kozelek ammanta ogni pezzo di emozioni poetiche trattando nei

suoi brani spesso temi di non facile esternazione. Anche nei festival c’è spazio per riflettere.

ARIEL PINK

Ariel Marcus Rosenberg è un folle ! Prima di ascoltare la sua musica fate delle ricerche di immagini

del suo viso su google e capirete solo osservandolo molte cose, però è anche un genio. Smanetta

con strumenti e trackpad da quando aveva 10 anni ed è un perfetto ”retromane” sia per stile

musicale che per atteggiamento estetico. Per tracciarne un profilo servirebbe un sodalizio tra analisti

e critici musicali. Io non ci provo neanche ma voi approfondite !

DEATH FROM ABOVE 1979

Duo canadese che afferma di essersi conosciuto a un concerto dei Sonic Youth. Poi ritrattano tutto e

dicono di essersi incontrati in prigione e poi ancora in una nave pirata. I brani su disco non

convincono proprio tutti ma questo è uno di quei gruppi che dal vivo davvero fa saltare.

THE SOFT MOON

Quest’ anno è uscito il loro terzo album ed è stato quello della conferma. Nell’ ondata revival della

wave e delle sonorità della scuola Manchester di fine anni 70, i Soft Moon (tra le band attuali) sono

i più raffinati, uniscono ricerca e sperimentazione. Il punto di partenza del loro percorso è fissato

dai Joy Division ma il tragitto li vede ripercorrere le esperienze sonore delle avanguardie anni ’80

fino ad arrivare all’ electro-rock dei tempi nostri.

JULIAN CASABLANCAS + THE VOIDZ

A me gli Strokes non sono mai piaciuti, ma il loro frontman si! Julian Casablancas è un istintivo, sa

suonare ed è punk nell’ animo. Ha fondato la sua etichetta e ha prodotto nel 2014 il disco

“Tyranny”. Insieme ai the Voidz ha inciso una tracklist di 12 pezzi difficili da codificare ma

decisamente interessanti sia per veemenza che per originalità. Un personaggio che fa quello che gli

pare….anche musicalmente.

DIIV

In attesa del loro secondo disco in uscita nei prossimi mesi, vi suggerisco di non perderveli perchè

sono davvero piacevoli. La prima uscità discografica (“Oshin” 2012) era una trama di intrecci

musicali fatti di psichedelia anni 70, revival 80 e più moderno dream-pop.

UNKNOWN MORTAL ORCHESTRA

Il 26 maggio uscirà il loro terzo album, quindi il Primavera sarà l’ occasione per ascoltare gli inediti.

Le attese sono grandi per questo gruppo che ha riscosso ottime critiche riguardo i dischi precedenti.

Il loro primo album era freak, semplice ed essenziale, il secondo più ricercato ma sempre fedele alle

atmosfere beatlesiane. In attesa dei nuovi brani le coordinate di riferimento sono quelle comuni ai

Tame Impala per darvi un’ idea.

HEALTH

Band di rock-elettronico di Los Angeles che picchia duro. Si rifanno sicuramente al noise rock più

tradizionale a cui affiancano ritmiche elettroniche incessanti e a tratti estenuanti. Hanno prodotto la

colonna sonora del famoso videogame Max Payne.

SLEAFORD MODS

Non so se può essere accettabile come definizione ma questi due tizi fanno hip-punk !! Sì, per

quanto assurdo fanno proprio questo. Sembrano due personaggi usciti da un romanzo di Irwin

Welsh. Li guardi in faccia e ci vedi l’arroganza e la spocchia dei cattivi di Welsh, senza dubbio.

Perfetti rude boys inglesi che si rifanno al poeta punk John Cooper Clarke altro epico e surreale

personaggio. A me incuriosiscono molto.

Antonio Cammisa

Quattro chiacchiere con i Luminal prima di aprire i Placebo…

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Mercoledì 20 maggio. Questa sera li troverete ad aprire Placebo all’Arena di Verona. Loro, ovviamente, sono i Luminal e questi è ciò che ci hanno detto prima del grande evento.

– Ci siamo visti poco tempo fa qui in radio ospiti di Alt!, per l’uscita del nuovo disco: come procede l’accoglienza?

Tutto molto bene, le persone vengono speranzose ad ascoltare il live o vanno speranzose a mettere play sull’album nel salotto di casa loro ed in entrambi i casi arriva un grizzly armato di un fucile laser a fargli saltare per aria il cervello. La reazione a tutto questo è sorprendentemente ottima.

– Al momento, quale pezzo di Acqua Azzurra, Totò Riina vi da particolare soddisfazione suonare dal vivo?

Non saprei, ma di sicuro “Non riesco ad avere soddisfazione” non ci riesce.

– In attesa del vostro calendario estivo , volete anticiparci in anteprima un’altra data oltre questa da segnare con il rosso sulla nostra agenda?

Il 25 dicembre, potremmo decidere di annunciare la nascita di un quarto Luminal, un redivivo Gesù Cristo che possa scendere sul palco per liberarci dei nostri peccati.

– Diteci, se potete, come siete arrivati ad aprire i Placebo e se era nei vostri programmi!

Brian Molko aveva chiesto Teho Teardo di suggerirgli qualche band italiana per aprire il loro concerto all’Arena di Verona e Teho gli ha passato il nostro album insieme a un altro paio. Hanno scelto noi e tutto questo ERA nei nostri programmi di conquista del mondo realizzati a dodici anni tra un cuba libre e un ascolto di Black Market Music.

– C’è una canzone dei Placebo che vorreste suonare voi dal vivo?

Temo finiremmo per storpiarle terribilmente, però Meds è un gran pezzo tra le “ultime”.

– Nell’ultimo disco c’è una canzone che amo particolarmente: “Ammazza i tuoi idoli”. Molko corre qualche rischio?

Assolutamente.

Nella speranza che Molko esca incolume, buon Live!

Di Alessio Belli

[LoSciaguratoGuido] Anfield si inchina al saluto del suo capitano

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Chi l’avrebbe mai detto. Gerrard lascia Liverpool. Se mi avessero proposto una scommessa del genere qualche anno fa non ci avrei puntato neanche un euro. Eppure è così. Sabato 16 Maggio scorso, Steven Gerrard, il capitano del Liverpool, uno dei centrocampisti inglesi più forti di sempre, ha disputato la sua ultima partita ad Anfield. E onestamente poco mi importa della sua prossima avventura a LA Galaxy, in una pensione dorata qual è la Major League Soccer. “All the best” augura Steven agli amici di sempre di Anfield, anche se nei loro sguardi si capisce, che il meglio lo hanno appena perso. Sì, perché stavolta non cedono uno scattista dal piede mezzo-fatato come Steve Mc Manamann o un ragazzino dalle tante speranze d’oro (e che gliene ha fruttato parecchio di Oro) come Michael Owen. Stavolta va via Gerrard! Il bambino di belle speranze, diventato uomo a centrocampo e capitano orgoglioso dal 2003 a oggi. E’ cresciuto a pane e trofei il piccolo Steven; in 17 lunghi anni di militanza nei reds ha vinto tutti quelli che poteva vincere in patria. Eccetto uno: il campionato. Era l’unico traguardo che gli mancava di tagliare in una ricca carriera di successi anche internazionali: coppa UEFA, Champions League, Supercoppa Europea i trofei portati a casa. Tranne uno. La sua vera ossessione. E forse per questo, esattamente un anno fa ha deciso di lasciare la sua casa e la sua gente. Il 2014 è stato il suo annus horribilis. Il Liverpool in testa al campionato a tre giornate dalla fine incontra il Chelsea di Josè Mourinho, il diavolo tentatore che nel 2004 appena insediatosi per la sua prima esperienza in blues quasi stava per convincerlo a partire. I reds devono vincere a tutti i costi per evitare il sorpasso del Man city, ma uno scivolone a metà campo del capitano fa volare Demba Ba verso la porta del Liverpool. Interminabili secondi di una corsa solitaria che porta il senegalese a condannare Gerrard e compagni al secondo posto e a lasciare incompiuto il destino che il capitano aveva in mente per sé e la sua gente. Come se non bastasse un mese dopo in Brasile, con la maglia dei tre leoni inglesi di cui è anche il capitano, regala due gol al suo ex compagno di squadra Luis Suarez e condanna la sua nazionale ad un rientro anticipato in patria dal mondiale. Forse è lì che sarà scattato qualcosa. E’ scricchiolata la consapevolezza di un gigante, di un fenomeno che in passato vinceva coppe praticamente da solo. Altri scenari, altri tempi, ma sempre la stessa maglia. Wembley, finale di FA cup 2005: Stevie G si inventa un gol da 38 metri al 90esimo e fa agguantare il pareggio ai suoi. 2-2 contro il West Ham; la gara si conclude ai rigori e vince il Liverpool. Del resto i gol da lontano sono sempre stati il suo marchio di fabbrica. Qualche mese prima, in autunno, al Liverpool serviva vincere contro i greci dell’Olympiakos con 2 gol di scarto per passare il turno. 2-1 per i Reds all’88 e poi….e poi un compagno alza un pallone al limite dell’aria; siamo appena fuori dalla lunetta. Gerrard non pensa, fa; quella palla rimbalzante arriva giusta sul collo del piede destro e come un proiettile si infila alle spalle di Nikopolidis. 3-1! Anfield va in delirio (il commento in inglese di quel gol è straordinario, cercatelo su youtube e gustatelo con le casse al massimo, da brividi) e la corsa continua in quella Champions, fino ad Istanbul…dove alza al cielo, nella notte più brutta che tifoso milanista ricordi, la Coppa dei Campioni. E il ruggito di Anfield al suo nome si scaldava ancora di più, e sebbene lui sapesse di essere un figlio della Kop, non riuscivano a tributare al terzo giocatore della storia del club con più partite in Premier, un riconoscimento da vero idolo indiscusso. Ma arriverà presto. Steven continua a sfoderare prestazioni e gol da antologia. Nel 2008 Zidane dirà di lui “è il più forte giocatore del mondo”. E in una serata del 2010 dopo una formidabile tripletta contro il Napoli, la Kop decide che è arrivato il momento di celebrare il proprio campione con un motivetto studiato ad hoc solo per lui, per il loro figliolo con l’8 rossa e con la fascia al braccio. A Liverpool di musica se ne intendono e sulle note di “Que serà serà” parte un motivetto destinato a trascinare le prestazioni del loro Leader da quella sera fino….. a sabato 16 Maggio 2015 quando il loro figlio gli ha detto addio (o forse arrivederci) e come un padre Pellegrino sulla Mayflower si imbarcherà a breve per il nuovo mondo. Ma Anfield non si scorderà mai di uno di loro, la premier soffrirà la mancanza di un grande campione e il calcio europeo non potrà (per ora) più ammirarne le gesta. Il capitano saluta, sale quei gradoni Magici che dagli spogliatoi portano al centro del campo. Tocca per l’ultima volta l’icona di Anfield come ogni uomo che ha indossato quella gloriosa maglia ha sempre fatto. Ma lui non è come gli altri. Lui è un figlio di Anfield che in piedi lo saluta con un tributo da antologia. Come una madre commossa accarezza il figlio che parte, così la Kop culla il suo ultimo ingresso in campo (con figliole al seguito) con il coro che lo ha accompagnato. E che ormai non riesco a togliermi dalla testa.

“Steve Gerrard gerrard
he can pass forty yards
hes big and hes f**ing hard
Steve Gerrard Gerrard”

Grazie Steven!

Di Guido Cittadini

[LiveReport] XVI INTERNATIONAL TATTOO EXPO – Seconda Parte

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Qualche giorno fa vi abbiamo presentato il report della nostra Sara, ora tocca a Giovina Ielardi dirci quali sono state le sue impressioni sull’International Tattoo Expo. Buona lettura!

Accorrono nella Capitale oltre ventimila persone al suono di “un tatuaggio è per sempre”, anche se in molti spesso se ne dimenticano…
Roma si conferma la tappa più ambita dell’ International Tattoo Expo. Tantissimi gli artisti di fama internazionale intervenuti, ma non sono mancati anche i grandi nomi italiani. Per la sedicesima edizione la convention capitolina cambia location e dall’ Hotel Ergife si trasferisce nel bellissimo Palazzo dei Congressi dell’Eur, acchittato per l’occasione in un incastro di corridoi (a volte anche troppo stretti).
Salendo la scalinata del palazzo in Piazza John Fitzgerald Kennedy si inizia a fremere: teste tatuate, una cresta verde che ormai non si vede da un po’, tuttavia ci si fa caso arrivando…nessun rombo di Harley Davidson, niente orde di motociclisti incalliti ne femminoni seminudi che mettono in bella mostra i propri tattoo.
Anche il tatuaggio soffre la moda o forse è sempre meno un tabù? Entrando il rumore inconfondibile delle numerossissime macchinette si fonde con la musica di sottofondo e non ci pensi più.
Nel campo dei tatuaggi sono fin troppi i punti di vista: old school/giapponese/lineare/watercolor, multicolor/rigorosamente black&white, chi guarda al disegno in se chi alla composizione, ma alla fine il modo migliore per godere a pieno di eventi del genere è farsi tatuare dal proprio idolo altrimenti inavvicinabile oppure fare un giro a caccia del tatuatore della vita….tutto falso, in una chermess del genere restano infinite anche le modalità di approccio. C’ è di tutto dal bourlesque al funambolismo alle bancarelle di percing e magliette per bambini, ma soprattutto loro: oltre 400 Artisti (la “A” maiuscola non è un errore di stampa) che imprimono la loro arte su pelle viva.
Se ne esce quasi disorientati ma con un sorriso stampato sul volto. Avete trovato l’ ispirazione per il vostro prossimo tatuaggio!Vero!? Anche se siete tra i nostalgici delle scorse edizioni e sentite un po’ la mancanza del Rockabilly (con i succitati centauri) il vostro muso storto avrà lasciato il passo ad un sorriso smagliante, mentre se siete di “quelli alla moda”…fate attenzione a tatuarvi sul polso, pare che l’Apple Watch non riesca a rilevare se siete vivi!

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[LoSciaguratoGuido] Tatatata, la mediocrità!

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Sabato, in un intervista rilasciata alla trasmissione sportiva Dribbling, Antonio Cassano è tornato a far parlare di sé con un intervento a gamba tesa (che non si confà allo stile di un giocatore di classe come lui) nei confronti del calcio italiano.

“Anche la buon anima di mio nonno potrebbe giocare in serie A. La Juve vincerà per i prossimi 10 anni”.

Il Cassano pensiero fa riflettere se è vero che in questo paese i comici possono fare politica e scuotere la cittadinanza, il burlone Cassano lancia una stoccata degna del miglior Vaffa day. Nonostante fino a pochi mesi fa fosse anche lui un discreto protagonista del campionato (nonché il 10 della nazionale ai mondiali) i numeri però non sembrano dargli torto. In nessun campionato europeo c’è un distacco dalla capolista sulla seconda come quello che separa la Juventus e la Roma (+16 punti). Se poi a questo aggiungiamo che che le prime 4 della classe in questa giornata non hanno vinto contro squadre nettamente più in basso in classifica (vedi il KO delle romane contro il fantasma delle milanesi e vedi soprattutto il pareggio clamoroso con tanto di accuse di troppo impegno del Napoli sul campo del “fu” Parma Calcio) ci accorgiamo amaramente di come forse, il Cassano pensiero non sia poi così tanto lontano dalla realtà. Insomma per vedere qualche partita piuttosto emozionante in questo weekend dovevate essere a Udine a Palermo o a Cesena, amici miei. La salvezza apre le difese e per fortuna, almeno in primavera o forse solo in primavera, ne guadagna lo spettacolo della serie A. Staremo a vedere.

Di Guido Cittadini

[LiveReport] XVI INTERNATIONAL TATTOO EXPO – Prima Parte

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Questa settimana, da venerdì 8 a domenica 10 maggio, Roma ha ospitato, nel Palazzo Congressi dell’EUR l’INTERNATIONAL TATTOO EXPO.
I migliori tatuatori sul panorama internazionale si sono incontrati la sedicesima edizione di una delle convention di tatuaggi più grandi al mondo. Tre giorni in cui l’arte usa la pelle per esprimersi. Il prestigio degli artisti presenti è la conferma di come l’edizione di Roma sia una delle convention di tatuaggi più ambite sul panorama internazionale.

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Ma sentiamo cosa ne pensa Sara Formentini, una delle nostre inviate:

“L’arte ha davvero superato e abbattuto tutte le barriere dell’immaginazione, ora ce la possiamo portare addirittura nella tomba!
Proprio così! Come il nome del tuo ex tatuato sulla caviglia, che non smetterai mai di leggere.
Forse un nome una scritta o una farfalla, potevano essere chiamati tatuaggi un tempo, ora sono comunemente definiti flash, piccoli e veloci giusto per sfizio, al posto di un top nuovo o di un cappello, si , perchè adesso non ci si ferma più! La pelle umana è diventata una nuova e infinita tela o foglio che sia, dove chi più ne ha più ne metta!
Eccolo sempre più affiatato questo boom creativo che sta interessando praticamente tutti.
E’ orami antica e passata la concezione dei “galeotti” marinai o mercenari pieni di rancore verso il mondo, come le nostre nonne e i nostri padri erano abituati a vedere, o meglio credere, quando la particolarità era una sfida con il mondo e contro se stessi dove per sentirti liberi dovevi essere diverso, strano o pazzo!
Tatuare è diventata una vera e propria Arte a sé.
Sfatiamo tutti il mito che solo chi è “alternativo” si tatua! Al giorno d’oggi vedi ragazzi semplicissimi che hanno solo un buon gusto, o addirittura tatuatori non tatuati! Questa sembra sempre più solo una moda non un simbolo di distinzione, la nuova generazione sarà tutta tatuata forse!
C’è chi sceglie un Mac, chi un muro e chi una schiena.
Dal Giapponese all’old school, gotico trash che sia nuova rinascita del nostro corpo, quello che noi scegliamo di “essere”.
Arriviamo al succo, vi dirò che ho avuta la possibilità di ammirare una un’esposizione in pieno svolgimento, dove l’opera d’arte la vedevi dal vivo, proprio mentre veniva realizzata! Emozionante? Si, era il tattoo expo! Tele umane sdraiate sorridenti e appagate da quel rumore elettrico che riempiva i saloni come un’enorme sciame di api! Disegnatori, stampe su magliette ,tavole realizzate a mano, libri ,foto, poster accessori e tutto quello che poteva riguardare la nuova tendenza! Un pienone dei più bravi artisti conosciuti fin’ora impegnati o impazienti di dire “il prossimo” la fila di persone di ogni età che si accalcavano tra di loro anche con bambini !davvero sembrava una mercato in piazza! Tutti impazienti di portarsi a casa il loro souvenir, direttamente inciso sulla pelle.
Chi faceva da modello e chi voleva conquistarsi il disegno migliore dal tatuatore preferito. C’è n’era per tutti i gusti! Tra una birra e un cuba passeggiavi indeciso sul da farsi guardandoti le zone del corpo da occupare.
Alla fine del primo giorno di venerdì 8 Maggio verso sera potevi assistere al primo contest: il miglior disegno, il miglior colore il miglior ritratto, dove gli artisti fieri delle loro creazioni sfoggiavano i capolavori incisi su quei tanti fortunati uomini orami fatti solo di disegni e colori.”
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[PrimaveraSound2015] L’attesa sta finendo…

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Mancano poco più di due settimane all’ inizio della 15esima edizione del Primavera Sound che ormai sembra essere uno degli aventi più attesi per i migranti sonici di tutto il continente.
Dal 28 al 30 maggio Barcellona sarà la città su cui convergeranno appassionati di musica di oltre 140 Paesi del mondo (dati ufficiali edizione 2014). Un vero pellegrinaggio musicale che era già ampiamente annunciato dai numerosi download della Line-APP, l’ applicazione ufficiale del festival che il 21 gennaio ha ufficializzato sugli smartphone e tablet di giovani di mezzo mondo il programma definitivo per questo 2015.

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Ovviamente è inutile dire che, in un festival in cui suoneranno oltre 200 band, qualsiasi tipo pubblico rimarrebbe soddisfatto. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta l’ attesa era enorme vista anche la mossa dell’ APP che ha aumentato la curiosità; tutti l’ hanno scaricata e non pochi sono stati i disagi connessi al maniacale videogioco che tirava ancor più per la gola chi sperava di leggere prima o poi i nomi delle band e nel frattempo uccideva corvi e mostriciattoli. Era talmente enorme la suspance che magari quando alle 20 del 21 gennaio sono stati annunciati i nomi qualcuno ha storto il muso. Mi spiego meglio !!! Se un festival in 14 anni porta i più grandi nomi in circolazione ogni anno è sempre più difficile migliorarsi. E’ proprio qui, a mio avviso, che va elogiato il colpo di coda della direzione artistica che per questa edizione ha ridotto il blasone degli headliners (sono comunque di tutto rispetto gli ottimi Interpol, Einsturzende Neubauten, Patty Smith, Ride, Anthony & The Johnsons) puntando però su un indiscutibile innalzamento della qualità dei gruppi di “fascia B” se così possiamo definirli. Preciso che chi vi scrive ha un’ idea di festival che va esattamente in questa direzione; il festival non è un concerto di un singolo artista iper-famoso, ma un enorme contenitore in cui chi partecipa attende sì il super-gruppo che suona a mezzanotte ma nel frattempo passa la giornata ad ascoltare gruppi che neanche conosce stravaccato a bere birra su un prato ed è esattamente nel sottobosco degli sconosciuti o dei semi-sconosciuti che troverai il tuo amore sonoro estivo e correrai a comprare la t-shirt e il disco che ti accompagnerà per tutto il mese successivo in cui ti vanterai di averli ascoltati in un pomeriggio del 2015 mentre nel 2016 un tuo amico ti dirà che andrà a sentirli a Milano perchè gli piacciono proprio un sacco !

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Opss dimenticavo, ho parlato di prati …ehm il Primavera è l’ unico festival tra quelli europei che nn ha prati in quanto si svolge in questa immensa area super-attrezzata che è il Parc del Forum, ma tranquilli è tutto bellissimo e per quanto mi rincresce dirlo non siamo in Italia per fortuna.
Era esattamente qui che volevo arrivare e con la promessa di evitarvi dogmi e assiomi sul perchè un qualcosa del genere non si può fare in Italia non posso risparmiarvi un po’ di dati riguardo l’ edizione 2014 (fonti ufficiali Primavera Sound): un carrozzone da 95 milioni di euro, 348 concerti (oltre 70 gratuiti), 291 band, 192mila spettatori e incremento annuale di pubblico del 13%.
E ancora più riflessioni destano i dati relativi al fatto che l 80% degli abitanti di Barcellona sono a favore dell’ evento e che i finanziamenti statali coprono solo un misero 2% del budget.
Insomma non deprimetevi a pensare ai nostri piccoli festival e alle polemiche per un concerto al Circo Massimo, intanto fate i biglietti aerei e venite con noi al Primavera. Ah muovetevi perche l’ anno scorso si dice che c’ erano solo 129mila richieste di pernottamenti.
Radio Kaos quest’ anno coprirà l’ evento Primavera Sound e questo primo articolo voleva essere soltanto una breve panoramica sul festival. Nei prossimi giorni entreremo nel vivo del cartellone e vi daremo qualche consiglio per organizzarvi in quei giorni che sarete a Barcellona e dovrete col taccuino alla mano segnarvi gli orari in cui suonano i gruppi che assolutamente non potete perdervi altrimenti come farete i fighi con i vostri amici che nn sono potuti venire perchè avevano da lavorare.
Questo era solo un invito a partecipare a quello che ormai è diventato il festival forse più interessane dell’ anno…..keep in touch !!!

 

di Antonio Cammisa

[KaosReview] I Love You del Management Del Dolore Post Operatorio

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I Love You è il nuovo album del Management Del Dolore Post Operatorio, uscito il 28 aprile per La Tempesta Dischi.
Sin dall’inizio questi quattro ragazzi hanno messo le cose in chiaro: sono pazzi, rozzi e disinibiti, dei cani sciolti. Nel 2008, infatti, il loro primo album intitolato Mestruazioni non prometteva niente di docile e tranquillo; con Auff! prima e McMao poi la band ha continuato a sbattere in faccia agli altri ciò che pensa fino a risultare altezzosa e irritante.

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La prima cosa che salta all’occhio, adesso, è proprio la diversità dei titoli. Che è successo, si sono rincoglioniti?

Che cos’è questo sentimentalismo esplicito? E perché il primo brano, “Se ti sfigurassero con l’acido”, dà il via al disco con una chitarra acustica e la voce rotta di Luca Romagnoli? Tranquillo Ascoltatore allarmato, i MaDe DoPo si fanno subito riconoscere: “se ti sfigurassero con l’acido prenderei l’orizzonte e lo infilerei nel culo della luna, spegnerei il sole pisciandoci sopra” canta la prima strofa. Sono sempre loro, quelli che mostrano il pene al Concertone del Primo Maggio, quelli volgari. Pensare alla band soltanto in questo modo, però, è limitante. Oltre la facciata c’è molto altro. La paura della bellezza, non solo esteriore, di un momento felice, soggetti alla caducità del tempo, al cambiare delle cose viene spiegata, nel primo brano, in una maniera che commuove e destabilizza.
Non sono poeti, non dicono nulla di nuovo, parlano senza censure ma sono in grado di trovare quella parola, quella combinazione di immagini perfette che ti fanno dire “io non avrei saputo spiegarlo meglio”. Sono dei satiri che esorcizzano anche i concetti più inflazionati, riuscendo a parlarne con delicatezza e, al contempo, con estrema impudicizia. Si guardano intorno e vedono esattamente quello che vediamo noi: un mondo in cui la fiducia nel progresso ci permette di sperare di essere indistruttibili come ne “Le Scimmie”, un mondo in cui, però, è tutto talmente meccanico che per poter vivere, o semplicemente sopravvivere, bisogna “Scrivere un curriculum” parlando di se stessi come numeri perché soltanto quello ci è permesso da chi decide il nostro futuro.
Ok, forse abbiamo parlato un po’ troppo dei testi, ma sta qui la forza dell’album. Il punk-funk ritmato e storto è sempre quello di Auff! e funziona ancora: crescere musicalmente non vuol dire per forza cambiare, a volte significa trovare il coraggio di tornare sullo stesso punto per poter precisare alcune cose, o semplicemente perché è così che viene. Non ci sono regole, non ci sono schemi nell’arte e loro lo sanno. È “Lasciateci divertire”, infatti, il grido che chiude l’album rivolto ad un pubblico scettico e turbato davanti alla loro schiettezza.
Nell’omonimo film di Ferreri, un portachiavi a forma di donna risponde “I love you” al fischio del protagonista, il quale se ne innamora, per poi capire che l’oggetto fa così con tutti.
I Love You del Management Del Dolore Post Operatorio racconta, anzi, lamenta in modo rabbioso e antipoetico il faccia a faccia con il mondo che lusinga e volta le spalle.

di Martina Sperduti

[Teatrandovicisi] Un pellegrino di epica bravura

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In apparenza, poco e niente. Un sedia di paglia girata al centro del palcoscenico; a sinistra una mini pedana occupata da due musicisti, un sapiente gioco di luci. Tutto qui? No, in effetti no. Mancano ancora due tasselli per completare il tutto e affinché si abbia il teatro, anzi in questo caso il Teatro (maiuscolo): il testo e l’attore.
“Il Pellegrino” è un lungo monologo di Pierpaolo Palladino, anche regista dello spettacolo, che intreccia una storia d’amicizia bellissima, inaspettata, tra un romano e un milanese, ai tempi della Roma ottocentesca papalina; un testo che colora la scena, la riempie di personaggi, ventisei, che si avvicendano; ognuno con il proprio dialetto, la propria voce, la propria cadenza, le proprie movenze e caratteristiche. Austroungarico/tedesco; francese; romano ovviamente, ma anche napoletano, milanese. C’è n’è per tutti.
Eppure quel tutti è solo uno. Un unico attore dà vita, attraverso la sua incommensurabile bravura a tutti questi personaggi in scena. Massimo Wertmuller ha portato sulle tavole del Teatro Ghione, ancora una volta, a quattordici anni dal suo debutto, questo che ormai si può considerare il suo cavallo di battaglia. Se non altro, perché davvero non saprei chi potrebbe competere con il suo talento in questo testo.
Ninetto -la voce narrante- è un vetturino di un cardinale, ricco e potente, un suo dipendente. E’ preso a mantenersi il posto, uno stipendio. Vive chiuso nel suo orticello, non si preoccupa di quanto accade intorno. La storia non gli interessa. Eppure in Europa sono ancora freschi gli echi di ribellioni, di rivolte, di grandi cambiamenti. Ninetto rappresenta quello che è tipico di Roma… sì, ma anche nel resto d’Italia: il chissenefrega, l’ignavia. Quell’atteggiamento che fa sì non si prendano mai posizioni decise, che impedisce di reagire, di ribellarsi. L’italiano -non a caso- non ha mai fatto una rivoluzione. Infatti abbiamo avuto -al massimo- un Risorgimento (e manco tutto da soli). Massimo Wertmuller mette l’accento, in più di un’intervista, a un frase del protagonista: “Sì, sì lo so me l’hai sempre detto: a fasse l’affari propri se campa cent’anni. Ma mo’ io me chiedo, dimme ‘n po’, gli affari propri quali so?”. Ossia, quali sono questi affari per cui uno non dovrebbe preoccuparsi di ciò che lo circonda?”
Eccolo il succo, il nucleo di uno spettacolo straordinario che proietta lo spettatore in un tempo antico che pare così lontano, eppure così attuale. Praticamente ben poco è cambiato davvero da allora.
Il nipote milanese del Cardinale il Contino (il pellegrino) sarà ospite di tanto zio per sfuggire a una possibile galera al nord a causa delle sue idee rivoluzionarie e libertarie. Ninetto dovrà, suo malgrado, occuparsi di lui. Tra il vetturino e il Contino, così piano piano nascerà un’amicizia profonda in giro per le strade di Roma. Il Contino vivrà con lo stupore e gli occhi di un bambino la genuinità del popolo romano, i suoi modi di di dire giorno per giorno. Ninetto dal suo canto, imparerà ad avere una visione diversa, nuova e più profonda della sua città e della sua gente, oltre che su di sé. Lasciandosi, così, lentamente contagiare acquisisce una consapevolezza nuova, una coscienza civica.
Wertmuller non dà tregua, entra ed esce dai personaggi come un vero trasformista e non perde mai un colpo. Ed è bellissimo lasciarsi catturare da lui, abbandonarsi ai suoi racconti, è come vedere un film, tanto riesce a suggestionare. Ora sulla carrozza, ora nei vicoli di Roma, ora in mezzo al mercato per poi entrare in una osteria… La magia della Parola.
Ha qualcosa del teatro elisabettiano tutto questo.
Scaglia le sue battute fulminanti a una platea attenta ma non proprio giovanissima che a volte sembra non coglierle.
Questa di Massimo Wertmuller è davvero una straordinaria prova d’attore.
Come bravissimi sono i due musicisti Pino Cangialosi (fagotto e percussioni) autore delle musiche e Fabio Battistelli (clarinetto).
Preme ricordare come il testo di P.Palladino sia pluripremiato.
Meritatamente, lasciatemelo dire.

Di Marcello Albanesi

[LiveReport] Goat live @Orion Live Club 06/05/2015

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Vi riporto fedelmente  alcune frasi pronunciate dai presenti a fine concerto:

“Porca %&$£$%&, i GOAT hanno fatto il live dell’anno!”

“Magnifici, grandissimi, li rivedrei domani!”

“&%&°§* che spettacolo, abbiamo già il numero uno dei live del 2015?”

Sono l’ultimo dei censori ma ho dovuto abiurare ad alcuni termini poco graditi all’Accademia della Crusca: comunque alcune di queste espressioni rappresentano a pieno l’euforia e la soddisfazione dei partecipanti al concerto dei GOAT tenutosi mercoledì 6 maggio 2015 all’Orion di Ciampino .
Il collettivo norvegese è nato – e noto – per essere unico e non accenna a sminuire tale vocazione. Nati a Korpilombolo – un paesetto anonimo quanto sperduto che ha segnalazione artistica solo per essere stato citato nel singolo del 1972 “Tio mil kvar till Korpilombolo” di Agnetha Faltskog degli Abba – hanno tratto appieno lo spirito vodoo e esoterico del luogo narrato in tante leggende coprendosi i volti con maschere divinatorie e i corpi con lunghi abiti sgargianti. Il loro nome non poteva che essere quello dell’animale pagano da offerta rituale per eccellenza: la capra. Se ora stiamo qui a parlare dei GOAT non è tanto per l’anonimato o il mistero, ma per l’aver piazzato come se niente fosse due dischi già cult: World Music (2012)  e Commune (2014). Il primo li ha fatti conoscere e amare in tutto il mondo con un boato pari a pochi, il secondo li ha consacrati e fatti apprezzare ancora di più. La formula magica: una contaminazione di psich e etnic, con ascendenze rock-funk. La miglior definizione della loro musica per il sottoscritto l’ha data Claudio Lancia sulla suo biografia su Ondarock:“Un kraut spirituale votato al viaggio, che si fonde con aromi provenienti da tradizioni di mondi geograficamente distanti dalla natia Svezia.” Ora, tutte queste etichette potrebbero annoiare e sviare il lettore: fortunatamente basta l’ascolto della loro produzione per capire quanto sia immediato e d’impatto il flusso della musica dei GOAT. Figurateveli dal vivo…
L’affluenza all’Orion è buona se consideriamo il giorno infrasettimanale, la non centralità del posto e il big match bianconero di Champions. Dato positivo: pubblico molto giovane. Senza colpo ferire i musicisti si schierano in riga sul palco: una via di mezzo tra Eyes Wide Shut e i Tinariwen. Di seguito l’arrivo della variante impazzita che segnerà la sorti della serata: le due perfomer. Non cantanti, non ballerine: due corpi impossessati fino alle viscere dell’anima dalla tribalità inarrestabile della musica targata GOAT. Per semplicità le ribattezerò la Nera e la Rossa nonostante nelle loro rare interviste si facciano chiamare Goatgirl. La danza parte e con lei il rituale e le prime teste iniziano a oscillare: magari la location non è il massimo per questo vodoo noise eppure la furia della musica toglie ogni piccolo cruccio. I pezzi forti del repertorio dei due album si fondono in un unico serpente strisciante e la Nera e la Rossa tengono il tempo con ogni sorta di campanello e sonaglio. Ovviamente alle loro spalle la base ritmica è un martello: basso, batteria e percussioni formano la colonna vertebrale di quest’entità danzante e divorante. Magnifica l’esecuzione del mio brano capitale del gruppo “Goatloard”, con l’armonica suonata da la Nera a sostituire l’assolo di chitarra malato presente nel disco.
I presenti ora sono tutti bagnati dal sangue della capra e la serata procede verso l’euforia. Le cantanti mascherate sul palco sfogano la loro carica sensuale e coivolgente – con tanto di movimenti scalzi da parte della Rossa – consumando il palco con il loro movimenti sussulti.
Arrivati ai bis, quando sembra tutto finito e le forze svanite nel caldo, le due sfoderano un balzo clamoroso donando anche l’ultima goccia di sudore: applausi.
Impossibile chiedere di più: vediamo se l’estate 2015 riesce a battere ai GOAT da Korpilombolo.

SETLIST:

-Words

-The Light Within

-Let It Bleed

-Disco Fever

-Hide From The Sun

-Talk To God

-Goatlord

-Goatman

-Run To Your Mama

ENCORE:

-Gathering Of Ancient Tribes

-Golden Dawn

-Goatslaves

 

di Alessio Belli

[TheCarousel] Selezione definitiva e arbitraria dei concerti di questa settimana

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GIOVEDI 07 Maggio 2015

 

 

L’ORCHESTRA OPERAIA – CASA DEL JAZZ

MELAMPUS – BLACK MARKET MONTI

SONIC JESUS – FANFULLA

AMEDEO TOMMASI TRIO – ALEXANDER PLATZ JAZZ CLUB

CAPRA – INIT

CLAUDIO PALUMBO – 30 FORMICHE

 
VENERDI 08 Maggio 2015

 
DAMEN SAMUEL – NINOTCHKA

BANDA TRÊS – BAFFO DELLA GIOCONDA

DUB INC – ACROBAX (EX CINODROMO)

ARMAUD – BLACK MARKET MONTI

 

 

SABATO 09 Maggio 2015

 
COCKROACHES + SQUEAMISH FACTORY – ALVARADO

LAMORIVOSTRI – BAFFO DELLA GIOCONDA

VEEBLEFETZER & MANIGLODS – MONK CLUB

ANDREA MAESTRELLI – SHELTER

ELIO GERMANO E BESTIERARE – WISHLIST

DAVIDE DI ROSOLINI – ‘NA COSETTA

 
DOMENICA 10 Maggio 2015

 
UFO ROCK BAND – GERONIMO’S

BIXI BIG BAND – MAHALIA

WILD SHOOTER BAND – ASINO CHE VOLA

FLAVIO GIURATO . ‘NA COSETTA

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[KaosReview] In viaggio dall’elettronica di Capibara e Nosaj Thing all’Hardcore di Refused e METZ.

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Ci sono settimane in cui fare il cronista di provincia è veramente cosa dura: calma piatta in città, niente di cui parlare, nessuna novità, nessun omicidio, nessun uomo che prende a morsi un cane e via dicendo. Per mia fortuna non scrivo di cronaca. E non sono neanche di provincia. Vuolsi, anzi, che di ciò di cui scrivo – la musique – ve ne sia in abbondanza: il problema diventa allora diametralmente opposto a quello del giornalista evocato poc’anzi: si tratta di selezionare, e qui lo facciamo con sommo piacere per voi.
Tanto per iniziare, i Disclosure, dopo due lunghi anni di silenzio, tornano alla Casa e il primo Maggio condividono sui social l’inedito “Bang That”, pezzone House che sembra sconcertare i fan dell’ultimo momento, ma col quale non dubito che faranno saltare in aria parecchie dancefloor quest’estate.

Solo qualche giorno prima, per la precisione il 28 Aprile, Wiley, pioniere e nome di punta del Grime, piazza la tripla con il video di “Chasing The Art”, vero e proprio manifesto della scena underground britannica e uno dei lavori più interessanti della sua produzione più recente.

Anche il prossimo artista che vi proponiamo si muove nei sentieri più contorti dell’underground, ma in una scena piuttosto dura da bazzicare come quella romana, e ci riesce con enorme successo: si tratta di Capibara, che lancia oggi il suo secondo LP: Gonzo. Prodotto dalla White Forest, etichetta fondata, tra gli altri, dal roditore stesso e specializzata nel made in Italy di qualità, questo disco è una svolta per l’Elettronica dello stivale: avvalendosi della collaborazione di numerosi talenti nostrani (Sgamo, Djmb Maldonado, Grovekingsley, Petit Singe, Matteo Iacobis), Luca Albino – la persona dietro il peloso nome d’arte – risponderà al vostro bisogno di liberarvi dai vincoli sociali e riesumare i vostri stadi primordiali; i bassi rimbomberanno fino al profondo delle vostre viscere; le basi Hip Hop sperimentali, sempre contaminate da melodie orientaleggianti o tribali e campionamenti curatissimi vi entreranno in testa e difficilmente ne usciranno, trasportandovi ora in Africa a ballare il Kuduro più spinto e oscuro, ora in India in preda al trip allucinogeno più sfrenato.

Gonzo, nome ispirato da un gatto e che dei felini richiama le movenze. Un lavoro brutale e ambizioso, che si muove sulle orme del precedente Jordan, ma in chiave sicuramente più danzereccia: potrete anche averne prova dal vivo al release party presso il Monk, Venerdì 8 Maggio alle 22. Vedere per credere.
Rimaniamo sul versante elettronico ma spostandoci negli Stati Uniti: Jason Chung, in arte Nosaj Thing (!!!) esce oggi col suo terzo full-length: Fated. Sulla scia della consacrazione dopo Home del 2013, il musicista californiano conferma il suo estro creativo dando alla luce 15 brani brevi e fugaci, per un totale di soli 34 minuti che però scorrono lenti, nel relax più totale che la sua musica infonde.

Un album liquido ed elegante, in cui quello che colpisce di più è l’incredibile dinamica del sound di Chung, curato nei minimi dettagli e vibrante: un’Elettronica pulita e raffinata, il cui punto più altro è sicuramente la meravigliosa “Cold Stares”, che stupisce grazie anche alla collaborazione di Chance The Rapper, giovanissimo cantante Hip Hop classe ’93, che nel brano in questione dimostra di aver appreso appieno la lezione D’Angeliana post Black Messiah. Unica pecca del disco è a mio avviso il finale, in cui perde di verve. Qualche voce in più non avrebbe sicuramente guastato: nel complesso è un buona prova, quella dello statunitense, forse più completa e compatta dell’uscita precedente, ma che perde qualcosa per quanto riguarda la presenza di singoli forti e d’impatto anche se decontestualizzati dall’opera nella sua interezza.
Dolce, lieve e delicato. Aggettivi che calzano a pennello se parliamo di Nosaj Thing. Altrettanto dolci, lievi e delicati sono gli artisti che hanno deciso di riunirsi dopo ben 17 anni di assenza dalla scena: stiamo parlando dei Refused, storica band Hardcore Punk svedese, il cui ultimo album, “The Shape of Punk to Come” risale al 1998; e a giudicare da “Elektra”, primo estratto dalla loro prossima uscita discografica Freedom, in programma il 30 Giugno, i ragazzi di Umeå non sono invecchiati per niente: anzi, ascoltarli adesso è quasi come tornare indietro nel tempo, e questa è una soddisfazione che speriamo trovi conferma nel resto del disco.

Altrettanto carini e coccolosi sono i canadesi METZ: la band formatasi a Toronto e sotto contratto con la Sub Pop – alla facc’ ro’ cazz’ – esce oggi col suo secondo LP, METZ II, omonimo come quello col quale debuttarono nel 2012, ottenendo numerosi riconoscimenti dalla critica, conquistata dal loro Noise Rock audace e sfrenato. Questo video sereno e lucido tratto dal II ne è una dimostrazione:

Come potete vedere ma soprattutto ascoltare, anche questa è stata una settimana felice per le nostre orecchie. Non mi resta che rinnovare l’appuntamento con KaosReview, per proporvi tutta quella merda che vi farà esclamare:

Stay tuned, stay Kaos.
Di Pedro Pereira

[TheCarousel] Selezione definitiva e arbitraria dei concerti di questa settimana

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TheCarousel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIOVEDI’ 30 APRILE



ESQUELITO + BASILISKIROOTS – TEATRO LO SPAZIO

STEFANO MIGNECO – VALÌA DRINK FOOD MUSIC

 SPIRITUAL FRONT – BLACKOUT

LE MURA – LE MURA

 

LILIES ON MARS – FANFULLA

 

ISEIOTTAVI – ASINO CHE VOLA

 

SPAGHETTI UNPLUGGED ALL STARS – PIERROT LE FOU

 THE KINGSTONES – ‘NA COSETTA 

LOGAN RICHARDSON 4TET – IL CANTIERE

 ANDY TIMMONS E SIMON PHILLIPS – PLANET LIVE CLUB

 GNUT, FORNI, GATTI – LIAN CLUB

 

VENERDI’ 1 MAGGIO

 

 

ILENIA VOLPE – MONK CLUB

 

SJ ESAU – FANFULLA

NOEMI SMORRA – ASINO CHE VOLA

 

SONIA SCIALANCA – LE MURA

33° FESTA DEL NON LAVORO – CSOA FORTE PRENESTINO

SO DOES YOUR MOTHER + THE DARK SIDE OF VENUS – CONTESTACCIO

 

 

SABATO 2 MAGGIO

 

PASQUALE AMETRANO CINEMATIC ORCHESTRA – MONK CLUB

 

FRANK BRAIT – FANFULLA

 

MINIMO SINDACALE – BAFFO DELLA GIOCONDA

 

OWLLE + NINA + LE ORE – CONTESTACCIO

 

FLYING VAGINAS – LE MURA

 

DEAD BOUQUET + JULIEN – 30 FORMICHE

 

NICOLA FAIMALI – ‘NA COSETTA

 

COMEMAMMAMHAFATTO – MAGAZZINO 33

 

DIEGO SWAN – CAFFÈ LETTERARIO

 

DOMENICA 3 MAGGIO

 

MARIO ADORF PLAYS THE GROOVY SIDE OF FRANCO FERGUSON – ‘NA COSETTA

ZU + SUDOKU KILLER – INIT

 ITALIAN SOUL DELEGATION – CONTESTACCIO

ILARIA BUCCI E DANIELE CORDISCO – BLACK MARKET

 GREG E I FRIGIDAIRES – FONCLEA

GLI AMICI IMBORGHESITI – PIERROT LE FOU


[KaosReview] Wire, Blur & Tyler The Creator: i grandi che tornano e le promesse che esplodono

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Quest’anno Aprile ci ha regalato una marea di uscite discografiche degne di nota, che abbiamo ascoltato per voi, nel bene o nel male. Questo mese abbiamo già parlato di Young Fathers, Portico e Toro y Moi. Oggi, abbiamo ben quattro dischi in serbo per voi.
Per iniziare col botto, il 13 Tyler The Creator ha pubblicato il suo quarto full-lenght in studio, Cherry Bomb, 54 minuti di pura follia: il giovanissimo rapper californiano, fresco di ventiquattresimo compleanno, rapisce la critica con un opera ben concepita, fine e studiata in ogni dettaglio. La ricerca sonora lo porta da basi Noise al limite dell’Horrorcore a raffinatissime evoluzioni R&B degne del miglior D’Angelo, il tutto condito dal suo stile di Rap inconfondibile e aggressivo. I testi esprimono a meraviglia la contraddittorietà e il grezzo black humour del personaggio, con la sua ormai proverbiale volgarità, mista, però, a elementi positivi che giungono a sorpresa: un brano come “Fuckin Young” stupisce e ci ricorda, nei ritornelli, i pezzi più smielati dei primi Outkast e dei N.E.R.D.; questo a dimostrazione dell’eclettismo del ragazzo di Los Angeles, dote peraltro straordinaria, per uno della sua età.

Impreziosito da innumerevoli partecipazioni e apparizioni (accreditate e non) di rilievo – gente tipo Kanye West, Lil Wayne, Schoolboy Q e Pharrell Williams, solo per citarne alcuni – e da veri e propri momenti radiofonici, con jingle e parlati che non possiamo non apprezzare, Cherry Bomb è e, molto probabilmente, rimarrà il secondo miglior album rap del 2015; e se consideriamo che il primo è l’acclamatissimo To Pimp a Butterfly di Kendrick Lamar, il nostro Tyler non può che essere soddisfatto. Immagino creperà dall’orgoglio anche quando saprà che d’ora in avanti ascolterò “The Brown Stains of Darkeese Latifah Part 6–12 (Remix)” ogni qualvolta avrò voglia di fomentarmi. Sempre che lo venga a sapere.
La chicca di questa KaosReview però non è questa, o almeno, non solo: è uscito proprio oggi, infatti, l’attesissimo ottavo studio album dei Blur: The Magic Whip, che vede la luce dopo ben dodici anni dal loro settimo Think Thank (complice anche la scioglimento dal 2003 fino alla reunion del 2008).

Dimostra di essere in gran forma la band originaria di Colchester, proponendo agli ascoltatori dodici canzoni in perfetto stile Blur, che però al contempo risentono positivamente degli svariati side project dei membri del quartetto: ci si trova di fronte al sunto e alla summa di quattro carriere esaltanti, in un disco fatto anche di contrasti, col susseguirsi inaspettato e immediato di brani lenti e romantici (“My Terracotta Heart”, “New World Towers”) a pezzi solari, orecchiabili e allegrotti (“Lonesome Street”, “I Broadcast”), intrisi di influenze Elettro-Pop; il filo conduttore, ovviamente, l’inconfondibile voce di Damon Albarn e i riferimenti nella strumentale di base al Classic Rock nudo e crudo degli anni d’oro. Fondamentalmente, per riassumere, niente di trascendentale: non ci sono drastici cambi di rotta in questo lavoro rispetto alla produzione passata; ma è proprio questo il punto di forza di The Magic Whip, ossia la totale assenza di forzature, di preziosismi e orpelli che avrebbero rischiato di stonare e deludere le aspettative: questo a dimostrazione della maturità raggiunta dal complesso britannico, che ci auguriamo riesca a procedere su questa via senza intoppi e litigi: Albarn e Coxon, volemose bene, please.
Siccome siamo in vena, quest’oggi, di parlare di grandi ritorni, non possiamo non parlarvi di quello dei nostri CSI: e quale miglior data se non il 25 Aprile, per un gruppo che, specie nel periodo PGR, ha fatto spessissimo riferimento al bagaglio culturale tratto dall’immaginario partigiano (ricordiamo che stiamo parlando dei superstiti dei CCCP, che nel passaggio a CSI nel ’92 e a PGR nel 2001 hanno perso per strada nel 2009 il leader Giovanni Lindo Ferretti, personaggio controverso su cui non ci possiamo soffermare ora, altrimenti non parliamo d’altro). Dei membri originari sono rimasti Francesco Magnanelli, Gianni Maroccolo, Massimo Zamboni e il coriaceo Giorgione Canali, riunitisi per una serie di live sotto il monicker Ex CSI, riproponendo dal vivo i pezzi del loro passato nel Consorzio. Con l’ingresso di una nuova voce, Angela Baraldi, nascono dalle proprie ceneri i Post CSI, e con tale nome pubblicano un cofanetto contenente un dvd documentario, un libro e, ovviamente, un cd, contenente brani live, tre inediti e riarrangiamenti di brani scritti precedentemente.

Il mio consiglio è di dargli un ascolto, nonostante io debba confessare che non mi sia piaciuto granché: la voce femminile non rende, perché troppo diversa dall’indescrivibile potenza comunicativa di quella di Ferretti: a tratti appare quasi caricaturale, quando cerca di rievocare i toni e la cadenza inimitabile di Giovanni Lindo, senza mai riuscire nell’impresa; bisogna dire però che inediti e reincisioni, a parte ovviamente la parte canora, meritano: specialmente “In rotta” mi ha colpito positivamente, riuscendo a riportarmi indietro alla mia adolescenza, quando a merenda mangiavo pane e CCCP/CSI. Che dire poi dei live, che ogni volta che arriva l’urlato strepitoso di Giorgio Canali, una indieminchia nel raggio di un km ha un orgasmo. La mia opinione è che sia un grosso peccato che non abbiano deciso di farlo cantare un po’ di più. De gustibus.
In chiusura, siamo ben lieti di segnalarvi un altro ritorno, ché anche se son passate alcune settimane dal giorno della loro uscita il 13 Aprile, il sound dell’omonimo quattordicesimo album dei Wire ancora risuona nelle mie orecchie. E potrete dire quello che vi pare riguardo la perdita di elementi Punk o il loro invecchiamento, ma per me Wire è un disco intelligente e ben studiato, e proporre una roba Post Punk ben fatta nel 2015 non è certo uno scherzo per dei sessantenni; il tutto, in aggiunta, condito da elementi Dream Pop, Shoegaze e sonorità cupe, tempi dilatati e chitarroni pesanti in stile Doom… Un degno coronamento di un’onorata carriera, cosa che non riesce proprio a tutti. Anzi, ultimamente, riesce proprio a pochi, ed ogni riferimento a persone esistenti o Pink Floyd realmente accaduti è puramente casuale.

Insomma, anche stavolta ce n’è per tutti i gusti. Stay tuned, stay Kaos.
Pedro Manuel Pereira

[TheCarousel] Selezione definitiva e arbitraria dei concerti di questa settimana

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22 Aprile 2015


SICK OF IT ALL @ ORION LIVE CLUB
‘NA COSETTA JAZZ @ ‘NA COSETTA
ANTONIO DIMARTINO @ FELTRINELLI APPIA


23 Aprile 2015

 

ELEONORA BETTI @ KLAMM
SMOOVE & TURRELL @ LANIFICIO 159
FRANCESCO CAFISO @ COTTON CLUB
DUO BUCOLICO @ SANTI E FELICI
BAUNS @ LE MURA
BOBO RONDELLI @ MONK

 

24 Aprile 2015

 

SIMONE AVINCOLA @ AUDITORIUM
ANDY MUSIC TRIO @ ‘NA COSETTA
MOURN @ INIT
FIORINO @ 30 FORMICHE
PROHILAX @ ORION
PATCHANI BROTHERS @ MONK

 

25 Aprile 2015

 

VEMM @ WISHLIST
PINO MARINO @ ANGELO MAI
DURDEN @ LE MURA
HOT HEAD SHOW @ INIT
ROOTS ‘N GROOVE @ CHARITY
WOGIAGIA CREW @ BAFFO DELLA GIOCONDA
USHAS @ TRAFFIC

26 Aprile 2015

 

SAMBA LE’ LE’ @ CAFFE’ LETTERARIO
FIXFORB @ STAZIONE BIRRA
LE SIGARETTE @ ‘NA COSETTA
THE BLUE WHISTLES @ BLACK MARKET

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[KaosReview] Gang Of Four: la parabola discendente di una band storica

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C’erano una volta i Gang Of Four. Nel 1979 esordiscono con Entertainment! ed entrano nella storia: post-punk, funk, new wave dalle ritmiche ossessive che ricalcano il tormento e il panico dei loro testi di aperta critica contro una situazione politica e una società che proprio non vanno. Nel corso degli anni ’80 cambiano un po’ direzione e si adeguano ai suoni di quel decennio con batterie compresse e coretti femminili, somigliando sempre meno alla band di cui si sono innamorati artisti del calibro di Kurt Cobain, Michael Stipe e Flea dei Red Hot Chili Peppers.
Hanno vissuto un po’ di rendita, quindi, i Gang Of Four che, dopo tanti album e tanti cambiamenti di stile e formazione, sono tornati con What Happens Next.

Andy Gill (chitarra) è l’unico superstite del quartetto originario e, neanche a dirlo, il disco non c’entra molto con l’idea che abbiamo di loro. “Where the Nightingale Sings”, il primo pezzo, ci presenta il nuovo cantante John Sterry: ok la voce c’è, ma sembra decisamente annoiata e fa annoiare chi ascolta. Sarebbe stato meglio approfondire questa nuova conoscenza con il secondo brano, ma “Broken Talk” sorprende con una voce femminile, quella di Alison Mosshart dell’interessantissimo duo The Kills, meno interessante inserita in un disco come questo perché dà al tutto un sapore commerciale. Il featuring con la cantante continua con “England’s In My Bones” in cui la chitarra funkeggiante e il basso granitico riescono a dare un risultato migliore.

Volevate sapere come suonano i Gang Of Four nel 2015, quale sia la loro nuova identità? Ancora non potete, perché “The Dying Rays” è cantata dal tedesco Herbert Grönemeyer, Robbie Furze, voce e chitarra dei The Big Pink, dà una mano in “Graven Image” e il chitarrista giapponese Tomoyasu Hotei collabora in “Dead Souls”.

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Tanti personaggi extra forse per sopperire alla mancanza di idee di un gruppo che di storico, ormai, ha soltanto il nome. In What Happens Next l’aggressività e la motivazione di un tempo sono totalmente assenti: se i testi sono ancora di denuncia, ci si perde nell’atmosfera industrial dominata da suoni elettronici e voci effettate, ma il risultato è quello di una ripetitività che consuma. Va bene mutare, non essere sempre uguali a se stessi, ma se il risultato è artificioso meglio lasciar perdere. What happens next? Quasi nulla.

Di Martina Sperduti

[Teatrandovicisi] Brown Sugar

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Se vi siete persi la performazione di Maria Borgese, Brown Sugar, alla Rampa Prenestino, avete poche giustificazioni, giusto se non ne eravate a conoscenza (effettivamente, comunicazione e ufficio stampa, non sono stati efficienti), oppure eravate malati e impossibilitati sul serio a partecipare.
Per chi non c’era, provo a raccontare a modo mio questo piccolo grande evento. Questo piccolo miracolo laico, come lo definirebbe Gianfranco Contini.
Su un palco girevole, Maria Borgese, in stato di grazia, danza lieve come una farfalla e pesante come un macigno, legandosi e torturandosi con una corda, legame d’amore o legame di disperazione? Ambedue. L’eroina è un grande amore ma doppio, e Maria Borgese fa uscire tutta la grandezza e tutta la bassezza perfida di questa sostanza. È subito un crescendo di sensazione forti, pochi elementi scenici, un foulard che diventa farfalla del desiderio e uccello del malaugurio; siringhe che iniettano la felicità e la paura. Le musiche dal vivo di Roberto Bellatalla contrappuntano, indicano strade a volte larghe, a volte strette, e accidentate.
La danzatrice ci fa salire in cielo e scendere all’inferno, in un continuo cambio di tempi e di situazioni.
Tensione altissima e profondissima, persino l’urlo più straziante è tenuto a bada dalla danza, mai scomposta, solo lucidità sconvolgente; la Borgese non si risparmia mai, ma senza strafare. Si fa condurre e conduce la musica di Roberto Bellatalla, veramente potente e, in certi punti, di una bellezza straziante.
La performazione parte subito con ritmi forsennati e lo spettatore viene preso a pugni nello stomaco e a pizzicotti in testa, e forse qualcuno si domanda dove si andrà a finire.
Sono venticinque minuti che non lasciano tregua e che ritorneranno a visitare lo spettatore. Smarrimenti, sogni, sorrisi e lacrime, paure e delusioni, piccole gioie e grandi dolori vengono offerti sulle punte della danzatrice e nelle note di Bellatalla.
Le poesie di Veneziani ribattute tra Antonio Bilo Canella e Giovanni Greco, vanno a depositarsi dentro il cervello e la carne dello spettatore. E, ad un certo punto, non si capisce più, se le folate di gelo, o i soffi di caldo, giungono dall’esterno o dall’interno.
Sembra che tutto sia diventato di cemento e il ticchettio sulla tela di Orodè Deoro, che all’inizio era un semplice, meraviglioso addio agli anni ’70, ma non a quello che di bello e di importante hanno lasciato in eredità, diventa un contrappunto impeccabile a danza, parole e musica.
Se non sapessimo tutti che lo spettacolo è completamente improvvisato e dipende tutto dalla professionalità, e dall’umanità degli attori, ma anche dalla ricezione del pubblico, dovremmo dire che sembrava provato e riprovato nei minimi dettagli e forse è anche questa magia che lo ha reso davvero eccellente come certi vini particolari.
Molta emozione, tanto freddo, temperato solo dall’irrepetibilità del miracolo. Grazie a Maria Borgese (superba nel suo cavalcare l’ignoto e l’inconscio con la grazia di una bambina un po’ perversa), a Roberto Bellatalla che ha fatto uscire dal suo contrabbasso una tessitura, con contrappunti e con assoli che sono entrati nella carne degli spettatori attenti, e grazie alle voci di Antonoi Bilo Canella e Giovanni Greco e alla pittura ritmata di Orodè Deoro, le poesie di Antonio Veneziani hanno smosso: teste, cuori, carni e spiriti.
I miracoli laici non si ripetono, ma possono generare altri miracoli, questo, sì!

Claudio Marrucci

BROWN SUGAR (Back- canzonaccia per danzatrice-attrice e manichino)
Performance tratta da Brown Sugar di Antonio Veneziani.
Con Maria Borgese (performer) e Antonio Bilo Canella (voce), Giovanni Greco (voce), Roberto Bellatalla (musica), Orodè Deoro (live painting).
Poesie di Antonio Veneziani.

Linea 0 Open Space – Rampa Prenestina, Via Aquilonia 52
23 Febbraio 2015

[TheCarousel] Selezione definitiva e arbitraria dei concerti di questa settimana

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1 – Nicola Stilo e Alessia Martegiani Duo @ Gregory’s
2 – Sea Pinks @ BlackMarket
3 – Frankie Chavez @ Quirinetta
4 – Kutso @ Monk
5 – Domenico Imperato @ 30 Formiche
6 – Radical Gipsy @ Magazzino 33
7 – Dean Bowman @ Big Mama
8 – Ukus in Fabula @ Birreria Senza Fondo
9 – Ufo Rock Band @ Jailbreak
10 – Obey The Brave @ Traffic
11 – Adriano Bono @ Nuovo Cinema Palazzo
12 – Elli De Mon  @ Fanfulla
13 – Orchestraccia @ Stazione Birra
14 – Durden @ Let It Beer

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[LiveReport] Romics Roma 9/12 Aprile 2015

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Si è conclusa da poco la 17^ edizione del Romics, la fiera del Fumetto e non non solo, che si svolge ogni anno a Roma. Da qualche anno addirittura gli appuntamenti sono diventati 2, oltre al classico di inizio ottobre si è aggiunto quello di aprile in pieno fervore primaverile. Questa è stata una delle edizioni più belle a detta dei molti partecipanti, sia per il numero di stand ed eventi, gli interventi di Cicciogamer89 e Quei Due Sul Server veri e propri idoli per chi segue il gaming su YouTube, oppure la presenza in Fiera di Sio fumettisti italiano che oltre a fare disegni è noto anche come “cantante” sue infatti alcune canzoni tradotte con Google translate e messe sul web e per aver collaborato ala realizzazione di due videoclip uno per Lo Stato Sociale e uno per Elio e le storie tese. Altro punto di interesse in questa edizione del Romics era la cosiddetta “Sala delle Armature”, dove erano in bella mostra le armature indossate durante la realizzazione dei film della saga di Iron Man.
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Altro appuntamento imperdibile della Fiera è quello dei Cosplay. Da quando anche in Italia è esplosa la passione per il mondo del Cosplay i vestiti sono migliorati di volta in volta, oltre ai classici personaggi dei fumetti, Bat Man e Iron Man su tutti, in questa edizione c’è stato il boom di personaggi come Ezio Auditore e Connor Kenway della saga i di Assassin’s Creed, Frodo Baggins Gandalf e addirittura Sauron direttamente dal mondo di Tolkien e sopratutto di Katniss Everdeen l’eroina di Hunger Games, senza ovviamente dimenticare i classici delle favole Disney come le varie Cenerentola e Biancaneve accompagnate dai principi di turno o miti dell Horror come Freddy Kruger o il più recente Saw l’Enigmista.
Va detto che se l’organizzazione di cosplay ed eventi è stata da 10 e lode lo stesso non si può dire per altri aspetti. Alcuni espositori si sono lamentati degli affari che, complice la crisi e nonostante la grandissima affluenza, non sono stati dei più floridi. Un altro momento problematico è stato senza dubbio quello dei trasposti ferroviari tra Roma e la zona fieristica. Treni spesso in ritardo e , di conseguenza, stracolmi. Il viaggio di andata scorre alla fine veloce, si chiacchiera ci si conosce e ci si scambiano idee sui cosplay futuri, il vero problema è il viaggio di ritorno. Attese superiori ai 30 minuti canonici, comunque troppi per l’affluenza, e file snervanti e pericolose per gli avventori.
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Alla fine di questa quattro giorni ci si arriva stanchi ma felici, si torna bambini vedendo persone della tua stessa età vestiti come Mario o Luigi o come un Cavaliere Jedi, che poi io vabbè tenevo per il Lato Oscuro, e ci si prepara mentalmente alla edizione di ottobre che sarà quella della maggiore età quella numero 18. A presto Romics…sperando che nel frattempo qualcosa dal punto di vista dei trasporti cambi…Speriamo!!

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Luigi Argenio – Carmen Diana. DuePuntoZero

 

 

 

 

 

 

 

 

Qui il link dell’album su Facebook:

(https://www.facebook.com/media/set/?set=a.944696818897522.1073741862.150680888299123&type=3)

[KaosReview] Toro y Moi / Young Fathers: la conferma della classe ’86

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Una Pasqua infuocata, quella di questo 2015: non certo – o per meglio dire, non solo – per gli eccessi cui ci siamo sicuramente lasciati andare durante le vacanze, ma soprattutto per una serie di uscite discografiche che tra il 30 Marzo e il 7 Aprile ci hanno fornito tonnellate di materiale su cui lavorare: Lower Dens, Prodigy, Death Cab For Cutie, Iosonouncane, Apes On Tapes, Lion D, Shlohmo… Un pot-pourri per tutti i gusti, in cui a sorpresa si è infilato anche Fabri Fibra, con la pubblicazione a sorpresa di Squallor nella notte tra 6 e 7 Aprile. Tranquilli, non sono qui per parlare di lui, anche se la sequenza di tweet innescata dai Finley contro il rapper, mi ha portato in qualche modo a simpatizzare per il Tarducci; sono qui per proporvi quelli che ritengo siano i tre dischi più significativi tra quelli usciti in settimana. Senza offesa per gli artisti sopra citati, e senza contare quelli presentati in precedenza, sul podio si piazzano tre realtà musicali molto diverse fra loro ma con qualcosa in comune: la voglia di mettersi in gioco, esplorando i confini della propria creatività.

Chazwick Bradley Bundick è il primo di questi: il produttore noto sotto lo pseudonimo Toro y Moi si presenta in questa lista con “What For?”, il suo quarto album in studio (quinto, se contiamo il side project Les Sins), in cui l’eclettico musicista statunitense classe ’86 dimostra la propria abilità in quello che è il lavoro più “suonato” della propria carriera: a differenza delle precedenti composizioni, infatti, “What For?” abbonda la strumentazione analogica in cui le chitarre la fanno da padrone, disegnando un groove funky-pop che deve molto a gente del calibro di Jamiroquai; le linee di basso rapiscono l’ascoltatore trasportandolo da una traccia all’altra, in un percorso vagamente psichedelico che, spesso e volentieri, rievoca il miglior Pop Rock dei Beatles e dei Beach Boys, il tutto condito da quel gusto Chillwave cui Bundick ci ha bene abituato. Influenze che potrebbero sembrare trite e ritrite, non fosse per il fatto che innanzitutto, per come ci aveva abituato, i mostri sacri di cui sopra erano, fino a qualche mese fa, estremamente improbabili da accostare a Toro y Moi; e in secondo luogo solo lui è riescito nell’impresa di giocarci per fare qualcosa di estremamente nuovo e fresco, senza sembrare banale.

Il risultato, guardacaso, è un disco primaverile che fa prendere a bene, l’ideale colonna sonora per una gita fuori porta: non per nulla “Empty Nasters” e “Run baby run” farebbero la loro porca figura come sigle nelle serie televisive leggere e spensierate degli anni ’80 e ’90: una roba tipo Dawson’s Creek, ma senza depressione, psicodramma e male di vivere.

Reduci dalla fuoriuscita del percussionista Keir Vine dalla band, i Portico Quartet cambiano veste firmando per la Ninja Tune; i tre supersiti sono usciti allo scoperto il 6 Aprile, presentando il loro quinto album come Portico (nuovo nome tanto minimal e accattivante quanto effettivamente scontato): “Living Fields” rompe col passato della band, ponendosi al contempo in continuità con i remix contenuti nel precedente “Live/Remix”. Mentre gli elementi Jazz, fondamentali nei loro primi e acclamatissimi lavori – ricordiamo la nomina, all’esordio, al Mercury Music Prize – risultano quasi del tutto assenti, fioccano gli spunti tratti dall’Elettronica contemporanea, downtempo e post-dubstep in primis; una scelta, a mio avviso, paracula ma efficace: grazie anche ai featuring (le voci di Jono McCleery e Joe Newman degli Alt-J si alternano fino alla fine del disco, coronata dalla presenza di Jamie Woon), questo breve ed intenso album trascina chi lo ascolta in un vortice di sensazioni melliflue; suggestivo ed ipnotico, è un’opera di facile fruizione che può così avvicinare coloro che non frequentano spesso questo tipo di sound. Consigliatissimo agli amanti degli Alt-J, vuoi per la presenza del loro leader in tre dei nove brani, vuoi per la somiglianza di stile, specie per quanto riguarda i giochi di pause e silenzi.

Figura terzo nell’ordine in cui li ho introdotti, ma se dovessi stilare una classifica, occuperebbe decisamente il podio: è “White men are black men too”, secondo album degli Young Fathers. Vincitori del Mercury Prize col loro primo lp “Dead”, i tre giovani di Edimburgo sono una delle formazioni più particolari che ci siano in circolazione; forti del multiculturalismo intrinseco al trio (Alloysious Massaquoi ha radici liberiane mentre i genitori di Kayus Bankole sono nigeriani) i giovani padri sorprendono tutti con un disco che va oltre ogni immaginazione: non bastano le etichette di “Alternative” Hip Hop, “Indie” o “Experimental” a definire la loro musica, perché appare evidente che questi ragazzi se ne freghino altamente di far parte di qualcosa o riferirsi a uno stile particolare. In questo album le cose non sono mai come ci si aspetta: ci sono distorsioni e dissonanze frequenti, e già queste sono caratteristiche rare tanto nell’Hip Hop quanto nell’R&B, se così vogliamo chiamarlo; le canzoni sono movimentate e spesso frenetiche, ma in un modo controllato, in cui le voci e la strumentale si rincorrono vicendevolmente per dar luce a un prodotto assurdo e unico. C’è una sorta di lucida follia dentro la testa degli Young Fathers, la si coglie nella ricerca sonora che traspare dalle registrazioni, e al contempo dalla ruvidità e spontaneità dei live. I testi dimostrano, poi, una maturità raggiunta prematuramente, alla luce dei 27 anni di età dei componenti, e dell’esiguità della produzione precedente: il trio scozzese riesce a trattare temi delicati e importanti – dalle dinamiche del multiculturalismo britannico, agli stereotipi dietro al razzismo – in modo spigliato e ironico, costantemente in equilibrio tra leggerezza e aggressività. In qualche modo stanno facendo, per la scena musicale di riferimento, ciò che i TV On The Radio hanno fatto per l’Alternative Rock: ci auguriamo che vadano avanti a lungo così e speriamo di sentir parlare di nuovo di loro al più presto.

Se non fossero abbastanza queste tre mine, vi segnaliamo, in conclusione, che qualora non ve ne siate accorti, i The National hanno pubblicato, zitti zitti quatti quatti, un pezzo nuovo nuovo che salta fuori quasi dal nulla, ad anticipare, forse, qualcosina del settimo album della band, anche se non possiamo affermare nulla di uffuciale al riguardo, essendo le dichiarazioni del gruppo veramente esigue. Chi vivrà vedrà, restiamo in attesa di novità!

Ricordandovi che 18 anni, un mese e un giorno fa ci lasciava il buon Notorious B.I.G., vi saluto con questo tributo ironico, che ne esalta la memoria, ci ricorda quanto spaccava e, soprattutto, mi ricorda quanto sono minchione. Stay tuned, stay kaos.

[LiveReport] Litfiba live@Atlantico Live 14/04/2015

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Certi legami e rapporti musicali sono eterni. Parlo di quelli tra una band e il suo pubblico. Sono rarissimi, ma se sei fortunato riesci a viverli e prenderne parte.
Ieri sera, domenica 14 aprile, all’Atlantico Live di Roma ne è andato in scena uno: quello tra i Litfiba e il pubblico romano (ma a giudicare dai sold out, possiamo menzionare l’intera Grande Nazione). Tutto è iniziato nel 2013 con il trionfale tour Triologia 1983-1989: una serie di concerti in cui è tornata a splendere una meravigliosa parentesi musicale composta dai dischi Desaparecido (1985), 17 Re (1986), Litfiba3 (1988). Senza minimo dubbio uno dei momenti più alti della storia della musica italiana e pietra angolare della nostra wave. Una bella opportunità, poichè sul palco – oltre ai ritrovati Pelù e Renzulli – tornavano sul palco le altre colonne storiche del gruppo toscano, ovvero il monumentale Gianni Maroccolo al basso e Antonio Aiazzi alle tastiere. Forti di questo riscontro i Litfiba portano sui palchi il legittimo seguito, la Tetralogia degli Elementi: El Diablo (1990), Terremoto (1993), Spirito (1994), Mondi sommersi (1997). Quattro altri – e alti – classici del rock tricolore contenenti dei gli inni e dei brani che i fan potrebbero cantare a squarciagola all’infinito. Infatti l’Atlantico è una bolgia stracolma di furore. Pelù è carichissimo, lui, unico vero frontman carismatico della scena tricolore, e Ghigo ammicca sornione come sempre alla sua Fender Stratocaster. Il resto dei musicisti fa massicciamente il proprio dovere, soprattutto l’impetuoso batterista Luca Martelli subentrato nel precedente tour.

La scelta dei pezzi parla da sola:

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“Resisti”
“Dimmi Il Nome”
“Africa”
“Dinosauro” (con assolo di chitarra “Il Branco”)
“Sotto Il Vulcano” (in medley con “Je só… more” )
“Lo Spettacolo”
“A Denti Stretti”
“El Diablo”
“Dottor M.”
“Linea d’Ombra”
“Bambino”
“Tammuria”
“Woda Woda”
“Ora d’Aria”
“Raw Hide”
“Siamo Umani”

Encore:

“La Musica Fa”
“Ragazzo”
“Spirito”
“Regina Di Cuori”
“Soldi”
“Il Mistero di Giulia”
“Ritmo 2”

Encore 2:

“Lacio Drom (Buon Viaggio)”

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Piero, fedele alla sua fama, non rinuncia a lanciare i suoi appelli, citando stavolta il caso Cucchi e i nomi di tutte le vittime morte dovute alla violenza delle forze dell’ordine e innalzando addirittura ad un certo punto del live innalza un esplicito cartello: la mafia è una merda! L’umore è alto e si sorride quando Pelù introduce i pezzi e battezza i presenti come “Pellacce” o “Ragazzacci”. Per i fan il cantante è una sorta di fratello maggiore a cui si perdona tutto e che non ha ancora perso il vizio di fare rock. A prescindere dall’empatia spontanea, Piero Pelù non si ferma un attimo: sfodera le sue celeberrime mosse,  mima e recita ogni canzone come quando in “Bambino” sale su una scala al centro del palco. Se la prima parte del concerto è stata molto buona, con i bis i cavalli di battaglia metto in serio rischi i padiglioni auricolari del pubblico pagante: capisaldi come “Spirito”, “Regina di Cuori” e “Ritmo 2” hanno fatto urlare e saltare anche le transenne. E dopo la fine di questi encore da sturbo, il pubblico ancora non si placa e degli stanchi quanti appagati Litfiba regalano una degna conclusione con un altro pezzone come “Lacio Drom”. E’ la fine della festa.
Che dire: un concerto del genere non toglie o aggiunge nulla alla fama e il prestigio di una band che ha fatto la storia della musica italiana, quello che però fa molto piacere è sapere che gli anni passano ma i Litfiba ci sono sempre. Si, nonostante la reunion del duo Renzulli-Pelù la loro produzione ormai non vive più i fasti del passato e con queste operazioni si rischia di cadere nell’eccesso di nostalgia e nel gorgo commerciale, precludendosi un dignitoso futuro: fattostà che in un panorama come quello italiano, sapere che i Litfiba hanno ancora la grinta e la voglia di urlare il verbo del rock non può che far piacere. Con buona pace dei detrattori. E lunga vita al Diablo!

di Alessio Belli

[Teatrandovicisi] Si scrive Shakespeare e si legge Beckett

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Lo spazio scenico è spoglio: un alberello rinsecchito, qualche ramo buttato a terra, oggetti sparsi e tutto tremendamente opprimente e oppressivo.
Otto fuggitivi, otto disperati, otto rifugiati, sbucano da varie parti con i loro pochi e poveri bagagli. Si osservano come se si conoscessero, ma senza riconoscersi realmente.
Indossano abiti strani, come se giungessero da un’altra epoca, da un altro mondo; ognuno di loro ha qualcosa di estremamente personale: una pelliccia, un medaglione, un vestito elegante, un ciondolo…
Gli otto sono spaventati, fuggono da una guerra, da un disastro ecologico o semplicemente dai loro drammi personali? Fa differenza? No. Del resto il dramma personale, spesso e volentieri, altro non è che un dramma generale.
Gli otto fuggiaschi sanno dove andare? Certo che no! Scappano, cercano una via d’uscita.
Sono chiusi in una gabbia, fuggono dal mondo o semplicemente dalle tragedie che stanno recitando e dunque vivendo. Che cambia?
Attori che vivono, attori che recitano, attori che sperano, attori che sognano. Stanno lì, spaesati, sperduti. Oltre, forse, ne sono a tratti piuttosto sicuri, c’è la libertà, il sogno, la vita vera. Ma a quante prove dovranno sottoporsi? Riusciranno a vincere? Sopravviveranno?
Domande, domande, spesso senza risposta, proprio come il teatro.
Perché La tredicesima notte è Teatro. Teatro vero.
L’atmosfera è sospesa, di grande impatto, basta un respiro, un oggetto che cade, un gesto un po’ scomposto, una parola “più sostenuta”, per precipitare tutti nella disperazione, nella rabbia, nella paura e innescare reazioni incontrollate.
La tredicesima notte è uno spettacolo di alta orologeria e di meravigliosa tensione linguistica e metaforica.
Parlano solo con battute shakespeariane, forse sono attori. Forse Shakespeare è il loro terreno comune. Forse conoscono solo questo modo di comunicare. Ma, intanto, comunicano, tra di loro e con gli spettatori, e non è cosa da poco.
La tredicesima notte è un magnifico gioco al massacro, un trattato di filosofia del vivere e del morire, godibile; è una esposizione delle necessità della vita e dei desideri che si capovolgono in continuazione, insomma è il teatro della vita.
Racconta otto storie individuali che si intrecciano e si scontrano. Narra l’esistenza di un gruppo di persone che diventa l’emblema di un futuro imprevedibile e improbabile, sicuramente senza grandi prospettive.
Gli otto attori, veramente bravi, anzi bravissimi sono: Raffaella d’Avella (Re Lear), Paolo De Giorgio (Iago), Maria Borgese (Gonerill), Marta Iacopini (Riccardo III), Silvia Mazzotta (Ermione), Giorgio Santangelo (Macbeth), Francesca Olivi (Rosalinda), Beniamino Zannoni (Amleto). Non si sovrappongono mai, non si ostacolano, si ascoltano e si parlano, si aiutano e si sostengono con il tono e con il gesto creando, così, un forte legame empatico con lo spettatore attento.
La tredicesima notte è una cantata a più voci, con acuti e gorgheggi di alta tensione emotiva e di enorme impatto teatrale.
La regista Imogen Kush, insieme ai suoi recitanti-viventi, sembra dire: “solo noi possiamo tirarci fuori dai guai, solo individualmente possiamo capire la poesia di una foglia che cade o l’odore e il sapore della pioggia, ma se riusciamo a comunicarlo a un piccolo gruppo, che può allargarsi agli spettatori, forse potremo salvarci e perché no, contribuire a salvare il mondo”.
Basterà una torcia, come per gli attori? No, di certo! Ma simbolicamente, quella torcia ci riporterà dentro al nostro sogno e in fondo al nostro incubo. Potrà condurci nelle strade della mente e della carne, complici le belle musiche di Sergio Ferrari, Valentina Criscimanni, Andrea Mieli.
La tredicesima notte è un ritorno al teatro, al teatro delle origini. Il teatro dove: parola e silenzio, immagine e buio, caratterizzazione e stilizzazione, musica e rumore naturali sono indicazioni per arrivare al cuore dell’emozione; anche perché il paradiso è qui, ora, come diceva Julien Beck, “basta cercarlo insieme: attori, regista, musicista, lucisti, spettatori…”
Non si può aspettare Godot, bisogna diventare Godot, per andare oltre.

Claudio Marrucci

Diretto da Imogen Kusch
Tratto dalle opere di William Shakespeare
Scritto e recitato da: Raffaella d’Avella (Re Lear), Paolo De Giorgio (Iago), Maria Borgese (Gonerill), Marta Iacopini (Riccardo III), Silvia Mazzotta (Ermione), Giorgio Santangelo (Macbeth), Francesca Olivi (Rosalinda), Beniamino Zannoni (Amleto).
Musiche originali composte ed eseguite da: Sergio Ferrari, Valentina Criscimanni, Andrea Mieli.
Scenografia: Ilaria Sadun
Alba e tramonto: Fabrizio Cicero

Al Teatro Sala Uno
P.zza di Porta San Giovanni 10, Roma
Dal 17 al 22 febbraio 2015

[LiveReport] Ardecore live@Teatro Vittoria 07/04/2015

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Vecchie storiacce, nuove voci. Martedì al Teatro Vittoria gli Ardecore hanno presentato il loro nuovo progetto discografico battezzato Vecchia Roma. Un titolo che vista la missione del gruppo romano vale ancora una volta come una ben chiara dichiarazione d’intenti musicali e non. La band capitolina, a dieci anni dall’omonimo esordio e arrivata qui al quarto disco, continua nella sua opera di recupero e rilettura della tradizione romanesca. Romanesca, non romana.  Una scena, quella folk di Roma, che fortunatamente vede gli Ardecore in ottima compagnia insieme a nomi quali Il Muro del Canto, BandaJorona e Orchestraccia. Una realtà musicale estremamente fiera e viscerale che negli anni ha valicato i confini capitolini.

Gli Ardecore (negli anni un vero e proprio supergruppo che ha vede tra i componenti anche Geoff Farina) capitanati da Giampaolo Felici con l’ultima opera Vecchia Roma ripropongono sette canzoni romanesche scritte a cavallo dei due conflitti mondiali, ad esclusione della title track datata 1947. Il disco è una piccola gemma folk, rara e preziosa visto il piattume dell’attuale scena nazionale.

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Ad aprire lo spettacolo del Teatro Vittoria ci pensano due nomi per eccellenza della romanità poetica: il Belli e Mauro Marè. A decantarli ci pensa egregiamente l’attore Stefano Messina. Di Vecchia Roma la band stessa dice: “Vecchia Roma perchè era il momento di riprendere il filo di un discorso mai veramente interrotto. Questo è il nostro gospel  da cantare in un tempio a cielo aperto che parte da Roma ma che non intende confini. Sette canzoni che richiamano alla memoria un modo di sentire che non ha tempo e nessuna spiegazione razionale. Canzoni raffigurate come cartoline che, in modo trasversale, descrivono l’emozione del testo che rappresentano. Piu che un omaggio a Roma, che non ne ha bisogno, un omaggio a noi stessi.”

Dal vivo i brani dell’album acquisiscono maggior potenza e pathos, grazie alla grinta del leader che non perde opportunità per scherzare brevemente con il pubblico tra una canzone e l’altra.

Così, da “Girasole” a “Serenata Sincera” i presenti hanno potuto rivivere gli stessi strazi amorosi di una Roma passata ma che per certi aspetti ci è ancora vicina e viva.

Dopo l’esecuzione di tutti i brani presenti nel disco, c’è fortunatamente tempo anche per i bis, ripescati dalla ricca e pregevole produzione degli Ardecore, tra cui l’intensissima “Per quella lei ci muore” dal precedente San Cadoco.

Concludendo: una magnifica serata in cui la forza, la potenza e la sofferenza emotiva della Tradizione è tornata a vivere grazie alla band che per prima ha ridato luce a questa realtà mai del tutto celebrata come merita. Nell’attesa degli annunciati live estivi, inganniamo l’attesa  andando a rivisitare i luoghi di Roma che hanno fatto nascere queste canzoni e che sono immortalate all’interno del disco.

Di Alessio Belli

[KaosReview] Sadside Project: i “viaggi straordinari” della band capitolina

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Sulla carta sono in due, Domenico e Gianluca. Hanno girato l’Italia aprendo i live di Joe Lally dei Fugazi e alcuni dei Verdena, si sono fatti accompagnare per qualche loro data dalla bassista di questi ultimi, Roberta Sammarelli e ora, dopo due anni, sono tornati con un nuovo album.

Voyages Extraordinaires non suona nuovo: per parlare dell’ultimo lavoro dei Sadside Project, perciò, partiamo proprio dal titolo. Jules Verne lo aveva utilizzato per i suoi racconti fantastici e avventurosi che incantarono i lettori, spediti, pagina dopo pagina, sulla luna, al centro della terra o sul fondo del mare. Esplorazione, scoperta e meraviglia di chi quei mondi non riesce neanche ad immaginarli sono le colonne portanti tanto di Verne quanto del duo romano, il quale ha dato alla luce un disco che di rotte inaspettate ne prende parecchie.

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Sulla terra ferma non ci sono mai stati – come dimostrano le loro copertine precedenti – e Voyages Extraordinaires non smentisce questa inclinazione. “Nautilus” dà il via all’album e trasporta sin da subito, grazie all’attacco di violino, in altri luoghi, lontani nello spazio e nel tempo; l’atmosfera è quella dell’Irlanda, della Scozia, grazie alle sonorità folk che in realtà non vogliono portare in un posto preciso ma per le quali l’importante è spostarsi.

Il folk, gli strumenti tradizionali e la coralità hanno sempre influenzato i Sadside Project, la cui caratteristica principale è, però, quella di vagabondare tra generi apparentemente lontani e atmosfere prima euforiche e poi di calma assoluta, senza sacrificare la coerenza che unisce i brani.
Così “The Dock” ci permette di “sederci sul molo” e goderci una melodia cantata quasi sovrappensiero, “Brotherhood” di stringerci a Ricky Cunningham durante il ballo della scuola e “Third Class Heart Party” ci fa girare come trottole in feste di paese rumorose in cui si innestano momenti reggae e tenere ballad. Il folk resta il filo rosso, ma spuntano divertentissimi passaggi rock’n’roll, o altri in cui si avverte la vicinanza al garage blues più presente nei loro lavori passati, e che ci si aspetta – un po’ banalmente – da una band formata da chitarra e batteria tipo Black Keys.

In effetti, se di viaggi straordinari si vuole parlare, bisogna farlo anche a livello compositivo: i momenti di staticità sono veramente rari perché l’intero album è un susseguirsi di cambi di tempo, di pause improvvise, di velocità che si alternano. Voyages Extraordinaires compie salti altissimi grazie ad una band che sta crescendo ma che mantiene intatta la sua personalità nell’ambito indie un po’ piatto in cui nuota.

 Martina Sperduti

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[LiveReport] Russian Circles live @INIT 02/04/2015

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Dopo il gran bel concerto degli psichedelici Radio Moscow, torniamo all’INIT per un gruppo il cui nome strizza sempre l’occhio alla Madre Russia: parliamo dei Russian Circles.
Ma non fatevi ingannare dalle apparenze, infatti il gruppo è a stelle e strisce ed è nato nel 2004 a Chicago. Alla chitarra Mike Sullivan, al basso Brian Cook e alla batteria Dave Turncrantz. Sul genere si può giocare parecchio come fanno in molti aggiungendo il termine post a generi come il rock e il metal, ma quello che viene fuori a prescindere dalla categoria al primo ascolto è un sound potente intento a creare della atmosfere apocalittiche e cupe. Dopo essersi fatti conoscere nel 2007 durante il supporto ai concerti dei Tool, il gruppo americano ha coniato e codificato il suo suono nero e ombroso in dischi come Station (copertina bellissima) e Empros, fino ad arrivare a Memorial del 2013, a detta del sottoscritto il loro migliore. Ma torniamo al live.
Sempre in tre come i Radio Moscow, tutti capelloni ad esclusione del bretelluto bassista, i Russian Circles sono un gruppo di musicisti implacabili la cui musica si esprime e si manifesta anche dal vivo in maniera perentoria e affascinante. La loro fama li precede, giustamente: non c’era giornalista di spicco o testata romana che nelle ore antecedenti lo show non ne abbia approfittato per rimarcare le doti del gruppo e segnalare la sua obbligatoria presenza. Presenze annunciate che hanno fatto si che l’INIT non avesse un centimetro libero: fa sempre piacere scriverlo, soprattutto quando di si tratta di una band underground.
Aperti dagli Helm Alee, i Russian Circles abbattono subito sui presenti il loro muro sonico: i brani sono una sinuosa e contemporaneamente violenta ascesa e caduta musicale. Non c’è luce (ed è un bene), solo la nebbia serpeggiante e il furore dei loro strumenti. Per chi non ama questo tipo di musica, le canzoni e la band possono sembrare eccessivamente fredde e distaccate, ma per chi sa chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare delle sette note il discorso è un altro. Nove i brani suonati pescando dal loro ormai pregevole repertorio per un live che molto probabilmente non amplierà il loro pubblico ma che sicuramente li salderà ancora di più nei cuori dei fedelissimi.

Setlist:

“Deficit”
“Carpe”
“309”
“Harper Lewis”
“1777”
“Station”
“Geneva”
“Mlàdek”
“Death Rides a Horse”

Di Alessio Belli

[KaosReview] Godspeed you! & Sufjan Stevens: aspettando domani

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Confesso: quando il 24 Marzo ho visto questo video per la prima volta, non avevo la più pallida idea di chi fossero i Mini Mansions (questo anche perché in Italia non se ne parla molto); ma la collaborazione con Alex Turner, cantante degli Arctic Monkeys, e soprattutto le tette nel video, mi hanno incuriosito, quindi direi che non c’è modo migliore per iniziare se non questo!

Il trio che vi propongo ruota attorno alla figura di Michael Shuman (bassista dei Queens of the Stone Age) nella nuova veste di batterista, chitarrista e seconda voce; Zach Dawes al basso e Tyler Parkford, tastiere e voce principale, chiudono il cerchio. Dopo cinque anni dal loro esordio discografico insieme, i tre ragazzi di Los Angeles hanno pubblicato, il 23 Marzo, The Great Pretenders, un lavoro che recupera sonorità Indie Rock à la Bloc Party, insieme a un gusto retrò che ricorda i Metronomy, in un connubio prezioso che ci consegna un prodotto originale ed evocativo, come non se ne vedono da un po’ sulla scena.
Le chitarre, a volte ruvide in pieno stile Desert californiano, viaggiano su tappeti sonori psichedelici, che assieme alle distorsioni vocali e al frequente uso di cori, mi fanno pensare allo Space Rock degli anni ’60-’70: il tutto in una salsa Pop suadente ed ammaliante. Insomma: dei fighi. Non saprei esprimere in altre parole un giudizio sintetico altrettanto efficace su di loro.
Ma questo è solo l’antipasto, qui si fa sul serio: vi presentiamo due attesissimi album in uscita domani.
Dopo cinque anni di attesa, Sufjan Stevens da alla luce Carrie & Lowell; il nono disco – al netto delle raccolte e degli EP – dell’eclettico cantautore nord americano è sicuramente il più profondo della sua carriera: dedicato alla madre, scomparsa nel 2012, e al suo compagno, porta nel titolo il nome di entrambi; alla luce di questo, ci troviamo di fronte a un’opera intima ed essenziale, in cui spariscono totalmente gli orpelli sperimentali che hanno caratterizzato gran parte della sua produzione, per lasciar spazio a un minimalismo acustico struggente e denso di significati. Il sound ricorda il compianto Nick Drake e il più recente Iron & Wine, con controcanti, tastiere e chitarre elettriche soffusi e delicati che portano alla mente quel piccolo capolavoro che è Bon Iver, Bon Iver – di chi? Domanda da un milione di dollari, risposta: Bon Iver – per un totale di 44 minuti di dolcezza da degustare, ve lo consiglio fortemente, qualora vi sentiate malinconici la Domenica mattina al risveglio, eccezion fatta, magari, per la sesta traccia (“Fourth of July”) in cui il verso “We’re all gonna die” forse è un po’ troppo anche per chi riesce ad apprezzare la meraviglia che si prova nel gioire della musica triste.

Un album sull’amore e il perdono, in cui Stevens ci parla di una figura materna ambivalente, in bilico tra la serenità e la schizofrenia, la grazia e l’alcolismo, il tutto attraverso il realismo disarmante dei testi che narrano di esperienze personali forti e sincere, come in “Should have known better”, dove canta di quando a quattro anni i suoi lo hanno dimenticato all’interno di un negozio di cd, oppure in “All of me wants all of you”, brano in cui esordisce parlando candidamente dell’esperienza della masturbazione in adolescenza. Un percorso di vita ed emozioni contrastanti, magistralmente espresso in musica, per un successo riconosciuto dalla critica, con valutazioni iper-positive presso le migliori testate straniere.

Abbiamo ascoltato un po’ di Indie Pop e un po’ di sano Folk americano. Ma non ci basta. Domani è in uscita anche “Asunder, sweet and other distress”, quinto studio album dei Godspeed You! Black Emperor, collettivo canadese noto per essere uno dei nomi di punta del Post Rock.
Senza soffermarci sull’ardua controversia definitoria di questo genere / non-genere musicale, la band di Montreal torna col suo disco più breve dall’esordio del ’94, ma non per questo ci troviamo davanti a un prodotto meno ricercato: di fatto siamo di fronte a un concept album diviso in quattro, lunghe tracce che costituiscono un’unica epopea Rock sperimentale, in un climax discendente che dalla seducente e solenne overture in “Peasantry or ‘Light! Inside of Light!’” porta ai tempi dilatati di “Lambs’ Breath”, dove i droni regnano incontrastati per colorare di tinte cupe uno sfondo che prosegue nella successiva “Asunder, Sweet”, in cui un crescendo di distorsioni ed effetti studiati a modino (d’altronde il gruppo ci ha abituato alla migliore ricerca sonora) culmina nella magniloquente “Piss Crowns Are Trebled”, gran finale dalla struttura complessa in stile Metal Progressive matrice anni ’90.

Con questo lavoro, credo che i Godspeed siano riusciti a creare qualcosa di nuovo, in quel micro-universo di etichette “post” e “future” i cui esponenti, molto spesso, difficilmente riescono ad evolversi e a non risultare ripetitivi, almeno per quanto riguarda un ascolto leggero e non informato; il tutto partendo comunque da quanto costruito in oltre vent’anni di onorata carriera.

Dulcis in fundo, sempre per parlare di artisti che riescono a rivoluzionare il proprio panorama musicale di riferimento, la settimana scorsa è uscito il nuovissimo video di FKA Twigs, fanciulla classe ’88, che con uno stile pressoché unico, ha trasformato l’R&B in qualcosa di nuovo e faticosamente riconducibile a categorie preesistenti. Prodotta da Jordan Asher (a.k.a. Boots, produttore tra l’altro di Beyoncé [2013] e Run The Jewels 2 [2014]) Glass & Patron, piaccia o non piaccia, rapisce l’ascoltatore coi suoi bassi fluidi e componenti elettroniche graffianti e sofisticate. Il video, poi, è da pazzi. Provare per credere.

La settimana prossima avremo due eccezionali uscite per quanto riguarda l’elettronica, e molto altro: stay tuned. Nell’attesa, godetevi questa perla dei Joy Division che in settimana è diventata virale. Io ce l’ho in loop, ma vi avverto: la lacrimuccia è assicurata. D’altronde cazzo, ammettetelo, quanto avete pianto quando è partita alla fine di Control?

Di Pedro Pereira

[LiveReport] Brunori SRL live @Auditorium Parco della Musica 26/03/2015

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A distanza di un anno dall’uscita del suo terzo album in studio, Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi, Dario Brunori porta i suoi aficionados in teatro, per una tournée in cui la sua S.a.s. (società in accomandita semplice) si evolve per dar luce a “Brunori Srl: una società a responsabilità limitata”, spettacolo ispirato al teatro canzone di gaberiana memoria “[…] Che cuoce in acqua di rose autobiografia e sociologia spiccia, canzoni malinconiche e orchestrine da cameretta, chiacchiere da bar e nostalgia canaglia, baci perugina e filosofia da spiaggia. Un mix fra stand up comedy e teatro canzone. Fra concerto e cabaret. Fra finzione e confessione. Fra Martino e campanaro. Come Gaber, ma peggio. Come Bene, ma male. Come Hicks, ma Y. Uno show realizzato al solo scopo di lucro. Si apra il sipario”.
Le stesse parole del cantautore, qui riportate, esemplificano quello che è stato il trend della serata. Ma partiamo dall’inizio.
Arrivo all’Auditorium alle 21:15, a malapena un quarto d’ora dopo l’orario d’inizio riportato sul sito, contando sul ritardo, fisiologico o rituale, cui gli eventi musicali mi hanno abituato da tempo: sorpresa delle sorprese, lo spettacolo sta iniziando mentre salgo le scale, però non mi lamento, sono proprio sopra il palco.
“Immaginate di pagare il prezzo del biglietto e vedere qualcosa per cui ne è valsa la pena: non accadrà mai”: il succo della lettura introduttiva è praticamente questo: l’intento ovviamente è ironico, ma spesso non è così chiaro… Finalmente inizia la musica: una mini-orchestra da camera (violoncello, violino e clarinetto) accompagna due tastiere (una delle quali in mano alla compagna Simona Marrazzo, seconda voce principale e tamburello) e una batteria comprensiva di pad elettronico. I primi tre pezzi sono tratti dall’ultimo album – non reggono il confronto con il primo disco – l’interpretazione però è intensa; il pubblico gradisce e, spesso e volentieri, canta assieme al protagonista indiscusso della scena, Dario Brunori.
Il format, prevede però l’inserimento di monologhi, e per quanto fosse esplicitato negli interventi promozionali sul tour, rimango un po’ deluso quando il frontman si allontana dagli strumenti per prendere posto in piedi davanti a microfono e leggìo: inizia la seconda, lunga, lettura: di fatto non vedo l’ora che riprenda a suonare e a tratti mi perdo nei miei pensieri. Il racconto di per sé non aggiunge molto a quello che emerge dalle canzoni, e il fatto che sia condito qua e là da battute del tipo: “I bambini sanno essere bastardi, ma senza doppi sensi.. per questo mi piacciono: il giudice dice fin troppo” a mio avviso non è in linea col contesto che l’artista cerca di dipingere con le sue parole. Dopo un tempo indeterminato che sembrava non finire mai, i musicisti tornano a suonare, e ci regalano una dolcissima “Nanà”, eco del primo album che ho avuto il piacere di vedere eseguito dal vivo al Circolo degli Artisti in uno dei suoi primi concerti romani nel 2010, seguita da “Le quattro volte”, che non riesce proprio a convincermi. Dopo un altro brano, succede di nuovo: si spengono le luci e ricomincia il monologo: cerco di stargli dietro, ma io stasera mi aspettavo ben altro da lui, da loro: già, loro, perché nel mentre è come se i suoi compagni di viaggio non ci fossero. Sostanzialmente ho aspettato di godermi i successivi brani sperando che la struttura dell’esibizione cambiasse. Invece no: tre pezzi, monologo, tre pezzi, monologo.
I fan del cantautore non me ne vogliano: nulla da dire sul suo impegno e le sue capacità: ma ho preferito conservare di lui il ricordo di un timido e raffinato concerto agli esordi. Non credo però che questo evento sia un fallimento: solo che per conquistare chi, come me, frequenta anche altri mondi, la scelta di basare questo spettacolo su un mix di teatro e musica, è stata sfruttata solo a metà: una rappresentazione meno autoreferenziale, che coinvolgesse anche gli altri componenti del gruppo e la platea, sarebbe stata più efficace e stimolante; e del tutto alla portata dell’onesta Brunori Sas, che nel passaggio a S.r.l. credo abbia perso qualcosa per strada.

Di Pedro Pereira

[KaosReview] Kendrick Lamar: il ritorno del Re

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Ci eravamo lasciati la settimana scorsa con delle anticipazioni, ma qualcuno, pubblicando il proprio terzo album una settimana prima del previsto, ha deciso di mettere i bastoni tra le ruote a questa neonata rubrica.
Di norma avrei cercato il responsabile per pestarlo a sangue (“non permetterti mai più di far uscire i tuoi album in anticipo”… Come no) oppure, molto semplicemente, non me lo sarei filato per parlarne più avanti. Nello specifico però, si tratta di un siluro lanciato nientepopodimeno che dal king della West Coast (e non solo) Kendrick Lamar, e accogliamo con somma gioia questo regalo fantastico e inaspettato.
To pimp a butterfly è uscito il 16 Marzo e ricorda, nella struttura, il precedente Good kid, m.A.A.d city, che recava sulla copertina la dicitura “A short film by Kendrick Lamar”: anche senza una chiave di lettura così esplicita, l’ultima fatica del rapper statunitense è anch’essa un concept album elaboratissimo e zeppo di collaborazioni, citazioni, campionamenti colti e raffinati, legati dal tema fondamentale di una cultura afro-americana sempre in bilico tra orgoglio e rifiuto, consapevolezza e perdita di senso, sobrietà e degenerazione dei costumi: “I need 40 acres and a mule / not a 40-ounce and a pitbull”, dichiara nel velocissimo rap con cui vola sull’elegante base Crossover Jazz del primo dei due interludi, For Free. Nel corso del disco, Lamar presenta una grande varietà di personaggi diversi – fino ad immedesimarsi in un clochard alla stazione (“How much a Dollar cost”) o in uno schiavo da campo di cotone (“Complexion”) – grazie anche alla collaborazione di importantissime voci della scena non solo Hip Hop, ma anche Soul e R&B (tra i molti cito Snoop Dogg, Bilal, SZA e Anna Wise). In questo modo intende rappresentare le contraddizioni di chi, come lui, raggiunge la fama rischiando di perdere il contatto con la realtà: sono ricorrenti le riflessioni sul successo, gli abusi di potere, denaro e donne, in un viaggio catartico in cui l’artista non ha paura di confessare le sue debolezze per ricominciare da lì, riconoscendo la propria influenza sugli altri e decidendo di usarla per far luce, in un modo del tutto nuovo, sincero e introspettivo, su tematiche razziali estremamente attuali.
Emblematiche, in questo senso, le due tracce “u” e “i”: due facce della stessa medaglia, stessa personalità colta in due momenti diversi: da un lato depressione, rabbia e impotenza colorano di tinte fosche il sesto brano dell’album, dall’altro la consapevolezza, l’autoaffermazione e l’amor proprio ci fanno ballare in un’atmosfera solare che introduce l’ultimo pezzo, “Mortal Man”, degno finale in cui King Kendrick chiede alla generazione X di seguirlo, sulla scorta del lascito di grandi uomini quali Mandela e Martin Luther King.

Influenzate dal Funk degli anni ’70, le basi portano firme di produttori di prim’ordine (Flying Lotus, Sounwave, Thundercat…), e sono spesso arricchite da sfumature Jazz griffate dal piano di Robert Glasper e dal sax di Terrace Martin. Campionamenti di ogni natura (da James Brown ai Radiohead passando per Fela Kuti e Surfjan Stevens) e citazioni (tra gli altri, Tupak Shakur, Michael Jackson e Boris Gardiner) condiscono quella che è e rimarrà una delle migliori uscite discografiche del 2015: d’altronde i numeri lo confermano: su Spotify ha registrato ben 9,6 milioni di ascolti nella sola giornata di lancio!
Questa settimana poi, come promesso, abbiamo ascoltato per voi anche l’ultimo dei The Skints: se non li conoscete, sono una band Reggae londinese che si distingue per riferimenti Mod e Ska e contaminazioni che vanno dal Dub all’Hip Hop; forti al punto da conquistare le attenzioni degli Easy Star All-Stars, che hanno deciso di produrre il loro terzo lavoro in studio, FM: un concept che ci piace assai, dato che il filo conduttore del disco, lampante già dal titolo, è la radio, con frequenti interludi che fanno sembrare l’opera nel suo insieme una trasmissione radiofonica.
Nel complesso è un album che si ascolta senza fatica, piacevole e tranquillone, dove però, rispetto alla produzione precedente, risultano un po’ meno efficaci gli spunti innovativi presi dai più svariati stili musicali. Per esempio, eccovi un assaggio del 2012.

Last but not least, passiamo al cantautorato italiano: dopo tre anni dal suo debutto discografico, Colapesce è uscito il 3 Febbraio col suo secondo disco: Egomostro. Avvalendosi della collaborazione di ottimi musicisti – spicca il batterista neo Afterhours Fabio Rondanini – l’artista siciliano conferma la straordinaria qualità dei propri testi, che dipingono gli anni zero in un affresco generazionale a tratti romantico: “Mi reputo all’altezza / ma so già / che mi sbaglio” (“Brezsny”). L’evoluzione stilistica, poi, in discontinuità con Un meraviglioso declino, consegna agli ascoltatori un sound complesso – per apprezzarlo può richiedere più di un ascolto – e cangiante, che vede succedersi pezzi Pop dal gusto esotico a chitarre distorte, tra ballate acustiche e Synth Rock.
“Negli ultimi tre anni sono stato in giro con lo Zaino Protonico a raccogliere i mostri come i protagonisti di Ghostbusters. Li ho imprigionati dentro il mio hard disk, proprio come un vero acchiappafantasmi, ma a un certo punto ho deciso di liberarli tutti insieme e non è stato per niente facile gestirli”. Più che esplicativo, perfetta sintesi di ciò che dicevo. Colapesce docet!

Sperando che qualcun’altro segua l’esempio di Kendrick Lamar fornendoci l’assist per la prossima KaosReview, e siccome siamo sempre sul pezzo, vi salutiamo con “Roll the bass”, la pigna fresca fresca nuova nuova lanciata meno di 24 ore fa da Major Lazer, progetto musicale che, a giudicare dalle dichiarazioni e dalle recenti pubblicazioni, riserva grosse sorprese per questo 2015. Au revoir.

[Teatrandovicisi] L’Otello di Luigi Lo Cascio

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Liberamente ispirato all’opera scritta da William Shakespeare nel 1603, l’Otello di Lo Cascio ne è una versione semplificata, ridotta all’osso, sia nel numero di personaggi che nella trama, che pertanto dà per scontato la conoscenza perfetta, da parte del pubblico, del testo dell’autore inglese.

Gli eventi narrati nell’Otello originale si sono già svolti. Le malefatte di Iago sono state scoperte ed egli si appresta ad essere giustiziato. Così il suo carceriere, personaggio nuovo introdotto da Lo Cascio, decide di narrare al pubblico in sala (molti sono gli espedienti metateatrali) la storia di Otello e Desdemona, per far sì che la loro memoria non vada persa. Il carceriere/cantastorie precisa che Otello non sarà ricordato nella sua storia come “Il Turco” o “Il moro”: non avrà la pelle olivastra che il personaggio ha nell’opera shakespeariana. Non si vuole, infatti, ricondurre il delitto di cui si macchia il grande condottiero ad un errore o ad una differenza dovuta al suo essere uno straniero. Ma anzi, la differenza fondamentale che avrebbe portato alla colpa di Otello è quella tra uomo e donna. Da qui, per esprimere la sostanziale distanza tra i due sessi, la diversa lingua dei personaggi: il dialetto siciliano per i soldati e l’italiano per Desdemona.
Lo scopo principale dello spettacolo, infatti, è quello di svelare il mistero che si annida dietro le passioni umane: “Mi sono chiesto qualcosa in più: come si può passare da un amore così straordinario, come quello che il protagonista nutre per Desdemona, a un odio micidiale che lo spinge a ucciderla?”, ha infatti dichiarato Lo Cascio durante una recente intervista.

Certo, rispetto agli obiettivi prefissati dalla compagnia, vi sono numerose cadute di stile.
Innanzitutto Otello, è vero, non ha la pelle nera, motivo per il quale non si cadrà in un’interpretazione razzista, ma nonostante questo la condizione di diversità di Otello viene comunque posta in essere: Desdemona, infatti, parlerà nelle sue lettere di quanto suo padre sia contrario alla relazione con lo straniero Otello.
Inoltre il cantastorie afferma che non esiste una differenza di genere tra uomo e donna, spesso quindi contraddicendo non solo il senso stesso dell’opera, ma anche battute proferite da egli stesso.
Quest’ultimo paradosso pertanto vanifica la presenza delle diverse parlate fra i due sessi, che per altro non aiutano la comprensione del testo stesso e che non si motiva se non per essere il dialetto di origine degli attori della compagnia di Catania.

Recitazione ad ogni modo emozionante e coinvolgente, come sempre negli spettacoli di Lo Cascio.

Ad ogni modo alcuni espedienti usati nello spettacolo sono interessanti, come le videoproiezioni che ricordano l’avanguardia novecentesca di registi come Piscator, e che saranno poi usate anche come immagini di commento per alcune scene della piéce: ad esempio l’animazione di un ragno che tesse la propria tela nel momento in cui Iago inizia a far insediare in Otello il dubbio sulla fedeltà di Desdemona.
Costumi non degni nota: né particolarmente interessanti, né inadatti allo spettacolo. Stessa cosa dicasi per le musiche non didascaliche, ma di semplice accompagnamento alle battute.

Sorprendente il fatto che il pubblico fosse per la maggior parte composto da giovani e gruppi di studenti, anche se questo ha comportato una breve interruzione della piéce: Lo Cascio ha sospeso la sua performance perché distratto dagli scatti molesti di uno spettatore della prima fila. Tanto di cappello quindi a Iago per essere riuscito a riprendere velocemente lo spettacolo, specialmente trattandosi di un importante monologo.

di Amelia Tomasicchio

Scritto e diretto da Luigi Lo Cascio
Testo originale di William Shakespeare
Con Vincenzo Pirrotta (Otello), Luigi Lo Cascio (Iago), Valentina Cenni (Desdemona) e Giovanni Calcagno (carceriere/cantastorie)
Scenografia, costumi e animazioni di Nicola Console e Alice Mangano
Musiche di Andrea Rocca
Luci di Pasquale Mari

[LiveReport] Radio Moscow live@ Init 19/03/2015

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Tipi di poche parole i Radio Moscow. Poche parole: ma tanto rock. Giovedì 19 marzo, ore 23, poco alla volta l’Init si riempie di gente. Passaggio obbligato al bar, qualche sigaretta nell’attesa che i diretti interessati calchino le scene.

Il getto della macchina del fumo dietro la batteria Ludwing inizia a scemare e i Radio Moscow sono sul palco. Ma prima di parlare del live, presentiamoli.

Sulla carta i Radio Moscow sono un due psych-hard-blues: Parker Griggs alla voce e alla chitarra e Zach Anderson al basso. Dal vivo a tenergli compagnia c’è il batterista Cory Berry. Prodotti dal mentore Daniel Auerbach dei Black Keys sono arrivati al Magical Dirt, del 2014, raccogliendo ancora una volta consensi e plausi unanimi. Sono una band fuori dal tempo e dalle mode, schietta e granita che offre la pura energia del rock, senza fronzoli e orpelli. E basta un’occhiata veloce per capirlo.

Vederli dal vivo equivale a compiere un viaggio nel tempo, fino agli anni ‘70: capelli lunghissimi, baffetti, gilet. Si presentano subito dicendo la loro provenienza: “Story City, Iowa”. E poi non si fermano nemmeno per un secondo. Non sono dei performer, degli animali da palco, dei fomentatori di folle: testa bassa sugli strumenti e nessuna pietà per quelle chitarre. Il loro suono trascina più di mille parole e brano dopo brano  il pubblico si scioglie letteralmente davanti alla potenza degli assoli di Griggs. La Fformula è sempre la stessa, vincente. Un inizio hard rock, impetuoso,  e poi il crescendo degli assoli psych: impossibile rimanere immobili davanti a tale verve.

Il pubblico gradisce e qualche metallaro (si, arrivano anche qui) ne approfitta anche per poggare. Bis massicci quanto doverosi e buonanotte. Senza troppi convenevoli. Grandissimo live.

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Setlist:

Death of a Queen
Broke Down
Rancho Tehama Airport
I Just Don’t Know
250 Miles
Gypsy Fast Woman
Before It Burns
Deep Blue Sea
Mistreating Queen
Open Your Eyes

Encore:

These Days
No Good Woman

Di Alessio Belli

[Ziguline] Medicated, donne e medicinali fotografati da Richard Kern

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Richard Kern mi sta un po’ sul cazzo perchè, essendo io donna e in sovrappeso, rigetto molto quest’idea di femmina malaticcia ma comunque bona che comunica. Al di là dei problemi personali di accettazione del proprio corpo e della perversa idea sociale di donna che si è fatto negli anni Kern, non si può non riconoscere il suo grande talento in fatto di fotografia.

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//www.ziguline.com/medicated-donne-e-medicine-fotografatie-da-richard-kern/#

[KaosReview] Verdena / Grimes: tra l’onirico e la realtà

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  Trap. PBR&B. Post Rock. Indietronica. Dream Pop. Grime.

  Sono solo alcune delle innumerevoli etichette con cui ogni giorno ci riferiamo alla musica contemporanea: generi, sottogeneri, influenze e derivazioni in un caos che guida l’ascoltatore verso una fruizione schematica e condizionata, col rischio di ingabbiare la mente e limitare l’accesso a un mondo caleidoscopico di sottoculture e contaminazioni; a volte fino a confondere nel tentativo di semplificare la complessità di una realtà in continua evoluzione.

  Senza negare l’utilità delle distinzioni tra generi e sottogeneri musicali diversi, intendiamo rivendicare, attraverso questa rubrica settimanale, la bellezza intrinseca della musica tout court. Senza fronzoli. Senza pregiudizi e prese di posizione. Ci impegneremo per suggerirvi le uscite che più ci hanno colpito: in positivo ma anche in negativo, e sempre in modo critico, perché “non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace” è vero solo fino a un certo punto. Anzi, il più delle volte non è vero proprio per niente.

  Vuoi per l’attesa durata quasi tre anni, vuoi perché la band è tra le più creative del nostro panorama musicale, non posso che iniziare con l’album italiano più atteso di questo inizio 2015: Endkadenz Vol. 1 dei Verdena.

  Il sesto disco del trio albinese, uscito il 27 Gennaio, è il primo di due volumi concepiti come un’opera unica – à la Wow, per intenderci – ma separati in fase di distribuzione: il secondo uscirà il 5 Maggio. Scelta quasi obbligata e concordata con l’etichetta (Black Out/Universal), alla luce di una durata complessiva, 120 minuti circa, che avrebbe reso troppo impegnativa una fruizione integrale.

  Derivato da jam sessions durate oltre un anno e rielaborazioni continue durante la registrazione nel loro studio casalingo (l’Henouse) Endkadenz Vol. 1 sembra a tutti gli effetti l’anello mancante tra Requiem, Wow e i lavori precedenti: l’impetuosa fase iniziale di improvvisazioni ricorda infatti le prime tappe della loro carriera, mentre la ricerca stilistica e la sperimentazione sonora della seconda parte della lavorazione sono ciò che ha contraddistinto le ultime due uscite del gruppo: il risultato è un album ruvido, viscerale, terroso – come lo definisce lo stesso Alberto (il cantante) in un’intervista – un Rock Stoner con atmosfere cupe che rievocano il Doom, cui si alternano momenti di ironia e raffinate variazioni con l’uso di Synth, pianoforte, batteria elettronica, archi… soluzioni che vengono qui riproposte a conferma del fatto che si tratta di una delle band più vive e feconde in Italia. Gli ascolti dei Queen – come hanno dichiarato loro stessi, infatti, non sono molto aggiornati sulla produzione contemporanea – influiscono sulla struttura di alcuni brani, così come il riferimento ai Rush e ai Sonics sono costanti per batteria e voce. I testi, poi, sono frutto di un ormai rodato procedimento che porta, dall’iniziale improvvisazione in un inglese spesso privo di significato, all’italiano evocativo e quasi onirico ottenuto per assonanza e accostamento di sensazioni: condita dall’uso di cori finti e un Fuzz che arricchisce la componente armonica, la voce risulta efficace come non mai.

  Endkadenz, nome ispirato dall’effetto scenico escogitato dal compositore Mauricio Kagel, in cui il timpanista suggella il finale dell’esecuzione gettandosi teatralmente dentro il proprio strumento. Un colpo che travolgerà vecchi e nuovi fan, anche quelli meno convinti dall’evoluzione delle ultime pubblicazioni di Alberto, Luca e Roberta. Tra ritmi serrati e chitarre distorte alternate a letti di pianoforte a muro e acustiche ipnotiche, tra travolgenti ritmiche rock e contaminazioni pop, questo disco si merita l’applauso che gli autori stessi si regalano, ironicamente, alla fine del penultimo pezzo: “Inno del perdersi”. Chapeau.

  “Non ci puoi restare fermo mai / dici che non siamo comodi”: le parole iniziali di “Sci desertico”, quarta traccia dell’ultimo dei Verdena. Chi non può restare ferma è Grimes: la critica pensava che il pubblico le stesse scomodo, e che l’uscita del suo quarto album in studio fosse stata annullata proprio alla luce delle reazioni non certo positive all’anteprima di “Go”, nell’estate 2014. Invece l’artista canadese smentisce tutti, lanciando l’8 Marzo il video self-directed di “REALiTi”, con cui torna al sound etereo che aveva convinto ascoltatori e addetti ai lavori: un Dream Pop essenziale e coinvolgente. Poco importa che, come dice l’artista stessa, il brano non sia mai stato finito, e sia rimasto una demo senza missaggio né masterizzazione: anzi, è proprio questo a conferirgli un gusto lo-fi che lo colora ed arricchisce.

  Torneremo la settimana prossima con un po’ di cantautorato italiano indipendente, una band londinese che porta nel mainstream una commistione di estetica Mod e Ska suonando un Reggae fresco fresco, ed altro ancora!

“Vera tu / tornerai mai più / a stare con me / senza non potrei

E se ridi nel caos / menti e non lo sai / e fuggire davvero

lo sai che non si può”.

Verdena, Derek – da Endkadenz Vol. 1 [2015].

 

di Pedro Manuel Pereira

[Live Report] Verdena live @Atlantico live 09/03/2015

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I Verdena ci avevano salutati all’Atlantico nel dicembre 2011 e proprio nello stesso posto li abbiamo incontrati per la loro prima data romana del tour di Endkadenz, l’ultimo album uscito poco più di un mese fa. Anche ieri il sold out ha confermato che i Verdena hanno colpito nel segno dopo il grande successo di Wow.

Ad aprire i live in questo tour sono i Jennifer Gentle, da tempo legati ai Verdena come amici e come musicisti. Se di solito i gruppi spalla fanno fatica ad affrontare un pubblico che non è lì per loro, i Jennifer Gentle riescono a fare impazzire la folla. Salgono sul palco come uomini e iniziano a suonare come alieni: stranianti e folli, incastrano suoni, melodie e cori con scoppi che cambiano la dinamica del pezzo in maniera inaspettata. Oltre a venire da un altro pianeta, sembrano appartenere anche ad un altro periodo storico perché ricordano Syd Barrett e gli anni ’60-’70 in genere, ma al contempo sono perfettamente inseriti nella nostra era, per la quale rappresentano un caso veramente unico di musica italiana. Chitarra – a volte due -, basso, batteria, organo, xilofono, sintetizzatore, kazoo e anche un palloncino sono gli strumenti attraverso i quali la loro totale pazzia si esprime e si amplifica quando irrompono sul palco i Boxerin Club, la band romana che sta avendo sempre più successo anche all’estero. Con loro tutto esplode: sul palco si divertono e fanno divertire anche noi nel corso del pezzo suonato insieme con una tromba, dei campanacci e qualsiasi altra cosa potesse emettere suono.

Dopo questa introduzione pazzesca, i Verdena salgono puntuali sul palco. Il primo pezzo è “Ho una fissa”, la prima di Endkadenz e’ perfetta per aprire anche un live. Inizia così una magia che per venticinque canzoni ti alza i piedi da terra e che fai difficoltà a contrastare. Segue il singolo “Un po’ esageri”, sicuramente la più ascoltabile ma non per questo scontata, e via di seguito con quasi tutti i pezzi contenuti nell’album. A chi è abituato a pensare ai Verdena di Requiem, Endkadenz sembra quasi calmo, ma ogni nota è piena, intensa e lancinante. Quello che contraddistingue il live, infatti, è una potenza incredibile che coinvolge emotivamente e non fa capire più niente. Alberto (chitarra e voce), Luca (batteria) e Roberta (basso) si dividono tra i loro strumenti soliti e quelli che usano specialmente da Wow in poi come synth, pianoforte, tastiere e percussioni, aiutati dal quarto elemento, Giuseppe Chiara, che li accompagna in questo tour. Anche tanti effetti, come quello della voce stridula di “Puzzle”, e tante distorsioni contribuiscono alla riuscita di pezzi elaborati suonati dal vivo. Ogni tanto fanno capolino brani di Wow che ci rispediscono al loro momento di svolta, a quando ascoltando “Razzi arpia inferno e fiamme” o “Loniterp” tremavamo per l’innegabile diversità di stile, ma che sono sempre amatissimi, come dimostrano i cori che fanno alzare al pubblico. “Valvonauta”, “Caños”, “Luna” e “Starless”, di album precedenti, scatenano totalmente gli spettatori fedeli all’intero percorso dei Verdena. Il concerto, come l’album, termina con “Funeralus” che mette il punto ad una serata sconvolgente ed emozionante.

Scaletta:

Ho una fissa
Un po’ esageri
Sci desertico
Loniterp
Vivere di conseguenza
Contro la ragione
Per sbaglio
Derek
Starless
Attonito
Lui gareggia
Caños
Nevischio
Trovami un modo semplice per uscirne
Razzi arpia inferno e fiamme
Inno del perdersi
Valvonauta
Puzzle
Scegli me
Muori Delay
Rilievo
Nuova luce
Luna
Don Calisto
Funeralus

Di

Martina Sperduti

[Ziguline] 108, lo sciamano del post-graffitismo

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L’evoluzione stilistica la immagino come una barriera di lamiera fredda che divide “l’artista” da chi si cimenta in qualcosa per passione, semplicemente.
Andare oltre la propria zona di comfort senza lasciare quello che ci contraddistingue, ma al contrario spingendocisi dentro sempre più in profondità fino ad esprimerne ogni possibile forma, fino a sceglierne la migliore.

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[Live Report ] Body Worlds, Il Ciclo della Vita

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Una passeggiata tra i nostri “strati più nascosti”. Affascinanti esibizioni dei corpi umani come non li avevo mai visti, quasi come specchiarsi e vedersi davvero nudi, per la prima volta.

Personalmente è stata dura rendermi conto che ciò che stavo osservando non erano riproduzioni ma veri e propri polmoni, fegati, cuori che una volta pompavano sangue caldo.
La mostra ci ha introdotto nella visita spiegandoci dettagliatamente come si ottiene questa conservazione dei corpi, ovvero attraverso la plastinazione dei cadaveri di cauciù siliconico, passando poi alla polimerizzazione.
L’inizio di tutto parte ovviamente dalla fecondazione andando verso lo sviluppo embrionale, come si trasforma tutto prima che un’altra vita calcasse il palcoscenico dell’esistenza
Non per deboli di stomaco sicuramente ho potuto ammirare l’inizio della vita a partire dai 4 millimetri.
Piccoli contenitori che racchiudevano la vita, vera e propria placenta, che non superava la grandezza di mezzo dito mignolo e si poteva intravedere benissimo un piccolo corpicino, impensabilmente già umano: la testa, gli arti che prendevano forma settimana dopo settimana, piccole dita come se già potessero afferrarti, da lasciare il fiato.
Come la nascita anche la morta porta i suoi perché: le cellule del nostro corpo cessano di rigenerarsi e così avviene l’invecchiamento. Visibile attraverso la pelle, mi è stato ricordato che anche noi, come ogni cosa abbiamo una scadenza.
A costeggiare le pareti trovavo innumerevoli poesie: “Il vostro corpo è l’arpa dell’anima, e sta a voi trarne musica o rumori confusi…” il viaggio non finisce qui.
Colpita e affondata. Di fronte a me, come se fossero stati bloccati nel tempo nei loro momenti più gloriosi, ecco a voi sportivi scarnificati! Muscoli tesi e allungati verso una palla da basket in preda all’adrenalina, muscoli facciali stirati, sistemi nervosi tesi come corde di violino nei giocatori di poker, di scacchi, calciatori allenatissimi e pattinatori sul ghiaccio come cigni rosa, una vera e propria poesia muscolare.
Tutti accuratamente sezionati per scrutare le interiora più nascoste e le differenze di sviluppo e di adattamento fisico. Un capolavoro, a mio avviso, più artistico che scientifico.
Ad impressionarmi di più forse sono stati i singoli organi esposti, passa notevolmente la voglia di fumare dopo che noti il grigio-nero dei polmoni di un fumatore. Da appendere su di una parete sono state sorprendenti le sezioni delle varie ossa, cervello e intestino, che formavano affascinanti colori e disegni, oltre alle malattie che interessavano troppi fegati, organi genitali, cuori e deformi pancreas. Hanno creato forse un po’ di ansia. Ma a salvarci tutti sono state notevoli le nozioni sull’apparato digerente, in una affascinante plastinata sezione 3D, informazioni sulla nutrizione e il buon sano cibo, mai far mancare aminoacidi e vitamine al nostro corpo, perché le conseguenze stavano in bella mostra.
Da ottima osservatrice che sono, magari avrei preferito qualche luce in più. Termino augurandovi buon viaggio in un percorso da non sottovalutare, preparatevi a scoprire le meraviglie dentro di noi, fate un pasto leggero e godetevi le interiora.

Di Sara Formentini

La Mostra:

Body Worlds, Il Ciclo della Vita

A ROMA FINO AL 12 APRILE 2015

//www.bodyworldsinthecity.it/

//www.bodyworldsinthecity.it/raggiungere-mostra-bodyworlds-roma-2014-2015-spazio-set/

[Teatrandovicisi] SIAMO TUTTI IN PERICOLO. Ed è vero.

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P.P.P. SIAMO TUTTI IN PERICOLO – L’ultima intervista di Pierpaolo Pasolini è uno spettacolo coinvolgente, affascinante e di gran classe, splendidamente diretto e interpretato. Essenziale. Lo voglio dire subito.

Ad accogliere il pubblico in sala, in quella sorta di cavea moderna tipica del Teatro Vascello, sono le parole di Pasolini tratte dalle sue Lettere Luterane. Gli attori già in scena cristallizzati, in attesa di sciogliere l’incantesimo e prendere vita al buio in sala.

Non mi sorprendo più nel notare la cialtronaggine di certo pubblico della prima sempre con il collo proteso alla ricerca di volti noti e di amici da reincontrare, saluti da elargire con la manina e parole da dire con un’urgenza tale da non poter essere tenute a bada e meno che mai in stand by. Così quelle parole dell’ultimo grande vero puro intellettuale che l’Italia abbia mai avuto nella storia recente, restano per lo più perse, inascoltate; lettere vuote, sillabe sospese lì in aria tra le casse e le poltrone e cadono giù come foglie morte ai primi venti di fine estate. Pochi, troppo pochi si accorgono che lo spettacolo è già iniziato. Già da subito, prima che le luci si spengano. Ancor meno coloro che le ascoltano. Così quei paesaggi delle borgate e delle periferie confrontate con le zone parioline di Roma non hanno davvero vita senza un ascolto.

Gianlugi Fogacci impersona Pier Paolo Pasolini. E’ seduto dietro un tavolo di fronte a una macchina da scrivere. Al centro della scena, nudo interamente, di spalle, Michele Costabile, un po’ ragazzo di vita addolcito (che volti come quelli duri dei tempi di Pasolini non ci sono più -questione di genetica e di look), un po’ sogno, un po’ desiderio.

E’ facile avvertire un qualcosa di malizioso e pruriginoso di fronte a quella nudità. Sarà del tutto disattesa. Nulla di piccante, nulla per tutto lo spettacolo. Quel giovane nudo appare, lieve, e scompare, in alcuni momenti al confine del sogno.

Per i tanti, me compreso, che non conoscono l’intera opera di Pasolini è una rivelazione il suo pensiero. Non profetico, no. Piuttosto semplicemente logico e lungimirante. Le sue lettere luterane sono il frutto di una attenta analisi supportata da una buona dose di senso pratico, politico e condita da un’intelligenza e onestà che -mi viene da dire- oggi manca.

E sono parte delle lettere luterane che Pasolini in scena scrive, interpreta. Le frasi, alcune, vengono amplificate attraverso lo schermo che le proietta scandendole in modo inequivocabile. Insieme alle parole vengono proiettate anche i protagonisti di quegli anni non solo della politica italiana, ma anche straniera; immagini di repertorio sulle stragi; ma per lo più volti che oggi -per tanti- non hanno più nemmeno un nome. L’accusa impietosa alla Casta, allora il Palazzo, senza appello. Una classe politica, quella democristiana da processare e non in senso metaforico. E il desiderio irrefrenabile di conoscere la verità. Perché solo conoscendo la verità, e in modo consapevole sarà possibile un cambiamento. Solo cambiando gli Italiani si potrò davvero cambiare il Palazzo. Ma quegli Italiani del 1975 stanno mutando. Il consumismo sfrenato oramai è un processo che pare essere irreversibile, la scomparsa del proletariato, l’omologazione della borghesia, la scomparsa dei valori e la televisione che nulla ha unito ma anzi ha disgregato e imbarbarito la popolazione.

Sono anni quelli, i ’70, fatti di stragi, di sparatorie continue, di scontri violentissimi per strada tra fazioni opposte (non destra e sinistra, ma fascisti e comunisti), minacce di colpi di stato, la mafia, una classe politica incapace e disonesta e collusa, la corruzione endemica. “…l’Italia di oggi è distrutta esattamente con l’Italia del 1945. Anzi, certamente la distruzione è ancora più grave, perché non ci troviamo tra macerie, sia pur strazianti, di case e monumenti, ma tra macerie di “valori”.

Tutto è questo è terribilmente attuale. Quelle parole acquistano un senso ancora oggi, tanto più potente se si pensa che sono trascorsi quarant’anni e nulla è cambiato, se non in peggio.

Poi dalla platea qualcuno urla il suo nome “Pasolini!”. Si alza in piedi e inizia un’intervista.

Raffaele Latagliata, alias Furio Colombo. Prende vita quella che sarà l’ultima intervista a Pasolini. Dopo poche ora verrà ritrovato morto.

E’ un botta e risposta. Pasolini spiega, usa metafore, usa parole dure ma sempre vere.

Siamo tutti in pericolo. Ed era vero. E’ vero. Tuttora.

Splendide le musiche scelte, di Mikolaj Gorecki. Suggestiva in tutta la propria semplicità la scarna scenografia.

Gianluigi Fogacci e Raffaele Latagliata così conducono per mano il pubblico, inducendolo -almeno spero- a riflettere. Perché questo credo sia l’intento dello spettacolo che ha debuttato il giorno dell’anniversario della nascita di Pier Paolo Pasolini.

– L’ultima intervista di Pierpaolo Pasolini

Regia e drammaturgia Daniele Salvo

con Gianluigi Fogacci e Raffaele Latagliata

In scena anche Michele Costabile

In videoproiezione opere pittoriche del maestro Franco Accursio Gulino

Roma -Teatro Vascello fino al 15 marzo

Di Marcello Albanesi

[Live Report] Nadàr Solo + The Zen Circus live@Planet, 6/03/2015

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Non è certo un caso se ve li avevamo portati in studio, ospiti di Alt!: oltre a un nome ricercato i Nadàr Solo hanno testi intensi e di grande complessità, ma anche una carica capace di accendere con il rock tutte le parole, comprese quelle più malinconiche. Chi meglio di loro poteva perciò affiancare gli Zen Circus nel concerto di venerdì 6 marzo, organizzato da MarteLive al Planet di Roma, l’ultimo peraltro del gruppo toscano fino a data da definirsi?

Un triplo live di quelli che si lasciano ricordare, dove oltre ai gruppi citati hanno suonato in apertura anche i Morgan (con la i), che confessiamo di aver sentito un po’ distrattamente. Sarà che avevamo “Fame”, come il titolo dell’ultimo album dei Nadàr Solo, un lavoro che definire interessante è davvero poco, tutto incentrato sul rapporto tra amore e dolore e in particolare su quel male interiore che a volte trova espressione incosciente attraverso il corpo, in forme distruttive per sé o per gli altri, come nel caso del protagonista del controverso brano Jack lo Strupratore. Ma c’è anche la ribellione contro i modelli posticci di esistenza imposti dalla percezione dominate, già presente anche in pezzi storici come Il Vento e Le case senza le porte. Temi troppo seri e pesanti? Assolutamente no, perché la band torinese, composta da Matteo De Simone (voce e basso), Federico Puttilli (chitarra) e Alessio Sanfilippo (batteria), sul palco si diverte non poco a suonare, questo si vede e fa la differenza. La passione è palpabile, così quando dal palco il cantante chiede di accompagnare con un battito di mani la splendida Non Volevo, il pubblico non se lo fa chiedere due volte, così come non esita a latrare disperato nel ritornello di Piano Piano Piano. Senza bisogno di fare l’elenco completo, il concetto è che con la loro musica i Nadàr Solo riescono a tirar fuori tutto quello che vi possa ribollire nelle vene o in un antro nascosto dei pensieri: rabbia verso le ipocrisie che ancora pervadono la realtà in cui viviamo, un senso di orgogliosa inadeguatezza rispetto alle aspettative che la società ci getta addosso, perfino i sensi di colpa per i feriti lasciati inevitabilmente sul campo della battaglia per una rigorosa indipendenza. Fate attenzione perché la “fame” per questa roba potrebbe non passarvi tanto facilmente, tant’è che non vediamo l’ora di rivederli live a Roma il 20 maggio a Le Mura, nientemeno che con i Luminal.

Per quanto riguarda gli Zen Circus, la band toscana non ha bisogno di tanti commenti e spiegazioni: Appino, Karim e Ufo hanno fatto palesemente un patto col diavolo. In pratica la loro musica e la loro grinta incazzata (termine tecnico) non solo non si consumano mai, ma ringiovaniscono di live in live e sembrano far ringiovanire anche gli avventori dei concerti, tutti indistintamente nella mischia indipendentemente da sesso ed età. Venerdì hanno cominciato con Gente di Merda e hanno continuato con tutto, ma proprio tutto, quello che avreste voluto sentire. In ordine sparso: Canzone contro la natura, Andate Tutti Affanculo, L’egoista, I qualunquisti, Viva, Nel Paese che Sembra una Scarpa, Postumia, Vent’Anni, Figlio di Puttana, Fino a Spaccarti Due o Tre, Denti, e una bella chiusura tutti urlando la liberatoria Nati per subire. Non è mancata neppure la Canzone di Natale, con tanto di cappellino di ordinanza e Karim prestato al microfono a fronte palco, né ovviamente l’ultimo singolo, Il Nulla. Che, superfluo a dirsi, dal vivo spacca come e più degli altri pezzi storici ma che dovremo aspettare un tempo indefinito per risentire in concerto. Ci mancherà parecchio il circo zen, il suo scatenarsi scompostamente sul palco, Ufo che sembra sempre uscito da un fumetto di Pazienza, il ghigno di Appino che compare all’improvvisa anche nel mezzo della melodia più seria, l’adrenalina sparata dalle corde e dalle bacchette direttamente nelle vene. Gli Zen Circus sono droga acustica, c’è poco da fare, “SIGNORI”!

Al prossimo concertone.

Di Laura Croce

Qui il link del nostro album fotografico:

Il Live Report su http://bit.ly/1wq8mo2

Pubblicato da Radio Kaos Italy su Martedì 10 marzo 2015

zen 25

[Pauranka] Woodworm Festival @ Circolo degli Artisti, Roma, 13 marzo 2014

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Prima data del festival che ha toccato tre grandi città italiane: Roma, Bologna e Milano. La casa discografica festeggia le sue ultime pubblicazioni e promuove i suoi lavori in corso portando in tour gruppi prestigiosi qualiBachi da Pietra, Julie’s Haircut, Fast Animals and Slow Kids, Bologna Violenta, The Crazy Crazy World of Mr Rubik e Umberto Maria Giardini.

Per proseguire nella lettura di questo articolo, vai al link:

//pauranka.it/fotoreportage/woodworm-festival-circolo-degli-artisti-roma-13-marzo-2014/

[Teatrandovicisi] Processo Dell’Utri, Storia d’Italia dagli anni ’70 a oggi

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Paolo Orlandelli mette in scena al Teatro di Documenti il suo ultimo spettacolo Processo dell’Utri. Storia d’Italia dagli anni ’70 a oggi. ‘Una lettura scenica’, recita il flyer. In realtà è molto di più. Decisamente.
Tutto si svolge in una delle sale/grotta dello splendido Teatro di Documenti di Roma proprio sotto/dentro il Monte dei Cocci. Non ci sono che due tavoli con relative sedie, tante quanti sono i testimoni del processo a carico di Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa.
Si proprio quel Dell’Utri che la cronaca ci ha fatto conoscere da tempo, protagonista assente di questa mise en space.
Lo stesso regista riveste il ruolo di uno dei due avvocati del Pubblico Ministero insieme a Elio Crifò. Di fronte a loro si succedono Luciano Falletta, Ivan Giambirtone, Pietro Pace, Giuseppe Alagna, Simone Borrelli, Tony Caporale, Emanuele Venezia e Andrea Tidona: gli attori che interpretano (splendidamente) i vari boss mafiosi.
Proprio Tidona, Vittorio Mangano, è il primo chiamato a deporre. Dopo di lui a seguire gli altri che con la cadenza dialettale, gli atteggiamenti da malavitosi consumati delineano un quadro a dir poco sconvolgente.
Le domande dei PM incalzano i testimoni, scandagliano il terreno, cercano di far luce su quanto di oscuro c’è in questa vicenda tanto italiana.
Lentamente i tasselli si incastrano l’uno con l’altro e il risultato è desolante. Tanto più che tutto questo è cronaca, è storia. Non fantasia.
Quanto il pubblico ascolta è frutto di un sapiente lavoro estrapolato dagli atti del processo, centinaia e centinaia di pagine.
Paolo Orlandelli ricrea con tempi e ritmo azzeccati un processo durato circa quindici anni, e come tiene a sottolineare questo non è uno spettacolo contro Dell’Utri o contro Berlusconi (l’altro protagonista assente) ma “contro chi fa finta di non vedere, di non sapere. È uno spettacolo sull’Italia e gli italiani”.
Tutto scorre velocemente senza mai stancare (mi piace sottolinearlo perché -confesso- era quello che temevo).
Berlusconi imprenditore edile che negli anni ’70 teme per la propria famiglia, dopo esser finito in un tunnel di ritorsioni e minacce da parte della mafia, si rivolge alla mafia stessa per proteggerla/si. Lo stalliere d’Arcore (definito poi “eroe”) assunto nella nuova villa di berlusconi come ‘fattore’. Cinà. Bontade, Messina, Riina… Tutti nomi di boss mafiosi veri con un potere economico (svariati miliardi di lire) enorme. Anello di congiunzione sempre lui, Dell’Utri. Seguire le varie storie diventa affascinante; a volte divertono quei racconti che comunque non si smentiscono, si supportano e si rafforzano. I collegamenti con la DC, la fine di un’epoca con l’uccisione di Salvo Lima (ucciso per dare un segnale forte al governo democristiano che stava indispettendo Cosa Nostra); la scelta di supportare il partito socialista prima e poi la dedizione al nuovo partito creato ad hoc, Forza Italia.
Gli attori, tutti, sono credibili nel proprio ruolo, le sfumature dei vari caratteri emergono subito: il modo in cui si alzano dalla sedia per andare a deporre, il modo in cui siedono di fronte al microfono, la postura. Ecco… non solo voce, ma anche corpo. Non solo reading.
L’applauso del pubblico alla fine diventa una sorta di liberazione non solo apprezzamento. L’unica nota amara, sapere che certi personaggi del processo sono ancora in circolazione e lo saranno ancora a lungo, anche se non dovrebbe essere proprio così e con un incarichi ancora- importanti. Ma (anche) questa è l’Italia. Sic! Lo spettacolo resta in scena fino a domenica 8 marzo. In realtà -a mio avviso- per l’elevato contenuto morale di questo spettacolo andrebbe fatto circuitare il più possibile e più a lungo. Processo Dell’Utri
Processo Dell’Utri.
Storia d’Italia dagli anni ’70 a oggi

Con: Giuseppe Alagna, Simone Borrelli, Tony Caporale, Elio Crifò, Luciano Falletta, Ivan Giambirtone, Paolo Orlandelli, Pietro Pace, Emanuele Venezia.
E con Andrea Tidona.

Regia di Paolo Orlandelli

dal 3 all’8 marzo 2015 al Teatro di Documenti
Da martedì a sabato ore 21, domenica ore 18

[Ziguline] Any Given Post-it alla White Noise Gallery, tenete a mente!

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Correva l’anno 1968: in Europa e in gran parte degli Stati Uniti imperversano manifestazioni studentesche, operaie e contro la guerra del Vietnam, Martin Luther King, Rudi Dutschke  e Robert Kennedy vengono assassinati, muore persino Padre Pio ma non prima di Juri Gagarin che cade vittima di un incidente aereo alla fine di marzo.

 

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[LiveReport] Augenblick, l’istante del possibile

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Al Teatro Uno questa sera l’entrata principale resta chiusa, si va in scena nel piano interrato dell’ edificio. Nonostante l’ingresso sia riservato solo a 15 persone per ogni spettacolo, la gente risulta numerosa davanti al palazzo.
Entro e vengo invitata a lasciare borsa e cappotto ad individui che indossano maschere nere, scoprirò poi che saranno anche i nostri “angeli custodi” durante lo spettacolo. Tutti vengono muniti di maschera color bianco candido, la quale mi fa subito notare la presenza degli attori in quello che io consideravo ingresso ma che in realtà è, invece, già parte della scenografia.
E’ la prima occasione in cui prendo parte al cosiddetto “teatro immersivo”. Inizio timidamente a seguire lo spettacolo che si svolge contemporaneamente in più stanze. All’ inizio, in realtà, fatico ad entrare nella scena, ma poi mi rendo conto che l’unico modo per capire “lo spettacolo” è proprio lasciarsi andare e diventarne parte integrante, indagare negli spazi allestiti, seguire gli attori e spiarne ogni movimento e dettaglio o parola sussurrata… divento davvero parte dello spettacolo e mi addentro nelle scena cercando di andarte in fondo al significato di quello che stanno facendo. Trovo degli indizi, delle foto che mi fanno pian piano collegare i vari pezzi del puzzle, ed alla fine credo di aver scoperto le carte e senza nemmeno rendermi conto sono passate ben tre ore, sottolineo: tre ore!!
Sicuramente una rappresentazione del genere non può essere raccontata. Io posso solo cercare di trasmettervi quelle che sono state le mie personali sensazioni: la storia che mi sono costriuta, ma in realtà ognuna delle persone presenti con me sulla scena ne ha preso parte in maniera del tutto particolare e soggettiva. Traendo dal dramma significati ed esperienze unilaterali. A chiunque mi chiedesse di definirlo direi semplicemente: e’ uno spettacolo che va vissuto.
(con scarpe comode!)

Di Giovina Ielardi

[Ziguline] Siamo stati ad Animal, la personale di Borondo alla RexRomae

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Questo 2015 è iniziato all’insegna delle grandi mostre e noi vi abbiamo coinvolto almeno in tre grandi occasioni: Etnik alla Galleria Varsi, Any given post-it alla White Noise eSten+Lex alla Wunderkammern dove per quest’ultima abbiamo sguinzagliato il pezzo forte della nostra redazione, il mitico Stefano Ponz che si è presentato come sempre in forma smagliante.

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[Ziguline] The Nu Project, abbasso gli stereotipi!

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The Nu Project è il nome del progetto fotografico di Mutt Blum e la sua compagnia Katy Kessler. Entrambi fotografi freelance, vivono e lavorano insieme a Minneapolis, negli States, e viaggiano in tutto il mondo per portare avanti la loro iniziativa fotografica, iniziata nel 2005.

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[Pauranka] Enablers @ Freakout Club, 23 novebre 2013, Bologna

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Note stonate che ballano insieme formando melodie eteree, distorsioni improvvise come un pugno sulla bocca dello stomaco, fiumi turbolenti di parole (decisamente poco Jalissiane) che inondano la mente, trasportate da percussioni incantatrici. L’inferno che diventa nirvana. Questi sono gli Enablers, gruppo post rock di San Francisco composto da quattro signori molto speciali.

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//pauranka.it/fotoreportage/enablers-freakout-club-23-novebre-2013-bologna/